Lo scandalo

del male

Enrico Maria Vannoni

Perché il male?

L'esistenza del male nel mondo è innegabile. Ognuno, prima o poi, ne fa l'esperienza.
La vita sulla terra è imperfetta, segnata dalla sofferenza del corpo, dalla morte, dalla malvagità degli uomini che si accaniscono gli uni sugli altri, dall'indifferenza della stessa natura che spesso uccide con una determinazione cieca e inesorabile. In tutti i cuori sorge questa domanda: perché esiste il male? Da dove viene, perché nessuno riesce ad arrestarlo? Lo ha voluto qualcuno? Ma se la domanda sul male è antica quanto il mondo, lo è anche la persuasione che esiste una presenza superiore che è buona e a cui possiamo rivolgerci. Forse è la nostra stessa origine, e a lei ritorniamo. La triste constatazione dell'esistenza del male si è sempre accompagnata alla fede in Dio. Anzi, in un Dio protettore, garante dell'ordine dell'universo, in alcuni casi anche buono. Da qui la difficoltà di conciliare il male con l'esistenza di Dio. Quando poi il cristianesimo ha diffuso la fede in un Dio che è Padre, misericordioso, giusto, onnipotente, la contraddizione è divenuta lacerante e una risposta a questo dissidio metafisico così urgente da non ammettere indugi. Ne va, infatti, della stessa credibilità di ogni religione, ma in modo particolare della fede cristiana, la quale afferma l'assoluta bontà di Dio, che ha creato l'intero universo e sul quale ha un potere immediato e diretto.
Se, infatti, il Dio biblico è buono e onnipotente, come può permettere il male? Se lo permette, non è buono e, se lo subisce, non è onnipotente. In ambedue i casi, Dio si dimostrerebbe, qualora esistesse, una creatura infida, malvagia o semplicemente inutile. Ma chi può rispondere allo scandalo delmale se non Dio soltanto? Chi afferma o pretende di essere il creatore di ogni cosa deve rispondere dell'esistenza del male. Ma se Dio rimane inerte dinanzi alle sofferenze degli innocenti? Se permette ai malvagi di prosperare e tollera che i buoni e i deboli siano oppressi da ogni sopraffazione e violenza? Al cuore dello scandalo della malvagità vi è, infatti, una infinita solitudine. La solitudine di una domanda che non avrà mai risposta perché l'unico interlocutore possibile, Dio, sembra rimanere muto mentre lo scherno dei malvagi strazia l'anima dei deboli e la morte li consuma inesorabilmente. E allora Dio non esiste, o se esistesse, come ha affermato Sartre, facendosi interprete di una parte consistente della cultura moderna, bisognerebbe punirlo.
La domanda sul male non riguarda, però, soltanto le anime toccate dalla fede religiosa. Nel suo celebre romanzo I fratelli Karamazov, Dostoevskij fa ripetere più volte a Smerdjakov, l'autore materiale del parricidio al centro del racconto, che «se Dio non esiste, allora tutto è possibile». Il fatto di aver concepito questo pensiero, che gli ha sconvolto la mente e lo ha spinto a commettere il suo delitto, Smerdjakov lo attribuisce ai lunghi colloqui con Ivan, il fratello intellettuale e ateo che, a sua volta, cadrà nella pazzia fino a "immaginarsi" di parlare con Satana in persona. Dostoevskij intravedeva con penetrante lucidità il paradosso delle società post-cristiane. Ossia che, in assenza di fondamenti metafisici, la convivenza umana e la stessa vita interiore dei singoli è affidata a semplici convenzioni le quali, però, non hanno nessuna forza obbligante, nessuna intrinseca "verità" per loro stessa definizione. Una convenzione sociale o culturale o legislativa, per quanto condivisa e accettata dalla maggioranza, si può sempre cambiare o addirittura ignorare: la vita diviene, dunque, un non senso radicale dove ogni azione è possibile e, in linea di principio, equivalente a qualsiasi altra. Il bene e il male vengono declassati a categorie relative, culturalmente condizionate, a semplici espressioni di sistemi simbolici, più o meno raffinati, che tentano di inserire in modo artificiale un ordine superiore dove, in realtà, non ve ne è nessuno.

Breve storia di un pensiero ingombrante

Molti pensatori, limitandoci a quelli della tradizione occidentale, si sono perciò impegnati a dare una spiegazione al male, avvertendo tutto il pericolo di lasciare insoluta la sua terribile contraddizione. Per la filosofia classica, il male non sembra avere una reale consistenza. Non è un ente. Esso si può spiegare, come fa Socrate, come il danno che l'ignoranza e la smodatezza delle passioni umane provocano nell'anima. Conoscenza, retto ragionamento e dominio di sé sono dei validi antidoti al dilagare della malvagità. Aristotele spiegherà, poi, che il male è solo privazione del bene, diminuzione dell'essere. In altre parole, non ha alcuna rilevanza metafisica, si tratta soltanto di uno stato degradato dell'essere stesso. Verso la fine del mondo antico, la prodigiosa sintesi che Plotino proporrà del pensiero filosofico classico, offrirà all'Occidente uno schema concettuale destinato ad avere una grande fortuna. Secondo Plotino, infatti, tutti gli enti sono emanazione del bene supremo (l'Uno, nel linguaggio plotiniano), che irradia l'essere in forme sempre più imperfette quanto più si allontanano dalla loro origine. L'ultimo grado dell'emanazione è costituito dalla materia, oltre la quale l'essere smette semplicemente di sussistere. Il male, secondo Plotino, si collocherebbe oltre quella linea, sarebbe cioè pura assenza dell'essere e del bene che lo ha originato. In altre parole, il male non esiste in senso pieno.
Ovviamente, i primi pensatori cristiani non condivisero l'ottimismo dei filosofi pagani. La tradizione biblica e gli stessi Vangeli affermano in modo esplicito la sussistenza personale del male. Il male, conosciuto con i suoi nomi simbolici di Satana (l'Avversario) o Diavolo (il Divisore), insidia direttamente l'uomo e cerca con volontà ostinata di trascinarlo a rinnegare Dio e il bene e a far parte delsuo regno di tenebra. Sarà sant'Agostino a formulare la spiegazione al problema del male che diverrà canonica per la teologia cattolica. Agostino, infatti, rielabora lo schema plotiniano per dimostrare che Dio non è implicato in nessun modo con il male: i gradi dell'essere inferiori a Dio sono imperfetti, da qui l'origine del male, o almeno ciò che all'uomo appare come "male" a causa della sua visione limitata della realtà. Considerata nel suo insieme, infatti, la creazione è mirabile e tutto concorre al bene voluto da Dio. Il male morale e quello fisico, invece, sono causati dalla libera decisione dell'uomo di disobbedire alla legge divina. Il peccato "crea" il male nel mondo, ma non è voluto direttamente da Dio. Egli lo permette in vista di un bene superiore, ossia la piena libertà dell'uomo che può accogliere (o rifiutare) la salvezza offertagli dalla grazia divina con un libero atto di amore. Satana, insomma, entra in scena solo quando la libertà umana, creata da Dio e da lui rigidamente rispettata, non sceglie il bene e rifiuta l'aiuto divino. Rimane però da spiegare come possa conciliarsi l'onnipotenza divina con l'affermazione del suo assoluto rispetto della libertà della creatura. Forse che Dio deve "obbedire" alle sue stesse leggi? Lo si può dire dunque veramente onnipotente? Questa aporia condurrà a una nuova impostazione del problema quando la cultura umanistica dovrà cedere il passo a quella sorta dalla rivoluzione scientifica.
All'inizio dell'età moderna, infatti, un altro grande capitolo della riflessione sul male verrà ispirato proprio dal pensiero di Agostino, e occuperà alcune tra le intelligenze più brillanti del tempo. Arnaud, Leibniz e Malebranche ne furono i protagonisti principali (cfr. S. Nadler, Il migliore dei mondi possibili. Una storia di filosofi, di Dio e del male, Einaudi, Torino 2009). La rivoluzione scientifica aveva dimostrato che la creazione è ordinata e armonica, al punto che è possibile esprimerla per intero in termini matematici. Dio, dunque, avrebbe scelto di creare, tra gli infiniti mondi possibili, un universo interamente razionale, e avrebbe donato all'uomo la ragione per comprendere e gioire della sua opera. Ma allora perché il male? Come renderlo razionalmente spiegabile? Se così non fosse, infatti, dovremmo necessariamente concludere che Dio permette il male in piena contraddizione con se stesso e la sua opera creatrice. Sarebbe, dunque, un Dio crudele che ha dato all'uomo la ragione solo per farlo soffrire di più, rendendolo consapevole della beffa malvagia di trovarsi gettato in un mondo che è solo a un passo dalla perfezione, ma dove felicità e perfezione non saranno mai possibili? La soluzione, proposta da Leibniz, consiste nel presupporre che Dio obbedisce per intero alla natura razionale della sua creazione (comprese le leggi naturali), avendo creato, e continuando a creare incessantemente, il migliore dei mondi possibili, quello cioè dove il bene risulta massimizzato nonostante la permanenza del male. L'intervento di Dio per debellare i mali particolari comporterebbe la distruzione dell'ordine razionale e armonico del mondo: sarebbe comunque, nel suo insieme, un mondo "peggiore" di quello che sperimentiamo.
Le opere di Leibniz e Malebranche saranno le ultime grandi costruzioni metafisiche dell'Occidente, create per difendere la ragionevolezza del mondo e di Dio e, forse, con il senno di poi, anche per difendere la ragione da se stessa. Solo qualche decennio più tardi, a metà del XVIII secolo, il Dío della fede cristiana sarà rifiutato e apertamente deriso e alle discussioni metafisiche, compresa quella sul male, sarà data sempre meno importanza, fino al loro definitivo esilio all'interno dei soli studi ecclesiastici. Nell'epoca moderna, infatti, il male ha perso Dio, si potrebbe dire, e con esso anche il suo diritto a comparire nella lista degli argomenti culturalmente decisivi. Tuttavia, anche Dio, confinato nel ghetto di un discorso esclusivamente "religioso", è rimasto da solo, costretto a doversi difendere dalle accuse degli uomini, unico imputato di tutti i loro scontenti, e senza alcun diritto di replica. Ma non per questo il male nel mondo diminuiva.
L'ultimo capitolo di questa breve storia è anche il più tragico. Il Novecento ha visto, infatti, esplosioni di distruttività senza precedenti. Un cumulo di dolore e di angoscia che ancora attanaglia il mondo intero. Per molti, negli orrori dei genocidi e delle due guerre mondiali, il male si sarebbe rivelato in tutta la sua evidenza, facendo apparire addirittura ridicolo ogni sforzo per migliorare l'uomo, e incresciosa ogni pretesa divina di salvezza. Per altri, invece, questa esplosione di malvagità avrebbe aperto nuove vie alla riflessione: la "banalità del male", inflitto ai loro simili in modo seriale e industrializzato da uomini ordinari, ne avrebbe fatto risaltare tutta la rilevanza metafisica, in modo inequivocabile, anche se con modalità diverse dalla ricerca razionalistica della filosofia precedente.

La risposta di Dio

come è noto, il libro di Giobbe è uno dei più problematici dell'Antico Testamento. Giobbe è un giusto, del tutto innocente. Ma viene sottoposto a una serie incredibile di sventure e di sofferenze che tuttavia sopporta riaffermando la sua incrollabile fiducia nella bontà del Creatore. A un certo punto, però, la sua proverbiale pazienza si esaurisce, e Giobbe erompe in un terribile grido di rabbia e delusione nei confronti di Dio. Arriva perfino a sostenere la superiorità morale dell'uomo che soffre rispetto alla stessa divinità descritta, senza mezzi termini, come un essere infido e sadico, responsabile dell'inutile dolore dell'uomo. La più coerente accusa nei confronti di Dio e della sua compromissione con il male del mondo si trova proprio nella Bibbia! Alla fine del libro, però, Dio prende la parola e risponde a Giobbe, dicendo che proprio lui e solo lui ha parlato bene di Dio, perché finalmente si è coinvolto con la sua esistenza e ha riversato il dolore del suo cuore proprio verso di lui, facendone il suo unico interlocutore.
Non è un caso che la risposta di Dio a Giobbe sia stata messa in evidenza da innumerevoli teologi e scrittori contemporanei come cifra di un modo inedito di accostarsi al problema del male. Se la risposta a Giobbe rappresenta uno dei punti più alti della riflessione veterotestamentaria, la risposta "storica" che Dio rivolge agli uomini in Gesù di Nazaret porterà fino alle estreme conseguenze la compromissione di Dio con il mondo. È Gesù, infatti, il vero interlocutore degli uomini. Il messia sofferente e sconfitto ha ben poco del Dio razionale e onnipotente con cui si è confrontata la tradizione filosofica e che parla al mondo attraverso l'ordine delle leggi fisiche. Il Novecento, in un certo senso, ha scoperto che Dio è molto più complesso delle sue immagini tradizionali, e che non può essere compreso, per quanto ci è possibile, se non all'interno del modo stesso con cui si è "detto" all'uomo.
Nei Vangeli, Gesù non offre alcuna spiegazione al male. Egli viene piuttosto a farne parte. Lascia che esso si incida nella sua carne; ne diviene, nei lunghi anni della sua vita "nascosta", vittima muta e impotente, come ogni uomo. Dio patisce il male, con la stessa intensità e paura dell'uomo. Permette che la sua stessa esistenza sia plasmata dall'ingiustizia e dal dolore. Come ha affermato J.-P. Hernà'ndez, in Gesù «il male diventa la vocazione di Dio» (Ciò che rende la fede difficile, AdP, Roma 2013, p. 16). Il Dio biblico, in altre parole, non parla del male come di un ente astratto, ma dall'interno del dolore. La logica che porterà Gesù alla sua offerta, la logica della croce, prevede che sia la sconfitta a decretare la vera vittoria. Quando perdiamo tutto, anche la stessa vita, in nome di un bene più grande, è allora che tutto si ottiene. L'uomo crocifisso sarà per sempre il segno di contraddizione: vediamo in lui gli effetti del male e della sua opera diabolica, ma proprio lui, l'uomo dei dolori, perdona e ama, facendo della sua umiliazione il segno della forza vittoriosa dell'amore. Queste affermazioni sono ben più di una sorta di sillogismo religioso. L'epilogo tragico ed emblematico della vita terrena di Gesù di Nazaret, apre orizzonti inediti alla riflessione dell'uomo. Lo stesso concetto dell'onnipotenza divina risulta completamente rovesciato. Dio, infatti, non è potente perché può tutto (in fondo, un modo piuttosto schematico e antropomorfico di intendere le prerogative di Dio). Egli è onnipotente perché ama in modo libero e assoluto ogni creatura, e per ognuna di esse rimane nel dolore per l'eternità perché nessun uomo sia solo davanti al male e perché lo stesso male, qualunque sia la sua forma o entità, sia anch'esso "visitato" e "vinto" dalla inerme debolezza dell'amore. È l'amore che può tutto, come aveva ben intuito sant'Agostino, non Dio, se con questa parola intendiamo un essere perfetto e assoluto, quanto impersonale. Anzi, l'amore non è perfetto: nella Scrittura, Dio viene presentato senza troppi imbarazzi parziale, geloso, viscerale nei confronti del suo popolo, che ama. Anche Gesù, come testimoniano i Vangeli, non è stato estraneo all'indignazione, alla rabbia e alla predilezione.
Così, ogni volta che l'uomo compie il male trova il volto di Dio nelle sue stesse vittime: non è questa una grande vittoria? E non è forse la risposta più adeguata allo scandalo del male? Una risposta esistenziale, immediata, che non indulge in nessun modo verso la malvagità e allo stesso tempo offre salvezza e una via di uscita per tutti, anche per i malvagi.
Il cuore di Dio che Gesù ci ha rivelato non prevede schiere di angeli che scendano dal cielo a punire i cattivi e a evitare ogni dolore o sofferenza agli uomini buoni. Gesù stesso non si è lanciato giù dal pinnacolo del tempio né ha permesso che un fuoco divino "consumasse" i suoi nemici o chi lo rifiutava. Ha accolto, invece, la volontà del Padre: divenire l'amore di Dio "dentro" l'umanità, perché tutto il mondo fosse ricreato dalla sua forza. Una strada certamente molto più lunga e tortuosa, foriera di tanti equivoci e che presuppone da parte degli uomini una conversione esistenziale e anche intellettuale per niente scontata o di facile attuazione. Una strada "storica", e non metafisica, sostanziata dalla vita reale di innumerevoli individui, dal loro dolore reale, dalle loro ottusità, dalle ribellioni, dalla loro altrettanto reale capacità di amare. Altrimenti non esisterebbe l'amore, perché non ci sarebbe né autentica libertà né dignità per la persona umana, ridotta a un ruolo di burattino o a un fascio di passioni inutili, come è stato detto.
Rimane, tuttavia, da spiegare da dove ha origine il male. È stato voluto da Dio per rendere ancora più visibile il bene? Si è trattato di un incidente di percorso nell'opera della creazione? O forse esiste una fonte alternativa dell'essere, ma di segno opposto a quella di Dio? La risposta, forse, risiede proprio nella realtà dell'amore. È questa la sola risposta che Dio ha dato, per se stesso, prima di tutto, e poi per gli uomini. Comprendere cosa sia il male in sé non rientra, alla fine, nelle capacità di esseri creati, o comunque finiti, come gli uomini. Il male ci supera, possiamo esserne solo vittime: è questa la tragica lezione del Novecento, per chi la vuol capire. Come hanno bene intuito artisti e poeti, non ci può essere nessun patto con il male: esso equivale a una resa incondizionata, a un salto in una dimensione senza via di uscita, se non quella dell'amore divino. L'amore di Dio, in effetti, lancia agli uomini la sua più grande provocazione proprio nella sua esclusività: l'amore ci basta per vivere, è in esso che si aprono le vie della conoscenza. L'amore soltanto crea futuro e rende liberi. Se del male possiamo dire ben poco di certo, una cosa almeno la sappiamo: il male non serve a niente. Mentre l'amore rimane dinanzi a noi come una frontiera ancora inesplorata e carica di possibilità. Il Nuovo Testamento ci offre soltanto un'immagine, ma anche questa emblematica: al compimento del tempo, quando Cristo tornerà nella storia per introdurla nel regno definitivo dell'amore, Satana sarà scagliato «nello stagno di fuoco» dove rimarrà per l'eternità (cfr. Ap 20,10). Forse solo allora, quando ogni uomo vivrà dell'amore, potremo conoscere l'origine del male e il suo perché. Nel frattempo, possiamo vivere la grande avventura del bene, in compagnia di Dio, con ragionevoli probabilità di trovare lungo questa via tante delle risposte che cerchiamo.