Anni verdi: per educare all'ecologia i gruppi giovanili

Inserito in NPG annata 1986.

 

Roberto Albanese

(NPG 1986-08-41)

 

Tra le varie nuove proposte ai gruppi giovanili per un'azione «esterna», di certo quella di occuparsi dei problemi dell'ambiente godeva fino a pochi anni fa scarsa considerazione.
Ma il tema dell'ecologia oggi è una voce nuova con cui si esprime la riflessione della cultura contemporanea, che oltre a rendersi conto della falsità dell'ideologia dello sviluppo illimitato e del progresso senza fine, si è anche interrogata sulla moralità e responsabilità di certe scelte che riguardano non solo l'uso delle risorse, lo sfruttamento dell'ambiente, ma la vita stessa dell'uomo e la stessa civiltà.
È quindi un tema che è entrato con forza nella mappa della nuova cultura e bisogni, soprattutto giovanili, e che spinge sempre più a muoversi per «fare qualcosa», sia per allargare tale coscienza, sia per intervenire concretamente.
Tale «invito ai gruppi» che presentiamo in questa rubrica si caratterizza non solo per la proposta di un nuovo settore di interesse per i gruppi, ma soprattutto per la modalità: che non è quella puramente informativa o direttamente operativa specialistica, ma appunto educativa.

1. Gli aspetti di un problema

Non vi è nessun dubbio che oggi perduri (e anzi si aggravi) una crisi ecologica che dimostra la preoccupante inefficacia delle politiche tentate a livello di disinquinamento, pianificazione urbanistica, ecc.
Siamo tuttavia anche in presenza non solo di un interesse crescente nei confronti del problema ambientale, ma anche di una nuova consapevolezza che concepisce l'ecologia non in termini settoriali ma globali, cioè come questione non solo tecnica, ma anche politica, culturale ed etica.
Questa consapevolezza si è prodotta in un arco di anni relativamente circoscritto, sviluppando un percorso, in termini di esperienze e di riflessione, e fissando quindi, per progressive approssimazioni, un preciso tracciato di pensiero.
All'interno di questo pensiero, il fenomeno dell'alterazione e della distruzione degli ecosistemi è concepito come non casuale, ma come dovuto alla crescita distorta di tecnologia ed economia determinata dal modello di sviluppo dominante. La responsabilità di tale situazione è da addebitarsi, in primo luogo, alla classe politica ed imprenditoriale che ha voluto e guidato questo tipo di crescita, e, secondariamente, anche ai cittadini ed alle classi lavoratrici che hanno accettato questo modello, riconoscendosi nei suoi valori di riferimento. Si sono così diffusi comportamenti individuali e collettivi, e strutturati modi di fruizione dell'ambiente basati su una concezione culturale predatoria del rapporto uomo-natura. Affrontare la questione ecologica significa quindi trovare risposte globali, in grado di integrare i diversi complessi livelli del problema ambientale; in questo sforzo di sin-
tesi l'educazione riveste una funzione determinante, in quanto strumento essenziale di cambiamento culturale.
La scelta di una concezione «problematizzante» e progettuale dell'educazione implica poi, dal lato degli strumenti operativi, l'adozione di una «metodologia» educativa di tipo «attivo», capace di porsi in termini adeguati ai bisogni del destinatario dell'intervento. Se si opera a livello di realtà giovanile, l'educatore dimostrerà una reale capacità di gestire progetti educativi a contenuto ambientale nella misura in cui riuscirà ad «incrociare» le valenze oggettive, di tipo cognitivo ma anche operativo, dei problemi ambientali con gli aspetti di soggettività specifici della realtà giovanile odierna (la domanda di senso, la ricerca di nuovi linguaggi e di nuove forme di aggregazione ed anche di nuovi valori, dove spesso le tematiche dell'ambiente e della pace rivestono posizione centrale).

LA CRISI ECOLOGICA NEI SUOI MOLTEPLICI ASPETTI

Un ambiente in buona salute è dato da un habitat che presenta ecosistemi stabili in equilibrio; questo in ragione del fatto che tutti i cicli complessi attraverso i quali passano le principali sostanze (circuiti energetici, catene alimentari, ecc.) sono chiusi, e che sono attivi meccanismi di regolazione - come può essere, ad esempio, la stessa legge di selezione naturale - degli squilibri che si possono venire a creare.
Attualmente gli effetti congiunti, e che si amplificano gli uni con gli altri, dell'aggressione tecnologico-industriale sulla biosfera, il carattere semplificatore, omogeneizzante, artificiale, sfrenato imposto dall'uomo alla natura, tutto ciò riduce la complessità, impoverisce, sregola, talora assassina quelle che Edgar Morin definisce come «eco-organizzazioni». Tutto ciò avvia un processo di regressione generalizzata, che estende la sua ombra mortale sulla biosfera e, per retroazione, sulla umanità; ecco quindi i molteplici fenomeni nei quali si manifesta questa crisi ecologica e che vanno dalla morte per inquinamento dei corsi di acqua, alla desertificazione di vaste aree, alle inondazioni ricorrenti, all'esau-
rirsi delle risorse idriche, alle piogge acide che causano la morte di intere foreste... In questo contesto, una strategia di intervento che voglia reagire alla crisi ambientale dovrebbe porsi, dal lato strettamente ecologico, due obiettivi:
- la conservazione, cioè la difesa degli ecosistemi stabili: la strategia dell'«arca di Noè», come è stata definita. Infatti la ricchezza di specie e di relazioni presenti nei sistemi ecologici maturi rappresenta un inestimabile valore biologico, sia in sé, sia per il contributo che dà alla stabilità complessiva dell'habitat;
- il recupero, cioè la promozione di interventi finalizzati alla stabilizzazione degli ecosistemi tendenzialmente instabili, perché giovani o degradati. Di questo tipo è stato l'intervento che l'uomo ha operato nei confronti della natura nelle migliaia di anni dell'era dell'agricoltura tradizionale, quando l'azione umana rappresentava un concreto intervento di controllo su sistemi giovani ed instabili (come sono le zone agricole) che assecondava e rafforzava circuiti energetici, cicli della materia e catene alimentari.
Oggi invece l'uomo sembra perseverare in un'azione, ormai consolidata e solo in parte scalfita dalla crisi della società industriale, che tende a degradare la natura a materia e ad estraniare il proprio ambiente di vita dal contesto naturale.

L'AMBIENTALISMO COME MOVIMENTO DI IDEE E DI PRATICHE

Parallelamente alla caduta di credibilità del modello di sviluppo industrialista e dei suoi valori, compaiono oggi nuovi significati e nuovi valori promossi dal cosiddetto movimento ambientalista. Sono la conservazione della natura ed il rispetto per l'ambiente (compreso l'uomo), la ricerca di energie e socio-economie alternative, la pace. In effetti l'ambientalismo è al contempo movimento di opinione e di pratiche sociali (ed ora anche istituzionali, in ragione del nuovo fenomeno delle «liste verdi» uscito allo scoperto in occasione delle elezioni amministrative 1985) che non solo cerca di portare alla luce quei meccanismi operanti nella
nostra civiltà che producono, come effetto negativo, la degradazione dell'ambiente, ma parimenti opera nel concreto per avviare un processo di mobilitazione, sensibilizzazione e anche di educazione alla sua difesa e recupero.
Individuato come problema centrale della nostra epoca il rapporto uomo/ambiente, i contenuti dell'ambientalismo hanno ispirato, proprio negli anni del cosiddetto «riflusso», esperienze ed azioni esemplari -come possono essere le pulizie dimostrative di sponde dei fiumi dai rifiuti - o, ancor di più, hanno prodotto consolidate capacità in grado di predispone e attuare organici progetti di gestione continuativa dell'ambiente. Si è arrivati così, ad esempio, ad assumersi in proprio la responsabilità di gestire intere zone di particolare interesse ambientale, come realizza il WWF attraverso le «oasi» di cui spesso è proprietario.
Passando per tutte queste esperienze si arriva quindi, in quella che è l'area della cosiddetta «ecologia politica», anche a voler «cambiare la politica»; e ciò proprio a partire da pratiche di base di denuncia, di riappropriazione dell'ambiente che sottolineano sia la contestazione come la proposta, gestione-sperimentazione su singole questioni, disattese dalle istituzioni.
Si mettono così in atto forme di azione collettiva (volontariato, cooperazione, informazione...) e modalità di mobilitazione che non solo superano i modelli tradizionali di agire, ma anche richiamano a valori alternativi come l'autogestione del sociale e la socializzazione della politica.
L'ambientalismo riconosce che, specularmente alla realtà oggettiva del degrado ambientale, dell'inquinamento, dello spreco energetico, ecc., esistono modelli culturali distorti di fruizione delle risorse dell'ambiente, coerenti cioè con le cause del degrado e non con le esigenze di superamento dello stesso. Spesso infatti situazioni sbagliate sono tollerate perché rimosse o, peggio, perché esiste una complicità quantomeno parziale. Così può capitare, come è successo nella storia di un centro dell'hinterland milanese passato da paese agricolo a borgo industriale, che si accetti per decenni lo scarico di detriti di alto forno (e poi fanghi) di un colosso dell'acciaio senza interrogarsi sulle conseguenze in termini di desertificazione o degrado del territorio. Questo perché i contadini, che si trasformavano in «recuperanti» dei residui di carbone, ancora combustibile, «arrotondavano» il loro reddito. Ora, alla base del nuovo spirito ambientalista si trova un concetto diverso di fruizione dell'ambiente e della terra: non più in termini utilitaristici e di possesso ma di appartenenza. Questa concezione di appartenenza, nella accezione di «convivialità» data da Ivan Illich, porta la cultura «verde» a imporre limiti a produzione e tecnologia, al fine di risparmiare risorse naturali, preservare gli equilibri favorevoli alla vita, favorire la crescita e la sovranità delle comunità e delle persone. Una concezione di questo tipo porta alla scelta di una strategia che André Gorz definisce di «realismo ecologico» che, partendo da una ridefinizione delle nostre necessità umane per consumare sempre di meno - in modo di risparmiare ambiente e risorse per le generazioni future - porti a prevedere nel futuro una rinnovata armonia tra uomo e ambiente su basi nuove, nella prospettiva di un utilizzo delle risorse naturali e tecniche per costruire e non per distruggere.

GIOVANI ED AMBIENTE: TRA SURVIVALISMO ED ECOPACIFISMO

I giovani rappresentano una delle categorie generazionali e sociali più marcatamente attraversate dalla globalità della crisi ambientale; crisi, come si è detto, al contempo ecologica, culturale, politica.
La realtà ambientale incide sui giovani condizionando il processo di trasformazione psicofisica, il formarsi della personalità e delle reti di rapporti sociali. L'ambiente di vita dei giovani, per come è fatto e come funziona, determina un tipo di adattamento bio-culturale, in quanto non concede spazi e non riconosce simboli di identificazione/iniziazione se non in termini commerciali di consumi individualizzati. L'ambiente per i giovani è anche rischio, come emerge con chiarezza dal fatto, ad esempio, che la causa più elevata di mortalità per i giovani è da ritrovarsi negli incidenti stradali...
Inoltre oggi, per quanto riguarda la sfera culturale, il fenomeno di cui siamo in presenza è la mancata identificazione da parte dei giovani nei confronti (anche) dell'ambiente in cui si trovano a vivere, ambiente che anzi è considerato come estraneo e che, ancora prima, non è conosciuto.
Questo processo di estraniazione dei giovani nei confronti dell'ambiente si è consumato «a tappe»: in un primo momento l'ambiente è stato «occupato» per consumare comportamenti divergenti nei confronti del mondo degli adulti; comportamenti che, come limite estremo, vedevano i rituali del consumo di stupefacenti, le azioni di vandalismo sistematico sulle cose e la natura. Consumata ogni velleità antagonista del mondo giovanile, l'ambiente ora è più che altro «percorso»: è solo «punto di partenza, passaggio e ritorno del mio girare a vuoto non interrotto da alcuna proposta, offerta, disponibilità» (da un contributo delle Acli di Bergamo sul disagio giovanile).
Pressoché irrimediabilmente distrutti i rapporti tradizionali con l'ambiente precedentemente espressi a livello di comunità contadina precapitalistica, e venendo solitamente inibita ai giovani la possibilità di positive esperienze dirette, si affermano modelli culturali di fruizione dell'ambiente ricavati dai messaggi degli strumenti della comunicazione di massa e della industria del tempo libero.
Inoltre nella società post-industriale, complessa e disarticolata, possono coesistere fianco a fianco aree di mercato o di pubblico che si caratterizzano e differenziano notevolmente per gli stili di vita adottati. Ciò ovviamente non può non valere anche a livello di modelli di fruizione dell'ambiente. Così, da un lato abbiamo la moda della «voglia di natura», che propone ai giovani un livello di informazione, descrizione, interpretazione della realtà ambientale in chiave di rimpianto di mondi incontaminati o di promessa di avventura di improbabili esotici «ultimi paradisi».
Dall'altro abbiamo anche la diffusione di stereotipi che propagandano un modello di uomo (il super-eroe) e di società (autoritaria e supertecnologica) che trovano nella violenza la regola base anche del rapporto con l'ambiente e la natura. Il «boom» di personaggi alla Rambo sembra infatti dimostrare come si vada consolidando a livello giovanile un immaginario collettivo «survivalista», dove il «survivalismo» rappresenta l'approdo individualista e di gestione in proprio della violenza, in un eventuale ambiente da «day-after» sconvolto dalla catastrofe ecologico-nucleare, segnato dagli istinti di sopravvivenza e dal venir meno delle istituzioni e delle norme morali.
È pur vero però che proprio le gravi condizioni dell'ambiente di vita e dell'ambiente naturale, come pure la possibilità non remota dell'olocausto nucleare, sono state oggetto e campo per l'azione collettiva dei movimenti degli anni '80, dove i giovani hanno trovato larga rappresentanza. L'ecopacifismo sembra dunque essere per i giovani una tematica particolarmente coinvolgente; coinvolgente forse perché estremamente ricca di implicazioni, sia in termini di motivazioni-programma per l'agire politico, sia in termini di realizzazioni pratiche come di capacità di delineare un universo simbolico antagonista rispetto all'immaginario collettivo survivalista diffuso dall'industria culturale di massa, di stile sempre di più «american way of life».

 

2. Per una educazione all'ecologia nei gruppi giovanili

IDEE FORZA PER UN PROGETTO ECO-PACIFISTA IN AMBITO EDUCATIVO

Per costruire un progetto educativo in tema d'ambiente rivolto ai giovani, è preliminare la definizione di alcune linee generali, come ipotesi culturali di fondo da verificare attraverso la prassi educativa. Una prima idea forza rimanda alla necessità di darsi come obiettivo generale quello dell'approfondimento delle conoscenze su ambiente e comportamenti giovanili, tramite la lettura del territorio cui si fa riferimento specifico. Da questo primo punto di vista si tratta quindi di leggere uno stato di fatto, ovverosia:
- individuare gli spazi del territorio (costruiti o a verde) abitualmente usati dai giovani;
- documentare i comportamenti concreti che vengono assunti in questi spazi, verificando l'esistenza di stili differenziati che possono rimandare (o meno) a distinti modelli culturali di riferimento, accettati dai gruppi, a livello di fruizione dell'ambiente;
- cogliere il valore simbolico che l'ambiente, in diversi spazi usufruiti, assume in relazione all'intreccio: opportunità materiali, paesaggi, bisogni soggettivi ed aspettative dei giovani utenti.
Ricostruite nel singolo contesto territoriale le modalità concrete con cui si manifestano fra i giovani i cosiddetti «bisogni post-materialistici» di identificazione simbolica, affettività, corporeità, ecc. ed i modi in cui questi vengono gestiti dalla cultura dominante, consumistica ed ora tendenzialmente «survivalista», si tratta di intervenire nello stesso territorio per invertirne le logiche, interpretando questi stessi bisogni in chiave eco/pacifista. Il territorio cioè diventa «risorsa educativa».
Sulla scorta dei dati derivanti da questa ricostruzione dello stato di fatto, si opererà per progettare e promuovere microesperienze di uso alternativo da parte dei giovani del proprio ambiente di vita, facendo al contempo da qui emergere criteri per un'organizzazione diversa dell'ambiente in termini generali, che sia cioè capace di preservare e conservare l'essenziale patrimonio ambientale, nonché in grado di garantire la presenza a livello di territorio di condizioni che soddisfino le esigenze di crescita dei giovani.
All'interno di questo modello è possibile individuare obiettivi più specifici ai diversi livelli (etico-comportamentale, ecologico, politico) in cui si articolerà un progetto educativo in campo ambientale. Ciò significa, per il livello etico-comportamentale, creare rapporti non violenti con un ambiente da conoscere e da portare a percezione di proprio spazio, di impegno costruttivo e di festa. Di ambiente cioè come elemento di identità personale e collettiva. A ciò si correla anche il fatto che un corretto rapporto con l'ambiente è stimolo al senso del gratuito, all'espressione di esigenze profonde finalmente emergenti, di creatività.... Tutto ciò può essere riassunto in due termini: volontariato e animazione.
Invece gli altri obiettivi vanno, per quanto attiene al livello ecologico, nella direzione di controbilanciare le aree costruite (a bio-potenzialità quasi zero) con sistemi a bio-potenzialità più alta (parchi, boschi...) e, più in generale, nella conservazione delle risorse ambientali; e, per quanto riguarda il livello politico, la direzione è quella di considerare giovani ed ambiente come riferimenti essenziali nella programmazione e gestione dello spazio fisico, sociale e culturale. Soltanto così il territorio potrà diventare elemento positivo e di stimolo equilibrato, «luogo di accoglienza» per il giovane che vive il suo processo di evoluzione psico-fisica e di costruzione di identità.

ASPETTI DI METODO

Un primo aspetto è legato al come costituirsi gruppo di servizio rivolto all'ambiente; a tal riguardo occorre sottolineare alcune condizioni da garantire.

A servizio dell'ambiente

In primo luogo si tratta di assumere, fra le scelte fondamentali a livello di «filosofia di gruppo», quella dell'identificazione, anche «affettiva», col territorio in cui si vive; senza peraltro preoccuparsi di subire critiche per eccesso di «localismo», in quanto è proprio un preciso «radicamento» nel territorio che consente di leggere a livello di ambiente le dinamiche più generali che determinano il funzionamento e lo sviluppo della società.
Una seconda condizione da garantire è relativa al processo di sviluppo della conoscenza d'ambiente. Si tratta infatti - oltre ogni prurito intellettualistico - di acquisire nuovi punti di vista, nuovi strumenti cognitivi che leghino il momento teorico ad una prassi della ricerca sul campo finalizzata alla riappropriazione dell'ambiente e della sua gestione. Tale ricerca non esclude, ma anzi richiede, le conoscenze specialistiche di tecnici, che vanno coinvolti nell'azione; ciò non per delegare ad essi l'ultima parola, ma piuttosto per riconciliare e ricomporre caratteri generali del sapere scientifico e singole specificità attraverso le quali si manifesta il fenomeno affrontato, all'interno di una lettura interdisciplinare ed autonoma che non si sovrappone ma piuttosto si definisce in modo organico al manifestarsi della domanda sociale che ha richiesto la sua presenza.
Ulteriore elemento di base del lavoro è dato dalla necessità di individuare momenti specifici di intervento, relativi all'azione che si intende promuovere, partendo dall'individuazione di «punti di interesse» nei quali si intrecciano oggettività della crisi ambientale e aspettative soggettive dell'utenza che si intende «agganciare» e coinvolgere.
Ultimo elemento da sottolineare è l'attenzione alla comunicazione. È opportuno che il gruppo, nel momento in cui opera la scelta del tipo di azione, si preoccupi anche (ma non solo) di individuare azioni che abbiano in sé una reale capacità evocativa e che, provocando per immagini, produca dibattito ed attenzione relativamente ai dati reali della situazione sulla quale si interviene. Così facendo non si rinuncia a sfruttare i meccanismi dell'informazione di massa della società della comunicazione totale, ben sapendo che l'effetto specifico dei media è quello di tendere ad attivare per suggestione comportamenti analoghi, e quindi in questo modo è possibile allargare enormemente l'incidenza socio-politica dell'azione promossa.

A servizio dei giovani

Ma quali sono le garanzie da mantenere per educare nell'azione rispetto ai problemi ecologici? Cioè, in sostanza, come garantire all'azione intrapresa non solo i connotati dell'efficacia ma anche quelli della funzione educativa?
Ciò è possibile quando l'azione si configuri non come progetto subito, ma piuttosto come progetto costruito a più mani, da tutti, e definito in modo tale da lasciare spazio per l'iniziativa e la responsabilità individuale.
Inoltre l'operatività richiesta dovrà essere finalizzata non solo alla risoluzione del problema ma alla crescita, in parallelo, del bagaglio di conoscenze, di capacità tecnico-operative ed anche espressivo-comunicative delle persone che formano il gruppo promotore.
È inoltre importante garantire la presenza, fra i collaboratori, di persone adulte, in veste di volontari o di tecnici; questo sia per creare continuità con quanto «storicamente» è stato in precedenza realizzato e proposto, sia per garantire la formazione necessaria, la serietà della organizzazione e l'attivazione di uno spettro il più ampio possibile di risorse (anche finanziarie) sul progetto.
In sostanza si tratta di investire queste figure degli aspetti più strettamente connessi alla produttività del gruppo ed alla gestione delle dinamiche politico/istituzionali innescate dall'intervento. Questo è anche il modo - attraverso la presenza di un livello
adulto svincolato dalla fluttuazione a cui vanno soggetti i diversi momenti dell'iter di un gruppo educativo - per porsi il problema del dopo-intervento e della continuità di questo; ciò al fine di evitare che il crearsi di aspettative più ampie, qualora queste non fossero gestite, provochi poi un «ritorno» controproducente.
Infine è fondamentale il fatto che il gruppo, a conclusione dell'intervento, valuti i risultati pratici dell'azione, ma verifichi anche se stesso, analizzando i rapporti interni e le modificazioni che si sono avute in ragione del lavoro svolto. A tal fine, molto utile può essere l'uso di documentazione prodotta durante lo svolgimento del progetto (diario di bordo, materiale audiovisivo); la successiva elaborazione di questa potrà essere usata infatti sia come memoria del progetto, sia come eventuale materiale-stimolo per riprendere il lavoro o comunicarlo ad altri.

LA PIANIFICAZIONE DEL LAVORO

Il metodo di lavoro proposto è quindi quello della ricerca/intervento, ovvero del laboratorio, inteso come struttura di lavoro di gruppo che ha come obiettivo l'azione per il cambiamento di situazioni-problema e la produzione culturale.
Con la struttura del laboratorio si cerca di comporre nella pratica sociale quelle esigenze poste teoricamente a livello psico-sociale da Kurt Lewin, di integrare cioè «il conoscere con l'agire, l'organizzazione del sapere con il miglioramento delle situazioni e dei fenomeni studiati, lo studio teorico con l'efficacia degli interventi» (M. Pellerey: «Il metodo della ricerca/azione di K. Lewin nei suoi più recenti sviluppi ed applicazioni», in Orientamenti Pedagogici, 3/ 1980, pag. 451).
La struttura del laboratorio sarà quindi finalizzata a sviluppare:
- l'osservazione-conoscenza dell'ambiente inteso come realtà vivente e dei modi attraverso i quali l'uomo è implicato nel suo funzionamento;
- la capacità tecnico-progettuale rispetto a possibili modalità di uso non predatorio delle risorse dell'ambiente o a interventi di
riequilibrio ambientale gestiti direttamente dai giovani;
- il senso della festa come «celebrazione» di un rapporto non violento uomo-natura, che è anche in grado di ispirare un immaginario collettivo coerente con il concetto di «appartenenza» di cui all'inizio si è detto.
Nel laboratorio convergono e si integrano livelli di lavoro e fasi differenziate:
- il lavoro intellettuale per la ricerca sul campo dei dati connessi alla situazione/problema oggetto di studio e per la sua successiva interpretazione. In questa fase si colloca anche la progettazione-gestione degli interventi pratici (compresa la parte amministrativa...) che si ritiene di dover mettere in atto per affrontare la situazione indagata;
- il lavoro manuale per la realizzazione concreta degli interventi progettati e finalizzati o al riequilibrio ambientale (es. raccolta rifiuti in aree degradate), o alla corretta gestione dell'ambiente (es. pulizia sottobosco), o alla creazione di opportunità materiali per la corretta fruizione sociale delle aree naturali (es. creazione di percorsi attrezzati);
- la fase di lavoro espressivo-comunicativo propone invece la rivisitazione fantastica dei dati e delle conclusioni della fase di ricerca e dei vissuti comunque connessi agli interventi realizzati, e ricorre agli strumenti più idonei a favorire lo sviluppo dell'immaginario collettivo, come la fabulazione, il gioco, ecc. A partire dall'utilizzo di diversi linguaggi (come la drammatizzazione, gli audiovisivi...) si procederà alla realizzazione di produzioni che propongono modi non sofisticati ma comunque efficaci di comunicazione globale ed animazione verso l'esterno (genitori, paese...). In particolare può risultare molto utile e gratificante concentrarsi sulla realizzazione di strutture effimere, realizzate a grande scala, costruite con materiali poveri (legno, cartone...) e comunque ispirate a canoni estetici basati sulla semplicità. Tali strutture (pupazzoni, mascheroni, scenografie...) si dimostrano particolarmente adatte ad animare situazioni di grande numero e a creare effetti scenici di grande suggestione, nel rispetto del contesto ambientale in cui si opera;
- la documentazione, in particolare audiovisiva, da svolgersi in parallelo al succe-
dersi delle varie fasi, garantisce una verifica accurata dei processi di apprendimento e produzione culturale; fissa eventi e dinamiche talore irripetibili (l'evento drammatico realizzato, il «clima» della festa, ecc.); garantisce la conservazione di una «memoria» dell'intervento e la possibilità di ulteriore sviluppo dell'esperienza e di comunicazione.

SUPPORTI E RIFERIMENTI PER L'AZIONE

Le strutture o, comunque, le realtà in grado di aiutare ed appoggiare chi intraprende un'azione educativa in campo ecologico rivolta ai giovani, relativamente al tempo extra-scolastico, possono essere distinte in tre categorie: l'associazionismo, gli enti locali, le agenzie formative locali del movimento ambientalista.
Ampio è l'intervento delle associazioni naturalistiche (WWF, Italia Nostra, Lega Ambiente, Lipu...) nel campo dell'educazione ambientale dei giovani; questo si traduce sia in momenti interni (seminari, campi, ecc.) che esterni; e in alcune esperienze (vedasi il «bosco in città» di Italia Nostra a Milano) si arriva anche a promuovere iniziative complesse gestite in termini di continuità.
I diversi livelli, centrale e locale, di queste associazioni sono in grado di offrire informazioni indispensabili e rappresentano una rete capillare per la diffusione di strumenti di analisi dei problemi ambientali. L'intervento delle associazioni non trascura né le implicazioni politico-istituzionali (questioni giuridiche, divulgazione di leggi...), né la necessità di individuare strumenti innovativi di lavoro (si pensi ai «giochi verdi» prodotti dalla Lega Ambiente).
Questo intervento però, solitamente, non si interroga sui comportamenti e sugli stili di vita e, più in generale, sul modello di uomo da proporre per creare una società in equilibrio con l'ambiente. Diverso è invece il caso dello scautismo (in particolare quello di ispirazione cristiana dell'Agesci), che inserisce l'educazione ambientale all'interno di un più ampio progetto educativo, in termini cioè di proposta etica e di servizio (protezione civile, ecc.). In questo caso, semmai, il lato debole della proposta resta la scarsa adeguatezza strumentale di questa, in termini socio-politici, cioè di capacità di animare il territorio e non solo il gruppo educativo, sulle questioni ambientali locali.
In ultimo, sempre in relazione all'associazionismo, non bisogna dimenticare il lavoro di enti come il CAI o il TCI, anche per la documentazione utilissima da questi prodotta.
Per quanto riguarda l'azione degli enti locali in questo settore, va precisato che questa oscilla fra il «niente», la promozione di iniziative specifiche e, in casi rarissimi, la realizzazione di interventi continuativi tramite strutture permanenti. Singole specifiche iniziative sono infatti condotte da strutture dipendenti dall'ente locale e a competenze specifiche (biblioteche, musei, aziende di servizi municipali, ecc.) che in certi momenti organizzano attività o producono materiali utili per l'educazione ambientale in relazione a determinati argomenti (energia, parchi...). Fra i pochissimi interventi di tipo continuativo val la pena sottolineare come esperienze particolarmente interessanti quelle dei Comuni di Bologna (che ha adibito «Villa Ghigi» ed il suo parco a sede di associazioni naturalistiche e di attività naturalistiche) e di Forlì. Forse, per quanto rigarda l'«economia» del nostro discorso, l'esperienza più ricca di implicazioni è quest'ultima, in quanto strettamente integrata ad un «progetto giovani» che presta particolarmente attenzione alla realtà giovanile. Questa esperienza si impernia su un «Centro sui problemi dell'ecologia e della scienza», istituito in una ex casa colonica, sede pure della circoscrizione. In concreto il Centro finora ha organizzato visite guidate per studenti, conferenze e scambi culturali, convegni a carattere scientifico e divulgativo, attività varie in collaborazione con le diverse associazioni naturalistiche ed ecologiche locali.
Sono pure da considerare all'interno di questo panorama essenziale le esperienze condotte dai Comuni che in questi anni hanno organizzato campeggi, fissi o itineranti, in aree naturali di richiamo o centri ricreativi diurni per parchi storici. Queste aree, talora, quando si collocano in territori metropolitani congestionati, possono di-
ventare, come è il caso del parco di Monza per l'hinterland milanese, spazio per attività permanenti di educazione ambientale, fruibili contemporaneamente dai servizi di diversi enti, e quindi interessanti un'utenza che assume una vera e propria dimensione di massa.
Ultimo fenomeno, in termini di tempo, che caratterizza l'educazione ambientale extra-scolastica, è quello delle «Università Verdi». Sono vere e proprie agenzie educative locali, solitamente affiliate ad associazioni, comitati, riviste dalle caratteristiche strettamente locali, che hanno come finalità quella di arricchire di conoscenze organiche in campo ecologico il movimento che opera nelle relative zone (bio-regioni, per gli ecologisti). Questa realtà interessa soprattutto il centro-nord e trova particolarmente attive località minori come Lugo di Romagna, Mestre, ecc.
Interessante è cogliere come queste esperienze sono crocevia per un incontro organico fra professionalità specialistiche ed esigenze operative di base, cosa che rende questo fenomeno del tutto atipico nel panorama culturale e formativo nazionale.

 

3. Esperienze e proposte per un gruppo giovanile

Vogliamo adesso riportare alcune esperienze nelle quali si trovano applicati i criteri generali e le metodologie precedentemente esposte. Le iniziative sono riprese da quella che è stata la larga gamma di forme di azione collettiva sui temi ambientalisti sperimentate in questi anni in un territorio della Lombardia caratterizzato dalla presenza di gravissimi problemi ecologici; mi riferisco cioè alla alta valle del Lambro, in particolare al comprensorio che comprende Monza ed i comuni della bassa Brianza.
Inquinamento, dissesto idrogeologico, speculazione edilizia, degrado delle residue aree verdi: questi ormai sono i caratteri ambientali di un territorio che ormai vede seriamente compromessi i valori ambientali che l'avevano un tempo reso famoso a livello paesaggistico.
Questa realtà rappresenta visibilmente quelli che sono i costi indotti da una economia individuale che ha trovato nella valle del Lambro una delle prime aree di sviluppo; in ragione di ciò fin dagli inizi degli anni '70 (quindi ben prima di come poi si sono affermati detti fenomeni a livello nazionale) nella valle del Lambro appaiono le prime mobilitazioni spontanee e si organizzano comitati popolari di lotta all'inquinamento ed alla speculazione a danno della natura.
Via via questo movimento, di cui sono parte attiva anche associazioni come il WWF e gli scouts, sperimenterà ed adotterà come
metodo di lavoro (ma anche come valore...) l'educazione ambientale, rivolta a tutti ma in particolare ai giovani.
Le pagine successive riportano dunque alcune di queste esperienze più vicine al tema di questo contributo; le prime due vedono come protagonisti WWF e scouts di Monza, le altre due il «Comitato per il parco regionale della valle del Lambro», organismo di base nato sullo slancio di queste esperienze proprio per dar continuità, con forme organizzative adeguate, ad una battaglia e ad un impegno educativo che trovava consensi ben oltre i confini di queste associazioni.

L'OPERAZIONE LAMBRO PULITO

L'autunno '76 è ricordato in molte zone della Lombardia come un autunno fra i più tristi per il fenomeno delle alluvioni; pur passata l'emergenza, di queste terribili giornate resta testimonianza nelle rive dissestate, nelle anse dei fiumi intasate dai detriti, nelle sponde ridotte ad immondezzai. Nella valle del Lambro assistiamo, di fronte a questa realtà, ad un fenomeno molto interessante di mobilitazione spontanea in vari paesi, dove i cittadini, nella primavera '77, si fanno carico in prima persona dell'intervento di bonifica.
A Monza l'iniziativa di rispondere all'emergenza causata dall'alluvione (in particolare nella zona del parco) in termini di lavoro volontario è presa da WWF e scouts.
Oltre allo scopo di intervenire per rispondere ad un'emergenza che il Comune aveva deciso di non affrontare per problemi di ristrettezze economiche (il lavoro di pulizia non poteva essere fatto con mezzi meccanici e comunque richiedeva grande partecipazione di personale e rapidità di esecuzione...), la manifestazione si pone anche altri obiettivi:
- denunciare la situazione di inquinamento del fiume Lambro;
- sensibilizzare la gente e dar occasione di partecipazione concreta sui temi ambientali;
- dar occasione ai cittadini di trovarsi nel parco in modo socializzante e creativo;
- autogestire un'informazione obiettiva sul problema dell'inquinamento;
- creare una struttura stabile che si interessasse con continuità dei problemi del parco di Monza.
Così nell'aprile '77, per quattro giornate festive, 2000 persone, in gran parte giovani, si prodigano nella raccolta di 40 tonnellate di rifiuti depositati dal fiume nel parco di Monza.
Le modalità concrete nelle quali si articola l'«Operazione Lambro Pulito» sono quelle del lavoro manuale per la raccolta dei rifiuti, ma anche dell'animazione e della ricerca sul campo relativamente alle situazioni ambientali con le quali i volontari si incontrano.
Attorno alla puntigliosa organizzazione del lavoro manuale, seriamente programmato e gestito dagli educatori responsabili e da genitori, si sviluppa l'intervento creativo di animatori culturali, si aggregano artisti che producono estemporanei exploit e si stimolano lavori nelle scuole. Si recuperano all'interno della stessa manifestazione le esperienze didattiche di alcune scuole, che colgono questa occasione per socializzare i risultati delle loro ricerche o comunque trovano nell'iniziativa la naturale concretizzazione dei loro studi.
Per un intero mese sul territorio è quindi presente in permanenza una struttura volontaria di intervento manuale e culturale che è stimolo e riferimento preciso per cittadini ed opinione pubblica.
I risultati si fanno tangibili: si aggregano stabilmente centinaia di persone; la «petizione» per il Lambro raccoglie 4.000 firme; amministratori locali e regionali sono portati a confrontarsi sui problemi nella assemblea pubblica che segue l'iniziativa.
La ricca produzione culturale trova inoltre nella giornata finale di pulizia un momento di particolare messa in rilievo; sarà un felice momento di festa con mostre, audiovisivi e spettacolazioni .

IL RALLY CICLOECOLOGICO DELLA VALLE DEL LAMBRO

Un anno dopo due associazioni promotrici dell'«Operazione Lambro Pulito» ritornano a promuovere iniziative pubbliche a carattere ecologico/educativo.
Attraverso l'iniziativa si cerca ora di raggiungere l'obiettivo (indicato ma non raggiunto l'anno prima) di costituire una struttura permanente di iniziativa ecologica per la valle del Lambro basata sulla concreta partecipazione dei vari organismi attivi a Monza e negli altri paesi della valle. L'iniziativa quindi che si intende mettere in cantiere deve essere pensata e strutturata in modo tale da rappresentare già un primo momento di questo sforzo unificante, senza per questo abbandonare il taglio educativo.
Nasce quindi l'idea del «Rally cicloecologico - Conosciamo la valle del Lambro»; il progetto prevede di portare un gran numero di persone a risalire in bicicletta un certo tratto della valle del Lambro (dal parco di Monza in su), in modo da far conoscere un patrimonio artistico e culturale che rischia di andare totalmente perso. Al tempo stesso il rally si propone come momento di lavoro comune fra persone e gruppi organizzati della valle del Lambro che cercano di contrastare la distruzione dell'ambiente. L'iniziativa vuol essere insieme momento di festa e di dibattito, pensata, organizzata e gestita in modo da far emergere dalla partecipazione di tutti gli intervenuti sia nuove piste di lavoro per il futuro che indicazioni circa un uso alternativo del territorio parco di Monza e valle del Lambro.
Il rally cicloecologico è articolato su due domeniche del mese di giugno '78. La prima prevede lo svolgimento del rally vero e proprio, su un percorso di 25-30 km; i partecipanti vengono divisi in gruppi di 20 persone - ciascuno sotto la guida di un capogruppo - e partono a scaglioni. Ogni percorso prevede delle soste in luoghi significativi ciascuno per un aspetto (l'inquinamento, il dissesto, la storia ed i beni culturali, le filande...) gestite da gruppi locali attivi su questi problemi. Per dare anche ai più piccoli la possibilità di prendere parte a questa giornata, viene organizzato anche un mini-rally nel parco di Monza (che la domenica è chiuso al traffico) con giochi ed animazione. A questa giornata partecipano circa un centinaio di persone, in gran parte giovani.
La seconda domenica coinvolge assieme gruppi e cittadini in una giornata che prevede il lavoro in piccolo e grande gruppo per approfondire i diversi aspetti della battaglia ecologista, e darsi nuove modalità organizzative e nuovi obiettivi per il futuro, il lavoro espressivo per i più giovani (bambini e ragazzi) sulle realtà conosciute nella precedente domenica, la festa con la esibizione di un complesso folkloristico locale (i «Firlinfeu» ), la spettacolazione dei ragazzi e, per chi intendeva aderire, una celebrazione religiosa arricchita con preghiere, tratte dalle religioni antiche e dalle liturgie delle confessioni non cristiane di oggi, incentrate sul tema del rapporto uomo-creato. La giornata vede la partecipazione stabile di circa 200 persone e la adesione di tutti i gruppi operanti in valle del Lambro e di vari altri. Intervengono anche il sindaco di Monza ed alcuni assessori.
L'attività della giornata è realizzata in una cascina del parco e nei prati delle sue immediate vicinanze. Le mostre portate dai vari gruppi (che riguardano situazioni della valle del Lambro, ma anche tematiche più complessive come il nucleare) sono strutturate per stands e percorsi che portano gente e curiosi nei luoghi dove si lavora.
Il rally riuscirà comunque a raggiungere l'intento non solo di far conoscere e di far collaborare per la prima volta in termini unitari tutti i gruppi della valle del Lambro, ma anche di definire una nuova strategia e operatività per l'immediato futuro.
Si raggiunge infatti la comune convergenza nel darsi come obiettivo futuro quello della realizzazione del parco regionale della valle del Lambro e della costituzione a tale fine di un comitato promotore con funzione anche di coordinamento dei gruppi operanti in valle.

I «CANTIERI NATURA»

Il «Comitato per il parco regionale della valle del Lambro», costituitosi a conclusione del rally cicloecologico '78, pur differenziandosi dallo specifico di associazioni che, come gli scouts, l'avevano voluto, approfondirà nei suoi anni di attività non solo gli aspetti politici ed ecologici della questione ambientale locale nella valle del Lambro, ma anche la metodologia dell'educazione ambientale.
Si individueranno anche diversi ambiti nei quali è possibile avanzare progetti di educazione ambientale: la scuola, il territorio ed anche i servizi sociali delle amministrazioni comunali.
In particolare sarà possibile, grazie all'accordo con alcuni enti locali del circondario di Monza (Nova Milanese, Muggio, ecc.) che realizzano i centri estivi nel parco e che si dimostrano particolarmente sensibili alle tematiche ecologiche, gestire attività sperimentali durante i centri estivi dei bambini e dei ragazzi. I «cantieri natura» sono appunto la sperimentazione rivolta ai ragazzi, di cui ora si tratterà.
Per «cantieri natura» si intende una attività «mirata» (cioè che prevede uno o più obiettivi concreti da raggiungere) progettata e soprattutto gestita assieme ai ragazzi delle medie dei centri estivi, col supporto di tecnici adulti e degli stessi educatori comunali.
I cantieri, pur organizzandosi autonomamente dal punto di vista logistico, si integrano con equilibrio con le altre attività educative gestite dai centri estivi e si ritmano sulla durata dei turni di permanenza dei ragazzi ai centri estivi (tre settimane).
Nella prima settimana avviene la presentazione del progetto e si mira al coinvolgimento dei ragazzi nelle fasi preparatorie delle attività, stimolando le loro capacità progettuali (organizzazione del lavoro , previsione dei tempi e dei costi, delle difficoltà e del loro superamento, metodi e tecniche, ecc.).
Nella seconda settimana avviene la realizzazione pratica del progetto, puntando da un lato al raggiungimento dell'obiettivo prefissato e dall'altro all'acquisizione di alcuni contenuti (capacità tecniche e manuali, conoscenze più specifiche e approfondite, assunzione di responsabilità anche in relazione alla suddivisione dei compiti, ecc.). L'ultima settimana, oltre all'eventuale completamento dell'attività, prevede un momento di valutazione comune del lavoro svolto e una sua adeguata «publicizzazione» attraverso iniziative di animazione rivolte ad un pubblico il più vasto possibile (altri centri estivi, genitori, utenti del parco...).
All'interno del progetto, che si svolge dal giugno all'agosto '82, si realizzano tre interventi: un'azione di collaborazione ad una iniziale attività dell'orto botanico della scuola di agraria del parco di Monza, la pulizia e l'organizzazione di un sentiero in una zona boschiva del parco, la realizzazione di un osservatorio per gli uccelli.
Durante l'attività relativa all'orto botanico si realizzano lavori di manutenzione ordinaria (irrigazione, estirpazione delle erbacce...), cordonatura dei vialetti, recinzione dell'area. L'ambiente dell'orto finisce per offrire numerosi spunti per altre attività: raccolta di erbe (camomilla, menta) da riportare in cascina ed utilizzare, individuazione delle piante, con particolare attenzione a quelle più comuni nel parco, a quelle commestibili e a quelle pericolose; raccolta di piante da trapiantare nelle aiuole ripulite. L'intervento sul sentiero invece dà occasione ai ragazzi di conoscere, vivere il bosco e lavorare per questo. Mentre gli operai dell'Amministrazione del parco procedono alla ripulitura dei sentieri con l'ausilio di radiboschi e tosaerba, i ragazzi realizzano tre piazzole, attrezzate con panchine, cestini portarifiuti costruiti con legname del parco. Si realizza anche una buca per la sabbia come occasione di gioco per i più piccoli e lungo il sentiero vengono piazzati una quindicina di cartelli indicatori, mentre ai due ingressi sono posti due cartelloni con una mappa della zona.
L'intervento «bird-gardening» (letteralmente «giardinaggio degli uccelli» ) comprende invece una serie di attività e costruizioni volte ad attirare nei pressi della cascina il maggior numero di volatili per poterli osservare. Si allestisce quindi una mangiatoia ed un abbeveratoio, in una zona riparata, ma visibile dalla cascina, in maniera da permettere l'osservazione dei volatili durante i pasti. Per favorire il riconoscimento, viene preparato un cartellone con indicate le specie più comuni di uccelli e le loro abitudini alimentari.

IL «LABORATORIO PER UNA NUOVA VITA LUNGO IL FIUME»

Nella primavera '83, dopo anni di lavoro, sembra ormai essere venuto a risoluzione la questione del parco regionale del Lambro e, più in generale, dei parchi lombardi.
La Regione ha in atto una serie di consultazioni con i Comuni, i movimenti ecologici locali hanno fatto le loro proposte tramite le vie «ufficiali» e ora cercano di far crescere fra la gente il livello di informazione e di consapevolezza in relazione a detta proposta.
Si decide quindi, da parte del Comitato per il Parco Regionale della valle del Lambro e della Commissione cultura alternativa di Carate Brianza, di realizzare una serie di iniziative proprio in quei luoghi dove dieci anni prima aveva avuto luogo la mobilitazione per il Lambro.
Il luogo dell'animazione è Agliate (frazione di Carate Brianza), località posta a cavallo del fiume Lambro, in una posizione paesaggistica un tempo particolarmente fortunata (oggi invece un muraglione, fatto per tentare di contenere le piene del fiume, ha «murato e isolato» sia i ruderi come le abitazioni non abbandonate dalla gente che non è sfuggita ai miasmi del Lambro), con una basilica romanica di notevole interesse e tutta una serie di segni che fanno leggere nel territorio la sua storia (ex filande, mulini, le fabbrichette di oggi...).
Un oggi quindi desolato e vuoto, da riempire di nuova vita, ritornando con nuove speranze a dar vita a luoghi dove un tempo già era possibile vivere in pace con la natura. Aderiscono alla proposta di laboratorio un nutrito gruppo di giovani di Agliate e delle località circostanti; si lavora per 25 giorni complessivi, nel pomeriggio ed in particolare alla sera.
Il laboratorio si articola in diversi gruppi:
- gruppo «generale» (progettazione, logistica, informazione...);
- gruppo «parola»: sviluppa la ricerca sulla memoria storica. Raccoglie interviste e stende diverse elaborazioni (favola, storia, poesie...) ;
- gruppo «costruzioni»: realizza con materiali vari (cartone, legno, teloni...) sagome situazione, con grande sole, un uccello-macchina, uccelli ed animali fissi e galleggianti per popolare il Lambro, chiatta musicale, teschio galleggiante su barca, scenario/telone di sfondo in plastica nera, ecc.
- gruppo "documentazione": per fissare col VTR e la macchina fotografica l'intervento;
- gruppo «musica»: realizza una colonna sonora per la spettacolazione.
Il laboratorio ha come obiettivo quello di trasformare in spazio scenico la parte di paese che si affaccia sul fiume ed il fiume stesso. Questo per far in modo che il paesaggio modificato faccia soffermare la gente ad osservare e leggere vecchi e nuovi significati presenti in un territorio in cui magari si vive, ma di cui non si riesce più a cogliere il senso per l'oggi e tantomeno per il futuro.
Le grandi costruzioni e le scenografie realizzate dal laboratorio sono disseminate nella valle e legate in un unico colpo d'occhio che possa favorire la lettura unitaria del paesaggio/spazio scenico.
Fra le vecchie case, sopra uno sfondo cupo, ballano grandi topi grigi, sormontati da un minaccioso uccello/scheletro. Nello stesso momento, poco distante ma non in vista, il gigantesco teschio galleggiante della morte, appoggiato ai pilastri del ponte, è pronto a lanciarsi in scena...
Ma lo spazio scenico del fiume è anche conteso a questi segni funesti; da alcune vecchie case e lungo il fiume appaiono alcuni personaggi della «gente di fiume» della vecchia Agliate (lavandaie, ragazzi che si tuffano, pescatori, il gelataio...) e, a frotte ed in branchi, variopinti uccelli acquatici, galleggianti o poggiati sulle rive. Un volo di folaghe attraversa poi il fiume da una riva all'altra...
Ma chi è protagonista di questa conflittualità morte/vita è sempre l'uomo. L'uomo è soggetto decisivo ed è ancora possibile che dalle sue stesse mani non escano più strumenti di morte, ma macchinari fantastici progettati per la vita e la liberazione dei suoi sentimenti più profondi.
Ecco quindi nel pieno centro dello spazio scenico ricavato dal fiume, dinnanzi agli occhi della gente che legge il paesaggio modificato poggiandosi al parapetto del ponte, un carillon ad acqua, galleggiante ed ancorato in mezzo al fiume. Le sue pale, costruite dall'uomo e mosse dall'acqua, ricavano suoni finalmente in sintonia con la voce del fiume...