La desolazione

spirituale

Lorenzo Artusi

Fede e amicizia

Nell'introdurre il suo saggio Ciò che rende la fede difficile, Jean-Paul Hernàndez afferma che le difficoltà della fede sono, in definitiva, le stesse difficoltà dell'amore. Perché la fede – prosegue – è una relazione che vive solo se ama (AdP, Roma 2013, p. 9). Le vere difficoltà del credente, conclude poco oltre, non sono le cadute ma quegli inganni che impediscono di trasformare qualunque caduta in un passo in avanti, cioè quegli inganni che impediscono di amare. «Nella Bibbia –afferma ancora Jean-Paul Hernàndez – il contrario della fede non è l'ateismo», come ritiene il pensiero moderno, «ma è l'inganno che ci impedisce di camminare» (p. 10), insomma, quello che il linguaggio biblico chiama l'idolo. Tra questi inganni troviamo anche quello che viene chiamato la "desolazione spirituale". In cosa consiste questo inganno, questa difficoltà? E quanto è veramente diffuso? Si può cercare di avvicinare questo problema da un altro punto dí vista; quello che ci offre Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, in una breve ma intensa riflessione sulla fede: «La fede sembra incapace di interessare gli uomini e le donne di oggi che vivono nell'indifferenza riguardo al cristianesimo e, più in generale, a ogni ricerca di Dio» (Fede e fiducia, Einaudi, Torino 2013, p. 3). In effetti, viviamo in una stagione in cui molti sono gli ostacoli alla fede, prosegue Enzo Bianchi. Quello che colpisce di più, però, è che poche pagine dopo il priore di Bose si ponga una domanda che apparentemente non ha nulla a che vedere con la fede: «Perché è così rara oggi l'avventura dell'amicizia?» (p. 17).
Il primo punto da cui possiamo forse partire per la nostra riflessione è che, per questi due autori, il tema della fede si intreccia sia con il tema dell'amore che con il tema dell'amicizia. In effetti, è propriol'indifferenza di cui parla Enzo Bianchi a raccogliere il problema in un unico tema. Da quello che egli afferma a proposito dell'amicizia, possiamo capire che l'indifferenza non interessa solo l'ambito religioso della vita né riguarda esclusivamente l'interrogativo su Dio: l'indifferenza, piuttosto, sembra aver investito tutta intera la nostra esistenza, stordita e ormai stancata dai richiami pubblicitari che promettono felicità patinate e senza difetti; felicità disumane e disincarnate, in definitiva, irreali. Già: perché è così rara l'avventura dell'amicizia oggi? E perché le difficoltà della fede sono le stesse difficoltà dell'amore per questi autori? La fiducia, in effetti, e il problema della fede ad essa legato, investe tutta l'esistenza dell'essere umano e, inaspettatamente, soprattutto i suoi aspetti più concreti e "materiali"; quelli più umani, e non ultime l'amicizia e l'affettività. Proprio perché, in questa prospettiva, ricorda ancora Enzo Bianchi, credere è, in un certo senso, il modo di vivere la relazione con gli altri.

Cercare la relazione

Lo possiamo intuire meglio se ci rivolgiamo anche al piano del pensiero e della ricerca, in cui la fiducia è essenziale: essa, infatti, è anche quella "scintilla", per così dire, che ci induce a cercare il senso del nostro esistere; ci fa cercare la verità delle cose, ci fa muovere verso qualcosa, verso qualcuno; credere, cioè la fiducia, è, come afferma Enzo Bianchi, la relazione stessa. Non cercherei se non credessi che esiste quello che cerco. Nella mentalità (cultura) di oggi, però, il "cercare" è stato sostituito in gran parte dal "costruire". La dimensione metafisica è divenuta meccanica dimenticando che il bene si può solo cercare e vivere, non si può costruire. Possiamo comprendere meglio, a questo punto, cosa significhi che una delle maggiori difficoltà nel vivere la fede sia quella che gli autori spirituali chiamano la "desolazione spirituale". Con questa espressione si indica un tempo prolungato di tristezza, il senso di vuoto o anche la percezione dell'assenza di Dio.
Un tempo non molto lontano la desolazione spirituale veniva chiamata "crisi" e, in questo senso, era vissuta come un momento di passaggio, di crescita; come una rottura che aiutava a compiere un salto di qualità. Oggi si parla piuttosto di "depressione". Il cambiamento dei termini indica, in profondità, un cambiamento sul piano metafisico, spirituale, interiore. È come dire che la desolazione spirituale, ai nostri giorni, ha un carattere più forte, invalicabile: se la crisi era una condizione nella quale Dio ci poneva per ottenere, fondamentalmente, tre cose, come afferma sant'Ignazio di Loyola negli Esercizi, ora non sembra essere più così. I motivi che Ignazio indicava e per i quali Dio stesso può lasciare l'anima del credente in un lungo tempo di desolazione erano: dare più tempo a Dio; fare un salto di qualità nel nostro amore per Lui; comprendere bene che ogni consolazione è un puro dono di Dío e non dipende in nulla da noi.

L'esperienza della depressione

Nella depressione che colpisce molte persone di oggi, però, quello che manca è proprio l'interlocutore; anzi, manca proprio la fiducia nell'interlocutore. Dio si è come logorato, appare insufficiente, non al passo con i problemi di oggi.
Appartiene al passato e non al futuro. Dio sembra essere una risposta prefabbricata e quindi non vera, non capace di reggere l'urto della vita e della verità, dei nostri interrogativi più forti. Le sue parole lasciano indifferenti; non raggiungono e non scaldano il cuore, non vi risuonano perché, come indica la stessa parola, "depressione" è uno stato di avvallamento, una buca, è quindi un vuoto. In altre parole, la depressione è il frutto di un confronto che avviene con il nulla, con una mancanza; con un tu che non c'è, non è reale. Ecco perché la desolazione spirituale, in questo senso, può essere un ostacolo alla fede.
Nella desolazione, infatti, ciò che percepiamo per prima cosa è che Dio, se esiste, è a sua volta indifferente a quello che ci accade. Abbiamo un'esperienza immediata di questa indifferenza di Dio, quasi fisica, di abbandono, di solitudine metafisica, terribile. Dio ci diviene indifferente poiché Egli è indifferente verso la nostra sofferenza.
Molti credenti del passato e anche nostri contemporanei hanno raccontato questa sensazione di solitudine, di deserto, di desolazione interiore. Tra questi, santa Teresa di Gesù Bambino che ha vissuto il tempo prima della propria morte come davanti a un muro invalicabile; oppure madre Teresa di Calcutta che arriva a scrivere: «Nella mia anima io provo il terribile dolore di questa perdita, sento che Dio non mi vuole, che Dio non è Dio, che Dio non esiste veramente» (cit. in J.-P. Hernández, p. 38).
Eppure, proprio questo vuoto, proprio la lancinante infinitezza dei nostri desideri incolmabili ci fa percepire, in un certo modo, una qualche nostra somiglianza con Dio: abbiamo una misura eterna e infinita in noi che niente può colmare, niente può saziare. Quando comprendiamo questo, tutto ci appare inutile. Tutto è deserto, vuoto. Dio solo può appagare tutti i nostri desideri. Solo il Dio vero, reale, ci dice madre Teresa. Non un idolo.

La tentazione della desolazione spirituale

Il nodo della questione riguardo alla tentazione della desolazione spirituale, allora, risiede nella capacità, nel desiderio, nella volontà di coltivare, per così dire, la propria interiorità, cioè il luogo dell'incontro autentico e reale con Dio. E questo che cosa significa? Coltivare come? Per cercare di capirlo, possiamo rileggere le parole che Gesù rivolge ai discepoli, ai suoi amici, durante l'ultima cena dove egli rivela, tra l'altro, il significato dell'espressione "interiorità": «"Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l'avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via". Gli disse Tommaso: "Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?". Gli disse Gesù: "Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto"» (Gv 14,1-7).
Gesù sembra parlare qui della vita eterna di Dio e di come raggiungerla attraverso di lui. Gli apostoli, però, come intuiamo dalle loro domande, non comprendono e così Gesù prosegue cercando di spiegarsi: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23). Qui avviene come un ribaltamento: non è più il discepolo che va verso Dio, ma è Dio che viene a lui e così scopriamo che la Via è a due sensi di marcia... L'interiorità altro non è che questa presenza di Dio in noi, nel nostro cuore, nella nostra vita, nelle nostre parole, nei nostri gesti che diventano eterni. Questo dimorare di Dio, un Dio non solitario ma un "noi", che viene e prende casa nella nostra vita, è il significato dell'interiorità stessa. Il luogo desolato, vuoto, incolmabile è così perché è la dimora che attende lavisita del "Noi" di Dio, il suo domiciliarsi proprio in questa depressione.

Dio presente in noi

Qual è, infatti, il luogo capace di accogliere lo Spirito? L'unico luogo è Gesù stesso, presente in noi. Proprio per questo egli dice «noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui», al plurale. Dunque, attraverso questa dimensione interiore, la trascendenza è, in qualche modo, dentro di noi. Il dimorare di Cristo in noi è l'opera stessa della salvezza, ed è la presenza di ciò che non può essere contenuto nemmeno nel pensiero, poiché è infinito, eterno; ma che può prendere misteriosamente dimora in noi per sua volontà, sua scelta. Così è il senso della grazia, del dono, ma anche del talento che l'essere umano sperimenta. L'arte ha in sé qualcosa di divino perché ci permette di percepire l'opera, l'effetto di questa presenza, anzi, di questo dimorare del trascendente in noi.
Il nostro desiderio più forte, che è quello dell'amore, è anche la cosa migliore al mondo, ma allo stesso tempo, è anche ciò che produce gli effetti più devastanti: famiglie distrutte, bambini abbandonati, violenze inaudite... Ogni nostro desiderio di bene è reso vano dall'incapacità del nostro cuore (la capacità è una misura di volume) oppresso dall'orgoglio, dall'ambizione, dall'egoismo che nutrono l'autocompiacimento e isolano l'essere umano. L'uomo non può da solo compiere il bene che desidera – afferma il card. Albert Vanhoye –. Abbiamo bisogno di un salvatore, di qualcuno che ci salvi non una volta, ma che sia sempre con noi, che sía sempre presente in noi, per salvarci in ogni nostra azione (cfr. Il pane quotidiano della Parola, Piemme, Casale Monferrato 2002, p. 754). Se restiamo indifferenti verso di Lui, cioè se, come direbbe Marcel Proust (cfr. L'indifferente, Einaudi, Torino 1978), nutriamo il nostro desiderio di altro, non riusciamo a compiere nessuna azione veramente buona, perché sarebbe inevitabilmente viziata dal male. Se invece la compiamo con il nostro Salvatore, aiutati da lui, con la sua ispirazione, allora diventa davvero una buona azione che non ci rende orgogliosi ma ci stabilisce nell'umiltà, perché sappiamo che non possiamo attribuirla a noi stessi, ma solo alla sua grazia. E qui impariamo l'amicizia, l'amore e tutte quelle qualità che donano alla nostra vita la vera gioia.