Teatro-ragazzi: una proposta «oratoriana»

Inserito in NPG annata 1986.

 

A cura di Giancarlo De Nicolò

(NPG 1986-01-76)

 

Si potrebbe cominciare come un libretto di teatro. Scena: un oratorio salesiano, periferia di una grande città. Attori: cinque adulti e una trentina di ragazzi...
In fondo, l'esperienza che presentiamo lo permetterebbe, non per particolari analogie tra le scene del recitato e quelle del vissuto, ma perché essa ruota completamente attorno all'interesse teatrale e di recitazione in genere.
Fuori di immagini: il quartiere è il Testaccio, «alla periferia del centro» di Roma, come amano definirlo gli abitanti. Quartiere che nasce agli inizi del secolo, con gente di immigrazione del dopoguerra e con tutti i problemi della «periferia» di un centro metropolitano e del «centro storico»: densità di popolazione, mancanza di verde e di strutture di servizi, una piazza centrale costantemente adibita a mercato, strade e bar come luogo di incontro, di socializzazione. Problemi sociali in gran quantità, ma soprattutto disgregazione e piccola delinquenza.
In più, un oratorio-centro giovanile tenuto dai salesiani: un cortile, un teatro, alcune sale, un «don» che si arrabatta a mettere su gruppi, a cucire insieme le attività del catechismo (come vuole il parroco) e gli interessi dei ragazzi (come desidera lui). Incuriosisce quel festival del teatro dei ragazzi che lì sono riusciti a realizzare, ormai già alla terza edizione. Non, come succede di solito, teatro per ragazzi, inventato e recitato da adulti, anche professionisti, ma teatro diretto e recitato da ragazzi, dove i ragazzi sono registi, tecnici, sceneggiatori, attori, presentatori; dove recitano, cantano, danzano; dove la scelta e l'interpretazione del copione diventa l'attività princi pale attorno a cui ruotano il gruppo e gli animatori.

GLI INIZI: DAL CATECHISMO AL TEATRO

Incontro gli animatori una sera, in una sala tappezzata da manifesti delle recite e dei programmi realizzati nei loro sei anni di vita. Le prove di recitazione e danza sono appena terminate e i ragazzi se ne sono andati.
«Abbiamo incominciato sei anni fa. Il cortile, si sa, offre soprattutto lo spazio per chi si interessa di sport, o meglio per chi corre su e giù tutto il giorno dietro a un pallone. Non è certo un male, per i ragazzi, ma talvolta finisce col diventare uno spazio «selettivo» per i più dotati fisicamente, o un luogo di disimpegno che non suscita e non permette che altri interessi si possano esprimere.
Ci pareva così che i ragazzi fossero davvero senza interessi, quindi poveri. A questo si aggiungeva che la condizione sociale e la condizione di vita di coloro che frequentavano l'oratorio fosse anche di grande povertà umana, dove c'era spazio per la violenza, il far niente; dove si riversavano anche problemi familiari, di abbandono, di sfruttamento nel lavoro, di solitudine; dove la carenza di strutture sociali e scolastiche portava i giovani lontano, o ad aggregazioni tipo bande.
C'era però lo sport anche come attività organizzata, e le belle riunioni di catechesi, per le comunioni, per le cresime, per i giovani.
Una di noi, l'animatrice della catechesi dei ragazzi più grandi - giovani lavoratori che seguivano il programma della cresima - ha cominciato ad andare in crisi e a porsi dei problemi sul suo ruolo di catechista in un ambiente che poneva interrogativi e domande ben al di là della richiesta di informazioni religiose giusto per il sacramento.
Intanto veniva da una esperienza non troppo felice di proposta di vita cristiana, legata al movimento neocatecumenale: le pareva che la sua vita non venisse toccata in profondità né che venisse interpellata alla vista, in oratorio, dei ragazzi, poveri anche materialmente. E inoltre, pur cercando di fare catechismo attivo e nello «stile dell'animazione», le pareva che il suo fosse un gruppo chiuso, fuori della vita reale, della «giungla» della vita reale, poco attento agli altimi. Insomma, un gruppo che non mordeva nell'ambiente, e che probabilmente perciò non mordeva nemmeno nella vita dei giovani stessi.
Si dava il caso che Angela si interessasse di teatro, come attrice dilettante. Evidentemente non riuscì a smuovere gli altri catechisti, nonostante le lunghissime discussioni, ma pensò che sarebbe stata più utile come animatrice all'oratorio che come catechista in parrocchia.
Fu così che cominciò a diffondersi il «germe» teatrale.
Le difficoltà non sono state poche; a quelle degli inizi si aggiungevano quelle relative al tipo di interesse che si cercava di suscitare.
Sarà vero che ciascuno, soprattuto se ragazzo, ha dentro di sé la voglia di esprimersi, di imitare, di recitare; ma non è facile far emergere questo interesse, farlo durare, affinarlo con una certa disciplina. La ricerca dei ragazzi è stata la prima difficoltà. Appena si accorgevano che l'impegno voleva estendersi al di là delle scenette e degli sketch da carnevale, incominciavano le defezioni: tanto più che ci eravano rivolti ai ragazzi di quarta e quinta elementare, non certo facili a impegni continuati.
Un'altra difficoltà è stata relativa alla presenza delle bambine: non si era abituati a un discorso di «coeducazione all'oratorio, soprattutto perché l'oratorio è sempre stato considerato un ambiente per maschi, con attività e strutture «maschili», mentre le femmine si trovavano da sempre maggiormente a loro agio dalle suore. Riuscire a mettere insieme bambini e bambine, farli lavorare insieme, è stato un passo
importante.
La prima realizzazione concreta - che era anche il mezzo necessario per qualunque attività in programma - ci teniamo a dire che non è stato un teatrino o qualcosa del genere, ma la creazione di un gruppo.
L'esperienza di gruppo, per questi ragazzini e ragazzine di fine scuola elementare, è stata un'avventura entusiasmante.
Ed è stato anche lo sforzo principale dell'animatrice: far sì che sentissero che era bello stare insieme, che ci si poteva sforzare e riuscire a diventare amici; far sì che ci si affezionasse, che ciascuno si sentisse ben voluto e accettato dagli altri. E ancora, curare la stabilità, far convergere su interessi comuni, far sentire l'importanza della presenza e del contributo personale di tutti.
L'entusiamo, quasi l'eccitazione per l'esperienza di gruppo, si è anche riversata sulla preparazione del primo «lavoro teatrale»: Storia della bambola abbandonata, di Strehler.
Intanto la soddisfazione per i risultati, il successo - non solo presso i parenti dei mini-attori, ma anche presso altri ragazzi dell'oratorio - convincevano sempre di più che là dove si suscita un interesse, soprattutto se permette di esprimersi e di essere un po' protagonisti, ci si avvia verso un arricchimento della persona, culturale e sociale insieme.
Questa è stata la prima convinzione, «educativa» se si vuole: la prima educazione dei ragazzi avviene se si prende sul serio la specificità dell'animazione con loro. E l'animazione specifica dei ragazzi avviene sulla base degli interessi, manifesti o nascosti, spontanei o da suscitare. La presenza nell'oratorio di ragazzi, come abbiamo detto, poveri di interessi, ci ha per così dire convertiti a loro: dal catechismo per loro all'attività con loro.

IL GRUPPO SI CONSOLIDA

Eravamo però consci di un pericolo, di un rischio che anche noi potevamo correre: quello dell'isolamento di un gruppetto che magari fa un'attività stranissima, si diverte un sacco, sta con il suo animatore, e ogni tanto si presenta in scena a riscuotere applausi. Il motivo per cui si era formato il gruppo, quello di coinvolgere nell'attività teatrale più ragazzi possibile, spingeva a non accontentarci del successo ottenuto nella gestione di un gruppetto.
E' sorto allora un secondo gruppo, una ventina di ragazzi (solo maschi) di prima-seconda media, aggregati attorno ad un'altra rappresentazione teatrale: La pelle di Dio. Veramente il gruppo si è formato, proprio come la prima volta, come gusto di stare insieme durante e dopo le prove, le discussioni, la ripartizione dei compiti. E non c'era nessun particolare motivo di rifiuto delle femmine, erano solo esigenze di copione. Comunque, la convivenza dei due gruppi distinti, pur accomunati dall'entusiasmo per un'esperienza così strana, non era certo facile: il desiderio di competere per lo spettacolo più bello portava a facili rivalità, sostenute magari anche da intemperanze tipiche dell'età e dell'affiatamento del gruppo.
Un terzo gruppo sorse nello stesso periodo sia per esigenze di una certa drammatizzazione di alcuni testi sceneggiati, sia per la presenza di altri due animatori che vennero a dare man forte: Candido e Efisio.
Lo specifico di questo terzo gruppo è stato fin dall'inizio il «clown», il mimo. La passione degli animatori, la voglia di riuscire, la competizione tra i gruppi, hanno portato anche questo terzo gruppo ad esibirsi con un certo successo (anche per la novità del tipo di drammatizzazione, non solito nelle tecniche di animazione teatrale dei ragazzi). Il pezzo presentato, sia detto per la storia, era La ricreazione del gruppo di Arese.
Il primo tentativo di lavoro in comune tra i tre diversi gruppi è nato con l'idea di presentare una specie di festival del teatro dei ragazzi. In fondo il «cartellone» era già abbastanza nutrito. E' bastato aggiungere un quarto spettacolo ai tre già pronti, per offrire al quartiere intero quattro serate «diverse».
Il successo «educativo», più che dal numero delle repliche, l'abbiamo misurato sul fatto di aver fatto lavorare insieme, accomunati dal desiderio di far bene e dalla fatica delle prove, tre gruppi diversi, più o meno ragazzi e ragazze di 10-12 anni. I problemi di competizione e di «identità», di difesa del proprio gruppo di appartenenza, sono stati presto superati sia dall'affiatamento degli animatori, sia dal desiderio dei ragazzi di allargare le amicizie, di mettere insieme le forze.
I primi incontri, al di fuori delle prove, di questo nuovo gruppo, hanno avuto come tema di fondo l'amicizia: e il caldo del gruppo ha presto sciolto i primi attriti e paure.

ATTORNO AL COPIONE

Tra settembre e ottobre del nuovo anno scolastico e oratoriano bisognava già cominciare a preparare la rappresentazione per il Secondo Festival.
Intanto ci eravamo accorti che l'idea di un festival dei ragazzi poteva essere trainante di un collegamento più vasto nel quartiere. Le uniche «forze» organizzate erano le scuole, e a loro ci siamo rivolti. I nostri ragazzi hanno fatto il resto: hanno convinto insegnanti e compagni a preparare altre rappresentazioni. Ci sono stati, e anche le famiglie anche hanno collaborato. Tra elementari e medie sono stati allestiti quattro spettacoli.
Intanto pensavamo allo spettacolo del gruppo unificato, il «BTR» (bottega teatro ragazzi).
Si è pensato al Don Chisciotte di Fortunato Pasqualino. Questo ha portato il gruppo intero a una certa maturazione, sia tecnica che di gruppo.
Tecnicamente, perché dal punto di vista espressivo sono state inserite nuove tecniche, e soprattutto la danza. Rosy è entrata nel gruppo animatori ed è diventata «maestra» di danza moderna del gruppo intero, che intanto si era ingrossato con alcuni elementi di prima e seconda superiore. Lorella, esperta di trucco, ha fatto il resto. Veramente si pensava di utilizzare la danza solo per alcuni passi del copione; poi invece è diventata «pane quotidiano» per tutti i membri del gruppo, come ulteriore arricchimento del bagaglio espressivo e «culturale» che accompagnava ogni tipo di realizzazione recitativa.
Accanto a questa «innovazione», vi è stato un ulteriore contributo, quello di Fabrizio con la musica: musiche originali e fresche, che contribuivano a rendere un tutt'uno, in un mix caratteristico, l'azione scenica.
Questo evidentemente ha comportato notevoli difficoltà tecniche e organizzative, e di inserimento dei nuovi che via via desideravano entrare a far parte del gruppo.
Perché tutti si preparano in tutto, e non è sempre facile coordinare tempi e tecniche, e le prove cominciano anche a diventare faticose: due incontri settimanale per due ore, e il pomeriggio intero le settimane precedenti la «recita». Provare per credere.
Come vita di gruppo, tutto ciò ha segnato una tappa di maturazione per almeno due motivi. Anzitutto cominciava a prendere corpo il «gruppo animatori»: non più uno o due con l'appoggio del «don», ma cinque animatori per un gruppo di una trentina di ragazzi/ragazze.
Evidentemente l'apporto tecnico di ciascuno era rispettato e trovava ampio spazio; ma i caratteri diversi, diverse mentalità di animazione, diversi modi di vedere la conduzione del gruppo, non erano di facile composizione. Sono iniziate allora anche le riunioni degli animatori: la competenza tecnica richiedeva competenza educativa. I temi delle riunioni degli animatori toccavano argomenti quali: come andare al di là della semplice animazione teatrale; come creare un clima di comunicazione tra e con i ragazzi; come permettere il protagonismo creativo dei ragazzi e quale tipo di collaborazione con loro; come affrontare le espressioni di aggressività e timidezza all'interno del gruppo; come far emergere l'interesse religioso.
Si capiva che soltanto l'accordo degli animatori sui principi di fondo poteva permettere ai ragazzi di crescere non solo come attori ma come ragazzi.
E intanto cominciavamo a intravedere con chiarezza nuove possibilità di maturazione del gruppo stesso attorno al «copione». Fino ad ora infatti ci si era preoccupati soprattuto di due cose: la preparazione tecnica, che comprendeva i tre momenti del mimo, della danza e della recitazione (con esercizi di vocalità, respirazione, lettura, di improvvisazione) attraverso il ricupero delle tecniche; e la cura della vita di gruppo e di amicizia (prove e spettacolo risultavano un momento importante della vita del gruppo stesso).
Noi eravamo convinti che tutto questo era già molto interessante ed educativo per il ragazzo, perché «trainava» una certa formazione e socializzazione, e in ogni caso permetteva di prendere sul serio i suoi interessi, le sue domande.
Però sentivamo che mancava qualcosa: l'allargamento degli interessi, il confronto coi valori, una specie di «annuncio catechistico».
Abbiamo trovato che molto di questo si poteva realizzare attorno al «copione». Intanto la scelta veniva fatta su rappresentazioni che dicevano qualcosa di serio o perlomeno di nuovo per il ragazzo. Il momento poi dell'analisi permetteva tutti quei confronti ed interrogazioni che richiamavano dentro dalla finestra ciò che sembrava fosse escluso.
Per esempio, il tema del «Don Chisciotte» ha permesso di riflettere e interrogarsi sulla vita e sui valori, sulle scelte di fronte all'esistenza, su Gesù Cristo come l'autentico «Don Chisciotte» della storia e dell'umanità.
E la stessa riflessione sulla fatica delle prove e sullo spettacolo permetteva di comprendere il fatto del servizio, del sacrificio personale per far stare bene la gente, per permetterle un momento di sorriso, di distensione, e forse anche per comunicare un messaggio.
Su questi temi si è poi fatto il primo «ritiro» della nostra storia: due giorni fuori sede, sulle colline romane.
Non sarà stato un classico «ritiro spirituale», perché dentro ci sono stati anche momenti di esercitazioni tecniche. Tuttavia la serietà e l'allegria vissuta, le discussioni sui progetti di vita a confronto, e sui personali progetti di vita, le tematiche dell'amicizia, lo stare insieme in modo diverso rispetto al solito, hanno fatto comprendere che i momenti espliciti di riflessione, di pausa sono importanti per la vita del gruppo, e per gli stessi animatori.
Per tornare al festival, possiamo dire che è risultato interessante il coinvolgimento delle famiglie e degli insegnanti, ma soprattutto il fatto che si è deciso di invitare una intera classe a presenziare come giuria a tutti gli spettacoli. E hanno mostrato molta serietà e poca parzialità.
L'esperienza di coinvolgimento dei ragazzi nel «fare teatro» ci ha permesso di vedere come anche i più poveri di interesse, se sollecitati e seguiti, possono dare molto, in termini di espressione di sé e di protagonismo, e in termini di crescita personale nella vita di gruppo. Non è che sia escluso il momento catechistico vero e proprio, ma questo è ricuperato all'interno dell'esperienza di gruppo dei ragazzi e attorno agli interessi che hanno, l'esperienza teatrale in questo caso. A questo ci teniamo molto. Abbiamo anche tentato di far accettare l'attività di gruppo come specifica preparazione alla cresima... ma non abbiamo ricevuto molto credito. Può darsi anche che sbagliamo noi, ma intanto ci sembra che il cammino intrapreso in certo senso funzioni.
E ci siamo ancora guardati attorno, e abbiamo chiesto ad altri amici di mettersi ad animare altri gruppi, sempre partendo da qualcosa che potesse interessare i ragazzi: sono sorti così gruppi di teatro per i più piccoli, gruppi musicali, di attività attorno al computer, e un gruppo «chiodi e martello» per i più disperati, che prepara le scene, i carri di carnevale, ecc.

E LA PROPOSTA CRISTIANA?

Abbiamo iniziato ultimamente un processo di verifica sul lavoro svolto finora, soprattutto dal punto di vista educativo, come animatori.
Ci hanno spinto a ciò sia le prime «defezioni» di ragazzi dal gruppo, sia alcune contestazioni interne sul criterio da seguire per la scelta del testo, sia infine l'atteggiamento critico di altri animatori-catechisti su una presunta mancanza di itinerario formativo e di annuncio cristiano nel nostro gruppo.
Forse è proprio questo il punto di maggior attrito, e anche quello su cui ci sentiamo maggiormente sollecitati: in fondo noi non crediamo affatto di essere solamente tecnici o animatori teatrali.
Non abbiamo approfondito molto, a livello teorico e riflesso, questo argomento, ma ci sentiamo mossi da alcune convinzioni. Ci rendiamo conto che l'annuncio esplicito di Cristo è importante, come sono decisivi per la vita del cristiano la parola e i sacra-
menti, che hanno anche efficacia formativa ed educatrice.
Tuttavia non crediamo che questo possa essere, almeno nel nostro ambiente e con i nostri ragazzi, l'ideale punto di partenza. Pensiamo che il punto di partenza per qualunque cammino di formazione sia il prendere sul serio il ragazzo, anche nella sua povertà, col suo bagaglio di interessi e bisogni, con il suo desiderio di riconoscimento e forse di protagonismo, col suo bisogno di aggregazione. E' all'interno di questa esperienza umana che Cristo può essere detto e accolto come amico, come «provocante».
Non solo: l'esperienza teatrale o espressiva possiede nella sua «anima» alcune caratterizzazioni che la fanno comprendere come attività «vicina» all'esperienza di fede. Non solo per il fatto che il teatro, da sempre, nasce come esigenza religiosa e per esprimere qualcosa di religioso, ma soprattutto perché esso diventa mezzo per comunicare messaggi e valori, per fare festa, per sentirsi tutti in comunione, per vivere una catarsi. Sembrano discorsi teorici, strani. Ma nell'esperienza dei nostri ragazzi ci siamo accorti che succede anche questo.
E l'esperienza del teatro è anche arricchente e maturante, si inserisce dunque nel processo di formazione e di coscientizzazione del ragazzo. Non solo perché permette creatività e spontaneità; ma soprattutto perché lascia spazio alle potenzialità espressive di sé, all'apprezzamento e all'accettazione del proprio corpo, nonostante la timidezza e talvolta la goffaggine, all'entrare in pace e ordine con se stessi. E anche alla sincerità dell'espressione dei propri sentimenti e stati d'animo.
Ed è dentro l'accettazione e la presa di coscienza di sé, non al di fuori, che il messaggio catechistico può essere accolto come parola-più.
Ci rendiamo conto che a volte si scontrano la proposta oratoriana e quella parrocchiale (catechistica, sacramentale).
Non potrebbe essere ricuperata la dignità della seconda dentro la serietà della prima?

B.T.R. - Gatto - Miniclowns
del CSG La Piramide Oratorio Salesiano Testaccio
Via Zabaglia 2 - Roma.