Giunge silenziosa

La fede nell'Areopago moderno

Card. Cormac Murphy O'Connor


Per parlare di «Fede in Gran Bretagna oggi» occorre umiltà. [1] Tutto quello che abbiamo, infatti, anzi, tutto quello che siamo, proviene dal modo in cui altri hanno vissuto concretamente la loro fede in Gran Bretagna. Nessuno si dà la fede da solo. Essa ci viene trasmessa sempre attraverso la bontà, l'esempio e l'intuizione di altri: questo è il significato della tradizione, e le radici di questa tradizione sono legate alla bontà, all'esempio e all'intuizione del nostro Signore Gesù, il verbo di Dio fatto carne, nella tradizione ebraica da cui egli attinge e nella tradizione cristiana che egli crea in virtù della sua presenza risorta.
Più semplicemente, questo è ciò che significa essere cattolici: appartenere a una comunità di fede viva che si estende lungo i secoli e si estenderà fino alla fine dei tempi. Cristo è il Signore del tempo umano, attivo in tutta la storia degli uomini. Con grande umiltà, sento di far parte di una linea ininterrotta di insegnamento e di santità che risale ai primi apostoli che conobbero Cristo. Appartengo a una comunità in cui Cristo stabilisce una preziosa relazione con ciascuna persona e ci introduce nella beatitudine.
Il teologo francese card. Henri de Lubac racconta di un prete che aveva perduto la fede. Quando un tale che era andato a trovarlo si congratulò con lui perché finalmente si era sbarazzato di questa assurdità religiosa, il prete rispose: «D'ora in poi non sarò niente di più che un filosofo – in altre parole unuomo solo». De Lubac afferma che questa amara riflessione era vera perché quel prete «aveva lasciato la casa, al di fuori della quale non ci sarà mai nient'altro che esilio e solitudine».
Quella casa, naturalmente, è la Chiesa che, secondo de Lubac, è l'unica società pienamente «aperta», perché apre un accesso nella vita stessa di Dio. Egli parla della Chiesa come del luogo in cui questo ricapitolarsi di tutte le cose nella Trinità ha inizio in questo mondo (cf. H. DE LUBAC, Cattolicismo, Jaca Book, Milano 1978, 224). Essere nella Chiesa è essere a casa, e la casa, come si dice, è il luogo in cui tu potrai sempre, in qualsiasi momento, essere accolto (...).

Al centro del dibattito pubblico

Ma in Gran Bretagna oggi sono in tanti a essere nella condizione di «senzatetto» dal punto di vista spirituale. Nello stesso tempo, tuttavia, vi è un grande interesse pubblico per la religione. Molte persone hanno la sensazione di essere in qualche modo esiliate da un'esperienza illuminata dalla fede. Esse pensano che anche se volessero credere, la fede non è più per loro una scelta disponibile (...).
È l'uomo moderno che pensa che la religione sia una questione privata, qualcosa che l'individuo pratica nella propria solitudine; la tradizione del cattolicesimo è, invece, che il cristianesimo è qualcosa di profondamente sociale. Come può essere altrimenti se il primo comandamento, cioè amare Dio è inseparabile dal secondo, cioèamare il nostro prossimo? Il vero cristianesimo diventa sempre cultura. Uno dei fini della religione cristiana è creare e promuovere una cultura e una società in cui gli esseri umani prosperino e Dio sia glorificato dalla sua presenza in un popolo santo. Poiché il Verbo si fa carne e viene ad abitare in mezzo a noi (cf. Gv 1,14), la comunità umana deve diventare dimora di Dio: questa è la visione cristiana della società ed è il motivo per cui il Vangelo deve trovare una dimora in campo sociale e culturale. Non si può relegare la religione agli ambienti ecclesiali, e sono rammaricato per i vari tentativi messi in atto per eliminare la voce cristiana dal dibattito pubblico. La nostra vita comune in Gran Bretagna non può essere una zona franca rispetto a Dio e non dobbiamo permettere che la Gran Bretagna diventi un mondo privo di fede religiosa e del suo vigoroso contributo al bene comune.
Oggi vi sono correnti sociali che vogliono isolare la religione da altre forme di conoscenza e di esperienza allo scopo di emarginarla. Una delle cose che contesto è il desiderio di separare il cristianesimo dall'indagine razionale. Molti dei nostri «nuovi atei» sembrano incapaci di affrontare l'idea di una fede cristiana intelligente e riflessiva. Ma la tradizione cristiana cattolica è caratterizzata da uno stretto rapporto tra comprensione razionale e fede religiosa. La fede per noi è il fiorire della ragione, non il suo tradimento. Il cristianesimo cattolico è caratterizzato da tre cose: prima di tutto, la ricchezza delle sue tradizioni spirituali e mistiche; in secondo luogo, la chiarezza della sua teologia, che tiene assieme teologia e filosofia e ci offre un'espressione intellettuale articolata della conoscenza nata dalla fede; e in terzo luogo, la stabilità e la forza della sua struttura in quanto comunità mantenuta nella comunione e nella verità dal papa e dai vescovi.
La nostra fede non è fondata sulle conclusioni tratte dalla ragione, ma è radicata nel Logos, la parola espressiva che viene da Dio, e tale fede è compatibile con il pensiero logico. Papa Benedetto XVI ha messo in luce questa compatibilità, evidente già nei primi secoli cristiani, quando ha detto che «il vicendevole avvicinamento interiore, che si è avuto tra la fede biblica e l'interrogarsi sul piano filosofico del pensiero greco, è un dato di importanza decisiva» per la storia del mondo (BENEDETTO XVI, lectio magistralis Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni, Regensburg 12.9. 2006; EV23/2107).
Questo lo si può osservare anche nel Nuovo Testamento, dove s. Paolo non ha timore di attingere dalla filosofia stoica idee che egli intreccia nei suoi temi biblici, giudaici e cristiani. Egli afferma che i cristiani dovrebbero mantenere una mente retta, esercitando il discernimento per scegliere il meglio, puntando a un fine retto, ricercando la capacità di accontentarsi (in greco: autarkeia; cf. 2Cor 9,8) nel loro stato di vita, gioendo anche nella sofferenza, perché vivono in una società ispirata alla comunione (in greco: politeuma; cf. Fil 3,20). S. Paolo deriva queste idee dai filosofi stoici e le usa da pensatore cristiano. Idee non cristiane hanno trovato una formulazione nelle Scritture cristiane. I libri sapienziali dell'Antico Testamento sono permeati di concetti filosofici greci.
Come papa Benedetto XVI ci ha ricordato, sin dai suoi inizi il pensiero cristiano ha attinto concetti dalla filosofia e dalla cultura non cristiane e li ha considerati come «semi» della Parola divina che si fa carne in Cristo. Cristo è il compimento della presenza divina nelle menti e nei cuori di tutti gli esseri umani, il compimento della cultura e della vita sociale (...).
Oggi in Gran Bretagna rilevo tra molte persone un senso di perdita, un non sentirsi a contatto con fonti viveche possono dare nutrimento. Desiderano vivere secondo valori condivisi che possano sostenere la nostra società, ma non sanno dove trovarli. Desiderano trovare un contesto che possa dare alla loro vita un significato profondo ma, di nuovo, non riescono a trovarlo. Nella vita delle persone vi sono aspirazioni inespresse che la cultura moderna non permette loro di esprimere. Gli impulsi spirituali e religiosi delle persone non vengono incanalati in modo abbastanza profondo perché il messaggio diffuso è che impegnarsi con Dio tramite una fede religiosa equivale a fare un passo indietro nella marcia verso l'indipendenza e la maturità.

Fede e agorà

Furono profetiche le parole di papa Paolo VI quando disse che «la frattura tra il Vangelo e la cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca» (es. ap. Evangelii nuntiandi, 8.12.1975, n. 20; EV 5/1612). Oggi in Gran Bretagna siamo sicuramente testimoni dell'esistenza di una tale frattura e per imparare ad affrontarla potrebbe essere utile richiamare alla memoria i primi momenti in cui il cristianesimo iniziava a far parte della vita europea.
Gli Atti degli apostoli, nel capitolo 17, raccontano di quando san Paolo si reca ad Atene per la prima volta: qui egli rimane letteralmente sconcertato per il suo culto dei falsi idoli, per quanto essa è lontana dal conoscere l'unico vero Dio (ricordo che nella Bibbia l'idolatria è il grande peccato). Ma la risposta di Paolo a questa idolatria pagana è sigtificativa: invece d'inveire contro di essa, egli parla con la gente nella piazza e si mette a conversare con gli intellettuali di Atene, i filosofi epicurei e stoici. Il suo disgusto iniziale sfocia in un dialogo con i non credenti di Atene.
Paolo va sull'Areopago, il luogo degli incontri pubblici nel centro di Atene, e indica un monumento che ritiene profondamente significativo: un'ara dedicata al Dio ignoto, un Dio che non è definito dalle loro categorie e dai loro miti, dalle immagini e dalle proiezioni delle loro fantasie mentali. Questo Dio è per loro sconosciuto, ed essi di conseguenza si dichiarano agnostici nei suoi confronti, ma ha una forma di riconoscimento e ciò, per Paolo, è la breccia in quella cultura di cui egli ha bisogno.
Paolo ricorda loro che uno dei loro poeti pensava che questo Dio fosse così completo nel suo rapporto con il genere umano da poter affermare che «in Dio viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» – una frase che la Chiesa in seguito ha adottato inserendola in un prefazio eucaristico – mentre un altro dei loro poeti aveva declamato che di Dio «stirpe noi siamo» (At 17,28). Per Paolo questi sono balugini positivi della verità di un Dio che supera le categorie umane, sia nella sua trascendente alterità sia nella radicale intimità che egli stabilisce con il genere umano. Quando papa Giovanni Paolo II fece riferimento al discorso di Paolo sull'Areopago affermò che l'atteggiamento missionario comincia sempre con un sentimento di profonda stima per ciò che è nell'uomo, per ciò che l'uomo ha egli stesso elaborato nelle profondità del suo spirito riguardo ai problemi più complessi e importanti. E questione di rispettare tutto ciò che è stato compiuto in lui dallo Spirito, che «soffia dove vuole» (cf. GIOVANNI PAOLO II, lett. enc. Redemptoris missio, 7.12.1990; n. 44; EV 12/635)
Paolo mostra, io credo, una profonda stima per ciò che egli trova nella cultura ateniese. L'intero episodio è un movimento dalla desolazione spirituale a una conversazione su cose importanti per il volgersi verso gli elementi di trascendenza e di speranza che tale cultura contiene implicitamente. C'è dunque tutta una strategia riguardo alla modalità propriamente cristiana di coinvolgere una cultura che inizialmente sembra essere lontana da Dio, e addirittura a lui ostile (...).

Il Dio nascosto

Nel suo recente libro sulla morte, Nothing to be frightened of (Niente di cui avere paura), Julian Barnes apre con queste parole: «Non credo in Dio, ma mi manca»: questo è il dilemma che tante persone oggi vivono (...). Vedo quasi come un grido che si leva dal cuore di tante persone d'oggi.
Dio è il significato che assicura il significato di tutto quello che faccio, di tutto quello che sono, di tutto quello che possiamo essere come genere umano. La sua realtà oggettiva di bontà, verità e amore assicura il senso di tutto ciò che accade, di tutto quello che è.
Dio non è un fatto nel mondo, come se Dio potesse essere trattato come una cosa tra le altre, da essere analizzato empiricamente, affermato o negato sulla base dell'osservazione. Molti di coloro che negano l'esistenza di Dio trattano Dio in questo modo, e chiaramente non sanno come formulare la domanda corretta su Dio.
Dio è il motivo per cui il mondo semplicemente esiste, è la bontà, verità e amore che scorre all'interno di un cosmo meraviglioso e sorprendentemente complesso, e noi siamo la parte di questo cosmo consciamente e liberamente aperta alla bontà, alla verità e all'amore; e ci sentiamo frustrati quando questa apertura è bloccata. Siamo destinati a un significato e a uno scopo ultimi, alla verità e all'amore illimitati: ecco perché Julian Barnes, per quanto possa dichiararsi ateo, dice che Dio gli «manca». Dio è al centro di ogni persona. E, fino a che questo non verrà riconosciuto, sentiremo sempre la sua assenza.
La sua osservazione fa venire in mente un'altra inquietante affermazione, oggi così comune, che non so da chi sia stata detta per la prima volta: «Se non c'è alcun Dio, non c'è nessuno che ci dica chi siamo». L'identità e il fine dell'uomo sono un indizio sulla realtà di Dio? Sì, perché nel nostro rispondere alla verità e all'amore siamo ciò che Dio crea come espressione della sua sovrabbondante bontà, e questo è vero sin dall'inizio.
Sono rimasto colpito dalle parole del grande teologo svizzero Hans Urs von Balthasar sui bambini. Innanzitutto è molto inconsueto che i teologi scrivano sui bambini – penso che di solito trovino alquanto difficile condurre discussioni intellettuali con dei bimbi –ma in quest'occasione von Balthasar dice qualcosa di molto semplice e molto profondo: un bambino è chiamato all'autocoscienza dall'amore e dal sorriso di sua madre... Questo gli rivela quattro cose: 1) che lui è tutt'uno con sua madre nell'amore, e tuttavia lui non è sua madre, e così l'Essere è uno solo; 2) che questo amore è buono, e così l'intero Essere è buono; 3) che questo amore è vero, e così l'Essere è vero; 4) che questo amore è causa di gioia, e così l'Essere è bello.
E naturalmente, quando si parla di una realtà che è una, vera. buona e bella (ciò che i tomisti chiamano gli «attributi trascendentali»), si sta parlando di Dio. L'intuizione del cattolicesimo afferma che siamo orientati a Dio fin dall'inizio della nostra vita. Per forma costitutiva, prima ancora d'imparare a parlare e pensare, siamo fatti per amare la bellezza e la bontà di Dio.
Vorrei incoraggiare le persone di fede a considerare con profonda stima coloro che non hanno fede, perché il Dio nascosto è attivo nella loro vita così come nella vita di coloro che credono (...). S. Teresa di Lisieux, il piccolo fiore, disse di sentirsi interiormente così distante da Dio da essere giunta a capire nella sua breve vita perché le persone di fatto non arrivano a credere in Dio. Lei è forse la prima santa e dottore della Chiesa nella quale qualche forma di ateismo è parte integrante della sua realtà spirituale. Il fatto che una suora carmelitana nascosta al mondo abbia raggiunto il mistero di Dio attraverso un combattimento spirituale fa di lei, sicuramente, la patrona di tutti quelli che hanno dubbi su Dio. Ricordando che è stata proclamata «patrona delle missioni», forse dovremmo estendere il suo patronato fino a includere la missione all'Areopago dell'Europa d'oggi, dove la gente trova difficile avere fede in Dio (...).
Nel 1968 Joseph Ratzinger, oggi papa Benedetto XVI, scrisse di come il dubbio che esiste nel credente possa diventare la base di un dialogo aperto con coloro che non credono. Egli scrisse: «Sia il credente sia il non credente condividono, ciascuno nel proprio modo peculiare, dubbio e fede, se non si nascondono a sé stessi e alla verità del loro essere... Forse precisamente in questo modo il dubbio, che salva l'uno e l'altro dal chiudersi ciascuno nel proprio mondo, potrebbe diventare la via di comunicazione. Esso impedisce a entrambi di godere di un incondizionato autocompiacimento; esso apre il credente allo scettico e lo scettico al credente». La linea che divide la fede dalla mancanza di fede attraversa il cuore di ciascuno di noi (...).
Dovremmo ricordare che la giusta risposta a Dio è la risposta di fede, non quella della certezza assoluta. Di Dio la teologia cristiana dice che è ineffabile, al di là delle nostre categorie e della nostra capacità di pensarlo. S. Tommaso d'Aquino, dopo tutto, afferma con estrema chiarezza che «la conoscenza imperfetta appartiene alla natura stessa della fede». E c'è una buona ragione per sostenerlo: noi non abbiamo un grado di comprensione che definisca il mistero di Dio. «La sostanza divina – afferma l'Aquinate –sorpassa ogni forma che il nostro intelletto raggiunge. Pertanto, siamo incapaci di apprenderla mediante la conoscenza di ciò che essa è» (...).

Responsabilità dei cristiani

Se i cristiani credessero veramente nel mistero di Dio, ci renderemmo conto che parlare in maniera appropriata di Dio è sempre difficile, è sempre incerto. Perché gli atei sono così precisi riguardo al Dio che viene rifiutato? Un Dio di cui gli esseri umani possano parlare in maniera agevole e chiara non può essere il vero Dio. «Si comprehendis, non est Deus», diceva s. Agostino: «Se comprendi, non è Dio». Mi chiedo se noi cristiani non abbiamo indotto le persone a pensare che sia facile parlare di Dio e a pensare che noi sappiamo con chiarezza ciò di cui stiamo parlando. Quanta parte dell'ateismo moderno è frutto di un modo di parlare di Dio superficiale, deduttivo, di modo che il Dio che viene spesso rifiutato dalle persone è il prodotto del nostro pensiero anziché essere Dio nel mistero della sua vita?
Secondo l'opinione di molti studiosi, l'ateismo contemporaneo scaturisce da correnti della prima apologetica moderna che costruì prove dell'esistenza di Dio, indipendentemente dalla sua azione in Gesù e indipendentemente dall'esperienza religiosa. Nel XVII secolo, l'esistenza di Dio fu trattata come un'ipotesi mediante la quale questo tipo di mondo poteva essere spiegato. Col tempo, a mano a mano che la nostra comprensione scientifica del mondo andava crescendo, non fu più necessario formulare tali ipotesi, tranne forse per il fatto di avere un Dio che dà inizio alle cose con uno schiocco di dita, un Dio teista. E quindi (...) non è più necessario pensare a Dio perché il mondo può essere di fatto considerato autosufficiente.
L'ateismo che vediamo oggi intorno a noi nasce forse da un'apologetica che ha tentato di dimostrare l'esistenza di Dio indipendentemente da qualsiasi tradizione o fede religiosa, da un tentativo maldestro di considerare Dio indipendentemente dalla sua presenza nella vita del popolo ebraico, dalla persona di Gesù Cristo e dalla fede vissuta dalla Chiesa. Se gli studiosi hanno ragione su queste cose, allora il moderno ateismo è il prodotto di un tipo distorto di teismo cristiano (...).
Che cosa abbiamo fatto per generare l'ateismo? Abbiamo parlato in maniera troppo facile di Dio, ne abbiamo parlato forse nel modo sbagliato e abbiamo «trattato» Dio come un'idea piuttosto che come un mistero vivente cui accostarsi nel silenzio e nella preghiera piuttosto che con ragionamenti della mente. Se il cristianesimo ha dato al pensiero europeo l'impressione che Dio possa essere concettualmente determinato, schematizzato e dimostrato come un'ipotesi, allora non sorprende affatto che, a mano a mano che si sono andate sviluppando la scienza e la cultura, vi sia stata resistenza ad adorare questa idea di Dio.
Come cristiani abbiamo bisogno di esaminare che cosa potremmo aver fatto per dare alla gente una concezione fuorviante di Dio. La fede in Gran Bretagna potrebbe essere resa più autentica da un senso e da una percezione più profondi del mistero di Dio da parte dei credenti. Non si tratta di migliorare i nostri argomenti: in relazione a Dio, gli argomenti non sono la cosa più importante. Dio non ha bisogno di polemisti che lo difendano, ma ha bisogno di testimoni, e la qualità della testimonianza che rendiamo a Dio è il puntatore a Dio più efficace di qualsiasi altra cosa. Una delle condizioni per un'efficace missione cristiana in Gran Bretagna è che approfondiamo il nostro impegno con Dio nella preghiera, nel culto, nello studio e negli atti di servizio pratico nei confronti dei poveri (...).

Infrangendosi invano

Nei monasteri ortodossi c'è la splendida consuetudine secondo la quale al termine della giornata, dopo la preghiera notturna, l'abate si siede nel suo seggio e, uno dopo l'altro, i monaci gli si avvicinano e si inginocchiano davanti a lui. L'abate allora bacia ciascun monaco sul capo come segno di perdono, di accettazione e diamore. Per me, questo è il simbolo di quello che la popolazione del nostro paese e la popolazione d'Europa stanno cercando. Io credo nel Dio rivelatoci da Gesù, che è il Padre che ci perdona, ci accetta e ci ama. Egli è il Dio che ci parla di chi siamo, di come dovremmo vivere e che ci insegna le vie che ci condurranno a un esercizio responsabile della nostra libertà. Se chiudiamo la nostra mente e il nostro cuore a lui, se dimentichiamo o escludiamo Dio, allora la nostra vita perde sia significato sia speranza (...).
Ho un ricordo di me bambino quando avevo nove anni e sedevo nella nostra casa, a Reading. Era il 1941 e le notizie che arrivavano della Seconda guerra mondiale erano davvero cupe. Fu allora che ascoltando la radio mi capitò di sentire la prima poesia che riesco ancora a ricordare. Era recitata da Winston Churchill ed era del poeta Arthur Clough: Say Not the Struggle Naught Availeth (Non dire che lottare è inutile, ndt). La terza quartina dice così: «Mentre le onde stanche, infrangendosi invano, / Sembrano non guadagnare alcun doloroso pollice, / Molto indietro, creando insenature e bracci di mare, / Giunge silenzioso, irrompendo, l'oceano».
Noi cristiani oggi possiamo sentire che la nostra fede e la nostra testimonianza non stanno facendo alcun progresso e che sono come «le onde stanche, che s'infrangono invano». Ma non dovremmo dimenticare che la Chiesa è sempre stata in crisi ed è sempre stata bisognosa di riforme. Possiamo anche sentire di non avere le risposte a tutti i problemi o a tutte le domande del singolo individuo o della nostra società. Possiamo desiderare ardentemente una abnegazione più generosa, che faccia da contro-segnale nei confronti del benessere materiale che troppo facilmente può dare origine ad avidità ed egoismo. Possiamo desiderare ardentemente una visione più ampia che cerchi il bene comune di tutti.
Ma noi cattolici non dovremmo mai dimenticare che, come dice quella poesia, «Creando insenature e bracci di mare, giunge silenzioso, irrompendo, l'oceano». Quando fece ritorno al padre, Gesù disse: «Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi» (Gv14,18). Egli ci ha lasciato il suo Spirito Santo e la Chiesa. Per me, come per molti di voi, la Chiesa è stata al centro della vita. Sì, sappiamo a quale scandalo viene associata a causa dei peccati dei suoi membri e perché essa deve sempre essere aperta al pentimento e al perdono, parole che suonano sempre più estranee a molti nella nostra società. Per tutti noi la Chiesa incarna una tradizione viva che ci assicura che con la guida dello Spirito Santo essa rimarrà sempre una luce e una speranza per il nostro mondo.
La sfida che oggi la Chiesa si trova ad affrontare è, come sempre, come comunicare nel modo migliore la ricchezza e la novità del messaggio evangelico alla popolazione del nostro paese. Al centro di questo messaggio vi è un Dio il cui amore per noi è illimitato. Impariamo qualcosa di questo amore nelle nostre famiglie, nei nostri rapporti interpersonali e, soprattutto, nella comunione tra uomini e donne credenti che sono nella Chiesa. Pertanto non dobbiamo aver paura. Nella nostra preghiera, nell'adorazione, nella contemplazione di Dio, nel seguire l'insegnamento della Chiesa, per coloro che credono in Cristo il futuro è sempre pieno di speranza e aperto a nuova vita.
Madre Teresa disse: «Dio non mi ha chiamata ad avere successo – mi ha chiamata a essere fedele». La mia speranza e la mia preghiera è che tutti noi continuiamo a portare avanti la testimonianza di fede in Gran Bretagna oggi. In questo modo creeremo una cultura in cui Dio è onorato e venerato, e in cui tutti gli uomini e le donne sono amati, apprezzati e sostenuti dall'inizio della loro vita sino alla sua fine, quando entreranno nella pienezza del mistero di Dio. Dio sta a cuore a tutti, ed è per questo che noi lo adoriamo e lo serviamo (...).

1 Il testo è stato pronunciato dall'arcivescovo di Westminster l'8 maggio scorso a conclusione del ciclo delle conferenze – «The Cardinal's lectures» – che a cadenza settimanale dal 3 aprile all'8 maggio hanno dato voce nella cattedrale londinese all'esperienza di fede delle seguenti personalità: Tony Blair (la cui conferenza apparirà su uno dei prossimi numeri de Il Regno-documenti), Mark Thompson (direttore generale della BBC), Rowan Williams, William Hague (politico), Julia Neuberger (rabbino, membro dell'House of Lords).

(Il Regno 12 /2008, pp. 375-378)