Le false

immagini di Dio

Giovanni Meucci

 

Contro i falsi storici

Nella collana dei documentari Antica Roma. Storia di una super potenza (Le Grandi Collane del «Corriere della Sera», 2012), Piero Angela ha dedicato una puntata alla diffusione del Cristianesimo a Roma intitolata Il Cristianesimo. Gli eredi di un impero. Nel precedente dvd sull'imperatore Nerone aveva sorvolato sulla persecuzione dei cristiani scoppiata nel 64 d.C. in seguito all'incendio di Roma. Quindi, si poteva immaginare che non aveva precedentemente accennato al tema della persecuzione dei cristiani, durante i primi tre secoli dell'età imperiale, per approfondirlo nella nuova puntata. In realtà, poggiando la sua tesi sull'autorità di docenti di Storia antica e delle religioni della Temple University e dell'Istituto Americano di cultura romana, interpreta in modo distorto i dati storici, ormai certi, sulla vita delle comunità cristiane a Roma. La sua ricostruzione rispetta gli avvenimenti storici e i fatti realmente accaduti, in modo da dare una parvenza di oggettività al racconto, ma interviene pesantemente sulle motivazioni che ispiravano le opere dei primi cristiani. Lasciamo ad altri le interpretazioni sui motivi che hanno portato il noto autore di documentari a compiere quest'operazione poco simpatica.
Rimane comunque un lavoro che stravolge gli aspetti profetici delle prime comunità cristiane, trasformando i credenti in persone deboli o in opportunisti. La carità, ovvero il soccorrere gli ammalati, dare da mangiare agli affamati, vestire i poveri, viene presentata come strumento per fare proselitismo. Non come segno di un'autentica vita cristiana nutrita di amore disinteressato per il prossimo, ma come mezzo per raggiungere il consenso. Dimenticando il capitolo 25 del Vangelo di Matteo dove Gesù, riguardo ai salvati nel giudizio finale, così si rivolge alla folla riunita per ascoltare i suoi insegnamenti: «Venite, benedetti dal Padre mio [.. .]. Poiché: ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ero straniero e mi avete ospitato, nudo e mi avete coperto [...]. Allora i giusti diranno: "quando, Signore, abbiamo fatto tutto questo?". E il Re risponderà loro: "tutto quello che avete fatto a uno dei più piccoli di questi miei fratelli l'avete fatto a me"» (Mt 25 ,34-40).
Quindi, lascia intendere il documentario, ci si convertiva per accedere a determinati servizi e avere una vita più sana. Ugualmente accade per i pastori della Chiesa, i vescovi, tutti di estrazione aristocratica in quanto attirati dalla nuova fede per la possibilità di fare carriera e raggiungere quel prestigio che non erano riusciti a ottenere attraverso le cariche dello Stato. Ovviamente, non siamo degli ingenui, sappiamo che c'è stata anche questa componente, ma non era solo per questo motivo che le famiglie aristocratiche romane abbandonavano gli antichi dèi per diventare cristiane. Mentre i martiri vengono messi sullo stesso piano dei fuorilegge ordinari e ridotti a poche centinaia. Lasciando in chi non conosce bene i fatti un'immagine distorta delle prime comunità cristiane.

Il dubbio sull'amore

Come si racconta in Genesi 3, il serpente ingannatore,di non potendo negare la bellezza del paradiso terrestre, cerca dí ingannare Adamo ed Eva istigando in loro dei pregiudizi nei confronti di Dio. Siete sicuri, direbbe oggi il Tentatore, che Dio abbia fatto tutto questo per il vostro bene e non per imprigionarvi nelle sue leggi? «È vero che Dio ha detto: non dovete mangiare [...]». Così il serpente riesce a convincere l'uomo che Dio gli ha negato tutto. Si forma allora l'immagine di un Dio nemico del piacere, avversario della vita. Un Dio dal quale ci si deve difendere. O con cui conviene negoziare. Nel documentario Il Cristianesimo. Gli eredi di un impero si sottolinea come la differenza tra le tante divinità del Pantheon romano e il Dio cristiano è il fatto che la salvezza non viene rimandata a un ipotetico aldilà, ma viene identificata in una vita felice nell'immediato. Ancora in vita non dopo la morte, diversamente da quanto afferma la dottrina cristiana. Confermando ancora una volta l'idea, molto più antica di Angela, della religione cristiana come l'oppio per i poveri.
Ecco, allora, la conseguente considerazione che il cristianesimo si è diffuso in particolar modo tra i ceti più poveri della popolazione. Nella crisi economica e sociale dell'età imperiale, una religione consolatoria e assistenziale era quello che ci voleva per avere un rapido successo. Per questo i cristiani passarono nel giro di pochi anni da un milione a sei milioni su una popolazione totale di cinquanta milioni. Una fede certamente poco attraente per le famiglie agiate, al riparo dalle ingiustizie della vita, almeno se non attratte da altri interessi come la carriera ecclesiastica. Altrimenti, perché rinunciare a una vita felice per sottostare a un Dio un po' invadente? Più avanti, sempre in Genesi 3, il serpente rincara la dose: «Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi [...]». Lasciando intendere: «Dio avrebbe potuto fare di più per voi ma non l'ha fatto, dunque non è vero che vi ama, non vi potete fidare di lui!» Allora l'uomo decide di non fidarsi di lui, cioè di non avere fede. Come nota Jean Paul Hernàndez nel libro Ciò che rende la fede difficile (AdP, Roma 2013), il peccato è questo: non fidarsi. È il dubbio sull'amore che uccide la fede.

Il volto di Dio è velato

In uno dei suoi film più recenti, L'albero della vita (Usa 2012), Terrence Malick racconta un percorso simile. Siamo negli Stati Uniti degli anni '50. Conosciamo una famiglia felice. Il padre ha un buon lavoro. La madre è una donna di fede ed educa i propri figli, due maschi e una bambina, secondo i principi cristiani. Vanno alla messa tutte le domeniche, rispettano i comandamenti, compiono gesti di carità nei confronti dei propri vicini. Un giorno, però, uno dei figli muore in guerra. Immediatamente, l'incanto si rompe, la fede vacilla, l'amore tra i coniugi entra in crisi, la fiducia in Dio crolla, i due fratelli rimasti, lasciati a se stessi, sbandano. Fermiamoci un attimo e riavvolgiamo la pellicola. Il problema è sempre nell'immagine di Dio che ha la madre protagonista della tragedia. All'inizio del film appare una citazione dal libro di Giobbe che esprime l'impotenza e lo smarrimento dell'uomo di fronte alla sapienza di Dio: «Dov'eri tu quand'io ponevo le fondamenta della terra? Mentre giocavano in coro le stelle del mattino e plaudivano tutti i figli di Dio?» (Gb 38,4.7). Poi appare l'immagine di un fuoco che illumina la notte e il rumore del vento. Segue, in sottofondo, la voce di uno dei fratelli, ormai adulto, che interroga Dio con queste parole: «fratello, madre, sono stati loro a condurmi alla tua porta». Torna il rumore del vento. Un altro stacco e, accompagnato da una musica triste, parte il flashback che mostra le immagini dei primi anni felici della famiglia. I bambini che giocano in giardino, i genitori che si amano. Ma tutto viene rivissuto alla luce del lutto. Quasi a richiamare la domanda che non ha ancora trovato risposta: perché Dio non ha mantenuto la sua promessa di salvezza?
Segue, poi, una voce femminile, forse della madre o probabilmente della sorella, che conferma l'incomprensione del modo di comportarsi di Dio nei confronti di coloro che lo amano veramente e gli sono fedeli. «Le suore ci hanno insegnato che ci sono due vie per affrontare la vita, quella della natura e la via della Grazia. Tu devi scegliere quale delle due seguire. La Grazia non mira a compiacere se stessa, accetta di essere disprezzata, dimenticata, tradita. Accetta insulti e oltraggi. La natura vuole solo compiacere se stessa, e spinge gli altri a compiacerla. Le piace dominare, le piace fare a modo suo. Trova ragioni di infelicità quando tutto il mondo risplende intorno a lei. E l'amore sorride in ogni cosa. Ci hanno insegnato che chi ama la via della Grazia, non ha ragione di temere. Io ti sarò fedele. Qualsiasi cosa accada». In questa lunga citazione sono racchiuse delle verità che, se non capite nel loro vero senso, possono trarre in inganno e, pur non volendo, velare il vero volto di Dio. Analizziamola un attimo. La prima affermazione, per certi aspetti giusta, inserisce una dicotomia tra la vita della natura e quella della Grazia. La via della natura mira a compiacere se stessa, la via della Grazia accetta di essere disprezzata. La natura viene identificata con il peccato, la grazia con la mortificazione di se stessi. Chi segue la natura rimane sempre infelice, anche quando tutto va bene, chi sceglie la Grazia non ha ragione di temere, è al riparo da ogni avversità. Ma in quale senso: perché Dio non ci abbandona nel momento del dolore ed è proprio in quel momento che si fa più vicino, o perché il credente è abituato ad accettare con rassegnazione offese e oltraggi? Entrambe le strade sembrano accomunate dall'infelicità.
C'è poi un'altra ambiguità di fondo: si potrebbe intendere che chi segue la Grazia, rinunciando a un certo tenore di vita, si pone al sicuro da ogni avversità. Come se l'uomo potesse stipulare un contratto con Dio dove, rinunciando alla propria libertà, ottiene protezione. Così, non appena uno dei due rompe il patto, finisce anche la fede. Siamo di fronte, quindi, a un padre-patrigno che ti protegge in cambio della tua sottomissione, non perché ti ama e ha dato la propria vita per te. Il film di Malick, infine, si risolve in altro modo, ma mette ugualmente in evidenza una visione molto mortificante della vita cristiana.

Dio è un Padre buono

per gli uomini, di ogni epoca storica, è sempre stato difficile comprendere il vero significato di Dio come Padre buono, che ama i propri figli. La parola "padre", infatti, ricorda troppo il rapporto con i nostri genitori dove spesso sperimentiamo un distorto modello di autorità. Nel limite di ogni uomo c'è sempre il rischio di imporre agli altri scelte sbagliate semplicemente perché abbiamo l'autorità per farlo. Non a caso, una delle immagini più radicate nell'inconscio della cultura occidentale, è stata sintetizzata nella mitologia greco-romana dal mito di Chronos, il padre primordiale degli dèi. Il suo nome significa "tempo". Chronos divora con avidità i suoi figli appena vengono al mondo. Solo il piccolo Giove riuscirà a sfuggire all'avidità del padre e sarà nascosto a Creta. Un giorno prenderà lui il posto di suo padre e diventerà il capo degli dèi. La figura di Chronos sintetizza le paure davanti a un Dio assetato di vittime. Un Dio che ci divora, come il tempo divora pian piano le nostre vite. Un Dio da cui bisogna nasconderci e che un giorno bisogna detronizzare. Da qui nasce, istintivamente, il rifiuto di un Dio che si fa chiamare "padre" perché viene identificato con un essere che mortifica inostri desideri di autonomia. Un padre che prima o poi dobbiamo detronizzare per trovare la nostra strada, o sostituire con un Dio più vicino al nostro modo di intendere la vita.
D'altra parte, l'antropologia contemporanea descrive spesso l'umanità come una «fantastica fabbrica di immagini di Dio». Già per il filosofo Ludwig Feuerbach Dio è la proiezione gigante dei grandi desideri dell'uomo. Perciò l'uomo continuamente «crea Dio a sua immagine e somiglianza». Da lì nascono le tante immagini della divinità: «grande architetto», «motore immobile», «grande mago», che dovrebbe risolvere tutti i problemi, giudice severo che esige tanti sacrifici, macchinetta che eroga servizi se si paga, energia diffusa, destino capriccioso che bisogna cercare di arginare e sfruttare. Un'idea della religione così diffusa nel senso comune che ritorna spesso nei documentari televisivi sul cristianesimo in generale. Nel suo documentario, Piero Angela ricorda che nell'antica Roma esistevano già delle divinità simili a Gesù Cristo, come Mitra o Iside. Una chiara citazione di Feuerbach: i fondatori del cristianesimo si sono fatti un'immagine di Dio che meglio potesse rispondere ai bisogni e alla mentalità dell'uomo del loro tempo. Una fede senza trascendenza dove, al posto di Dio, l'uomo ha sempre collocato il proprio Io.
Da questo punto di vista, è interessante analizzare l'ultimo film di Alice Rohrwacher, Corpo Celeste (Italia 2011). La regista italiana, pur affermando di non avere esperienza di un vita di fede, ha voluto girare un film sulla comunità di una parrocchia di Reggio Calabria. L'intento principale era sociologico in quanto voleva sottolineare, partendo dalla crisi attuale dell'istituzione parrocchia, quella più generale di ogni forma di vivere comune. Il suo film ci descrive un microcosmo di persone sbandate: il parroco, don Mario, dedito principalmente agli affari economici, la catechista "invasata", famiglie cristiane completamente assorbite dai modelli televisivi. In questo caos collettivo, solo l'adolescente Marta mostra un'autentica ricerca di Dio. Ma nessuno degli adulti è in grado di aiutarla. La scena più inquietante è quando don Mario si reca con Marta in un vecchio paesino di montagna ormai disabitato per recuperare un crocifisso ligneo. A un certo punto, il crocifisso scivola dalle mani del parroco e cade a terra. In quel momento sopraggiunge nella chic-setta anche Marta che si china e inizia a togliere la polvere dal volto di Cristo. Poi l'osserva e ha pietà del suo corpo piagato. Si gira perplessa per capire i motivi di quelle ferite e incontra lo sguardo di don Lorenzo, il vecchio prete del paese. Don Lorenzo, interrogato, racconta alla ragazzina la vita di Gesù e le legge un brano del Vangelo. Solamente ora, Marta può dire di aver incontrato Cristo. Ha compreso il significato del suo sacrificio per amore dell'umanità. Ha udito la sua parola. Poi, il crocifisso viene legato sulla macchina di don Mario e inizia il viaggio di ritorno. Dopo poche curve la macchina sbanda e il crocifisso cade in mare. Come per dire che ormai si può essere cristiani anche senza Cristo. Inaltre parole, non sappiamo più parlare di Dio senza mettere al centro noi stessi. Dalla nostre scelte e dalle nostra azioni non facciamo trasparire la presenza e la voce di Dio.

Tornare alla Parola

Per sconfiggere le false immagini di Dio dobbiamo sempre tornare alla sua Parola. Quella Parola parla di un Padre che, in Gesù Cristo, dice a ogni suo figlio: «Hai paura che io ti mangi? Ebbene mangia me»! «E così nasce a Betlehem che significa "casa del pane". E così è deposto in una mangiatoia come se fosse nato per essere mangiato. E così decide di rimanere per sempre in mezzo ai suoi discepoli sotto l'apparenza di un pezzo di pane da mangiare. Egli diventa "Figlio dell'uomo", consegnato alle mani avide di ogni uomo. Allora l'uomo scopre che quella terribile immagine del padre Chronos è una fantastica proiezione dell'uomo stesso nelle sue ansie di possesso, nella sua avidità di potere, nella sua disperata solitudine. Solo un Dio che si fa mangiare e stritolare libera dalle false immagini di Dio» (J.-P. Hernàndez, cit., pp. 12-13). Probabilmente, invece di offrire definizioni di Dio come fanno tutte le religioni, dovremmo ricordare la storia di un uomo che ama fino all'ultima goccia del suo sangue. Dovremmo far rivivere attraverso le nostre azioni il suo infinito esempio di amore.
Il cinema, negli ultimi anni, ha riscoperto questa immagine di Dio e l'ha riproposta grazie a due registi insospettabili, Aki Kaurismaki e Clint Eastwood. Il primo, con Miracolo a Le Havre (Francia-Germania 2011), racconta la storia di un lustrascarpe, Marcel Marx, che cerca di salvare dal rimpatrio un ragazzino africano emigrato illegalmente nel porto francese di Le Havre. Il suo gesto di carità guarisce la moglie da un grave tumore. Il secondo, con Gran Torino (Usa 2008), racconta la storia di un veterano della guerra di Corea, Walt Kowalski, che offre la propria vita per salvare dalla delinquenza due giovani americani di origine coreana, Thao e sua sorella Sue. Nella scena finale, Kowalski, lascia che il suo corpo venga flagellato dai colpi di più armi da fuoco, finché non cade a terra morto, con le braccia allargate, come Cristo sulla croce.