Credere nell'educazione alla pace?

Inserito in NPG annata 1986.

 

A cura di Manuela Terribile

(NPG 1986-08-15)


Il tema della pace è per natura sua ricco e complesso. Negli ultimi tempi esso si è ulteriormente articolato e arricchito, nella particolare convergenza di movimenti sociali, posizioni ideali di diversa estrazione, eventi storici. Esso è stato in grado di mobilitare persone, opinione pubblica, studi. Parliamo ormai di «cultura della pace». «Basta guardarsi intorno, per notare il moltiplicarsi delle voci e dei gesti di pace» (Sartori). La pace è al centro della politica internazionale, della riflessione civile ed etica, della coscienza giovanile più sensibile e motivata, delle ricerche antropologiche, della attenzione delle chiese.
Tutte queste voci e tutti questi contesti costituiscono un panorama di riflessione molto diversificato sia come tipi di analisi, sia come toni del discorso: sensibilità, attenzione culturale e sociale e politica, lucidità etica, ma anche confusione, allarmismo, catastrofismo, e forse anche qualche utopismo. Qualche discorso sulla pace appare più emotivo, più esclusivamente carico d'angoscia che ragionevolmente documentato e realista. Alle volte, ancora, sembra di risentire quei toni ideologici che, negli ultimi venti anni, si sono dimostrati fallimentari sia sul piano dell'analisi che su quello della prassi.
Come spesso accade quando alcune parole cariche di grandi valori simbolici diventano parole-chiave in contesti storici precisi, esse rischiano di diventare soltanto dei «neologismi» di facile commercio e consumo, senza che si sia provato a comprenderne i contenuti reali o possibili. Dove le parole vengono costrette a dire tutto, nasce il pericolo che non dicano assolutamente nulla. Pericolo che si rivela concretamente vicino nel caso del tema della pace per più di un motivo: è un tema che risuona nel cuore dell'uomo da sempre, ed esprime quindi un'aspirazione, un'attesa profondamente «umane»; la pace e la guerra sono particolarmente intrecciate con la prassi umana; è un tema capace di aggregare forze e interessi diversi; per la sua natura e la sua tradizione è un tema suscettibile di applicazioni e operatività in campi diversi, dalla politica, all'economia, all'educazione, alla religione.
Il rischio, quindi, di perdere la rilevanza del tema e anche reali occasioni per una prassi è molto forte, e le conseguenze sarebbero gravi in tutti i campi. È necessario quindi uscire dai discorsi generali e generici, pena lo spegnersi e il vanificarsi della questione stessa, la cui attualità e rilevanza sono chiare a tutti.
Il seminario su «Educazione alla pace» promosso dalla rivista «Orientamenti Pedagogici» (Roma, Università Salesiana, 21-23 settembre 1984) ha raccolto attorno al tema studiosi delle più diverse discipline e operatori di diversi livelli del sociale. I risultati, raccolti nel volume AA.VV., Educazione alla pace, SEI, Torino 1985, offrono prima di tutto un materiale vastissimo e molto eterogeneo di informazione, analisi, riflessione. Il volume, ottimo esempio di approccio multidisciplinare ad un tema complesso, testimonia l'importanza di contributi di scienze ed esperienze diverse per la fondazione di un progetto di educazione alla pace. Il vastissimo panorama di riflessioni sulla educazione alla pace documenta l'urgenza della questione, ma anche la sua inevitabile complessità. Un dato sembra percorrere tutto il lavoro ed è rilevato da G.C. Milanesi nella presentazione: «Si è dovuto constatare la persistente confusione semantica che investe i termini essenziali del problema e che costituisce l'ostacolo essenziale alla loro traduzione i proposte educative». Una testimonianza ricca e incoraggiante, dunque; ma anche un invito a farsi carico della complessità del problema.
In queste pagine tenteremo di riflettere soltanto su alcune delle questioni sollevate nel seminario; quelle che ci sembrano più urgenti per la riflessione degli operatori di pastorale giovanile; soprattutto tenteremo di sottolineare quei nodi tematici in cui è più facile cadere nelle semplificazioni o nelle radicalizzazioni.

PER UNA COLLOCAZIONE NON RIDUTTIVA DEL CONCETTO DI PACE

Nell'attuale dibattito culturale il tema della pace sembra essere uscito da una collocazione settoriale e riduttiva (pace come assenza di guerra). «Esso ha assunto una caratterizzazione radicale e trascendentale nel senso che costituisce il presupposto formale di ogni possibile valore e obiettivo, relativi al valore storico dell'uomo» (G. Bucciarelli, L'educazione liberatrice e il significato della pace, p. 86). «La pace non riguarda un settore della vita, ma riguarda la vita come tale» (C. Bissoli, Bibbia e pace, p. 81). Il tema della pace è uscito dai legami precisi con le questioni delle armi atomiche, degli euromissili, delle vicende internazionali. Si è andato emancipando da questi collegamenti per diventare un tema a sé, che si va problematizzando ben al di là della questione delle armi nucleari.
Se, infatti, si individua la pace come valore in sé, come felicità, pienezza di vita, essa indica molto più che non la sola assenza della guerra, e non è minacciata solo dalla guerra, ma da una lunga serie di fattori violenti. Pace dice allora dignità dell'uomo, giustizia nei sistemi sociali ed economici, qualità della vita; e allora alienazione, povertà vecchie e nuove, ingiustizie sociali, sistemi economici che si risolvono in attentati alla dignità umana di molti, diventano tutti fattori contro la pace, diventano violenza. Dall'esistenza personale e interiore al territorio, alla cultura, alla politica nazionale e internazionale, tutto può essere rivisitato in questa ottica. Si va pertanto a rileggere la «storia della pace» e la «storia della guerra» a tutti questi livelli e si individuano moltissimi nodi, moltissimi luoghi in cui predominano assenza di pace e logiche di violenza. Le sfide si moltiplicano e vanno raccolte.
La pace come valore obbliga a ripercorrere l'intero tessuto del nostro pensiero e della nostra prassi.
Questa dilatazione del tema richiede un certo rigore cognitivo e richiama ad una rilettura critica non solo del pacifismo in genere, ma della cultura intera; essa infatti spesso, magari inconsapevolmente, e con le migliori intenzioni, è stata legata a quelle ideologie, a quei principi che, anche con diversi giudizi di valore, ritenevano la guerra un fatto inevitabile, quasi una catastrofe naturale.
Lungo i secoli e anche in un passato recente, tuttavia, non sono mai mancate le voci discordi, critiche della cultura della guerra e aperte alle vie della pace. Solo recentemente, però, il fronte critico si è rafforzato, ampliando la base delle opinioni e ricercando teorie rigorose nella informazione e nella elaborazione.
Anche nell'opinione comune, nella riflessione quotidiana, si è andata generalizzando l'incrinatura delle certezze, magari ataviche, favorevoli (o soltanto non sfavorevoli) alla violenza e alla guerra. Magari sotto la questione del nucleare, variamente presentata e capita; magari per la paura di una guerra che, considerata fantascienza per molto tempo, sembra sempre di più una possibilità reale, la gente comune ha cominciato a pensare la pace come una necessità. Molti ormai avvertono che il potenziale di violenza e di distruttività delle nostre civiltà occidentali sta superando il limite di guardia; non si è più tanto convinti che «le cose sono sempre andate così e le guerre ci saranno sempre». Questa convinzione che, a torto o a ragione, faceva parte del buon senso comune, si è andata incrinando. Tutti sanno che la guerra atomica sarebbe l'ultima.
Tra studiosi di diverse discipline si vanno affermando analisi e conclusioni che ritengono la via della pace come fondamentalmente umana, e oggi necessaria e possibile.
Tra questi non va sottovalutato il fronte teologico, oggi in via di crescita, che cerca nuove vie, con serena e autentica autocritica verso un passato dottrinale e anche storico non sempre ineccepibile.
Va inoltre sottolineato che il movimento per la pace raccoglie persone o gruppi che, oltre appartenenze apparentemente lontane, trovano radici e strade comuni attorno al tema della pace.
Questa larga convergenza attorno al tema da una parte sembra affermare il valore assoluto della pace, il suo valore pratico operativo, ma dall'altra parte insospettisce. Tanto e tanto allargato accordo su un tema così generale e poliledrico non rischierà di crollare e di frammentarsi quando si arrivasse a strategie, pensieri più precisi, in una parola, quando si smettesse di «parlare»? Non nasconderà forse aspettative ed esigenze che hanno trovato nel tema della pace soltanto una «rappresentanza» altrimenti introvabile?

EDUCAZIONE ALLA PACE: UN PROGETTO DA MATURARE

A verificare la dilatazione del tema della pace Pietro Gianola, nella prima relazione-cardine al seminario, conduce una accurata analisi degli ambiti in cui si gioca la pace e delle vie conseguenti. La pace (e le vie della sua costruzione) è un fatto individuale, morale, culturale, sociale, politico, religioso. Questa «scaletta» dice, in sintesi, che la pace come valore viene ad attraversare - o almeno dovrebbe, se vuole essere reale - tutte le dimensioni dell'umana esistenza, personale ed associata. Questo indica che il tema della pace possiede molte sfaccettature e che pertanto non sono accettabili quei modi di parlare sulla pace che, magari in modo suggestivo, saltano molti gradini, semplificando tutto a colpi d'accetta.
La tematica della pace dunque o accetta di passare al vaglio di tutte queste dimensioni, secondo il loro specifico e secondo le loro progettualità, oppure non è altro che un nuovo (magari più «laico» e per questo più commerciabile) discorso edificante. O forse, più banalmente, una moda.

Le condizioni di una corretta educazione

In questo vasto e complesso laboratorio per la pace trova il suo posto l'educazione. C'è uno specifico educativo. Ma qual è rispetto alla pace?
Tenendo fermo il concetto di pace come valore assoluto e comprensivo di altri valori, ci si pone dunque su un piano di formazione umana, etica, globale. Non si può delegare alla politica, alla sociologia, alla psicologia, quanto è compito della educazione e, beninteso, non si può fare la manovra opposta. Se la costruzone della pace parte da un cambiamento radicale della «logica del mondo», allora educare alla pace significa «liberare la coscienza da certi presupposti ideologici e comportamentali che hanno caratterizzato in temini magici, mitici, fatalistici, ingenui la cultura della guerra ed una vecchia concezione della cultura della pace, affinché tale coscienza sia in grado di cambiare il mondo e di rifondare creativamente in ogni cultura dell'universo le modalità e gli strumenti per cambiarlo» (C. Bucciarelli, p. 87). Significa coscientizzare. Sembra, in sintesi, che una vera educazione alla pace sia niente altro che un «caso» di una valida educazione complessiva; un progetto educativo che parta da una chiara e ampia ispirazione democratica, attento a tutti quei valori etici che sono anche religiosi proprio per la loro origine radicalmente «umana». Essi sono, in sostanza, l'apertura, la compassione e la simpatia verso ogni uomo; la percezione della storia come compito di costruzione umana; la lotta a tutte quelle forze - anche interiori - che tendono a degradare l'uomo e il suo mondo; l'accettazione di un modo non violento o tollerante di pensare e agire...
Educare ai valori è dunque anche educare alla pace? Probabilmente sì; ma fino a quando non si sarà fatta chiarezza sui metodi e sugli obiettivi specifici perché i giovani possano crescere «giudicando, amando, volendo e facendo in direzione della pace», siamo ancora lontani da un progetto educativo.
Ed è necessario essere attenti nei confronti di tanti piccoli tentativi - magari sezioni di antologia per la scuola media dedicate all'educazione alla pace.
P. Gianola stesso, nella sua relazione insieme lucida e mai priva di una dimensione di utopia, indica la situazione oggettiva entro cui collocare una realistica educazione alla pace.
Il futuro della pace è incerto. Dalle esperienze locali a quelle internazionali, dal privato al politico, l'esperienza che incombe sull'uomo d'oggi non è di pace: viviamo nelle divisioni, nelle competizioni, nelle minacce, nel conflitto quotidiano. È necessario sapere che una educazione realistica dell'uomo alla pace avviene dentro questo quadro «dinamico e condizionatore». Non prendere sul serio tutto questo significherebbe, ancora una volta, ritagliare uno spazio astorico per l'educazione. L'esperienza ci suggerisce un esito certamente fallimentare.
Incombe la coscienza di una pace difficile. In qualunque luogo si tenti l'educazione alla pace, si può arrivare a sentire il compito come impari. Ci si scontra non solo con la realtà, che certo pacifica non è, ma ci si trova ad affrontare tutta la «differenza
che la pace come valore individua e scatena. In tutta questa cornice di complessità bisogna essere tuttavia attenti a non ridurre gli spazi della educazione alla pace.
O l'educazione alla pace è un fatto totale o non è educazione.
Educare alla pace in condizioni di sfida. «L'assenza di pace è intrinseca ad un mondo che si riconosce in crisi» (G. Bianchi). Tante crisi accumulate nei secoli, aggravate ed esplose oggi, fanno della pace un oggetto di sfida, difficile, rischioso, spesso perdente. Anche qui, se non si vuole essere vani, soprattutto su di un piano educativo, è necessario raccogliere le sfide e provare a trovare risposte: mai come in questo caso l'educazione è una scommessa.

EDUCARE ALLA PACE NELLA SCUOLA

«Possiamo affermare che il cuore del problema sembra collocarsi nella possibilità di uscire da una certa ideologia che ha interiorizzato, in modo conscio o inconscio, la cultura della guerra. Ora, se da una parte non si può uscire dalla ideologia in quanto "visione del mondo" se non in nome di un'altra ideologia, non è detto, però, che non ci si possa liberare dall'ideologia produttrice di "cultura che crea dipendenza"» (Bucciarelli, p. 84). Se questo è grosso modo il problema, l'educazione ha il suo spazio, e quella scolastica in particolare.
Nell'attuale dibattito si tende a privilegiare gli spazi «informali» dell'educazione per una formazione alla pace, come per esempio il volontariato. E questo, probabilmente, proprio perché l'educazione alla pace avverte di dover essere inserita in un progetto più vasto di educazione mentre la scuola ha le sue «strettoie», non solo per il suo attuale stato di degradazione, ma anche per il suo carattere istituzionale e «pubblico». Tuttavia l'educazione alla pace sembra possedere almeno alcune caratteristiche dichiaratamente culturali: e in questa direzione la scuola potrebbe assolvere almeno una parte del compito.
La scuola infatti sembra in grado di produrre e far circolare una «cultura di pace», almeno in quello sforzo iniziale e necessario che è rappresentato dallo «smontaggio ideologico della astorica cultura della guerra» e nel recupero di tutto il patrimonio di pace che, con letture attente e critiche, è rintracciabile nel deposito secolare della coscienza filosofica e scientifica, religiosa, etico-politica, artistico-letteraria. La scuola, inoltre, per la sua collocazione sociale, potrebbe avere una sua particolare capacità di progettazione: se da una parte essa è del tutto inserita nel tessuto sociale, economico, politico (e questo la radica inesorabilmente nella realtà), dall'altra i suoi compiti specifici (la trasmissione del sapere e una certa progettualità civile) le consentono di andare oltre, di superare il presente e le sue pastoie.
La scuola si può configurare dunque come spazio storico reale per una educazione alla pace e come spazio aperto ad una altrettanto reale progettualità. Queste indicazioni tendono, seppure con diversi accenti, a privilegiare il ruolo della educazione storica, filosofica, civile. Viene spontaneo chiedersi se gli attuali programmi, le attuali strutture, gli attuali insegnanti siano in grado di affrontare questo compito. La stessa domanda si pone rispetto alla educazione alla libertà, alla tolleranza, alla democrazia. Tutto ciò chiama in causa la scuola in quanto tale: essa infatti non è estranea alla «cultura della guerra», proprio perché è frutto di quella società che, dopo essere arrivata al limite della sua autodistruzione, si interroga oggi sulle sue radici e ha paura. Si pone comunque il problema se la scuola così come è oggi possa accogliere e in che modo il tema della pace. Cosa è previdibile pensare della introduzione della educazione alla pace nella scuola? Come potrebbe realisticamente accadere?
Le obiezioni ad una scolarizzazione del tema della pace sono molte (cf. E. Damiano, L'educazione alla pace nella scuola, pp. 289-300), e rappresentano la puntuale traduzione delle difficoltà indicate nell'ambito scolastico.
Prima di tutto, la scuola non può oggi considerarsi come luogo privilegiato dell'educazione. Non lo è di fatto, non solo per una sua incapacità ad «educare», ma proprio per la complessità e per le diversificazioni della vita nelle nostre società. La scuola, come la famiglia, sono oggi solo alcune delle situazioni educative che un giovane incontra. È possibile dunque scolarizzare l'educazione alla pace e in che modo?
Oltre le considerazioni di ordine generale, lo scoglio più grande sembra essere quello dell'introduzione del tema della pace in un curricolo scolastico. È evidente, infatti, che fino a quando un tema non abbia raggiunto una solida e rigorosa elaborazione concettuale e teorica, non può essere integrato in un curricolo scolastico. Esempio tipico, e per certi versi doloroso, di questo è l'attuale dibattito sull'insegnamento della religione; molte, infatti, delle ambiguità e delle demagogie legate a questo insegnamento vengono dall'aver trascurato, o comunque sottovalutato, l'identità scolastica, culturale, epistemologica, di questo insegnamento. Sembra che il tema della pace sia, nonostante l'enorme ricchezza della riflessione e dell'esperienza, ben lontano da questo traguardo. Voler introdurre questo tema a tutti i costi nella scuola, senza rigore e senza maturazione concettuale, sull'urgenza di fatti storici e sulla pressione della attualità, è rischioso. Pensando poi alla scuola italiana, il pessimismo diventa una forte tentazione. Che la scuola italiana sia in crisi è ormai chiaro a tutti: è quasi una malattia cronica. Tra i mille motivi strutturali, istituzionali, politici, non bisogna però sottovaluta-
re quella che è una crisi specificamente culturale, che coinvolge l'identità del docente, del discente, la fiducia nel sapere da trasmettere, nella praticabilità stessa di questa operazione, lo statuto epistemologico delle diverse scienze. Nelle attuali condizioni, scolarizzare l'educazione alla pace potrebbe significare nutrire proprio questa crisi di identità della scuola: nella confusione generale, una educazione alla pace fuori da un curricolo potrebbe promuovere quel modello di alunno un pò ignorante, ma con una coscienza etica piena di buoni contenuti, che sa di tutto e nulla sa usare, che -con tutto il suo spirito critico - è di fatto facilmente catturabile da ideologie suggestive.
Tuttavia il problema della educazione alla pace nella scuola, al di là della sua improbabile scolarizzazione, richiama ad altre necessarie considerazioni sulla scuola stessa, che qui ovviamente non possiamo toccare.

QUANDO LA PACE DIVENTA OSSESSIVA

Il discorso sulla pace risulta dunque complesso; da qualunque punto si parta, ci si ritrova a districare una matassa di significati, di simboli, di connessioni con l'umana esperienza, con aspetti ambivalenti o addirittura ambigui, di cui è necessario prendere coscienza per evitare un'operazione educativa poco attenta e poco matura.
La dialettica pace-conflitto non va confusa con la dialettica pace-violenza. Una comprensione della pace con assenza di ogni conflitto potrebbe rallentare la vita psichica, andando a nutrire tutte quelle aspirazioni ad una vita quieta oggi tanto diffuse, specialmente nella condizione giovanile, spesso incapace di vivere e gestire i conflitti che il vivere comporta. Un invito alla pace come stigmatizzazione del conflitto risulterebbe allora tutt'altro che promozionale.
In senso positivo la pace è invece «sicurezza delle proprie scelte, coerenza di atteggiamenti, serenità interiore; e cioè volontà di orientare la vita in una prospettiva la quale incorpora sì l'ambito della sicurezza (familiare, professionale, ecc.), ma in una sfera la quale fa i conti (e questi possono essere tutt'altro che pacifici, ma anzi altamente drammatici nei riguardi delle propensioni particolari e dei rapporti con gli altri) con l'ambito più vasto rappresentato dai gruppi e dalle comunità di cui il singolo fa parte nella vita quotidiana e nell'esercizio della sua attività civile e politica» (Bertin). Tutti sappiamo quanto oggi l'umanità sia carica di conflittualità e anche di disordine; ci interroghiamo, a diversi livelli, sulla validità delle istituzioni nelle quali viviamo, ci interroghiamo sulla adeguatezza delle nostre società rispetto alla vita e al suo progresso, ci interroghiamo, in fondo, sul senso della nostra esistenza in una condizione umana in cui le forze negative sembrano decisamente vincenti. E questi interrogativi non appartengono a élites di intellettuali; forse questi le esprimono, le elaborano, le teorizzano, ma il vissuto è comune a tutti. Di fatto, si dubita dell'uomo e del suo destino.
Se dunque l'educazione alla pace si pone in un generale discorso etico, essa si individua specificamente come lotta contro la violenza intesa come strumento per risolvere i conflitti e le ansietà personali e collettive. Questo significa creare, costruire forze capaci di progettualità personale e collettiva differente, elastica, capace di sopportare i conflitti, capace di trovare di volta in volta strade differenti per uscire dalla tentazione della violenza e dagli schemi secolarmente usati. Questo progetto di tutto ha bisogno tranne che di pacificazione interiore; anzi richiede la capacità di accettare e di vivere quella interiore conflittualità che sola permette di inventare progetti di vita differenti, lavorare per costruirli e non coincide affatto con la insicurezza interiore, con la labilità o, peggio, con la violenza. Senza questo tipo di educazione, la pace rischia di prescindere da un altro valore imprescindibile: la giustizia. Senza questa attitudine alla complessità, senza una educazione alla complessità, la pace sarà sempre la pace di alcuni, in genere dei più forti contro i deboli. In questa direzione sembra particolarmente interessante il contributo di V.L. Castellazzi, Educazione alla pace come pulsione di vita o di morte, p. 90 ss., che rappresenta una voce particolarmente dissonante. Alla ricerca delle ambiguità sottese al discorso sulla educazione alla pace, egli si dichiara non entusiasta dell'attuale dilagare della «cultura della pace». Analizza il tempo in cui è comparso questo tipo di cultura, cioè gli inizi degli anni '80, e il modo in cui esso si è imposto, e cioè in termini piuttosto emotivi, acritici, per certi versi ossessivi, che sembrano rivelare - più che una sana ricerca di vita - una fuga dall'angoscia di morte. Perché proprio agli inizi degli anni '80? Tra il '68 e la fine degli anni '70 il conflitto tra le generazioni, tra le classi, la svalutazione delle istituzioni, l'ideologia della lotta armata e i conseguenti anni di piombo, avrebbero fatto emergere, soprattutto in Italia, un gran desiderio di pace e di pacificazione. L'attuale dilagare della cultura della pace, nel nostro paese in special modo, significherebbe un desiderio di «pace nazionale, pace generazionale, pace sociale, pace religiosa». Dopo la cultura della conflittualità permanente, della lotta continua e poi del crisismo, oggi rischieremmo il consenso permanente, la pace eterna. Ciò che, al di là delle intenzioni, viene trasmesso in tutto questo è la necessità di andare d'accordo sempre e comunque, per cui, automaticamente, anche se in modo indiretto e non dichiarato, i conflitti e il disaccordo sono presentati come mali da evitare. Ma il conflitto è vitale per i singoli e per le collettività; e colpevolizzare il conflitto, anche se per motivazioni etiche, porta all'appiattimento, alla perdita della libertà, dell'individualità, della progettualità della vita. Non si dubita, evidentemente, della pace come valore in sé; ma si reagisce, soprattutto in campo pedagogico, alla assolutizzazione di un valore, anche a quello della pace. Dove un valore venga perseguito come assoluto e in modo «terroristico», dove non si parla d'altro, si possono nascondere insicurezze personali e collettive che ricercano una difesa dall'angoscia. Come non sospettare che attualmente il tema della pace sia diventato «di moda», conformistico?
Quando si finisce per parlare troppo di un valore «è lecito chiedersi se esso è cercato e vissuto autenticamente, o se, invece, non è altro che una realtà inflazionata e quindi con scarse potenzialità»: più una grande angoscia di morte che una autentica volontà di pace.
«Va inoltre detto che una caratteristica dell'ossessività è di vivere determinati comportamenti senza profondi coinvolgimenti emotivi. È l'impressione che talvolta si prova di fronte a certi discorsi e a certe iniziative sulla pace. Si ha, cioè, la sensazione di un pacifismo in pantofole, garrulo, non problematico, non sofferto, fondamentalmente qualunquista, che lascia il tempo che trova, perché tutto rimane immutato sia a livello di struttura civile che religiosa».
Nel generale consenso e nel generale coinvolgimento sulla pace, è forse doveroso porsi anche tali domande scomode.

I MOVIMENTI PER LA PACE

I movimenti per la pace rappresentano attualmente un esempio importante di forma di partecipazione politica, di un modo diverso in cui la società è riuscita ad esprimere i suoi bisogni, a rappresentarli.
Nel contesto di una riflessione sull'educazione alla pace interessa capire la composizione sociale di questi movimenti e che cosa essi esprimano. I movimenti sociali degli anni '80 si differenziano radicalmente da quelli degli anni '60 e '70. Questi ultimi si collocavano ad un livello di azione preciso, generalmente quello dello scontro di classe e dei rapporti di produzione; la conflittualità di cui erano portatori era decisamente politica, economica. I nuovi movimenti sociali, invece, sono di tipo socioculturale, esprimono istanze che non sono immediatamente politiche e, anzi, tendono a distaccarsene caratterizzandosi di fronte al sistema politico e sociale più ampio. Frutto di una società frammentaria e ad alto tasso di soggettività, sono movimenti multidimensionali; i loro membri, infatti, non esauriscono la loro identità nell'appartenenza al movimento, e le motivazioni stesse dell'appartenenza non sono le più diverse: si parla addirittura di pendolarismo. Nello stesso tempo, però, questi movimenti spingono la loro azione verso i fondamenti stessi della struttura socio-economica: essi riescono a «rappresentare» quei bisogni radicalmente soggettivi e culturali che nell'attuale schema istituzionale non riescono ad essere rappresentati né tanto-meno soddisfatti. Le conseguenze di questo scollamento si possono individuare nella caduta verticale della partecipazione politica: mancando coscienza e progettualità collettive, mancano anche i motivi della partecipazione. Inoltre, tutto ciò che attiene al «pubblico» viene più o meno consapevolmente avvertito come una ingerenza indebita nel privato, come un attentato al soggettivo. Così assistiamo ad una specie di confusione tra pubblico e privato: se da una parte diventano oggetto di conflitto sociale problemi di ordine personale, dall'altro lato si tende a ridurre diversi temi politici a fatti esistenziali, da affrontare nel presente, subito, senza soluzioni a lungo termine. Allora essere giovani, donne, anziani, malati, minoranza etnica (motivi dunque di identità personale e culturale) diventano bisogni, e bisogni che chiedono di essere rappresentati anche politicamente. Per cui diventa possibile l'aggregazione e la partecipazione a partire da tali identità, che in queste forme di mobilitazione vengono riconosciute e rispettate.
Questo fenomeno sembra riguardare anche i movimenti per la pace. «La presenza di gruppi portatori di domande di tipo culturale, ad alto contenuto simbolico, e quindi intraducibili dai tradizionali canali di rappresentanza politica; una struttura sociale che facilita la mobilitazione; la tradizionale autonomia della sfera della politica estera dall'area dello scambio politico sono alcuni fattori (...) per spiegare le attuali forme di mobilitazione per la pace» (P. Isernia, Movimenti per la pace, identità collettive e scambio politico, p. 196).

Una composizione eterogenea

Ma nella mobilitazione per la pace non troviamo coinvolti soltanto questi «soggetti marginali», con tutta la loro cultura e carica alternativa. Troviamo diverse altre componenti che possiamo così raggruppare (Isernia, p. 201): la componente politica, che comprende militanti e simpatizzanti di partiti politici, generalmente di sinistra; la componente alternativa, che raccoglie gruppi eterogenei per esperienza e provenienza, ma legati ad un comune vissuto di lotte e prospettive controculturali (giovani, donne, «verdi», ecc.); la componente religiosa, che raccoglie le forze cattoliche e protestanti le quali, pur con diversità di accenti, invitano ad un ripensamento della dottrina della dissuasione; la componente ideologica, che raccoglie gruppi o individui impegnati nella diffusione di informazione sui temi della pace e certe categorie professionali (fisici, medici, insegnanti...) per i quali questi temi sono professionalmente oggetto di studio.
Perché si abbia un movimento sociale, però, le diverse componenti debbono trovare punti di incontro in cui poter «giocare insieme» le reciproche aspettative e modalità di intervento, per creare una vasta area simbolica comune e per «gettare ponti» sulla realtà: solo così la mobilitazione collettiva risulta incisiva.
«È indubbio che in questi ultimi tre anni il concetto di pace è stato in grado di far trascendere ad un gran numero di persone i propri interessi personali, sino ad elevarli ad interessi generalizzati, se non addirittura al bene comune (...). La pace così è assunta a valore di mobilitazione per affermare principi e identità non solo individuali, ma collettivi, che erano stati sacrificati nei tradizionali tipi di scambio. In questo senso l'appello alla pace ha costituito una risorsa enorme, in grado di offrire significato alla partecipazione» (Isernia, p. 205).
I movimenti per la pace, dunque, pur avendo tutte le caratteristiche dei movimenti degli anni '80 (soggettività, diffidenza per il politico, frammentarietà) sembrerebbero il segnale di una rinata coscienza collettiva.
A partire proprio da un bisogno di tipo culturale essi sono riusciti a mobilitare, a collegare forze diverse in una coscienza collettiva; sono riusciti, in qualche modo, a «stanare» dal soggettivo e dal privato. Inoltre, le radici dichiaratamente sociali, politiche ed economiche della questione della pace, hanno consentito ai movimenti di porsi nel politico, di allacciare rapporti, di sollevare conflitti con le agenzie del potere. In questo senso, per la loro forza di aggregazione e di mobilitazione attorno ad un tema che, carico di valori simbolici, potrebbe essere carico anche di progettualità storica, i Movimenti per la pace sarebbero una «novità» che farebbe pensare a nuove forme di partecipazione politica, a nuove forme di rapporto tra la base e il «palazzo».
Tuttavia il concetto di pace nella sua ambivalenza e poliedricità di significati può pro-dune anche effetti imprevisti e controproducenti. La nozione di pace su cui si è avuta mobilitazione collettiva, non è sostanzialmente un progetto, ma una nozione negativa (contro la guerra, ecc.); inoltre molta parte hanno avuto la paura della guerra atomica e allarmismi di diverso tipo. In tal senso le azioni e le mobilitazioni sono state spesso separate da progettualità realistica, nella semplificazione e restrizione delle questioni in gioco.
In conclusione, se da una parte qualcosa si è mosso nella palude politica degli anni '80, la reale incisività dei movimenti per la pace è ancora tutta da giocare. E uno dei nodi da sciogliere, anche su questo piano, sembra essere una comprensione più articolata, ragionata, percorribile, dell'idea della pace.

LE RESPONSABILITÀ DELLA TEOLOGIA

Anche la teologia, come le altre scienze, va sottoposta a «smontaggio ideologico», perché «c'è una teologia che rende difficile o impedisce l'educazione alla pace» (C. Molari, Teologia per una educazione alla pace, p. 47). Non si tratta tanto di alcune posizioni specifiche della teologia morale riguardo alla guerra. Si tratta proprio di una mentalità, di un pensare che era attraversato da dinamiche lontane della pace. Com'è il caso di alcune immagini di Dio in cui il dato veterotestamentario non è corretto dalla rivelazione del Dio di Gesù Cristo; di un certo monoteismo a scarso respiro; della stessa antropologia teologica tradizionale; di alcuni modi di intendere l'azione di Dio nella storia e, certamente, di alcune presentazioni del mistero della chiesa. Essi portano ancora con sé dualismi e contrapposizioni lontani da una mentalità di pace. Nel riflettere sui fondamenti della fede si è ancora oggi più spesso capaci di distinzione che di comunione, di deduzione più che di ispirazione. Il richiesto «smontaggio ideologico» se è certamente difficile per tutti gli ambiti della cultura, per la teologia sembra particolarmente arduo. Si tratta di rivisitare secoli di pensiero, di riflessione, di esperienza, anche di prassi, e i punti di riferimento non sembrano tanto
chiari. «Così è necessario evitare la convinzione di superiorità della religione cristiana e la rivendicazione di diritti esclusivi nei confronti degli altri. Dio è uno solo; e la forza della vita è consegnata a tutti (...). Cristo non appartiene solo ai cristiani, ma è l'espressione storica della Parola di Dio rivolta ad ogni uomo che viene a questo mondo» (Molari, p. 53). Basterebbe questa indicazione per mostrare come il compito richiesto, pur necessario, sia difficile e certamente di non immediata realizzazione. Si tratta, in fondo, di rinnovare la sensibilità teologica (e anche quella pastorale) rispetto a tutta la tradizione.
Riflettere sulla pace dal punto di vista teologico comporta quindi una riapertura di tutte le questioni classiche della tradizione. Questo accade non soltanto perché la teologia è anch'essa figlia di un pensiero «non pacifico», ma perché la questione stessa della pace non è un tema a sé stante.

La Bibbia sulla pace

Esempio tipico della difficoltà del percorso è la riflessione biblica. Certamente il motivo della pace ha profonde radici bibliche, ma come si può inserire la Bibbia nel discorso sulla pace? Se non si intende procedere collezionando citazioni bibliche che dimostrino in modo normativo quello che si vuole affermare, ma affrontare il testo «aiutandolo» a dire quello che può e vuole dire, allora il discorso si complica. Anzitutto perché «pace» è un concetto tutt'altro che univoco (e il testo biblico - come spesso accade - sembra offrire più problemi di quanti non ne risolva), e inoltre -per rimanere soltanto nell'ambito dell'Antico Testamento - se appare chiaro che Israele come popolo ha sempre aspirato alla pace, la pace è comunque frutto di un percorso lento e difficile: è il frutto della fedeltà all'alleanza che deve avere effetti visibili: la cura degli ultimi e una società caratterizzata da giustizia e integrità. E non va affatto trascurata, in una prospettiva cristiana, un'altra indicazione delle Scritture: la pace e un frutto dei tempi messianici, è una dimensione del Regno. Oltre, le visioni profetiche, oltre le attese messianiche, è certo che la pace non è un gesto unilaterale di Dio; Dio non regala felicità ad uomini-bambini. La pace, comunque dono di Dio, è la dimensione dell'uomo che vive una giusta relazione con Dio. Per questo la pace che abita nel cuore del giusto avrà effetti visibili nella società, e costruirà un mondo di relazioni riconciliate, più che pacificate. Così, nella dinamica mai conclusa dei rapporti tra l'uomo e Dio, la pace biblica è fatta di qualità sostanzialmente etiche (giustizia, misericordia, una prassi non violenta). Oggi dunque, in un tempo carico di violenza attuale e possibile come mai nella storia, ci ritroviamo a cercare la pace, a pensare la pace anche come credenti. Anche come credenti ci ritroviamo forse in mare aperto, alle prese con i fondamenti del nostro esistere e della nostra fede.
La tradizione cristiana, teologica e magisteriale, rimanda nel suo complesso ad una nozione di pace ben diversa dall'assenza di guerra. La pace è «un salto qualitativo dell'esistenza umana», una dimensione spirituale, una modalità dell'anima che attraversa tutte le dimensioni della vita. La tradizione teologica nel suo insieme, anche se erede di un pensiero che non teneva la pace in gran conto, ci rimanda a questa dimensione radicale e complessa. Certo, si può rimproverare a questa tradizione -oltre alla sua eventuale «violenza» interna - d'aver distolto in questo modo la attenzione degli uomini dalla reale violenza dei loro atti storici, rinviando le responsabilità alla corruzione dell'umana natura o avendo individuato dei «malvagi» che era giusto combattere. Di fronte a questa obiezione c'è forse soltanto da fare silenziosa autocritica. Ma il motivo di fondo non va tralasciato e va elaborato in termini capaci di rispondere alle necessità della situazione attuale. Forse abbiamo bisogno di una teologia che, continuando ad elaborare il fondamento della fede, aiuti a dipanare continuamente l'ambiguità del reale, illumini sulla responsabilità collettiva: una teologia della complessità. In questa direzione è opportuno ricordare che sia il Concilio Vaticano II che gli ultimi pontefici si sono pronunciati con chiarezza sempre maggiore sulla questione della pace. La parola della Chiesa sulla pace, negli ultimi anni, è stata forse tra le più convincenti, capace di essere ascoltata e capita da tutti, rilevante per tutti.
L'affermazione di Paolo VI, nel Messaggio per la giornata mondiale della pace del 1976 «Se vuoi la pace, difendi la vita», riassume bene la sostanza di tante riflessioni ed è la risposta definitiva a quel «Si vis pacem, para bellum» di cui l'umanità è stata convinta, più o meno chiaramente, per secoli. Una sensibilità raccolta anche da alcuni episcopati nazionali.

LE VIE ACERBE DELLA PACE

La pace è il grande problema di oggi, un problema sociale, politico, economico, di cui rispondere non solo alle nostre società, ma anche di fronte a tutte quelle parti del mondo dove si vive non solo una possibile minaccia di morte collettiva, ma - a causa delle nostre logiche - già sottosviluppo, non libertà, morte reale.
E l'educazione ha il suo ruolo nella ricerca delle vie della pace. Intraprenderle equivale ad una conversione; si tratta di cambiare atteggiamenti, principi, orientamenti che hanno costruito e conservato le nostre società e che ora rischiano di distruggerle.
Però, come si è detto, «siamo ancora acerbi».
Ciò non toglie la responsabilità a chi crede nella pace e nella educazione ad essa.