Eyes wide open

Guardare, vedere e condividere con gli altri

Laura Bosio


In un documentario che lo ritrae, intitolato Hearing the Silence, Claudio Abbado apre gli occhi da sognatore ostinato e dice con naturalezza sconcertante: «Più si dà più si-riceve. Con la musica è lo stesso. Durante il concerto non puoi parlare, allora ti servi dell'espressione delle mani, dello sguardo, del contatto». Tra sguardo e contatto si stabilisce immediatamente un'associazione concreta. Gli stessi orchestrali chiamati a testimoniare la loro esperienza con lui confermano come una sorpresa l'insegnamento che hanno ricevuto: fare musica insieme, crescere insieme, ascoltarsi. Ovvio per un'orchestra, si direbbe, ma evidentemente tutt'altro che comune. Abbado parla dei suoi musicisti come di amici che si capiscono con un'occhiata. Uno di loro, oboista, racconta che nelle prove non richiamava mai il primo violino perché suonava troppo forte o l'oboe troppo piano. Li invitava ad ascoltare: «Ascolta per favore, ascolta bene. Se il flauto che suona vicino a te smorza un po', seguilo. Non aspettare che sia io a dirti cosa fare: è l'insieme che te lo dice».
Guardarsi, vedersi l'un l'altro, accorgersi di chi sta accanto e dell'insieme che si forma con lui: bellissimo esempio di condivisione che mi ha spinto a trovarne altri, nella letteratura, nella poesia, nella tradizione spirituale, senza confini geografici e temporali, come accade in musica.
Un'espressione inglese riassume con precisione questo modo di guardare: eyes wide open. Si può tradurre "a occhi completamente aperti", ma rimanda a una condizione più profonda, e cioè alla piena consapevolezza che deriva dal darsi conto di ciò che si vede.
Senza questa forma di attenzione, senza questa continua interrogazione di ciò che accade dentro e intorno a noi, è possibile un'autentica condivisione? Senza questi occhi che guardano al di là del pregiudizio, che non prevaricano ma ospitano, che non si sovrappongono, al contrario, semmai si sbriciolano in quello che vedono?
Visibilità, esposizione sono quasi parole d'ordine di questi ultimi anni. Ma nel nostro offrirci agli sguardi così come nel nostro spasmodico guardare c'è un momento in cui riveliamo noi stessi o veramente gli altri? Ci si può mostrare in ogni parte del corpo, in ogni atteggiamento dell'anima, ma non dare nulla di sé. Viceversa, un dettaglio può trasmettere molto, a volte addirittura tutto. Succede nella fotografia del ragazzo con il braccio disteso che Roland Barthes, sottilissimo indagatore di segni, interroga nel suo libro La camera chiara. Grazie a quel braccio aperto, l'attenzione, il desiderio vanno al di là di ciò che la fotografia fa vedere: vanno verso «l'eccellenza assoluta di un essere, anima e corpo fusi insieme».
In L'uomo e il divino la filosofa spagnola Maria Zambrano afferma che «la vita umana ha bisogno di vedere per essere vita», e aggiunge: «La visione libera la vita».

Guardiamo con Baudelaire le finestre verso cui ci sollecita ad alzare gli occhi in Lo spleen di Parigi. Siamo a metà Ottocento, è sera e stiamo camminando verso casa. Una figura di donna che compare in controluce ci obbliga, inconsapevolmente, a prestarle attenzione e a riconsiderare l'"aperto" e il "chiuso".

Chi guarda fuori da una finestra aperta non vedrà mai quanto chi guarda una finestra chiusa. Non c'è oggetto più profondo, più misterioso, più fecondo, più tenebroso, più abbagliante di una finestra illuminata da una candela [.. .] In quel buco nero e luminoso la vita vive, la vita sogna, la vita soffre.
Di là dalle onde dei tetti scorgo una donna matura, già piena di rughe, povera, sempre china su qualcosa, e che non esce mai. Con il suo volto, con il suo abito, con i suoi gesti, quasi con nulla ho ricostruito la storia di quella donna, o meglio la sua leggenda, e mentre la racconto a me stesso piango [...].
E quando mi corico sono fiero di avere vissuto e sofferto in altri diversi da me.

Umberto Saba, ne Il borgo, sembra aggiungere a queste immagini, a questi concetti, altre gradazioni di sentimento e di calore. Siamo a Trieste, tra il 1925 e il 1930, Saba, di madre ebrea, avrebbe subito di lì a poco le conseguenze delle leggi razziali.

Fu nelle vie di questo
Borgo che nuova cosa

m'avvenne.
Fu come un vano sospiro
il desiderio improvviso d'uscire
di me stesso, di vivere la vita
di tutti,
d'essere come tutti
gli uomini di tutti
i giorni.

Non ebbi io mai sì grande
gioia, né averla dalla vita spero.
[...]
Ma un cantuccio,
ahimé, lasciavo al desiderio, azzurro
spiraglio,
per contemplarmi da quello, godere
l'altra gioia ottenuta di non esser più io,
d'esser questo soltanto: fra gli uomini
un uomo.

Fa eco un passo del Libro dell'inquietudine dí Fernando Pessoa, o meglio, di Bernardo Soares, uno degli eteronimi dello scrittore portoghese. Come Pessoa, Soares è un modesto impiegato in un ufficio nel centro di Lisbona, il microcosmo che dà vita alla sua inquieta riflessione. Siamo più o meno negli stessi anni del Borgo di Saba. Anche qui c'è una finestra, spazio incorniciato del guardare, e di nuovo l'aperto e il chiuso, e quegli occhi che sanno trasformare strade, passanti, oggetti d'uso corrente in un'esperienza decisiva.

In un intervallo di indolenza, mi sono avvicinato alla finestra aperta dell'ufficio (era stata aperta per il caldo, ma non era stata chiusa per la pioggia) e ho contemplato con la maniera intensa e indifferente che è la mia maniera. [.. .] Sì, eccola là l'allegria di due uomini banali che parlavano e sorridevano sotto la pioggerella, con passo svelto ma non affrettato, nella luce pulita della giornata che si era velata. Ma all'improvviso, dalla sorpresa di un angolo che già era lì, è venuto incontro al mio sguardo un uomo vecchio e dimesso, povero ma non umile, che camminava con impazienza sotto la pioggia fattasi più leggera. Costui, che certamente non aveva una meta, aveva almeno l'impazienza. L'ho guardato non con l'attenzione disattenta che concediamo alle cose, ma con l'attenzione definitoria che concediamo ai simboli. Era il simbolo di nessuno: per questo aveva fretta. Era il simbolo di chi non era stato niente: per questo soffriva. Apparteneva non a coloro che sorridendo avvertono l'allegria scomoda della pioggia, ma apparteneva alla stessa pioggia [...] Vedere è aver visto.

Vedere è aver visto... Una conclusione straordinariamente eloquente, racchiusa – a proposito di attenzione – in un semplice spostamento del tempo verbale. Dall'"aver visto" non si torna più indietro.
Possiamo dire, allora, che il vedere di cui stiamo raccogliendo esempi ha a che fare con il "patire insieme" evocato dalla parola compassione? Sembrerebbe di sì, ripensando alla donna sconosciuta dietro i vetri .di una delle tante finestre illuminate di Parigi in una sera come infinite altre. «Sono fiero di avere vissuto e sofferto in altri diversi da me», commenta Baudelaire.
È un sentimento presente in tutte le tradizioni spirituali: nella cultura indù è quello che scioglie la catena delle reincarnazioni.
Ma si condivide quando si patisce insieme?
Pare suggerirlo una pagina di Teresa di Calcutta, che credo vada ascoltata al di là del significato religioso che le sue parole assumono. Teresa domanda al Signore il patimento dell'altro come un'opportunità per se stessa. Non si tratta di dolorismo, di deprecabile sofferenza per la sofferenza, ma dell'uscita da sé per incontrare l'altro, della «gioia d'esser questo soltanto: fra gli uomini un uomo», di cui dice Saba nei suoi versi.

Quando ho un dispiacere, offrimi qualcuno da consolare; [.. .] quando non ho tempo, mandami qualcuno che io possa aiutare per qualche momento; [...] quando sono scoraggiato, mandami qualcuno da incoraggiare; quando ho bisogno della comprensione degli altri, dammi qualcuno che ha bisogno della mia; quando ho bisogno che ci si occupi di me mandami qualcuno di cui occuparmi; quando penso solo a me stesso attira la mia attenzione su un'altra persona.

Sono richieste di una condivisione tangibile, in azione, che supera l'oscurità, l'asfissia dell'"io". Si rintracciano anche nella Lettera a un discepolo di Al-Ghazali. Siamo in Medio Oriente, nella seconda metà dell'anno Mille.

Figlio mio! Quante notti hai passato nello studio e nella lettura dei libri, privandoti del sonno? [.. .] Non so quale fosse il tuo scopo. Se lo hai fatto per i beni di questo mondo e per fartene vanto con i tuoi simili, allora guai a te, sì guai a te! Ma se il tuo scopo era formare il tuo carattere e vincere l'anima che inclina al male, felicità a te, sì felicità a te!
[...] Conoscenza senza pratica è follia, anche se non può esservi pratica senza conoscenza. Se non metti in pratica la tua scienza oggi, domani nel giorno della Resurrezione dirai: «Lasciami tornare sulla terra a operare il bene!». Ma ti sarà detto: «Stolto, è da lì che vieni!».

Al-Ghazàli si era sentito malato nell'anima. Gli anni spesi in ricerche dotte, le energie profuse in discussioni filosofiche e in studi teorici lo avevano distolto da quanto nella vita gli appariva essenziale. Ebbe una crisi, che si prolungò per mesi: sei mesi di lotta interiore di un uomo al colmo degli onori e della celebrità. La via mistica dei Sufi – la via del distacco, della rinuncia a se stessi e dell'ascesi – non era conciliabile con la posizione che occupava. Così Al-GhazAli abbandonò onori, ricchezze, tutto ciò che possedeva. Lasciò Baghdad e, in un cammino di purificazione, passò dalla Siria alla Palestina, dall'Arabia all'Egitto. Questa esperienza radicale fece di lui un "uomo nuovo", tanto da non essere riconosciuto, quando tornò nella città natale, dai suoi stessi amici. L'uomo illustre che un tempo era stato caustico e violento, forte della propria superiorità intellettuale, adesso era un saggio devoto e umile. Riprese l'insegnamento su invito del sultano, dedicandosi alla stesura di opere, tra cui la Lettera a un discepolo, che ne hanno tramandato la fama e che hanno impresso una svolta nella cultura islamica. Il suo insegnamento ha valicato il suo mondo: già in epoca medievale alcuni scritti furono tradotti in latino e in ebraico, con citazioni bibliche al posto di quelle coraniche. È sicura la sua influenza su Mosè Maimonide, filosofo, rabbino e medico spagnolo vissuto poco dopo Al-Ghazà.li, ma ha esercitato un fascino anche su filosofi più vicini a noi.
Riprendiamo il passaggio dove Al-GhazAlT accenna al «formare il carattere e vincere l'anima che inclina al male». Perché non c'è solo lo sguardo che vede e ospita: esiste anche lo sguardo che impietrisce, come quello di Medusa.
In L'essere e il nulla Sartre analizza questo sguardo che spossessa di sé stessi e rende "oggetti". Guardandomi, scrive Sartre, l'altro «mi colpisce in pieno cuore», mi crea malessere, mi getta nella vergogna di essere caduto al ruolo di «cosa utilizzabile». Ne traggo un senso di instabilità: so che esisto per l'altro in quanto l'altro mi fa esistere (sia pure come "cosa"), ma mi sento in pericolo per il suo dominio su di me. Nessun rapporto si sottrae a questa dinamica, secondo Sartre, incluso il rapporto d'amore, che non può essere altro che volontà di dominio, di conquista, di possesso dell'altro – purtroppo tanta cronaca recente lo testimonia, e sono principalmente le donne, il loro corpo, a doverlo sopportare.
Una maledizione alla quale davvero non si può sfuggire?
In un capitolo de L'uomo e il divino, che abbiamo già ricordato, María Zambrano riflette su questa visione problematica dell'altro, del nostro simile, e individua l'«inferno terrestre», come lo chiama, nell'invidia. Scrive:

Vedersi vivere nell'altro, sentire l'altro da sé senza poterlo separare da sé. L'invidioso, che sembra vivere fuori di sé, in realtà è un individuo immerso nel proprio intimo. La parola invidere, già nella sua composizione, dichiara che cosa c'è in quel guardare l'altro. Guardare e vedere un altro non fuori, non lì dove l'altro sta realmente, ma in un dentro abissale, un dentro allucinato che si confonde con la solitudine, dove non trova il segreto che ci fa sentire noi stessi.

E qual è il segreto? È, appunto, quel vedere che "libera la vita" di cui dicevamo all'inizio e che spinge verso il confronto di identità, di culture, di civiltà, andando anche incontro alle divergenze.
E a occhi chiusi, o nell'impossibilità fisica di vedere, che cosa accade?
Viene in mente una canzone di Gino Paoli, Basta chiudere gli occhi, del 1963:

Ma ti basta di chiudere gli occhi
per veder quel che tu vuoi vedere...
Ma ti basta di chiudere gli occhi
e ritorni a vedere qualcuno.

Felice Tagliaferri, sorprendente scultore nonostante la cecità, in un documentario di Silvio Soldini e Giorgio Garini, Un albero indiano, cammina con passo sicuro su un ponte di bambù esclamando: «Che spettacolo!». Sembra impossibile, eppure è un altro esempio della "visione che libera la vita": se vedi, anche con gli occhi dell'anima, davanti a te puoi non avere il buio, il vuoto, ma un'immagine della realtà addirittura più precisa e più potente.
Wim Wenders, nel suo celebre film Il cielo sopra Berlino, ha popolato la città di angeli. Delle "visioni" che lo hanno guidato ha parlato poco, ma in uno scritto del 1986 ha condiviso una confessione:

D'un tratto ascoltai un brano dei Cure che parlava di fallen angels, poi una canzone dall'autoradio con una strofa che diceva "talk to an angel". Un bel giorno, nel centro di Berlino, fui colpito da una statua dai riflessi dorati, un Angelo della Pace che da Angelo della Vittoria, qual era, si era messo le penne del pacifista... e a quella visione si venivano ad affiancare ricordi dell'infanzia, con angeli in veste di osservatori onnipresenti e invisibili.

Osservatori possiamo esserlo tutti, se lo vogliamo, magari meno angelici e invisibili, ma sensibili e attenti sì. Certamente lo sono i non vedenti cui rende omaggio Wislawa Szymborska nella sua poesia intitolata alla loro cortesia.

Il poeta legge le poesie ai non vedenti.
Non pensava fosse così difficile.
Gli trema la voce.

Gli tremano le mani.
Sente che ogni frase
è qui messa alla prova dell'oscurità.
Dovrà cavarsela da solo,

senza luci e colori.
Un'avventura rischiosa
per le stelle dei suoi versi,
e l'aurora, l'arcobaleno, le nuvole, i neon, la luna,
per il pesce finora così argenteo sotto il pelo dell'acqua,
e per lo sparviero, così alto e silenzioso nel cielo.
Legge – perché ormai è troppo tardi per non farlo –
del ragazzo con la giubba gialla in un prato verde,
dei tetti rossi, che puoi contare, nella valle,
dei numeri mobili sulle maglie dei giocatori
e della sconosciuta nuda sulla porta schiusa.
Vorrebbe tacere – benché sia impossibile –
di tutti quei santi sulla volta della cattedrale,
di quel gesto d'addio al finestrino del treno,
di quella lente del microscopio e del guizzo di luce 
dell'anello
e degli schermi e specchi e dell'album dei ritratti.
Ma grande è la cortesia dei non vedenti,

grande la comprensione e la generosità.
Ascoltano, sorridono e applaudono.
Uno di loro persino si avvicina
con il libro aperto alla rovescia,
chiedendo un autografo che non vedrà.

Ascolta per favore, guarda bene, possiamo concludere parafrasando Claudio Abbado: è il rapporto con l'altro che ti dice cosa fare, che ti aiuta a vivere, che ti dice chi sei.
Proviamo a chiudere in musica questa breve ricerca.
Magari con il finale del Falstaff, dove si dice che «tutto nel mondo è burla»: molto di più della burla di cui tratta, ma un ulteriore esempio di condivisione, della fragilità, del senso della finitezza, in un insieme di voci dove nessuna prevale sull'altra, dal comprimario fino al protagonista sono tutti compartecipi.
Oppure con un Corale di Bach, quello che si ascolta nel finale della Cantata n. 147. La melodia, semplice, si intreccia con le altre parti orchestrali rimanendo sempre riconoscibile. Le varie parti si incrociano, dialogano, senza sovrapporsi. Si direbbe: condividono.
Il titolo della Cantata, dal coro che la apre, è: Cuore e bocca e azione e vita.

AA.VV. L'arte della condivisione, UTET 2015, pp. 57-69)