Per un rinnovato

protagonismo laicale

Paola Bignardi


Per il laicato quella che stiamo vivendo è una stagione importante: da essa potrà venire o una maturazione sulla strada indicata dal Concilio, oppure un ripiegamento intraecclesiale, che renderà più povero lo slancio missionario delle comunità e meno ricca la loro missione nel mondo.
Abbiamo alle spalle il Convegno ecclesiale di Verona che da certi punti vista passerà alla storia della Chiesa italiana come il Convegno dei laici: essi in questo evento sono stati protagonisti attivi e maturi di un’esperienza di Chiesa intensa, bella, pacata, franca nel confronto, senza polemica ma chiara nel dialogo.
Tuttavia credo che nella vita ecclesiale, soprattutto delle comunità parrocchiali, esista una questione dei laici; essa costituisce una delle questioni non risolte del Concilio; segno di questioni che interessano la vita della Chiesa, nel suo dialogo con il territorio e con il mondo di cui è parte. La questione dei laici è la spia della fragilità con cui il Concilio è entrato nella vita attuale delle comunità cristiane.

Parte prima
La questione dei laici cristiani

Penso che non si possano comprendere le prospettive indicate successivamente nella relazione, se non condividendo sinteticamente alcuni spunti di analisi degli aspetti che ritengo oggi costituiscano la questione dei laici. Lo faccio in 7 affermazioni sintetiche. La dimensione secolare della vocazione dei laici è vissuta in modo troppo debole.
Quella dei laici mi sembra che sia una vocazione giocata troppo sulla dimensione pastorale e troppo poco su quella secolare che è poco vissuta, poco capita e poco valorizzata. La presenza dei laici cristiani nella famiglia, nella scuola, nelle professioni, nella politica, nella cultura non sono questioni private e non si giocano solo sulla coerenza della testimonianza personale, ma costituiscono il modo di contribuire alla missione della Chiesa di cui siamo parte. Questa comprensione del valore missionario della vocazione cristiana vissuta nel mondo mi pare che sia troppo poco presente nella coscienza delle nostre comunità e nella nostra stessa coscienza di laici.
La vocazione laicale, vissuta nel mondo, ha una scarsa rilevanza ecclesiale.
Quanto conta per le nostre comunità il fatto che noi cerchiamo di vivere intensamente la nostra vocazione nella “dispersione” della vita quotidiana? In altri termini: qual è la rilevanza ecclesiale della nostra testimonianza di laici? Credo che questa sia una questione difficile anche da districare dal punto di vista della riflessione pastorale. La conseguenza viene nella terza affermazione.
I laici che non sono impegnati nella pastorale rischiano di essere “invisibili”.
Essi sono percepiti come presenze che non sono così decisive, così importanti per la realizzazione della vita della comunità e della sua missione. E’ chiaro che questo dipende anche dal fatto che il rapporto della Chiesa con il mondo di cui essa è parte è troppo debole.
La presenza dei laici nella comunità cristiana è troppo esecutiva.
I laici fanno molte cose e portano avanti molte attività, ma con scarso coinvolgimento e scarsa corresponsabilità nella comunità e in ordine al pensare globalmente l’esperienza della Chiesa e della propria Chiesa particolare. Credo che qui si aprano un paio di capitoli: quello ad esempio degli organismi di partecipazione e di corresponsabilità pastorale e quello dei luoghi di discernimento, relativi ai problemi della vita sociale.
I laici hanno scarsa possibilità di prendere la parola nella Chiesa.
Mi pare che oggi nella Chiesa manchino luoghi effettivi in cui fra cristiani sia possibile parlarsi. Nelle nostre comunità, soprattutto per i laici che non sono coinvolti nella pastorale, le opportunità per esprimersi, per portare i propri problemi, le proprie domande, ma anche semplicemente il racconto dei propri vissuti, questi luoghi o sono scarsi o nella maggioranza dei casi non esistono.
Ragione di debolezza dei laici è anche nella frammentazione delle esperienze aggregate.
Esse vivono ognuna per se stessa, ognuna chiusa sulle proprie attività, sui propri progetti, così impegnate ad esprimere la propria identità da faticare a cogliere il valore della relazione, del mettersi in rapporto tra realtà aggregative diverse.
I laici hanno scarsa possibilità di percorsi di spiritualità che diano valore alla vita quotidiana.
Oggi per i laici i percorsi di spiritualità sono segnati o da nostalgie per forme di vita cristiana che sono diverse dalla loro, che sono meno toccate dalla complessità di ogni giorno, oppure sono percorsi di spiritualità caratteristici di vocazioni diverse dalla nostra. Ma fino a quando la spiritualità non saprà essere veramente originale, tipica, cioè espressione di un cammino di fede che tenga insieme Vangelo e vita quotidiana senza pensare che bisogna uscire dalla vita per essere fedeli al Vangelo, finché non ci sarà questo, probabilmente anche tutte le altre questioni difficilmente potranno essere impostate e affrontate come si deve.
Ho offerto una riflessione molto problematica, che non tocca tutta la realtà dei laici, ma piuttosto i punti critici che compromettono la possibilità del laicato di vivere in maniera piena la propria vocazione, con quella pienezza che possa fare sì che la comunità cristiana si avvantaggi in maniera positiva e ricca di una vocazione che è difficile ma non meno grande di altre.

Alla ricerca delle cause

Perché, 40 anni dopo il Concilio, siamo ancora a questo punto? Perché questa battuta d’arresto nel processo di crescita di consapevolezza e di soggettività che ha caratterizzato gli anni successivi al Concilio?
Possiamo avanzare qualche ipotesi, che non esaurisce la riflessione, ma può orientare l’analisi.
- la Chiesa e le singole comunità hanno affrontato i rapidi cambiamenti in atto nella società in modo sempre più impaurito e difensivo. Il rapporto con il mondo si è fatto via via più debole, rendendo superflua quella delicata azione di ponte che caratterizza la vocazione dei laici.
- Si è spento a poco a poco il dialogo intraecclesiale e si è impoverita la comunicazione nella comunità cristiana, fatto questo che ha generato un impoverimento della cultura di ispirazione cristiana, che è divenuta sempre più astratta e generica.
- La pastorale ha dedicato molte delle proprie energie in un’azione di riorganizzazione, che l’ha resa sempre più specialistica, ricca di iniziative, ma non di pensiero e di corresponsabilità.
- Non si è avuta la determinazione di ripensare seriamente l’impostazione formativa della comunità. Si sono dedicate molte e importanti energie nel rivedere l’impianto catechistico, che è di grande pregio come sintesi della fede da comunicare, ma non si sono ridiscussi i processi formativi, operazione necessaria perché i contenuti più belli possano incontrarsi con le persone, la loro coscienza e la loro vita.
- Ai laici è bastato il coinvolgimento nella pastorale, che ha dato loro un ruolo intraecclesiale, e sono diventati troppo impegnati e troppo esperti di pastorale.
- L’associazionismo tradizionale è andato in crisi, si sono affermati nuovi movimenti che, pur coinvolgendo molti laici, interessano anche sacerdoti e religiosi e non si configurano come esperienze laicali. D’altra parte, i laici non organizzati, hanno avuto sempre meno rilevanza, in ordine all’espressione di una soggettività laicale.

Parte seconda
Le prospettive

Ma è chiaro che non ci basta prendere atto degli aspetti problematici: ci chiediamo come dare un futuro significativo ad una vocazione di cui il Concilio ha riconosciuto l’importanza ma che stenta ad esprimersi con vivace consapevolezza nella Chiesa, soprattutto nelle sue dimensioni quotidiane.
In questa seconda parte, dopo esserci ricordati brevemente i caratteri della vocazione laicale, ci soffermeremo a riflettere sulla fisionomia che prende una Chiesa con i laici per cercare infine di individuare alcuni percorsi concreti volti a promuovere una nuova soggettività dei laici.

La vocazione dei laici: essere di Dio nel mondo, per mostrare il valore del mondo

Il laico è "un vero cristiano" afferma Giovanni Paolo II a conclusione del Sinodo sui laici. Semplicemente un battezzato, ad indicare che nel Battesimo si condensa il cuore, l’essenziale, e –in qualche modo- il tutto. Non c’è bisogno di aggiungere altro, per avere la dignità di essere cristiani; per essere riconosciuti figli nella Chiesa; di essa i laici fanno parte a pieno titolo, da figli.
Spesso, per parlare dei laici, si fa riferimento alla loro collocazione nel mondo. Ma ciò che costituisce in modo essenziale l'identità del laico è l'appartenenza a Dio vissuta nelle condizioni di tutti; famiglia, professione, cultura… assunti nel mistero della pasqua del Signore: è il battesimo come realtà viva di ogni giorno. Il Battesimo, sacramento originario dell'esperienza cristiana, ha strettamente unito il laico a Cristo, il Risorto e il Vivente; Lui costituisce ora la sua stessa vita; in Lui Risorto la sua esistenza è risorta ed è chiamata ad operare per la risurrezione di tutta la realtà.
Così, il laico è di Dio, chiamato a testimoniare e a vivere la libertà e la ricchezza di questa appartenenza.
Il riconoscimento della dignità di tutti i battezzati, e dunque anche dei battezzati laici, costituisce una delle affermazioni più grandi, per ogni cristiano, ma anche per ogni donna e uomo che vive con passione la sua vita di ogni giorno. Esso dice che il valore e la grandezza del cristiano non sta nelle cose che fa, negli impegni umili o grandi del suo servizio ecclesiale, ma nella sua stessa esistenza vissuta sotto lo sguardo di Dio, in comunione con la Pasqua di Cristo. La vita anonima e nascosta di tante madri di famiglia, il lavoro di ogni giorno, la politica vissuta come servizio: tutto questo ha senso e contribuisce a condurre il mondo verso la sua pienezza.
Anche i laici appartengono al popolo di Dio che cammina dentro la storia umana. Il n. 9 della Lumen Gentium contiene una delle immagini più belle del Concilio: quella della Chiesa come popolo di Dio. Una Chiesa di tutti, fatta di persone dalla vita ordinaria e comune, che nella semplicità della loro esistenza, senza nulla che li separi dagli altri, cammina verso Dio (LG n. 9). Questa Chiesa, segno e promessa di unità dell’intero genere umano, cammina nel tempo coinvolgendo tutta l’umanità nel suo andare verso il Padre, contribuendo così a guidare l’umanità tutta verso Dio.

Il profilo di una comunità cristiana con i laici

Attenta al mondo e solidale con esso
Una Chiesa per il nostro tempo è desiderosa di assumere come punto di vista quello dal confine in poi, per vedere la vita così come la si vede stando in mezzo alla gente, con gli occhi delle persone comuni, quelli che rendono i problemi non delle astrazioni da studiare, ma delle porzioni di vita da assumere.
Essa dunque guarda al mondo con l’attenzione cordiale e solidale che è dello spirito della Costituzione conciliare Gaudium et Spes, di cui cerca di vivere la spiritualità, traducendola in atteggiamenti, in scelte, in dialoghi, in aperture.
È una Chiesa che ha imparato ad apprezzare il mondo, guardato con l’occhio della fede, cioè con quello della Parola di Dio. Le prime pagine della Bibbia, nel linguaggio poetico loro tipico, raccontano che il mondo è opera di Dio, e che questo mondo a Dio piace.
La compiacenza di Dio sul mondo parla di bellezza, di bontà, di armonia, certo interrotta dal peccato, ma restituito dalla vita e dalla Pasqua del Signore Gesù.
La riflessione conciliare ha dato risalto a questa prospettiva; essa, ancor prima di dare valore alla presenza dei laici cristiani per la missione della Chiesa nel mondo, ha invitato i laici cristiani a “riconoscere la natura profonda di tutta la creazione, il suo valore e la sua ordinazione alla lode di Dio” (LG 36), e a immergersi in essa, come un fermento, per farne brillare la bellezza e far sbocciare da essa il bene che contiene.
Una Chiesa con i laici è una Chiesa disposta a convertirsi all’umanità: quella del Signore, così poco considerata, apprezzata, contemplata… come via per incontrarlo nell’esistenza; come mistero del suo condividere la nostra stessa umanità; la nostra umanità, da educare, da formare, da far crescere, perché il nostro essere cristiani non è a lato rispetto a noi, alla nostra storia, alle nostre qualità umane, che costituiscono il linguaggio più ordinario e comune per parlare di Vangelo, mostrandolo; l’umanità delle persone che ci vivono accanto, radice comune su cui si fondano comune dignità e valori di fraternità; l’umanità della parola con cui annunciamo, perché non sia a prescindere dalla vita o-ancor peggio- contro la vita; perché non sia dottrina senza spessore di esistenza; perché sia voce che rivela la grandezza della nostra vocazione di donne e uomini, che indica qualche percorso per dirigersi verso la pienezza di essa; perché non sia legge che rinchiude, ma amore che libera; perché non sia grigia ripetizione di pensieri che non parlano al cuore perché non scaturiscono dalla vita; perché non sia giogo ma rivelazione che fa intravvedere il senso di ogni istante; l’umanità delle relazioni tra noi e con tutti, perché abbiano quel calore, quella cordialità, quell’accoglienza, quella misericordia e quell’assenza di giudizio che ha caratterizzato le relazioni del Signore Gesù con le persone che ha incontrato.

Una Chiesa che promuove la soggettività laicale. Il valore dell’associazionismo
La Chiesa deve tornare a promuovere con decisione la vocazione dei laici nella sua originale identità, senza addomesticamenti e senza riduzionismi.
Ma perché tanta insistenza? È passione per la propria “categoria”? È il pensiero fisso di qualche appassionato per la questione?
Se la questione fosse fine a se stessa e tutta interna alla vita della comunità cristiana, forse non meriterebbe tanto sforzo di pensiero e di relazioni: ma in gioco c’è ben più che una questione di organizzazione ecclesiale.
Al fondo, vi è il desiderio di una Chiesa che ama il mondo, che partecipa al suo cammino e alla sua trasformazione; una Chiesa come casa aperta, capace non solo di annunciare ma soprattutto di mostrare che Dio è Amore e che ha il volto di ogni uomo. Da credenti che conoscono e sperimentano la speranza del Vangelo, sentiamo la passione di mostrare quanto l’ispirazione evangelica trasfiguri l’umanità; per questo affrontiamo ogni giorno la fatica di far incontrare il travaglio della storia con la certezza dell’amore che la salva.
Dunque è l’amore per l’umanità di tutti e la passione per la storia umana ciò che ispira e sostiene il cammino di quei laici cristiani che vorrebbero che la loro vocazione fosse meglio compresa, più valorizzata, meglio integrata nella vita della comunità.
In questo passaggio epocale, come cristiani e come Chiesa, non possiamo non esserci. Cioè non possiamo chiamarci fuori, esonerarci dalla fatica esistenziale, antropologica, culturale di contribuire a ripensare l’essere persone in questo tempo e a ripensare la forma del vivere insieme.
Il non chiamarci fuori vale per ciascuno di noi, ma vale ancor più per le nostre comunità; anzi, partecipare alla fatica della vita di tutti fa di noi laici cristiani persone che ben conoscono smarrimenti, inquietudini, incertezze. Possiamo aiutare le nostre comunità a conoscere meglio tutto questo; vorremmo vedere le nostre comunità aprirsi a tutto questo con fiducia, senza paura, senza difese, senza riserve.
Per questo siamo convinti che le comunità cristiane non possono fare a meno dei laici. Ma i laici che servono alla Chiesa di oggi non sono passivi esecutori di un’agenda che non hanno contribuito a definire. La Chiesa ha bisogno di laici capaci di iniziativa, di pensiero, di elaborazione, di libertà. Non potrà avere laici così, la Chiesa di oggi, se non riconoscendo la loro soggettività, se non chiedendo il loro protagonismo: e non quello di singoli laici, ma del LAICATO, di laici che insieme siano consapevoli di esercitare una vocazione.
In ordine a questo scopo, sono molto importanti le aggregazione dei laici.
All’indomani del Concilio, il riconoscimento della dignità della vocazione laicale generata dal Battesimo ha indotto taluni a dichiarare superate o superflue le esperienze aggregative. Esse sono certamente non indispensabili, ma utili e importanti per vivere con maturità e in pienezza tale vocazione. Il modo disinvolto in cui, in alcuni contesti, sono state dichiarate superate le aggregazioni ha generato un laicato più debole, senza volto e senza voce, che rischia di aprire la strada a forme sottili di neoclericalismo.
Via via che gli anni passano, ci si rende conto di quanto siano preziose le realtà aggregative, non solo per sostenere la testimonianza dei laici cristiani ma soprattutto per rendere leggibile nella comunità il segno della vocazione laicale.
Il riconoscimento del valore dell’apostolato associato di cui parla il magistero conciliare soprattutto nell’Apostolicam Actuositatem avrebbe bisogno oggi di essere riscoperto; alla luce dell’esperienza di questi quarant’anni, risulta più chiaro il senso delle affermazioni conciliari.
Oggi meno del 10% dei laici cristiani sono aggregati. In un momento di Chiesa come questo occorre considerare con nuova attenzione il valore dell’aggregarsi, stimare il proprio essere aggregati per quelli che lo sono, ma forse anche per quelli che non lo sono, considerare se non sia il caso di percorrere questa strada, perché quella dell’isolamento e dell’individualismo pratico è una scelta che non contribuisce alla visibilità della vocazione dei laici e all’efficacia della loro presenza nella comunità cristiana.

Chiesa della corresponsabilità
Dopo gli anni del primo dopo Concilio, le comunità cristiane devono oggi recuperare rapidamente uno stile di corresponsabilità: responsabilità assunta da parte dei laici; responsabilità attribuita con fiducia da parte della comunità cristiana.
È il connotato di relazioni adulte.
Si parla qui della responsabilità intesa come disponibilità ad assumere incarichi nella comunità e della maturità nel rispondere su come essi sono stati portati avanti. Dal Concilio in poi molti hanno espresso in questo modo il senso di appartenenza alla loro comunità e il desiderio di svolgere in essa un ruolo da protagonisti; l’amore per la propria Chiesa ha preso la forma del darsi da fare per essa, in una forma che ha unito generosità della dedizione, crescente competenza nei diversi settori della pastorale, e anche una forma tutta spirituale di vivere il senso della Chiesa e un legame con essa che si genera nella coscienza. Spesso questa esperienza non ha dato i frutti auspicati, in termini di qualità della vita ecclesiale.
È mancata soprattutto una visione globale della vita della comunità e delle sue scelte qualificanti: ciascuno, portando avanti il compito che gli era stato affidato, costruiva la sua piccola porzione di comunità, senza essere né sentirsi coinvolto nelle scelte più importanti e senza poter contribuire ad esse. Così, la responsabilità, circoscritta a piccoli ambiti parziali, ha finito con il trasformarsi in attribuzione di incarichi, e i laici sono tornati ad assomigliare più agli esecutori intelligenti di compiti, che a protagonisti di vita ecclesiale. Negli ultimi anni il termine collaboratore è tornato in voga, a mostrare una responsabilità circoscritta, di corto respiro, sempre dipendente da altri. Non a caso, negli ultimi anni si sono manifestate forme di neoclericalismo difficili da dimostrare e da contestare, mascherate come sono da un coinvolgimento spesso gratificante per i laici stessi.
È mancato anche, nelle nostre comunità, la costruzione paziente di quei percorsi che permettono di assumere insieme la responsabilità. Insieme, preti e laici, animatori pastorali e laici testimoni nel mondo, ci si assume la responsabilità delle scelte di fondo che la comunità compie per definire la propria identità e il proprio progetto nel luogo in cui è radicata. L’unica forma che permette ai laici di vivere secondo la loro vocazione è la corresponsabilità, cioè la responsabilità diffusa e assunta insieme, portata avanti attraverso stili e strumenti di dibattito, di dialogo, di decisione comuni. Questa responsabilità va oltre la pura partecipazione di cui tanto si è parlato in anni passati, per rendere i laici veramente protagonisti nella comunità.
Il tema della corresponsabilità è diventato meno vivo che nei primi anni del dopo Concilio. Mi pare che due elementi abbiano contribuito a questo: da una parte l’attesa e la domanda dei laici si è ridimensionata, quasi appagata –e talvolta affaticata- dai molti compiti che ad alcuni di loro sono stati attribuiti in una attività ecclesiale sempre più articolata; dall’altra, una pastorale molto settorializzata ha fatto perdere impercettibilmente il senso della globalità della vita ecclesiale e l’importanza di compiere scelte di fondo, che sono alla base delle decisioni concrete di ogni giorno e di quelle particolari di settori specifici della pastorale stessa. Penso ad esempio all’importanza del confronto, per interrogarsi sulla forma della propria testimonianza del Risorto; al dibattito relativo al modo di interpretare nella storia la vocazione e la santità della propria Chiesa particolare: sono questi temi tipici per i Consigli Pastorali, che però nella maggioranza dei casi svolgono oggi la funzione di coordinamento delle attività e delle iniziative della parrocchia, fino al limite della banalità; più raramente sono luoghi di vera discussione e di corresponsabilità.
La corresponsabilità ha bisogno di alcune condizioni di possibilità: che nella comunità ci sia la consuetudine di relazioni adulte e che il dialogo sia una pratica coltivata con convinzione e con impegno.

Alcuni cammini per la crescita del laicato

La via della secolarità
Quella della secolarità è una delle categorie meno approfondite dal Concilio, e anche dalla riflessione successiva che ha contribuito soprattutto a problematizzarla.
Nella comunità essa non ha buona fama, anche per la tendenza dei cattolici a svalutare le dimensioni storiche della vita, per il loro carattere contingente e parziale. Gli esiti di questo fatto, dal punto di vista esistenziale e pratico, sono nella scarsa considerazione di dimensioni quali la famiglia, la professione, l’impegno civile, la politica.
Ritengo che, per percorrere questa via così importante sia necessario che la comunità cristiana e i laici stessi si impegnino a dare un’interpretazione cristiana degli aspetti della vita quotidiana ordinaria, mostrando quale profilo assume l’esistenza quando essa è compresa alla luce del Vangelo ed è salvata dalla risurrezione del Signore.
Credo poi che sia necessario che i laici cristiani si impegnino con convinzione missionaria e vocazionale in alcuni ambiti:
- quello della professione, mostrando come essa sia contributo a costruire un mondo secondo giustizia, in un’ottica di solidarietà e di comune crescita in umanità. Le professioni hanno un grande valore per l’umanizzazione della società, là dove siano impostate e organizzate sul fondamento della dignità dell’uomo. Alcune professioni, proprio in ordine a questo obiettivo, hanno anche un grande valore strategico: penso soprattutto a quelle che riguardano la scuola, l’educazione, la salute. È stato un errore quello di lasciar languire le associazioni professionali, che hanno formato generazioni di professionisti a vivere con consapevolezza e grande senso di responsabilità il loro servizio al mondo attraverso il lavoro.
- La politica, delicato e difficile servizio che conosce una profonda trasformazione, che genera nella sensibilità di molta gente comune delusione, disimpegno. E mentre i cattolici consumano da una parte il loro distacco dalla politica, sentono crescere in sé una nuova nostalgia per una politica che non c’è più e assistono nella comunità cristiana a un’ipervalutazione della politica stessa, in termini più morali che politici. Questo processo ritengo che abbia contribuito allo sfuocarsi dell’attenzione su altre dimensioni, più quotidiane e più comuni, della vita dei laici.
- La cultura. Non è facile parlare di cultura nella comunità cristiana. Essa tende ad essere identificata con un’attività riservata a pochi intellettuali, che si dedicano ad essa per professione. D’altra parte, resiste un pregiudizio non dichiarato che considera l’impegno pratico più concreto, più efficace, vera forma del servizio. Anche questa “distrazione” ha contribuito a quella separazione tra Vangelo e cultura di cui parla Paolo VI nell’Evangelii Nuntiandi. Eppure, solo pensando la vita da cristiani è possibile un impegno libero dai moralismi; solo un pensiero cristiano convinto e condiviso rende possibile un’evangelizzazione da laici, che consiste principalmente nel parlare da cristiani della vita e nel mostrare la bellezza e il senso dell’esistenza umana quando è interpretata secondo il Vangelo.
Cultura in questo senso non riguarda solo la conoscenza della dottrina e dei documenti del Magistero, ma l’impegno di conoscere, la disciplina del documentarsi, l’interesse ad approfondire le grandi questioni del nostro tempo, la profondità nel capire le dimensioni dell’esistenza umana, il coraggio di assumersi il rischio di elaborare in proprio alcune ipotesi di comprensione e di soluzione dei problemi del nostro tempo. Questa è la normale riflessività del cristiano comune e di ogni comunità cristiana. L’esigenza è quella di una cultura che sappia unire rigore, serietà e popolarità, suscitando nelle nostre comunità ecclesiali ed anche civili forme nuove di pensosità davanti alla realtà.
Tutto questo ha bisogno di una Chiesa interessata al mondo, impegnata a riscoprire oggi lo spirito conciliare della Gaudium et Spes, capace di fidarsi dei laici e di valorizzare la loro competenza.

La via della comunione
Nella Chiesa, si aprono alcuni percorsi praticabili e non rinviabili, per costruire una comunione che possa valorizzare il laicato:
- La convergenza delle aggregazioni di laici
A livello nazionale ci sono circa 70 sigle di aggregazioni laicali. Questo dà un’idea della dispersione di esperienze, che potrebbero anche essere una forza quando sapessero stare in relazione. In effetti ognuna vive il proprio cammino, ha un carisma particolare. Se il carisma di ciascuno viene messo in relazione, ognuno arricchisce l’altro, altrimenti rimane sterile per la comunità. La convergenza vuol dire che si cerca di camminare verso l’incontro. In questa dinamica ciascuno rimane ciò che è, ma scopre anche il valore dell’essere insieme e riconosce che le esperienze, le proposte che vengono portate avanti insieme non diminuiscono il proprio progetto associativo o di movimento ma gli danno più valore: quello dell’essere insieme, dell’imparare a relativizzare la propria esperienza pur vivendo con serietà, quella di saperla ricondurre a ciò che la supera, cioè la comunità cristiana nel suo insieme, Chiesa di tutti.
- Il rapporto preti-laici
In alcuni momenti non è un rapporto facile, per ragioni di relazioni tra le persone; in altri momenti non è facile, per il modo in cui viene interpretata da ciascuno la propria vocazione e la vocazione dell’altro. In questo tempo di ritorno si forme sottili di clericalismo forse è bene riprendere tra le mani una della pagine umanissime e sapienti della LG: il n. 37, dove si parla dei rapporto tra la gerarchia e i laici. Vi si parla di “familiari rapporti tra laici e pastori”, rapporti ispirati ad ascolto, rispetto, reciproca valorizzazione. Basti rileggerne qualche passaggio: “I laici, come tutti i fedeli, hanno il diritto di ricevere abbondantemente dai sacri pastori i beni spirituali della Chiesa(…). Secondo la scienza, competenza e prestigio di cui godono, hanno la facoltà, anzi talora anche il dovere, di far conoscere il loro parere su cose concernenti il bene della Chiesa. (…). I pastori, da parte loro, riconoscano e promuovano la dignità e la responsabilità dei laici nella Chiesa; si servano volentieri del loro prudente consiglio, con fiducia affidino loro degli uffici in servizio della Chiesa e lascino loro libertà e margine di azione, anzi li incoraggino perché intraprendano delle opere anche di propria iniziativa. Considerino attentamente e con paterno affetto in Cristo le iniziative, le richieste e i desideri proposti dai laici e, infine, rispettino e riconoscano quella giusta libertà, che a tutti compete nella città terrestre. Da questi familiari rapporti tra i laici e i pastori si devono attendere molti vantaggi per la Chiesa: in questo modo infatti si afferma nei laici il senso della propria responsabilità, ne è favorito lo slancio e le loro forze più facilmente vengono associate all'opera dei pastori. E questi, aiutati dall'esperienza dei laici, possono giudicare con più chiarezza e opportunità sia in cose spirituali che temporali; e così tutta la Chiesa, forte di tutti i suoi membri, compie con maggiore efficacia la sua missione per la vita del mondo.”
Perché questo possa avvenire, occorre che la comunità cristiana conosca la pratica della corresponsabilità e sia allenata al dialogo al proprio interno.

La via del discernimento
La nostra testimonianza di laici cristiani avviene principalmente nei contesti quotidiani della vita, che sono di dispersione: famiglia, lavoro, società, politica. Come fare in modo che la “solitudine” della nostra testimonianza non sia assoluta, ma sia l’espressione di una nostra responsabilità che si alimenta nella vita della comunità? E’ un’esperienza del mondo che torna alla comunità per arricchirla. C’è bisogno di luoghi e momenti di quello che, da Palermo in poi, è stato chiamato “discernimento comunitario”. Dove manchi il discernimento, cioè la comprensione profonda e “spirituale” delle situazioni concrete, l’approfondimento delle ragioni di quello che accade, il confronto con il Vangelo, la possibilità di arrivare a delle valutazioni ispirate al Vangelo, a dei giudizi su quello che accade... dove manca questo, esiste il rischio che si deducano dal Vangelo delle scelte riguardanti gli ambiti laici dell’esistenza che sono sempre situazioni parziali in cui i valori del Vangelo non possono esaurirsi. E’ necessario che nelle nostre comunità si individuino dei luoghi concreti di discernimento, in cui parlarsi, in cui valutare insieme fatti e situazioni, in cui condividere le ragioni delle scelte che ognuno personalmente compirà con propria responsabilità. Perché questo possa avvenire, occorre una Chiesa capace di laicità, cioè di relazione positiva con il mondo; al tempo stesso capace di accettare la problematicità della vita.

La via della formazione
C’è bisogno di un modo nuovo di fare formazione, non astratto, ma capace di interpretare la vita, capace di prendersi cura del cammino delle persone e anche di prendersi in carico delle difficoltà che esse incontrano per vivere sul serio da cristiani. Una formazione che non sia finalizzata a cose da fare, ma sia utile. Per essere utile, bisogna che serva per vivere da cristiani e in questo contesto in cui la fatica di vivere mette alla prova tutti. La formazione dei laici, per riuscire a interpretare le domande e le esigenze della testimonianza nel mondo, dovrebbe avere i laici come protagonisti, come animatori di percorsi capaci di rielaborare l’esperienza di ogni giorno, ma anche di affrontare con sensibilità laicale i grandi temi della vita della Chiesa e della sua missione nel mondo di oggi. Se i laici saranno formatori di altri laici, questa azione formativa potrà avvantaggiarsi del comune esercizio della stessa vocazione. La presenza del prete, in questi momenti formativi, è molto preziosa, non per essere l’unica fonte di risposta alle domande che si pongono alla coscienza, ma per essere il segno di unità, che connette il cammino di quel gruppo di laici a quello di tutta la comunità; che connette il cammino dei laici a quello delle altre vocazioni.
Per far questo, occorre una Chiesa impegnata, più che a trasmettere, a reinterpretare il perenne messaggio del Vangelo in un contesto tipico, originale, qual è quello del XXI secolo. E che dunque sceglie, quali suoi interlocutori privilegiati, gli adulti.

Conclusione

La soggettività del laicato ha bisogno di una Chiesa umana e laica.
La valorizzazione dei laici non è una questione di categoria, è una questione di Chiesa, è interesse della comunità cristiana, avere al proprio interno delle presenze adulte e mature di laici capaci di portare il profumo del Vangelo nel loro contesto ordinario di vita.
La valorizzazione dei laici sarà anche un modo per far cogliere la bellezza di questa vocazione e per non rischiare che quella dei laici, più che una vocazione, sia nella Chiesa una condizione casuale.

(Convegno Pastorale Diocesano, 15 Marzo 2009) - Diocesi Fano Fossombrone Cagli Pergola)