Come aprire i gruppi all'emarginazione

Inserito in NPG annata 1986.

 

Una proposta di Antonio Monaco

(NPG 1986-10-39)


NPG si è preoccupata, soprattutto in questi ultimi anni, di venire incontro alle esigenze di «azione» da parte dei gruppi giovanili, quasi in risposta alla richiesta di non chiudersi unicamente all'interno del gruppo stesso, attorno a tematiche di identità o personale o di gruppo o cristiana. Questo difatti resta oggi come uno dei segni più preoccupanti di «paura» rispetto al futuro e al mondo, e paralizzanti della speranza.
Abbiamo via via offerto «materiali» su temi come: il volontariato, il territorio, l'ecologia, la pace.
Presentiamo in questo numero un sussidio proposta per gruppi che intendono «lavorare» nel settore dell'emarginazione e del disagio adolescenziale.
È stato realizzato da Antonio Monaco, all'interno di un gruppo che da anni possiede riconosciuta esperienza nel settore, il «Gruppo Abele» di Torino. Non è un documento «ufficiale» del gruppo, ma è poco più di una bozza di lavoro.
Esso è nato come ritrascrizione di una lunga conversazione con A. Monaco. L'autore si ripropone di tornare sull'argomento con proposte più precise e articolate.
Lo pensiamo utile per l'animatore che non sa «verso dove» decidersi, o per coloro che, dopo i primi passi, vogliono interrogarsi seriamente sul servizio reso e sui problemi che sono nati, a seguito di questo, all'interno del gruppo.
(Redazione di Giancarlo De Nicolò).

LA REALTÀ DELL'EMARGINAZIONE E DELLA POVERTÀ

Si sente spesso dire che non esiste più la povertà in Italia, o che comunque è ridotta a fasce sociali estremamente limitate. Ma la povertà esiste ancora.

La povertà esiste ancora

Eppure ancora oggi più di 10.000 bambini muoiono entro il primo anno di vita; e vi sono famiglie in cui manca non solo il lavoro, ma anche il letto per bambini, e nella cui casa il medico non entra mai pur essendoci qualcuno ammalato, dove i bambini imparano ad odiare la vita perché ancora a loro il futuro riserverà la stessa miseria.
Eppure il 15% delle famiglie italiane (8.000.000 di persone) non raggiunge un reddito sufficiente a garantirsi alimentazione e igiene adeguate.
Eppure la disoccupazione (che coinvolge 2.500.000 persone), l'esiguità di alcune forme pensionistiche di minima, le famiglie numerose, l'immigrazione di lavoratori stranieri (circa un milione) costituiscono le principali cause di svantaggio sociale. E insieme assistiamo ad una distribuzione inadeguata, all'inefficienza o addirittura all'inesistenza di servizi pubblici (sanitari, scolastici, dei trasporti, per il tempo libero e l'attività sportiva, ecc.). Ogni anno circa 180.000 ragazzi abbandonano la scuola prima del conseguimento del titolo dell'obbligo.
Eppure l'insoddisfazione nei rapporti sociali, la caduta motivazionale in quasi tutte le attività sociali, i conflitti tra le generazioni e nella famiglia che oscillano dallo scontro fisico all'indifferenza reciproca, lo scarto tra stimoli e obiettivi offerti ai giovani e le loro opportunità reali, il ritmo sociale ansioso e frenetico che scandisce dall'esterno la vita di ciascuno erodendo ed ostacolando la riflessione critica e gli spazi di identificazione individuale, sono esperienze quotidiane di tutti.
Non solo pertanto la povertà non è scomparsa, ma assume forme più complesse e una presenza più strisciante, meno visibile ma non meno drammatica.

Che cos'è la povertà

Bisogna riconoscere che in Italia, dal dopoguerra ad oggi, vi sono stati cambiamenti notevolissimi, e che benessere e sicurezza sono cresciuti per ampie fasce di cittadini;
- il reddito pro-capite reale è aumentato di tre volte e mezza;
- l'istruzione è «prevista» fino al quattordicesimo anno di età;
- l'assistenza sanitaria è assicurata a tutti i cittadini;
- è infine garantita una pensione sociale agli anziani senza redditi.
Se si guarda alla distribuzione del reddito e del potere bisogna riconoscere ancora che lo sviluppo sociale ha allargato ampiamente la fascia dei cittadini che hanno raggiunto un certo tenore di vita. I ceti medi sono stati indubbiamente premiati negli ultimi decenni, e hanno probabilmente contribuito a occultare o, per lo meno, a dimenticare la persistenza di situazioni di povertà.
A determinare una condizione di povertà vi sono diversi fattori che entrano in gioco. Solo una visione più comprensiva ci può far percepire le dimensioni del fenomeno di oggi.
È certamente decisiva la mancanza oggettiva di risorse a determinare la povertà. Non si deve però intendere in modo riduttivo nella sola accezione economica (miseria); vi è implicata infatti anche la perdita di capacità e possibilità di partecipazione a livello politico, economico e culturale (marginalizzazione).
È importante però anche il giudizio esterno che viene formulato dai «non poveri» nei confronti dei «poveri». L'atteggiamento positivo o negativo della gente, l'offerta o il rifiuto di opportunità, il giudizio di condanna o la ricerca di comprensione hanno delle conseguenze decisive nel favorire oppure ostacolare il cambiamento della condizione di chi è «povero».
Conta infine il modo con cui le persone percepiscono soggettivamente la propria condizione, soprattutto oggi, quando la società tende a far crescere costantemente lo standard medio dei consumi e quindi a far crescere quantitativamente e qualitativamente i bisogni individuali.
La povertà non è pertanto una situazione «oggettiva» e «assoluta», ma una condizione di vita «relativa» al proprio ambiente sociale e al proprio momento storico. Ed è pure un «processo cumulativo» in quanto, anche se si origina in una settore specifico (salute, reddito, istruzione, casa, potere ecc.) tende progressivamente ad estendersi a tutti gli altri.
Se dunque la povertà è la situazione in cui viene a mancare la risposta, legittima e necessaria, a bisogni ritenuti essenziali, ci troviamo inevitabilmente di fronte a contenuti e forme nuove di povertà in relazione alla trasformazione che lo sviluppo sociale produce sui bisogni delle persone.

La realtà dell'emarginazione

Queste analisi, anche se sommarie, possono far nascere atteggiamenti immobilisti («la povertà non può essere eliminata») o qualunquisti («siamo tutti poveri»). È indispensabile invece avere il coraggio di distinguere i diversi livelli di azione e riconoscere quali sono i soggetti che pagano più duramente questa situazione.
Le forme di povertà economica, ancora così massicciamente presenti in Italia, richiedono certamente un impegno reale e scelte politiche nella direzione di uno sviluppo centrato sull'occupazione e non solo sulla produttività, su un maggiore sostegno previdenziale alle famiglie numerose e l'adeguamento a «livelli vitali» delle pensioni minime. Una nuova spinta partecipativa dovrebbe favorire l'attuazione pratica e la definizione legislativa di numerose «riforme» che hanno caratterizzato la vita e il dibattito politico in Italia negli ultimi anni (riforma sanitaria, diritto di famiglia, decreti delegati, problemi dell'assistenza). La domanda di una diversa qualità della vita richiede impegno personale e forme praticate e praticabili di vita alternativa.
Non si deve dimenticare però che vi sono alcune forme di povertà che richiedono un'attenzione particolare. Alle condizioni oggettive di disagio si aggiunge per essa la persistenza del pregiudizio sociale, di una stigmatizzazione che le colloca in una condizione ancora più faticosa e difficile.
Pensiamo all'isolamento affettivo e fisico di anziani (il 16% della popolazione), di persone portatrici di handicaps fisici o psichici (oltre due milioni di handicappati), di coloro che vagabondano di paese o di città in città.
Oppure all'abbandono o semiabbandono dei bambini (circa 200.000). All'istituzionalizzazione dei minorenni o alla «segregazione» dei «ragazzi difficili» nei collegi. Ai giovani che, vivendo sulla strada, costituiscono le piccole bande di periferia, che fuggono da casa o compiono gesti «delinquenziali».
Pensiamo ancora al rifiuto di cui sono oggetto gli alcoolisti, i detenuti e gli ex-detenuti (oltre 40.000), i ricoverati, i dimessi dagli ospedali psichiatrici (circa 50.000), gli omosessuali, i transessuali (oltre 20.000), le prostitute. Alle difficoltà di inserimento e alle minori «opportunità di vita» che incontrano le minoranze etniche, gli zingari, gli immigrati e i loro figli, i familiari degli emigranti che «restano».

Il disagio giovanile

Queste diverse forme di povertà ed emarginazione si accaniscono in modo particolare sui giovani e gli adolescenti. L'adolescenza, che è vissuta oggi come un'età di passaggio, caratterizzata dalla ricerca di autonomia, si trova a vivere in una situazione sociale di profonda crisi. Eppura questa «crisi», queste difficoltà che i giovani vivono, non suscitano ribellione e protesta. Questo perché oggi ci troviamo a vivere in una ésocietà molto più complessa, anche solo di pochi anni fa.
I sociologi definiscono la società attuale come profondamente «differenziata». Le persone, e soprattutto i giovani, realizzano se stessi in più ambienti, attraverso molte esperienze, con numerose appartenenze. Questa differenziazione espone però più facilmente alla «dissociazione» di personalità. Il tempo infatti sembra sempre più scarso rispetto alle varie opportunità. Paradossalmente è più viva la coscienza di ciò che si perde rispetto all'intensità di ciò che si vive.
Si vive quindi una specie di «fedeltà passiva» per cui ci si impegna magari anche, ma senza identificarsi totalmente. Questo a livello affettivo, professionale e anche vocazionale. È difficile cioè mutare opzioni fondamentali, decisioni definitive: si rinvia per mantenere aperte le proprie possibilità.
Questa tendenza giovanile è coltivata dalla società perché funzionante al consenso sociale. Moltiplicare le esperienze e le opportunità diventa uno strumento di controllo sociale in quanto ostacola o impedisce, sostituendole, il consenso intorno a mete collettive unitarie.
Per questa ragione, anche di fronte ad una oggettiva condizione di disagio e marginalità in cui si trovano oggi i giovani (superiore certamente alla situazione degli anni '60), ecco che ciascuno riesce a trovare qualche opportunità o appagamento per se stesso. L'essere invischiati nella ricerca di appagamenti immediati fa apparire impossibile l'incidere sui grandi problemi sociali e politici. Si inseriscono in questa tendenza anche le risposte di quei giovani che assumono comportamenti devianti o autodistruttivi. L'origine della devianza infatti è sempre riportabile a bisogni insoddisfatti e alla ricerca, esplorazione e sperimentazione di nuovi modi ed esperienze di vita.
Le mete per i giovani sono ricercate negli spazi intermedi e attraverso piccole strategie (piccolo gruppo, coppia, raccomandazioni...). Anche nel lavoro si cercano buoni rapporti più che trasformazioni globali. Il significato e il senso è ricercato in tutto ciò che si fa: nel concreto e nel quotidiano. In questo senso l'uso di eroina, ad esempio, può quasi essere considerato un tentativo di «iniezione di senso». La «protesta» o il disagio si canalizzano in forme esclusivamente individuali.

LE RISPOSTE NELLA SOCIETÀ E NELLA CHIESA

Sia la società nel suo complesso che singoli gruppi hanno cercato di affrontare in questi anni le tendenze e i problemi accennati.

La risposta sociale

Le risposte sociali e istituzionali manifestano stereotipi, convinzioni radicate e desideri. Sono risposte che si modificano col tempo e modificano anche i bisogni a cui cercano di dar risposte.
A livello sociale, in Italia, si sono espresse prevalentemente due tendenze. Pensiamo all'azione del sindacato e dei partiti di sinistra, che hanno sollecitato e sostenuto lo
sviluppo della società attraverso una più adeguata distribuzione dei redditi e del potere come uno strumento di crescita di tutti gli strati sociali.
Se sono innegabili i risultati positivi di questa linea politica, si è forse sbagliata la lettura del fenomeno povertà. Si è agito come se la povertà fosse l'ultimo gradino della scala delle disuguaglianze sociali e si è pertanto ritenuto che la riduzione di queste disuguaglianze potessero eliminare anche la povertà. Essa invece rappresenta un momento di rottura rispetto ad ogni altra condizione sociale, una situazione cioè a partire dalla quale la gravità della disuguaglianza è percepita e definita come differenza qualitativa e insopportabile.
L'eliminazione della povertà richiede pertanto un'azione «diretta» e «specifica». Troppi di coloro che hanno condannato gli interventi assistenziali dimenticavano che l'abolizione dell'assistenza, da sola, non risolve il problema dei poveri, ma anzi lo aggrava se al posto dell'intervento assistenziale (accanto ad esso) non si realizza una diversa e globale politica di promozione sociale. I servizi sociali come diritto per tutti hanno prodotto di fatto un vantaggio reale soprattutto per i ceti medi e i lavori garantiti, cioè dotati delle capacità e opportunità politico-culturali di usufruirne (informazioni, facilità di accesso, ecc.).
Una seconda tendenza, che potremmo definire «tecnica», anche in contrapposizione alla prima, si va sempre più affermando. Essa ritiene le diverse manifestazioni di devianza ed emarginazione come espressione di patologie individuali o almeno di cause ben circoscrivibili e definibili. Ritiene inoltre che di fronte ai bisogni umani sia sufficiente fare un'analisi adeguata, e applicare una «terapia» scientifica per realizzare la risposta.
Se in questo modo si pone positivamente l'accento sulla «professionalità» dell'intervento (come capacità di analisi, come non improvvisazione nè spontaneismo occasionale), è estremamente riduttivo affidare la «riuscita» dell'azione alle capacità e agli strumenti tecnici riconosciuti come «la soluzione» di problemi invece molto complessi. In questo modo si tende semplicemente a trasformare le personalità disadattate per renderle atte a sopportare disagi e difficoltà di una realtà dura e sostan-
zialmente immodificabile; si tende insieme ad offrire assistenza in cambio di un controllo della propria pericolosità sociale: quest'ultimo diventa spesso l'unico obiettivo che sostituisce la risposta e l'eliminazione del bisogno.
Segni di questa tendenza si possono riconoscere nelle polemiche in atto circa l'inserimento di ragazzi portatori di handicaps fisici e psichici nella scuola; nelle ipotesi di interventi coatti, specialistici e «separati» rispetto ai fenomeni di marginalità sociale.

L'azione delle minoranze: volontariato

In questi anni vi sono stati gruppi e associazioni che hanno operato per costruire dei «servizi alternativi». Anzi, in un clima politico generale di consenso, si è pensato negli anni '70 che fosse possibile vincere l'emarginazione sulla base di un ampio coinvolgimento e partecipazione popolari e democratici. Si arrivò anche ad alcuni risultati legislativi: riforma delle carceri, soppressione dei manicomi, sostituzione dei servizi per la famiglia (consultori) e per tossicodipendenti.
Questa spinta innovativa ed entusiastica si scontrò però con le lentezze burocratiche e la crisi economica.
Più in generale, si scontrò con la perdita della speranza nella gente e con una società centrata sulla ricerca della soddisfazione dei propri bisogni, reali e fasulli, senza tener conto di chi non è in grado spesso nemmeno di esprimere i propri.
Alcune persone si stanno rendendo conto di questa situazione. Hanno coerentemente deciso di tentare strade diverse di vita e di risposta ai meccanismi mortificanti del falso benessere di massa.
Ricercarono spazi vivibili, nei quali esprimere le proprie potenzialità. Non come rinuncia a creare «servizi alternativi», ma come consapevolezza della necessità di una alternativa che coinvolga profondamente la vita delle persone.
C'è chi, per gli ideali della pace, della non-violenza, dell'antimilitarismo è disposto a pagare di persona: migliaia di obiettori di coscienza sono espressione, sufficientemente significativa, del rifiuto culturale e politico di un mondo vissuto nell'equilibrio della potenza militare.
C'è anche chi tenta, attraverso nuovi modi di lavorare, di ridare dignità alla propria laboriosità: la cooperazione, coerentemente vissuta in settori abbandonati, quali l'agricoltura e l'artigianato, è segno della rivolta alla mercificazione coatta imposta dalle leggi di mercato.
C'è chi, nella dimensione abitativa e familiare, respinge lo schema consolidato della famiglia nucleare, rendendo la propria affettività disponibile a situazioni di bisogno, vivendo i sentimenti in spazi ampi di coinvolgimento e di attenzione agli altri.
C'è chi, nella militanza politica e sindacale, costruisce la giustizia e la pace, rifiutando facili carriere e i privilegi che il potere paga ai servitori.
C'è infine chi, con l'impegno personale e non delegato, combatte (anche se con strumenti non adeguati data la complessità dei problemi) i drammi del Terzo Mondo, nei suoi terribili aspetti di repressione politica, di sudditanza economica, di scomparsa di culture.
L'impegno di queste minoranze (è la caratteristica dei nostri giorni) non è guidato da idee-forza politiche e religiose: ha origine da ricerca personale, da riflessione isolata. Nei migliori dei casi fa sorgere piccoli aggregati; sembra non influire rispetto ai meccanismi della macrosocietà.
In questo essere minoranze consiste la forza di denuncia e di verità. Pur con i limiti, solo le minoranze esprimono le istanze di una società in crisi che si è votata al suicidio.
È all'interno di questi nuovi modelli che è possibile forse ricercare strumenti, occasioni, opportunità anche per chi fa più fatica.

La chiesa nella storia: atteggiamenti diversi

Come crisitani, di fronte ad una situazione così complessa e difficile, non possiamo evitare di rileggere la prospettiva offerta dal Vangelo e l'esperienza concreta attuate dalle comunità cristiane dalle origini ai giorni nostri. Ovviamente facendo riferimento solo ad alcuni momenti essenziali e attraverso alcuni rapidi flash.
L'invito di Gesù a «dar da mangiare a chi è affamato, visitare chi è malato o carcerato», contenuto nel Vangelo di Matteo (25,31-46), non è rivolto solo agli «incaricati della carità», ma a tutti i cristiani, anzi a tutti gli uomini.
Anche un'altra preziosa dichiarazione di Gesù può essere ricordata: «Amare Dio con tutto il cuore e con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val di più di tutti gli olocausti e i sacrifici» (Mc 12,33). E ancora: «Non chiunque dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli». (Mt 7,21). Il comandamento dell'amore evangelico trovò una sua concreta traduzione nella primitiva comunità cristiana, come ci attesta questo brano degli Atti degli Apostoli: «Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o cose le vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno» (At 4,34-35).
Anche la tradizione del monachesimo è attentissima agli ospiti e ai fratelli in difficolà. Riprendiamo solo un brano della regola di S. Benedetto: «Soprattutto nel ricevere i poveri e i pellegrini si usi riguardo e premura, poichè in loro si riceve Cristo».
Con il Medioevo però cessa l'ipotesi della costruzione di una comunità in cui a ciascuno è distribuito secondo il bisogno. Tale ideale sarà relegato all'interno degli ordini e delle congregazioni religiose. Il povero, il bisognoso diviene colui che occorre aiutare, sorreggere, far sopravvivere. Non è più combattuta la povertà in sé: non è più realisticamente proposta la regola «a ciascuno secondo il suo bisogno». I poveri, gli ultimi diventano strumenti per mezzo dei quali raggiungere la perfezione: appunto per mezzo di loro e non con loro.
Non sfuggono da questo atteggiamento, sottilmente egoista, molte iniziative, congregazioni e persone che nei secoli successivi si dedicarono «ai poveri e ai sofferenti». Ben diverso fu l'atteggiamento di S. Francesco d'Assisi che si fece lui stesso «povero», o quello di S. Vincenzo de' Paoli che raccomandava alle Figlie della Carità: «Non avendo per monastero se non le case dei malati e quella dove risiede la superiora, per cella una camera d'affitto, per cappella la chiesa parrocchiale, per chiostro le vie della città, per clausura l'obbedienza, non dovendo andare se non dai malati o nei luoghi necessari per il loro servizio, per grata il timor di Dio, per velo la santa modestia, e non facendo professione per assicurare la propria professione all'infuori di quella continua fiducia che hanno nella divina provvidenza e dell'offerta di tutto quello che sono e di tutto quello che fanno per il servizio dei poveri».
Con l'accentuazione, lungo i secoli, del distacco della religiosità dai problemi concreti della storia, non c'è da stupirsi che quando l'industrializzazione, e oggi la crisi economica e sociale, renderà povere e suddite intere categorie di persone, queste ultime non sentiranno comprensione e vicinanza da parte dei cristiani.
I Vescovi italiani con il documento «La chiesa italiana e le prospettive del paese» del 1981 cercano di porre il problema in termini rinnovati. Dopo aver infatti denunciato il fatto che «il nostro sistema di vita ignora e perfino coltiva» gli emarginati, invita tutti a «ripartire dagli ultimi che sono il segno drammatico della crisi attuale». Non si tratta però tanto di un invito a rivitalizzare delle iniziative, quanto a rinnovare la menalità: «Con gli ultimi e gli emarginati, potremmo tutti recuperare un genere diverso di vita. Demoliremo innanzitutto gli idoli che ci siamo costruiti... Riscopriremo poi i valori del bene comune... Ritroveremo fiducia nel progettare insieme il domani... E avremo la forza di affrontare i sacrifici necessari, con un nuovo gusto di vivere».
Alla luce di queste indicazioni procediamo oltre, per accostarci ai problemi individuabili in proposito nei gruppi giovanili.

La realtà dei gruppi giovanili ecclesiali

La nascita e lo sviluppo di numerosi gruppi giovanili nel dopo-concilio e il favore con cui si guarda ai «gruppi» nella pastorale giovanile richiede che se ne analizzi il rapporto con l'emarginazione giovanile. Se non si può negare l'importanza che il gruppo può avere nella proposta educativa con i giovani d'oggi, non bisogna dimenticarne alcuni rischi e alcuni limiti.
Molti gruppi infatti sono fortemente «chiusi» nei confronti di giovani che hanno problemi perché troppo centrati (spesso in modo esclusivo) intorno ad attività formative (preghiera, catechesi) o perché richiedono un'appartenenza totalizzante che non accetta la gradualità e la diversità. Oppure sono chiusi in quanto troppo fragili, con una costante difficoltà a sopravvivere, non in grado di sostenere le tensioni che può suscitare l'inserimento dei «nuovi». Inoltre spesso le persone aggregate ai gruppi ecclesiali sono formate da persone distanti culturalmente ed economicamente da chi subisce l'emarginazione.
Vi sono anche gruppi che vivono una qualche forma di impegno e servizio. Spesso però questo servizio è vissuto come un'attività parallela, non legata all'esperienza liturgica o di ascolto della Parola di Dio. Si compiono «gesti concreti», per aiutare qualcuno, magari quando uno se la sente ed ha del tempo a disposizione. Si vive la carità come un'azione rivolta al di fuori e non come l'espressione di una dimensione di sé, di un'esigenza rivolta innanzitutto a se stessi e alle persone incontrate anche nel proprio gruppo. In altre parole intendiamo riferirci a quelle situazioni in cui ci si limita spesso a delle «raccolte», al sostegno economico, senza interpellare la propria coscienza intorno alla logica dello sdoppiamento: da una parte il benessere fisico e interiore per sé, dall'altra parte l'aiuto da dare a chi questo benessere non ha. E quando si percepisce la complesssità e il peso che avrebbe una reale presa di carico dei problemi dei poveri, ecco la più classica delle risposte: «ci pensino gli addetti ai lavori».
Infine non si può evitare di constatare come anche i gruppi ecclesiali tendono ad escludere, molto facilmente, chi crea difficoltà. Ciò che è più grave pur accettando che un gruppo, nel definire la propria identità, tenda naturalmente a porre delle discriminanti tra i propri membri - è il disinteresse per ciò che avviene a chi se ne va o viene sollecitato ad andarsene. O ancora il clima di sospetto e intolleranza riservato spesso alle persone «in ricerca» o che non vivono in pienezza la loro appartenenza ecclesiale.
Quando poi si lascia la voce a chi vive o ha vissuto situazioni di emarginazione o di disagio, le accuse rivolte alla chiesa o ai gruppi giovanili si fanno ancora più circostanziate e precise. Diventano così testimonianze e accuse di indifferenza, quasi un passar oltre facendo finta di non accorgersi o della non esistenza stessa del problema; oppure rifiuto della facile compassione, quell'atteggiamento paternalistico che calma le coscienze mentre evita la realtà; oppure di condanna e rifiuto, quasi sempre accompagnati dal moralismo che vede ogni causa nella pigrizia o nella cattiva volontà dei soggetti; o ancora di pressappochismo caritativo, come se ogni problema potesse essere risolto col motto «vogliamoci bene». Altre volte le accuse sono più direttamente rivolte all'istituzione stessa, che rifiuta chi è in difficoltà o non si adegua alla norma o presenta sintomi di ribellione e disagio; altre ancora al «prete» che non è disponibile perché non ha mai tempo per ascoltare o che cerca di imporre idee e modi di essere non rispettosi dell'originalità e spontaneità delle persone.
Non è possibile certo generalizzare e fare - come si dice - di ogni erba un fascio. Ma un qualcosa su cui riflettere c'è.

I rischi e le tentazioni dell'animatore

Occuparsi oggi delle problematiche giovanili (droga, violenza, fuga, suicidio, ecc.), o almeno parlarne, è senz'altro «alla moda» soprattutto in ambienti cattolici. Questo dipende sicuramente da un'accresciuta sensibilità e attenzione da parte della chiesa italiana, ma si può altrettanto attribuire ad una sorta di adeguamento e rincorsa di temi abusati dai giornali in modo sensazionalistico e strumentale.
In questo contesto anche l'animatore che intende promuovere e sviluppare interesse o un impegno per questi problemi si trova spesso invischiato nelle stesse tentazioni. Non è inutile cercare di individuare questi rischi o tentazioni perché possono attraversare in forma subdola anche le iniziative nate con le migliori intenzioni.
Si possono individuare due aree di tali rischi: una riguarda la funzione del servizio, l'altra la modalità dello stesso.
Il servizio agli emarginati può essere infatti proposto (o voluto) come supporto alla coesione di gruppo o intenzionalmente o in maniera più nascosta ma altrettanto reale. Emergono allora obiettivi come l'acquisizione di prestigio (lavorare nell'emarginazione è «di moda», conferisce un alone di eroicità al gruppo stesso), o il desiderio di sentirsi utili, magari per superare il senso di colpa di non far mai niente per i poveri, o ancora la volontà di competizione con altri gruppi o di contrasto e contrapposizione all'ente pubblico...
Tali obiettivi di per sé non sono in contrasto con un servizio leale e volontario, a patto che non siano gli unici né quelli che determinano le scelte e i metodi. Renderli coscienti all'animatore e al gruppo stesso è importante, anche per evitare frustrazioni o successivi sensi di colpa. Questo è tanto più urgente, perché il presupposto del servizio non è per un gruppo già specializzato, ma per un gruppo «in itinerario educativo», che fa quindi della coesione di gruppo la forza e il sostegno dell'identità e dell'azione.
La seconda aera di «tentazioni» riguarda più direttamente le modalità del servizio, che può essere vissuto con stile pietistico e caritativo (secono le modalità più consone a un certo tipo di istituzione o modo di pensare la carità e i poveri), o senza continuità, per cui a facili fuochi di paglia succedono cadute di interesse e di motivazione, o con faciloneria e senza un minimo di preparazione.
Un'altra modalità di servizio «pericolosa» è il lasciarsi coinvolgere troppo emotivamente e talvolta il lasciarsi travolgere: se è errato per una persona già matura, è ancor più pericoloso per l'adolescente o giovane in formazione; oppure, in forma ancora più subdola, cercando di imporre un proprio modello di vita attraverso il ricatto sottile. Tutte forme che bloccano sul nascere, o fanno ben presto crollare, ogni iniziativa, con grave danno sia delle persone verso cui si vorrebbe prestare servizio, sia dei membri del gruppo stesso.
Su questi rischi torneremo in riferimento al gruppo e alle modalità di intervento che vorremmo proporre.

UN MUTAMENTO CULTURALE: PARADIGMI E DEFINIZIONI

Si è sviluppato negli ultimi decenni, soprattutto nell'ambito delle scienze del comportamento, un ampio dibattito su tutte le que-
stioni concernenti l'emarginazione e il disagio, dibattito che ha mutato i paradigmi (e ovviamente anche le definizioni) con cui si sono sempre affrontate queste realtà. Tale dibattito è stato perlopiù recepito anche da parte degli operatori e degli animatori dei gruppi giovanili, e ha prodotto un mutamento nella coscienza e nella sensibilità, e nel modo stesso di affrontare, operativamente e educativamente, i problemi.
I nodi attorno a cui si sono riformulate le. nuove riflessioni sono essenzialmente i seguenti: normalità/devianza, salute/malattia, sessualità, povertà/emarginazione, evangelizzazione.

Che cos'è la «normalità»?

Semplificando il problema (e centrandolo sul tema), si può dire che, rispetto alla condizione e devianza giovanile, negli ultimi decenni si è preso coscienza anzitutto della «culturalità» dell'adolescenza e giovinezza, e quindi anche della devianza: esse non sono affatto «naturali» e si esprimono in molteplici diverse maniere.
Vi sono però almeno tre modi di concepire tale carattere «culturale» della condizione e devianza giovanile.
Un primo modo è in certo senso deterministico: esso afferma che è la struttura sociale che determina la condizione giovanile, la produce, ne definisce le caratteristiche sostanziali e le modalità di espressione. Si può quindi prendere atto di una determinata situazione giovanile in un determinato contesto sociale, ma sostanzialmente non si può operare molto se non lamentarsi, rivendicare, proclamare i diritti degli adolescenti e accettare il fatto che la società produce una sua condizione di giovani.
Il limite di questo primo modello è che ne deriva un'impotenza pratica di azione, dal momento che viene ritenuto non molto facile intervenire sulle cause sociali condizionanti.
Un secondo modello accentua il fatto che i giovani, nel loro sviluppo alla maturità, assumono «necessariamente» atteggiamenti antitetici, trasgressivi, polemici nei confronti della realtà sociale, e quindi definiscono se stessi in forma antagonistica, quasi in assoluta autodeterminazione rispetto al resto della società.
I limiti di questo modello sono altrettanto evidenti: anzitutto esso risulta molto «astratto», in quanto non dà ragione della diversità delle situazioni giovanili, e in secondo luogo, puntando tutto sui giovani, risulta un comodo alibi da parte degli adulti.
Il terzo modello è di tipo interattivo, e punta sulla responsabilità dei giovani e della società.
Quindi il rapporto tra normalità e devianza non va concepito come qualcosa di netto e separato come bene/male, ma come qualcosa in continua interazione e in continuità: ogni persona, in momenti diversi della sua vita, può trovarsi a compiere gesti devianti o anomali all'interno di una vita «normale». La continuità tra normalità e devianza è dunque il presupposto perché il soggetto e la società possano interagire, sia in senso positivo che negativo. Tale convinzione offre uno spazio di intervento e legittima la possibilità di agire per un cambiamento.

A proposito di salute/malattia e di sessualità

Anche tali concetti hanno subito negli ultimi anni una certa relativizzazione, soprattutto mediante la percezione della continuità che esiste tra polo positivo e polo negativo, tra normalità e «devianza». Circa il concetto di salute, molti ormai si rendono conto che la definizione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (salute come «benessere psico-fisico e sociale») è una definizione astratta, posta come presupposto teorico in base a cui vengono poi analizzati i singoli casi. Ma in realtà le condizioni di salute e di benessere sono estremamente soggettive e differenziate: e soltanto gli aspetti strettamente biologici e organici possono essere misurati, mentre altri aspetti - in particolare quelli psicosociali - sono molto più flessibili e elastici, appunto «soggettivi». Per cui le definizioni astratte e le distinzioni nette portano sempre a una riduzione del problema e all'impossibilità - da parte dell'operatore - di agire sul caso singolo, nelle situazioni specifiche.
Le stesse riflessioni si potrebbero applicare al campo della sessualità; ma notiamo qui anzitutto un mutamento, nella valutazione
dei comportamenti, nella direzione di una maggiore elasticità. A parte le nuove considerazioni «scientifiche» su un campo che è stato per lungo tempo considerato tabù, vi è in chi opera una maggior consapevolezza che l'approccio «morale» alla sessualità deve intervenire in una fase successiva al primo approccio con con le persone. Ciò non significa che l'approccio morale vada negato (esso anzi è molto importante), ma il primo atto verso chi manifesta qualche difficoltà sessuale è di relazione comunicativa, che precede qualunque giudizio ideologico o etico nella pluralità delle sue espressioni.

Una nuova visione della povertà

Anche i concetti di povertà ed emarginazione hanno subito trasformazioni.
Il concetto di povertà, da una visione strettamente economicistica (come mancanza di beni necessari) si è articolato diversamente, seguendo quasi la diversificazione dei bisogni delle persone tipica della società complessa: per cui la mancanza di risposte ai propri bisogni oggi non è più solo riconducibile all'assenza di risposte materiali ai bisogni, come sussistenza, casa, lavoro, ecc., se non si tiene anche conto di una serie di bisogni come quello di relazione, di appartenenza, di comunicazione, di benessere in senso generico.
Ciò di cui in ogni caso si è preso atto è che la povertà - rispetto ai bisogni della persona - non è l'ultimo gradino dei bisogni, ma è qualitativamente su un altro piano, rappresenta un salto, una cesura. Chi si trova nelle condizioni di povertà non è nella condizione di «salire» nella scala delle differenze sociali, perché non esistono nella sua condizione le premesse per il superamento di essa. E per questa ragione si esigono degli interventi specifici.
Pure il concetto di emarginazione si è sviluppato nel momento in cui si è preso coscienza che in qualsiasi sistema sociale vi è una differenza sostanziale tra centro e periferia, tra chi ha il potere (le risorse, le possibilità) e chi ne è escluso. Non è unicamente un fatto di volontà delle persone, ma di oggettive condizioni strutturali e posizioni sociali: le risorse o le possibilità di affrontare i problemi cambiano a seconda della posizione in cui uno si trova. 

L'evangelizzazione

L'istanza di tipo veritativo che è stata alla base di un certo modo di concepire il cristianesimo e la fede stessa si è ultimamente aperta alla sottolineatura di un'istanza diversa: la verità dell'evangelizzazione sta nel modo con cui viene ricevuta, è in riferimento alla sua capacità di fecondità e efficacia, e non soltanto in riferimento al suo deposito storico.
In tale prospettiva diventa centrale la conoscenza del destinatario o il modo con cui egli assume il messaggio, lo rielabora e lo riformula. In altri termini, non esiste evangelizzazione corretta se non quando si entra in una relazione che modifica anche l'evangelizzatore, in cui il destinatario non è un soggetto passivo che riceve, ma un soggetto attivo che determina qualcosa dell'evangelizzazione stessa.
Di più, ogni rapporto in cui non c'è una modifica reciproca è certamente un rapporto di potere e quindi non di crescita; può anche essere un rapporto efficace, ma non nei tempi lunghi, e difficilmente il destinatario che non ha assunto attivamente il processo relazionale persevera e dà continuità all'esperienza vissuta.
Le riflessioni condotte finora possono sembrare - all'animatore desideroso di proposte pronto uso e di ricette facili - una perdita di tempo, un girovagare nel vuoto e nell'astratto.
Ma soltanto entrando in nuovi ordini di idee, in nuovi paradigmi concettuali, si possono affrontare seriamente (e concretamente) i problemi dell'emarginazione, della povertà, del disagio.
Senza un atteggiamento più «sensibile», più elastico e aperto, si resta all'interno di schemi che, se efficaci in certi casi, non permettono tuttavia di entrare nel vivo dei problemi, non permettono soluzioni efficaci e «umane».

PROSPETTIVE DI INTERVENTO

Veniamo più al pratico, entrando nella concreta vita dei gruppi, secondo un itinerario progettativo e metodologico che intendiamo esplicitare.

I presupposti per l'intervento

Vi sono alcuni presupposti, quasi dei postulati di fondo, che occorre esplicitare, perché formino una base comune sia per l'animatore che per i partecipanti al gruppo.
Il primo presupposto è che non si può aiutare nessuno che non voglia essere aiutato. E questo è sostanzialmente un atto di umiltà, che si oppone alle manie d'onnipotenza di chi, di fronte a un problema di una persona, vuole a tutti i costi intervenire per «aiutare» (magari secondo la propria personale visione di quello che è «bene» per l'altro). Bisogna invece accettare il limite che si può fare qualcosa solo nella misura in cui l'altro riconosce la possibilità di intervenire, o almeno di interagire con la sua situazione.
Il secondo presupposto è ancora un atto di umiltà: la convinzione che, nonostante le migliori intenzioni, si può sbagliare nell'intervento di aiuto. Sia perché può darsi che la persona stessa non abbia chiaro il suo problema o lo mascheri (in tal caso qualunque intervento correrebbe il rischio di essere ingenuo), sia perché chi interviene agisce molto spesso con degli schemi prestabiliti, con stereotipi, e tenta di indurre il vero problema interpretando i segni secondo il suo quadro mentale. È necessario dunque in un rapporto di aiuto, accanto alla dedizione morale e alla disponibilità all'impegno, un serio momento di verifica, una competenza e capacità di capire i problemi e di riconoscere i propri limiti.
E ultimo, l'attitudine più profonda per entrare in una relazione significativa, è chiedersi di cosa ha veramente bisogno quella persona, al di là di quello che dice, e se quello che si riesce a fare corrisponde veramente al suo bisogno, alla sua situazione reale.

L'obiettivo e gli obiettivi

All'inizio dell'attività di un gruppo è importante dichiararsi una duplice serie di obiettivi: quelli di carattere più generale, le idealità che muovono all'azione, e che possono essere tra i più diversificati (per il regno di Dio, per una presenza più efficace nella comunità cristiana, per contribuire alla salvezza del mondo, per motivi umanitari, per la trasformazione della società in una più giusta e conviviale...). Ognuno di questi ha la sua legittimità e deve essere continuamente richiamato e ridiscusso.
Essi tuttavia, in genere, non dicono molto sul piano effettivo della pratica concreta, dal momento che possono ispirare pratiche diverse: gli obiettivi concreti, reali, sono quelli più particolari che fanno muovere nella azioni, e molte volte sono «meno nobili» di quelli dichiarati
Quello che conta è il continuo raccordo tra obiettivo e obiettivi, la continua analisi, la discussione e il confronto con gli altri. E per questo sono decisivi - nella vita dell'animatore - le grandi verifiche, i momenti di ripensamento, le pause di riflessione, il reinterrogarsi sul proprio ruolo: sono i momenti in cui l'obiettivo e gli obiettivi vengono accordati, verificati, ripensati. Per quanto riguarda la realtà dei gruppi ecclesiali, è molto proficuo esplicitare al massimo gli obiettivi, tanto più che nella realtà dei fatti i giovani interagiscono con altre realtà (ecclesiali e sociali) e quindi il confronto è più schietto e continuo. L'efficacia dell'azione dipende appunto dalla capacità di confronto e discussione (e capacità di collaborazione sugli obiettivi concreti).
rio costruire una palestra (cosa che può anche risultare da una ricerca che raccoglie tutte le opinioni della gente del quartiere)... e poi nessuno ci va.
Questo è il limite che accompagna ogni prospettiva di azione: la difficoltà ad individuare davvero i bisogni, per lo più inespressi, o di trovare le giuste modalità per farli emergere.
Forse, compito dell'operatore non è quello di fare il massimo bene possibile, ma il minor male possibile!
Ma d'altra parte, l'obiettivo che si può avere quando si intraprende un'azione nei confronti delle persone in difficoltà, non è tanto quello di creare per loro condizioni di agio tali per cui esse potranno poi essere felici per sempre, quanto piuttosto di aiutare le persone a resistere al disagio, più di quanto lo fossero in precedenza: la relazione di aiuto, l'intervento educativo non sgombra gli ostacoli, aiuta a superarli, perché la condizione normale di vita è quella appunto della difficoltà di vivere.
Quest'ottica di intervento è certamente poco idealistica, ma è molto realistica ed è in grado di mettere in discussione il tipo di intervento prospettato. Forse altre ottiche producono migliori certezze, successi magari grandi e immediati; ma è ampiamente verificato che difficilmente hanno durata. Ciò vale sia per interventi terapeutici, sia per interventi educativi più «spiccioli», all'interno di una famiglia o in un gruppo di giovani o adolescenti.

Un processo di continua verifica

La verifica degli obiettivi deve già essere posta nel momento iniziale della decisione, e deve essere una preoccupazione costante. Nel momento iniziale della decisione, significa incominciare a sensibilizzarsi, a informarsi sul problema, riflettere sul perché si vuole intraprendere questa nuova azione e perché non è più possibile continuare come prima, se le persone nel contesto hanno davvero bisogno di quel tipo di azione e di intervento... magari disposti a rimettere in discussione piani già progettati.
Non sono infrequenti i casi in cui si incomincia a intervenire nel territorio, nel quartiere, pensando magari che è necessa-

L'attitudine a integrare azione e riflessione

Con un certo bagaglio di riflessione già interiorizzato, è necessario partire per l'azione: non si può restare all'infinito nella paralisi della pura riflessione.
Operativamente, è molto importante all'inizio prendere contatto con qualcuno che già opera nel settore, anche se magari non se ne condividono totalmente le scelte (questo infatti non è essenziale, perché l'obiettivo non è quello di aggregarsi, ma di iniziare coi passi giusti). Ci sono infatti troppe possibilità di sbagliare i primi passi, e comunque chi paga sono sempre quelli che sono in difficoltà, non l'operatore, che trova in ogni caso la possibilità di difendersi o di premunirsi. Prendere contatto con qualcuno significa evitare possibilmente gli errori già commessi da altri.
Questa collaborazione con altri produce di riflesso un'altra importante conseguenza: quella di una corretta valutazione dell'operatore, soprattutto se volontario. Molto spesso ci si avvicina a gruppi che già operano con un'immagine distorta, molte volte provocata dall'immagine pubblica che li vede come «eroi» (la società delega loro il compito di intervento in settori «difficili», e poi li gratifica con tali definizioni). Un atteggiamento mitico è sempre sbagliato: se si riconosce loro il valore dell'esperienza, resta pur sempre valido un atteggiamento critico, che è potenzialmente più efficace. Il secondo momento è altrettanto necessario: individuare i bisogni più rilevanti nel proprio ambiente, anche in relazione alle proprie risorse.
Sul modo di analisi dei bisogni ritorneremo fra poco. Quello che si può sottolineare, in questi momenti iniziali di intervento, è che molto spesso un certo tipo di analisi porta a una sensazione di impotenza. Non è che non bisogna fare analisi corrette e approfondite, individuare livelli di bisogni sempre più profondi, bisogni «veri». Ma questo perlopiù produce nei soggetti la consapevolezza che a quel livello non si è grado di fare niente, di intervenire correttamente, perché non sono alla loro portata. Eppure ci sono livelli di analisi dei bisogni sui quali si può intervenire, da parte del volontario, sui quali si può portare un contributo per migliorare la situazione sociale, per farla progredire.
La preoccupazione iniziale - dal punto di vista del gruppo ecclesiale, e quindi dal punto di vista educativo - è quella di garantire la possibilità di «durata» dell'attività stessa, e quindi la «solidificazione delle esperienze». Troppe volte infatti ci si blocca sul nascere; molte realtà partono e falliscono subito.
È dunque importante individuare e sperimentare livelli di intervento e di collaborazione commisurati alla possibilità dei soggetti.
Anche a questo livello un corretto rapporto tra riflessione e azione è buona garanzia di lavoro.
Ma come rilevare i bisogni?

Come rilevare i bisogni?

Finora è stato dato molto peso - soprattutto a partire dalle esperienze dei gruppi degli anni '70 - alla ricerca sociale, quasi fosse l'unico modo serio per la rilevazione dei bisogni.
Oggi tale metodo mostra molti limiti, perché è basato sul presupposto che occorre interpellare in maniera diretta (con questionari, interviste, sondaggi...) le persone sui loro disagi e problemi. Però la convinzione che molte volte esse non sono in grado di analizzare i loro stessi bisogni (e anche la situazione artificiosa e «controllata» creata nell'indagine stessa), inficia la validità dei risultati. Esiste pertanto anche da parte della ricerca sociale l'impegno a superare con strumenti più sofisticati tale handicap.
Tuttavia, anche in questa fase transizionale di ricerca, è già importante conoscere - se non i bisogni dichiarati - quello che una persona crede o vuole far credere circa la sua situazione.
Quello che invece appare più immediatamente utilizzabile è l'analisi dei sintomi del disagio, le manifestazioni più appariscenti del disagio stesso, cioè quei comportamenti sociali che, per ammissione delle persone stesse e per valutazione della società nel suo insieme, vengono considerati non adeguati al bene della persona, e di fronte ai quali si ritiene che occorre far qualcosa per cambiarla.
Oggi si tende a standardizzare tali comportamenti come tossicodipendenza, fuga da casa, tentato suicidio, alcoolismo, come alcuni tra i più noti e frequenti, ma vi sono anche altre manifestazioni che, se pur non raggiungono tali punte, possono altrettanto essere indice del disagio stesso: autoisolamento , difficoltà di rapporto, aggressività... Un altro aspetto rilevante è che le persone che dichiarano i bisogni sono decisamente in aumento. Molto spesso non c'è il problema di un gruppo che sta in attesa o alla ricerca di quel che deve fare. Ai gruppi stessi, alle parrocchie arrivano migliaia di richieste, di segnalazioni di situazioni problematiche molto appariscenti. Alcune certamente esigono di essere un gruppo specializzato, che dispone di strumenti sofisticati e di persone ben preparate; però a un gruppo di impegno che si propone anzitutto di inserire la sua attività «sociale» in un contesto o itinerario educativo, è sufficiente una certa apertura e attenzione perché gli si aprano spazi di intervento.

Farsi interpellare dalla realtà

Il problema è però il grado di apertura del gruppo: in concreto la volontà di farsi interpellare dalla realtà, la capacità di entrare in relazione con chi esprime situazioni di disagio.
I modi concreti sono poi infiniti: può essere qualche persona già del gruppo stesso, o compagni incontrati nella scuola o nel bar o per la strada, nella discoteca o in fabbrica... Talvolta magari sarà necessario avviare iniziative, luoghi, occasioni per iniziare un rapporto.
Il nodo di fondo - su cui è necessario continuamente ritornare - è tuttavia quello della possibilità che tali situazioni trovino lo spazio per esprimersi, e che incontrino un gruppo disposto ad ascoltare.
Convinti che questi problemi riguardano oggi non soltanto alcuni individui, ma sono molto più diffusi.
Essere aperti allora in molti casi vorrà dire creare le condizioni o occasioni «fisiche» per entrare in comunicazione, il che non è soltanto un fatto di attitudine psicologica o morale individuale. Talvolta basterà avere gli occhi aperti, per accorgersi che ai margini della parrocchia o centro giovanile possibilità di interscambio già esistono.
Con due atteggiamenti da evitare: quello di invitarli nel gruppo, così semplicemente, senza rendersi conto che si mettono a contatto due modi, due codici diversi; oppure l'illusione (di inizio anni '70, tipo Sally Trench) di andare a vivere insieme.
Ordinariamente vi sono modi più praticabili: frequentare in maniera spontanea ambienti dove le persone di fatto vivono; e insieme prendere iniziative (ferie comuni, campi di lavoro e anche corsi di licenza media, scuole serali) anche episodiche dove poter entrare in relazione. Il limite è che manchi la continuità, e dopo l'iniziativa cada tutto, o che le persone contattate siano considerate persone da indottrinare. In tali occasioni di incontro invece centrale è l'ascolto, il permettere che ci si possa esprimere, il capire e capirsi di più.

LA GRANDE RISORSA: IL GRUPPO

Le situazioni di disagio che vengono scoperte possono dare un senso di paralisi al gruppo: non soltanto perché il momento dell'intervento è un passo «duro» rispetto alla riflessione sul problema (che avviene sempre nel sicuro «interno» del gruppo), ma anche perché certe situazioni che si incontrano possono - nella loro cruda realtà - far dubitare di essere in grado di fare qualcosa.
Eppure il gruppo possiede risorse che sono già di per sé garanzia di buon inizio.
La prima grande risorsa è il fatto di essere gruppo, la propria esistenza come gruppo: uno spazio offerto di aggregazione, un'occasione di vita arricchente.
Il vero problema è però come un gruppo resta aperto all'inserimento di una nuova persona.

Per diventare risorsa

Essere risorsa non è un fatto spontaneo, naturale: occorre diventarlo. Il solo fatto di esistere come gruppo è già qualcosa, ma non basta essere «vicino» per entrare immediatamente e automaticamente in una relazione significativa.
Vi sono alcuni presupposti perché ciò avvenga, perché ci si apra veramente all'altro, al nuovo.
Il primo è che non basta che l'animatore proponga una certa attività; bisogna che il gruppo viva momenti di spontaneità, dove la vita, i problemi, i bisogni soggettivi abbiano la possibilità di esprimersi anche in modalità non previste, non precodificate. Per questo motivo un gruppo con obiettivi troppo specifici non può strutturalmente «accogliere», perché dà luogo unicamente all'espressione di certi bisogni, legittimi quanto si voglia, ma in genere poco attinenti. Esso può tuttavia dare un contributo ai problemi dell'emarginazione, nella misura in cui diventa risorsa a disposizione di qualcun altro, come sostegno o approfondimento dell'esperienza religiosa (o umana) di chi opera «sul campo»: offre così la sua specializzazione ad altri che conducono il progetto, che hanno strategie d'azione.
Il secondo presupposto è che il gruppo sia disponibile a ridefinire almeno in parte la sua azione interna, e sia flessibile in certi suoi obiettivi o nella loro gerarchia, all'ingresso di una persona nuova.
Ad esempio, può essere che in un gruppo la esplicitazione della propria esperienza di fede sia per altri un grosso filtro. Non bisogna certo arrivare alla situazione in cui non sia legittimo che alcuni si riconoscano credenti; però bisogna che siano ritenuti anche importanti e ricchi di dignità i momenti in cui tale elemento di dimensione religiosa non è esplicitato. Occorre permettere ad ogni persona il suo cammino di maturazione e riflessione, e la scelta di fede non deve essere una condizione per vivere l'esperienza di impegno.
Una seconda risorsa è la capacità di collaborazione con realtà già operanti, e quindi la progressiva acquisizione di una mentalità di collaborazione e di qualità specifiche nel settore, attraverso un progressivo accostamento al problema. La maggior competenza raggiunta rende il gruppo ancor più risorsa.
A un terzo livello il gruppo può essere supporto a certe azioni individuali dei membri. Ci possono essere delle situazioni specifiche dove la capacità relazionale umana di alcuni membri del gruppo possono favorire sia l'accoglienza di nuovi, sia il necessario sostegno a quel particolare membro del gruppo. Ad esempio, la ragazza di 16 anni che ha conosciuto un ragazzo di qualche anno più vecchio che si buca e che le ha chiesto di entrare in una relazione di amicizia, si sente imbarazzata e non sa cosa fare. Generalmente i rapporti di questo tipo hanno vita breve, perché il rapporto inizia sempre con una richiesta di aiuto e una grossa disponibilità, e poi il confine tra affettività, intensità del rapporto e aiuto non si distingue più, e avvengono le grosse crisi. Ma se la ragazza è supportata dal gruppo, ha molte possibilità in più di avere un rapporto significativo: il gruppo allora può essere il luogo in cui singoli individui tengono vive delle relazioni significative che diversamente rischierebbero di naufragare (o di far naufragare); a patto che il gruppo abbia una grossa disponibilità, a volte di sostegno pratico, a volte di serio confronto; e a patto che la persona coinvolta abbia molta fiducia nel gruppo. Farsi aiutare e avere fiducia in questo caso è molto importante, perché
molte volte bisogna avere il coraggio di fare cose che immediatamente possono sembrare diverse da quelle che detta il sentimento. È vero tuttavia anche che nell'aiuto all'altro il gruppo si consolida.
Tutti questi obiettivi - anche se non dichiarati e coscienti - possono essere presenti nella vita del gruppo, purché armonizzati con gli obiettivi «di azione». E l'animatore deve essere cosciente che tali obiettivi secondari (di apertura, di consolidamento, di supporto) sono in ultima analisi decisivi per la realizzazione dell'obiettivo ultimo.

Quando arriva il momento dell'impegno

Non si può certo stabilire quale è il momento in cui l'itinerario di vita di gruppo «impone» scelte di servizio, soprattutto nel campo dell'emarginazione. L'impegno di questo tipo è anche un fatto «vocazionale»: non nel senso di una conversione repentina, ma come questione di scelte personali. In taluni casi diventare aperti o iniziare a collaborare è quasi un dovere morale, ma il passaggio successivo resta nel campo delle opzioni possibili, nel momento in cui o persone singole o il gruppo intero si sensibilizza verso certi problemi. Talvolta può anche capitare che un itinerario individuale diventi un praticabile itinerario di gruppo.
In genere però la condizione di base è un solido punto di riferimento, che può essere il prete o l'animatore: ci si può così avviare anche verso campi che richiedono scelte professionali o esistenziali che poi configurano tutta l'esistenza: è il caso di certi gruppi che in Italia operano nel settore della tossicodipendenza o in altri considerati fortemente trasgressivi.
La strada più praticabile per un gruppo ecclesiale di adolescenti-giovani è quella di affiancarsi ad altre realtà, sostenere i singoli membri che già vi operano, e educare le persone del gruppo verso uno sbocco (di gruppo o personale) in cui un tale impegno trovi posto. Ciò non toglie tuttavia che il gruppo possa gestire in proprio alcuni servizi o settori specifici, «specializzarsi» in un campo di intervento, purchè conservi la sua realtà di gruppo educativo. Ciò non significa buttare i membri allo sbaraglio, in campi più grossi di loro; ma riconoscere anche che in certi casi non si è in grado di fare niente direttamente se non segnalare i casi particolari scoperti a gruppi specifici. Un gruppo di quindicenni probabilmente non può fare niente con persone di una certa età che hanno problemi di alcool, ma possono certamente informarsi se il parroco o il comune fanno qualcosa...

Il compito dell'animatore

perché il gruppo diventi effettivamente risorsa, il punto cruciale è la presenza dell'animatore, una certa presenza dell'animatore: questo è il vero nodo per l'avviamento del gruppo nella direzione dell'attività con gli emarginati.
A due livelli: operativamente, quando è il momento di aprirsi; e allora la condizione prima è che l'educatore stesso si configuri con idealità e scelte ben precise, motivate e collaudate: è attraverso le scelte e lo stile dell'educatore che il gruppo muove i primi passi; e il gruppo diventa credibile se è credibile il suo animatore.
Seguiranno poi le attività di «apertura» del gruppo, di cui si è già detto. Ma vi è un secondo livello che è precedente alla fase della scelta attiva; la sensibilizzazione, la presa di coscienza di fronte ai problemi. Questa fase deve essere inserita nella programmazione del gruppo stesso, dal momento che la formazione della coscienza è condizione ineludibile per la maturazione del gruppo nel suo insieme e dei singoli membri.
Nella programmazione delle attività devono essere inseriti momenti specifici, allo scopo di rendere le persone più aperte, intellettualmente più disponibili, capaci di esprimersi su tali problemi, di discuterli.
Ma in questo senso è importante trattare problemi esattamente nello stesso modo e con le stesse tecniche degli altri problemi, senza che venga loro conferito alcun carattere di straordinarietà: perché già la società stessa oggi conferisce loro quel carattere di straordinarietà che certo non meritano. Molti dei problemi della tossicodipendenza e dell'omosessualità oggi nascono dall'eccessiva enfasi o drammatizzazione loro conferita, e agiscono sugli adolescenti con una potente carica trasgressiva.
Ciò non significa che occorre censurare questi problemi, ma affrontarli nella maniera più ordinaria possibile. Così, se l'animatore è solito far affrontare certi temi invitando delle persone esterne, testimoni, o usando certe tecniche visive o di animazione o giochi, o portando di persona il gruppo «in loco»... deve farlo anche coi problemi dell'emarginazione. Questa è logica educativa corretta.
Altrettanto importante è il modo con cui l'animatore parla o lascia discutere. Se egli dà l'impressione di avere preoccupazioni esclusivamente moralistiche, se la sua posizione è così netta che non è nemmeno disposto a ridiscuterla o ascoltare posizioni diverse, se il modo con cui parla fa zittire tutti... allora il gruppo non potrà affrontare serentamente le questioni, o non le affronterà affatto. Paradossalmente, è meglio non sapere bene tutto che parlare in modo da non lasciare spazio di discussione.
Compito dell'animatore è anche trovare il momento adatto, lungo il ciclo della vita del gruppo, per affrontare tali problemi, sia per discuterne e prenderne coscienza, sia per operare attivamente. Se il gruppo è di adolescenti, questo è un compito delicato e importante.
In concreto questo a volte è un falso problema, perché sono i ragazzi stessi ad affrontarli, tanta è la pressione e l'informazione (distorta o meno) che esiste, e tante sono le occasioni che si presentano: la siringa per terra, la prostituta vicino casa... A volte invece è necessario creare delle situazioni artificiali di «incontro».

SCELTE CONCRETE

Indichiamo ora alcune piste concrete per abilitare un gruppo a un intervento non occasionale nel campo dell'emarginazione. Non possiamo evidentemente tracciare un itinerario passo per passo in un campo specifico, perché la nostra pretesa è che un certo modo di impostare la vita di gruppo apre «naturalmente» all'attività, e a un'attività seria e valida.

Una presenza e uno stile di azione non emarginanti

La prima scelta concreta è la presenza «attenta» delle persone in un certo ambiente. L'attenzione non è solamente in riferimento alle situazioni di emarginazione e disagio: è facile scoprirle; ma è meno facile occuparsi dell'insieme della situazione.
Succede sovente nei gruppi, che magari si prendono carico di un handicappato: lo vanno a prendere e lo portano in giro la domenica pomeriggio, magari alle feste e a qualche gita... ma nessuno accetta di entrare in un rapporto di relazione personale con lui, di spontaneità, né egli entra a far parte del gruppo e delle sue articolazioni interne.
L'animatore deve essere sufficientemente critico e rilevare tali atteggiamenti e contraddizioni, senza frustrare le intenzioni dei ragazzi, e chiamare le cose col proprio nome.
È una questione di stile che si assume nel proprio comportamento, far sì che non escluda o rifiuti o emargini, negli ambienti abituali di vita: studio, lavoro, famiglia, gruppo...
Questo non vuol dire che si possano o debbano evitare le situazioni di conflitto; bisogna però vedere come lo si gestisce nei tempi lunghi: non è drammatico che uno dia uno schiaffo all'altro, è drammatico che lo schiaffo diventi la lacerazione del rapporto, rottura della relazione. Se invece la relazione sa resistere ai conflitti, agli «sgarri», allora vi è un rapporto costruttivo che può produrre cambiamenti positivi.

Un gruppo «ospitale»

Aprire il proprio gruppo per renderlo accogliente è un passo decisivo non soltanto per abilitarsi al lavoro in questo campo, ma in generale come indice di maturazione.
Evidentemente però l'ospitalità deve intaccare tutti gli aspetti della vita di gruppo. Offriamo alcune indicazioni:
- vivere l'annuncio e la liturgia come momenti di festa, di gioia, di partecipazione, di vita;
- programmare le proprie attività tenendo conto di esigenze diverse e rispettando la diversità delle persone (attività manuali e teoriche, sportive e culturali, ecc.);
- offrire la vita del gruppo perché giovani e ragazzi con difficoltà si possano inserire come membri (pur rispettandone la diversità);
- favorire al massimo la partecipazione di tutti alla vita del gruppo, anche con tecniche di animazione...
Il presupposto di fondo non è dunque individuare subito le cose da fare o suscitare la richiesta di aiuto, ma essere persone disponibili in ogni momento della vita quotidiana: la programmazione delle attività, i momenti operativi e decisionali che si vivono, la capacità aggregativa, lo stile di partecipazione e quindi i meccanismi di appartenenza e di ingresso all'interno dei gruppi.
In un itinerario che prepari all'attività nel settore dell'emarginazione, questo è un obiettivo imprescindibile.

La sensibilizzazione

Molte volte il problema della sensibilizzazione viene messo come primo in ordine di tempo: l'organizzazione di una mostra, l'invito di un esperto a una serata, un corso aperto al pubblico, l'esposizione di pannelli, la visita alle scuole...
Tutta questa opera di sensibilizzazione del gruppo, della comunità parrocchiale, della gente ai problemi, non è certo inutile in sé, ma non può avere nessuna continuità se non c'è un gruppo di supporto, e può lasciare le cose esattamente come prima. La serata invece che si inserisce in un cammino precedente di progettazione ha un successo che va oltre
E chi lavora seriamente nel settore dell'emarginazione sa che non si possono iniziare attività senza la garanzia di lunga durata. Circa la forma di sensibilizzazione più utilizzata in genere - e cioè l'invito dell'esperto a una serata - bisogna essere attenti a che si verifichino alcune condizioni.
Non basta contattare il nome di grido, l'esperto più autorevole (perché così invece delle solite venti persone ne vengono duecento), se poi egli non è accessibile anche dopo. Questo va bene soltanto in certi momenti particolarmente caldi o in situazioni determinate quanto si vuole dare autorevolezza e credibilità a certe posizioni.
Ma sul piano educativo questa cose non servono, non lasciano segno. È molto importante invece invitare persone che sono del territorio (perché non vengano a fare discorsi preconfezionati e astratti) e che si rendano disponibili a incontri previ col gruppo. È il gruppo infatti che può esporre i problemi da affrontare e che l'esperto deve conoscere, che stabilisce il tipo di incontro adeguato al territorio e allo stile stesso del gruppo (pubblico o nella scuola; conferenza o diapositive o cinema...), che si rende disponibile ai primi passi di azione «dopo». Altrimenti ogni attività di sensibilizzazione può diventare copertura, azione di verniciatura che non incide sulla realtà.
Un'altra attività di sensibilizzazione è certamente il confronto (parlare, riflettere, leggere, verificare) con altre realtà già esistenti, che già possiedono risorse. Esistono molti centri di documentazione o persone significative con cui parlare per vedere come affrontare le cose: tanto più che in questo modo possono essere avviati a soluzione tanti piccoli problemi personali che magari nei grandi incontri non trovano spazio. È in quest'opera di confronto che si potranno valutare metodi e stili soliti di azione, soprattutto in un clima più sereno di riflessione.

Verso scelte di volontariato

In un itinerario educativo vi è posto anche per uno sbocco più radicale, ed è lo sbocco del volontariato. Che in genere è una scelta personale, ma che per lo più cresce e si matura all'interno del gruppo. L'educatore deve porre come obiettivo del suo servizio anche quello di educare a scelta di volontariato, di servizio civile, di collaborazione e partecipazione diretta a iniziative già promosse da altri, di condivisione della povertà. Ben sapendo che tutte queste scelte non nascono come una improvvisa conversione, ma sono sostenute e dettate dalle scelte di gratuità e di servizio di cui può essere costellato un itinerario di educazione.

E per gli adolescenti?

Si possono indicare alcuni campi di intervento, pensando a un gruppo di adolescenti.
L'esperienza di tanti anni suggerisce come campo primario - e forse anche unico - le situazioni che riguardano altri adolescenti o ragazzi di età inferiore: che hanno avuto esperienze di carcere, di tossicodipendenza, tentativi di suicidio, fughe da casa, oppure problemi di handicap fisico o psichico leggero, e in genere l'area della devianza giovanile in senso generico.
È chiaro che a certi livelli si richiede una competenza specifica, ma molte volte è già possibile affrontare tali realtà a livelli più «ordinari» e tranquilli. E per adolescenti è più facile entrare a contatto, in maniera quasi spontanea, soprattutto coi loro pari. Questo entrare ordinario a contatto il più delle volte permette poi di rendersi conto di altri mondi collegati.