L'altra guancia

o la spada?

Gianfranco Ravasi


Diventato persino uno stereotipo, pronunciato spesso con una punta di ironia: "porgere l'altra guancia" è, come si sa, una citazione semplificata del Vangelo di Matteo (5,38-41 ) e, più precisamente, di quel discorso di Gesù detto "della Montagna", a causa del suo fondale forse più simbolico che reale.
E' interessante, comunque, risalire al testo integrale e al suo contesto. Cristo rievoca la cosiddetta "legge del taglione": "Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente". Su questa norma, espressa in modo apodittico e icastico, bisognerebbe essere più cauti di quanto si è soliti fare. Essa, infatti, non è - al di là della sua formulazione che suona brutale ai nostri orecchi - nient'altro che una colorata definizione della giustizia distributiva: a un delitto deve corrispondere una pena del tutto pari e coerente.
Ora, se stiamo alle guerre e alle stesse ritorsioni che vengono praticate da certi stati (compreso lo stato di Israele), la legge del taglione è violata e sostituita da quella che porta il nome di un personaggio biblico, Lamek, il quale dichiarava senza esitazione: "Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamek settantasette" ( Genesi 4, 23-24 ). Gesù non vuole negare il principio della giustizia ma - come avviene in tutta la serie di casi che egli propone in quel discorso - vuole suggerire al suo discepolo di procedere oltre, imboccando la via dell' amore, del perdono, della non-violenza.
Ecco, allora, il suo insegnamento affidato a un trittico di esempi che sono simili a mini-parabole: "Io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra; a chi ti vuol chiamare in causa per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello; e se uno ti costringe a fare un miglio, tu fanne con lui due". Alla stessa legge di Lamek egli opporrà questa legge antitetica: "Non perdonerai fino a sette volte sette ma fino a settanta volte sette" (Matteo 18,22). E Gesù sarà sempre coerente con questo suo principio: si pensi al suo arresto e all' invito rivolto al suo discepolo che tenta di difenderlo con una spada ("Rimetti la spada nel fodero...").
Ora, nello spirito di tutto quel discorso della Montagna - si pensi solo alla splendida ed emozionante pagina di apertura, le beatitudini - Gesù non vuole proporre né una legislazione ecclesiale o sociale né codificare una regola concreta. Egli delinea un atteggiamento radicale, una vera e propria opzione della coscienza; la sua è una spina messa nel fianco del buonsenso, dell'ovvio, del luogo comune così da mostrare una più alta potenzialità di vita, una ben diversa società, una meta, possibile eppur desueta, aperta all'uomo.
In questa luce si può parlare di utopia ma nel senso più alto del termine e Gesù incarna in modo forse supremo la missione genuina delle religioni. Esse non devono ridursi a gestire l'esistente, come deve fare uno Stato, né ridursi al piccolo cabotaggio ma far tendere l'umanità verso un Oltre e un Altro.
In questa prospettiva si colloca coerentemente il costante magistero di Giovanni Paolo II, anche in occasione degli attuali eventi tragici. Questo, però, non significa che la morale religiosa (e cristiana in particolare ) debba escludere la giustizia e la storicità con tutto il suo peso. Gesù stesso polemizza aspramente con la gestione del potere politico e religiosa di allora, facendo denuncie specifiche ( si legga, ad esempio, Matteo 23 ) ma anche col suo celebre detto: "Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio" riconosce un' autonomia al potere politico. Paolo nella Lettera ai Romani affronta la questione fiscale affermando non solo la legittimità dell'autorità costituita - che nella fattispecie era quella imperiale di Nerone - e del suo sistema penale perché "non invano essa porta la spada" ( 13,1-7 ) . L' Apocalisse, invece, attacca aspramente le repressioni e le ingiustizie di quello stesso potere romano, raffigurato sotto l' immagine di Babilonia.
Ecco, allora, la costante necessità per i cristiani di non perdere di vista l'ideale, riducendosi a un partito o a movimento di opinione, ma anche di non astrarsi dalla realtà racchiudendosi nel bozzolo della tensione apocalittica o mistica. E' un difficile equilibrio che comporta, da un lato, la continua affermazioni dei grandi valori, della moralità alta, di ideali anche supremi, e d'altro lato, la necessità della loro "incarnazione" e quindi del confronto col groviglio delle vicende sociali, politiche, economiche. Riguardo a questo secondo versante vorremmo proporre un esempio che ben s'adatta ai giorni che stiamo vivendo.
Intendiamo riferirci alla legittima difesa che di per sé eccede rispetto alla logica del "porgere l'altra guancia" ma che si colloca nel piano più "basso" della norma di giustizia. Famosa è la giustificazione etica addotta da Tommaso d' Aquino: "L'azione di difendersi reca con sé un duplice effetto: l'uno è la conservazione della propria vita, l'altro è la morte dell'aggressore. Il primo è quello veramente voluto, l'altro non lo è" (Summa Theologiae II-III,64,7). La tradizione cristiana preciserà questa regola del "duplice effetto" in ambito pubblico elencando le condizioni da rispettare per ammettere la legittimità di questa autodifesa: che tutti gli altri mezzi si rivelino impraticabili e inefficaci, che l'uso di armi non crei mali e disordini più gravi del male da eliminare (proibita sarebbe, perciò, l'opzione nucleare), che non si colpiscano innocenti, che il danno inflitto dall' aggressore sia durevole, grave e provato nelle sue responsabilità.
E' ciò che è affermato anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992 (nn.2.263e 2.309) ed è ciò che è stato ripetuto dalla lettera dei vescovi cattolici americani al presidente Bush nei giorni scorsi: "La nostra nazione ha il diritto morale e il grave obbligo di difendere il bene comune contro tali attacchi terroristici...Ma ogni risposta militare dev'essere in accordo con i sani principi morali quali la probabilità di successo, l'immunità dei civili e la proporzionalità". Ma lo stesso testo comprende anche una eco del principio evangelico da cui siamo partiti, formulato attraverso l'invito a impegnarsi per rimuovere le cause strutturali ingiuste, a ripudiare l'intolleranza etnica e religiosa, a considerare sempre arabi e musulmani come fratelli e sorelle, "parte della nostra famiglia nazionale e umana", e - citando una frase di Giovanni Paolo II - a "non cedere alla tentazione dell'odio e della violenza, impegnandosi al servizio della giustizia e della pace". La chiesa, quindi, pur coinvolta nella giustizia che dovrebbe reggere la città di Cesare, non deve mai dimenticare la legge ultima del Regno di Dio.

Il Sole24Ore - 30/9/2001