Annunciare Cristo,

incarnazione della

misericordia divina

L'enciclica Dives in misericordia - 30.XI.1980

Marcello Bordoni


L'enciclica Dives in misericordia, una delle prime encicliche del pontificato di Giovanni Paolo II, pubblicata il 30 novembre (I Domenica di Avvento) del 1980, terzo anno del suo pontificato, costituisce, come già le precedenti, specie la Redemptor hominis, un documento che definisce nell'insieme del suo insegnamento magisteriale lo stile e la tonalità, e ci offre una chiave di lettura di un messaggio che getta una grande luce di speranza sulla vicenda travagliata della storia presente della nostra esistenza umana.

La nostra generazione tra progresso e squilibri

La nostra generazione, agli inizi del terzo millennio, avverte di essere privilegiata, perché il progresso le offre molte più possibilità rispetto alle generazioni passate: l'attività creatrice dell'uomo, l'intelligenza del suo lavoro, hanno determinato cambiamenti sia nel campo della scienza e della tecnica, sia nella vita sociale e culturale. L'uomo ha accresciuto enormemente il suo potere sulla natura, ha visto crollare gli ostacoli delle distanze che separavano gli uomini delle diverse nazioni e continenti. Ha raggiunto anche una chiara coscienza dell'unità del genere umano e della reciproca dipendenza attraverso uno sviluppo della solidarietà e del desiderio di fraternizzare con uomini di altri continenti, culture e religioni. È noto quanto le nuove generazioni tendano a una più vasta partecipazione, attraverso una sempre maggiore reciproca conoscenza.
A fianco, però, di questi progressi permangono non poche inquietudini e impotenze: gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo, affermava la GS 10, si collegano a un più profondo squilibrio, che è radicato nel cuore dell'uomo. Esso ci fa comprendere come il senso della minaccia viene sempre più avvertito non solo di fronte ai pericoli derivanti dagli arsenali atomici e della sofisticazione delle armi distruttive di massa, ma, ancora più a fondo, dal pericolo di un materialismo che fa scadere le culture a un primato delle cose sulla persona. L'uomo ha giustamente paura di restare vittima di una oppressione che lo privi della libertà interiore, della possibilità di esternare la verità della quale è convinto, della fede che professa, della facoltà di obbedire alla voce della coscienza che gli indica la retta via da seguire (cfr. n. 11).
In questa drammatica situazione di conflitto insorge la domanda se sia sufficiente limitarsi alla difesa e alla «lotta per la giustizia», oggi molto sentita e ritenuta come momento irrinunciabile per una società, convinta che solo la lotta per la giustizia può garantire l'ordine e la pace. L'idea della giustizia, viene infatti spesso deformata e strumentalizzata. Così essa scivola pericolosamente verso gli aspetti negativi della rivalsa, della vendetta, della crudeltà, per cui accade che la «giustizia» diviene equivalente di ritorsione, nella quale il motivo della penalità, ritenuto intrinseco della giustizia, in un mondo umano adombrato dal peccato, diviene più che una «via di catarsi» e recupero dell'uomo peccatore, una rigida forma di penalizzazione. Allora, il motivo della condanna del male, finisce col portare a identificare l'odio della colpa con quello per il colpevole, e nell'ambito sociale, questo sentimento si traduce talora in una violenza inflitta nei suoi confronti, fino alla sua eliminazione (pena di morte). Una nota deformazione riguardo all'idea della giustizia, risuonava già nell'antico codice dell'Alleanza (cfr. Esodo 21, 24; Levitico 24,19-20) nelle parole: «Occhio per occhio e dente per dente» (Matteo 5, 38). Su questa alterazione della giustizia continuano oggi le deformazioni che si modellano su di essa. Così, per un presunto motivo di giustizia si annienta il prossimo, lo si uccide, lo si spoglia dei più elementari diritti umani.
Tutto questo ci dimostra che la sola giustizia non basta senza quella forza più profonda che è l'amore. L'enciclica di Giovanni Paolo II che sto presentando, ci fa comprendere la necessità di attingere alle forze dello spirito, ancor più profonde, che condizionano l'ordine stesso della giustizia. Questo vuol dire, da un lato, l'avere presente che il declino dei valori fondamentali che toccano, non solo la morale cristiana, ma anche la morale umana, mina alle fondamenta la vita del singolo e della convivenza umana nelle false democrazie. Così avviene per la caduta morale di quella cultura, che non rispetta la vita sin dal suo concepimento, che non rispetta il valore del matrimonio e della famiglia, che non rispetta il principio autentico della vera libertà che fa naufragio, oggi, spesso, nel permissivismo. Al fondamento di tutto ciò sta, nota il Santo Padre, quella «desacralizzazione» che si trasforma in «disumanizzazione»: l'uomo e la società nella quale nulla è sacro decadono moralmente, nonostante ogni apparenza.

La misericordia, compimento della giustizia nell'amore

Ma dall'altro lato ci si rende conto, pure, e il documento lo pone in grande evidenza, che è alla luce della «rivelazione» che si manifesta il vero volto della giustizia. L'uomo deve imparare da Dio che la vera giustizia si realizza nella «misericordia». Nel contesto dell'unità dei due Testamenti che riflette l'unità del piano di Dio, questa rivelazione del «Dio misericordioso», che si andava attuando già nell'antica Scrittura, trova il suo momento di pienezza nella rivelazione compiuta in Gesù Cristo, il Figlio amato, nel quale conosciamo il vero volto paterno di Dio, e il mistero del suo Santo Spirito. È importante perciò l'accenno a quella antica esperienza di Dio, nella quale si rendevano già presenti i caratteri propri dell'essere misericordioso di Dio e che anticipavano la ricchezza della sua manifestazione, che si sarebbe compiuta in Gesù Cristo, nel quale giustizia e amore si baciano, nella loro più profonda unità, nella misericordia.
Nella rivelazione antica, attraverso vari termini che si possono egualmente tradurre con amore, benevolenza, giustizia, si esprimevano aspetti distinti, ma complementari, per manifestare i sentimenti del cuore di Dio verso l'umanità peccatrice. Già nella teofania dell'Esodo 34, 6 il Dio di Israele si rivelava a Mosè come «Dio di tenerezza e di grazia, lento all'ira e ricco di misericordia e di fedeltà», e specialmente i salmi intonavano le più sublimi lodi del Signore, cantando la sua benevolenza, la sua tenerezza, e la sua fedeltà (cfr. Salmo 103 [102] e 145 [144]). Di qui il significato della misericordia, come sintesi di giustizia e amore, a soccorso all'uomo peccatore.
La bontà di Dio, infatti, si mostra, anzitutto come impegno di fedeltà verso se stesso (hesed), che di fronte all'infedeltà del suo popolo si rivela come amore che dona, amore più potente del. tradimento, grazia più forte del peccato: il binomio «grazia e fedeltà» è ricorrente in molti passi della Scrittura antica, oltre al passo citato dell'Esodo (cfr. anche 2 Samuele 2, 6; 15, 20; Salmo 25 [24], 10; 40 [39], 11 ss.; 85 [84], 11; 138 [137], 2). Questa fedeltà di Dio a se stesso, ragione ultima della sua fedeltà di amore, risplende in modo particolare dinanzi alla colpa e ingratitudine dell'uomo, nell'atteggiamento della misericordia: «Io agisco non per riguardo a voi, gente d'Israele, ma per amore del mio Nome santo» (Ezechiele 36, 22). Per questo, il sentimento della fiducia in Dio, se non può fondarsi su di una pretesa di sola giustizia (legale), esso può e deve continuare a sperare e avere fiducia di ottenere la riconciliazione da quel Dio dell'Alleanza che è «responsabile del suo amore», in forza dalla sua misericordia.
Questo aspetto di fedeltà che si manifesta, nei messaggi profetici, nei sentimenti paterni di Dio, assume pure accenti materni, soprattutto nel vocabolo che accanto a benevolenza come hesed, esprime la misericordia come rahamim che denota accenti materni (rehem: grembo materno) e che pone l'accento sulla gratuità dell'amore che si esprime in una gamma di sentimenti quali la tenerezza (cfr. Isaia 49,15), la comprensione, la prontezza a perdonare. È in queste sfumature dei palpiti del cuore di Dio che affonda le radici quell'esperienza della sua misericordia che rimanda a manifestazioni ancora più straordinarie della misericordia di Dio nel Nuovo Testamento.

Gesù Cristo, misericordia di Dio incarnata nella Persona del Figlio

In Gesù Cristo, i molteplici aspetti della antica rivelazione misericordiosa di Dio si concentrano e si approfondiscono. Tra i molteplici luoghi neotestamentari, il capitolo 15 del vangelo di Luca spicca come un gioiello prezioso che si potrebbe considerare un poema letterario che canta, con le parole di Gesù, nel linguaggio parabolico, il mistero della misericordia del Padre che si rivela nella Persona incarnata del Cristo redentore e che ristabilisce l'uomo nella sua dignità. Giustamente l'enciclica Dives in misericordia dedica a questa narrazione, nel capitolo quarto, una particolare attenzione alla parabola più lunga degli evangeli: quella «del dramma diverso dei due figli dinanzi al Padre misericordioso». Essa canta quella storia meravigliosa della misericordia che riassume tutto il mistero terreno della vita di Gesù di Nazareth, fino alla croce.
Nel capitolo 15 di Luca, nelle parabole della misericordia, tutto risuona con straordinari accenti di amore che non solo attende paziente, un ritrovamento, un ritorno, rispettando i tempi della maturazione del ravvedimento, ma scende, con cura sollecita, nei sentieri tortuosi dello smarrimento della pecora perduta, fino a che non la ritrova e se la mette in spalla, nella fatica della donna che mette affannosamente sottosopra la casa per una sola dramma perduta, finché non la ritrova per poi far festa con le amiche e vicine, nella tenacia vigile del padre che va incontro al figlio smarrito e lo ricostituisce nella sua dignità di figlio e proclama il festino della gioia. Tutta la vita di Gesù ci pone dinanzi all'esperienza di una ricerca implacabile dell'uomo perduto, rivelandoci un amore che non si dà tregua, e non si concede riposo, per recuperare chi è abbandonato, sperduto, finché la ricerca non trionfa e allora esplode nella gioia anche per un solo uomo salvato, ritrovato; gioia che supera quella, pure grande, per i novantanove giusti rimasti al sicuro nella casa paterna.
Si può dire veramente che in questa ricerca senza tregua dell'amore paterno, si rivela quanto «il padre del figliol prodigo è fedele alla sua paternità, fedele a quell'amore che da sempre elargiva al proprio figlio» (n. 6). Questo è certamente l'aspetto primario di un amore che non solo perdona, ma ricostituisce il figlio nella sua dignità filiale e con gioia infinita. Si vede quanto l'esercizio della misericordia divina si esprima nella tonalità della gioia festiva, che mostra come la fedeltà di Dio a se stesso (hesed) viene ad assumere quel singolare sentimento di affetto per il quale, vedendo il figlio tornare a casa, «commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò» (Luca 15,20).
È noto quanto sia rilevante nel messaggio delle parabole evangeliche il modo di comportarsi dei personaggi, la loro prassi. I personaggi, in esse, parlano soprattutto con il loro modo di agire. In questo senso la parabola evangelica, come storia narrata, costituisce la migliore traduzione letteraria della storia vissuta da Gesù, e ci mostra nel suo comportamento il luogo di interpretazione delle sue parole.
Il racconto delle parabole è in grado di esprimere quello che il linguaggio fonetico non sempre riesce, senza il supporto della vita vissuta. Così, è proprio e soprattutto nel modo di comportarsi del Padre che si rivela l'immensità di amore del suo cuore che tende a salvare e ricostituire l'uomo nella sua dignità di figlio, e lo rifonda nella sua stessa dignità di uomo, per cui il bene della sua umanità viene ritrovato (n. 6). Il discorso dell'enciclica mostra come «la misericordia sia una grande via di umanizzazione dell'uomo». Essa è, infatti, l'espressione di un amore che aiuta l'uomo a risorgere accettando se stesso, nonostante tutti i suoi limiti e le sue debolezze, ma in forza dell'incoraggiamento e sviluppo dell'anelito della speranza che poggia appunto sulla fedeltà dell'Amore di Dio a se stesso. La misericordia che viene da Dio in Gesù Cristo, costituisce pure una grande forza di affratellamento, di socializzazione, perché proprio la fedeltà all'Amore, del Padre misericordioso, richiama e suscita, con forza impellente, l'esercizio fraterno della misericordia verso tutti coloro che peccano ed errano.
Così, in un mondo avaro di misericordia, la parabola dei due figli, ci trasmette il messaggio per il quale «la riconoscenza e la riconciliazione con il Padre misericordioso» che ci riporta alla condizione originaria di figlio è indivisibile dalla misericordia verso i derelitti, dal loro riconoscimento «come fratelli». Solo così si può partecipare alla gioia del Padre e riconoscersi suoi figli. Negare la riconciliazione fraterna è precludersi dalla partecipazione alla gioia della misericordia, è allontanarsi dal cuore del Padre, ritrovarsi non figli, ma schiavi e servitori (Luca 15, 29-30).

Il Crocifisso e Risorto, fonte della misericordia

Nel mistero pasquale si adempie la rivelazione della «infinita misericordia di Dio». Già la vita storica del Redentore è stata tutta una «prassi di misericordia» come le parabole del Vangelo rivelano efficacemente, ma è la storia della passione che la fa risplendere in maniera eclatante: la croce di Cristo, si può dire che se adempie quella giustizia di Dio che è salvezza, nella tradizione biblica, costituisce anche la rivelazione radicale della misericordia di Dio, ossia dell'amore che va contro ciò che costituisce la radice stessa del male nella storia dell'uomo e che è il peccato e la morte, tocco dell'amore eterno sulle ferite dolorose della nostra umanità. Nel compimento escatologico della redenzione di Cristo crocifisso e risorto è anticipata la rivelazione finale della misericordia divina che si rivelerà come amore trionfatore, mentre, nella storia umana, nella temporalità, che è, insieme, storia di peccato e di morte, l'amore misericordioso non può rivelarsi che nella sofferenza, e attuarsi come tale (n. 8). Nella croce di Cristo, nella quale domina la rivelazione suprema dell'amore sofferente del Giusto, la misericordia raggiunge il suo culmine. In essa, infatti, l'amore risplende come misericordia perché si mostra più forte del peccato e della morte sul quale trionfa nella sua resurrezione.
«Non c'è miseria umana di cui Gesù non si sia fatto carico, con misericordia piena di compassione, dominatrice e alla fine vittoriosa; la morte a favore dei peccatori suoi nemici è l'ultimo coronamento della sua "solidarietà con gli empi". Questa universale misericordia ottiene la sua definitiva conferma nella risurrezione ed esaltazione di Gesù; e nella proclamazione dei suoi atti misericordiosi, essa viene comunicata a tutti gli uomini che l'accolgono con fiducia, viene comunicata costitutivamente all'individuo nel battesimo e alla comunità dei battezzati, ogni volta di nuovo nella predicazione e nel banchetto dell'alleanza» (H. Esser).
Nella morte e risurrezione di Cristo appaiono le due motivazioni di fondo per le quali Gesù è divenuto Sommo Sacerdote degno di fede (cfr. Ebrei 3, 1-6): perché da un lato appare, nella sua risurrezione, come accreditato da Dio e così in grado di ottenere tutto da lui per la nostra salvezza, ma dall'altro, è per il suo essere in comunione con gli uomini che egli può comunicare loro i frutti della sua mediazione salvifica. Le prove della sua vita terrena culminate nella sofferenza della croce lo hanno reso solidale con gli uomini. È così che noi «non abbiamo un Sommo Sacerdote che non possa provare compassione per le nostre debolezze, ma abbiamo un Sommo Sacerdote che è stato provato sotto ogni aspetto similmente a noi, tranne il peccato. Avviciniamoci, dunque, con piena fiducia al trono della grazia, affinché riceviamo misericordia e troviamo grazia per ottenere un soccorso opportuno» (Ebrei 4,15-16).
Ma la forza trionfatrice dell'amore misericordioso, si diffonde non solo come testimonianza che trascina per la forza della sua esemplarità e per la sua solidarietà, quanto soprattutto per quella potenza dello Spirito del Padre, inviato per il crocifisso risorto, il quale Spirito «dona a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale» (GS 22). La misericordia, che scaturisce, come dalla sua fonte, dal cuore aperto del salvatore (cfr. Giovanni 19, 34) si effonde infatti sull'umanità mediante l'invio dello Spirito, Persona-Amore, che apre le vie dei cuori all'effusione della divina misericordia: «Non è forse la misericordia un "secondo nome" dell'Amore, colto nel suo aspetto più profondo e più tenero, nella sua attitudine di farsi carico di ogni bisogno, soprattutto nella sua immensa capacità di perdono?» (Giovanni Paolo II, Omelia per la canonizzazione di Suor Faustina Kowalska, 30 aprile 2000). Così, ogni uomo che accogliendo l'ispirazione dello Spirito, dono del mistero pasquale, si lascia condurre dalla corrente vitale del suo Amore estende la catena della misericordia, e può cantare in eterno le misericordie del Signore (cfr. Salmo 89 [88], 2).

Il volto materno della misericordia

Nell'antica Scrittura, la rivelazione dell'amore misericordioso di Dio verso il suo popolo si avvaleva, oltre che degli accenti di amore paterno e sponsale, anche di quelli della tenerezza materna (Osea 11,3 s.; Isaia 49,15; 66,13; Geremia 31, 20). Essa emerge, in molti passi, come sopra ho detto, richiamando le suggestioni, espresse dall'enciclica che sto presentando, attraverso il riferimento a quel vocabolo, complementare ad hesed, con il quale viene espressa la misericordia come rahamim. Certamente questo aspetto di tenerezza materna appare, nella stessa figura dell'amabile Redentore, buon Salvatore, che fin dall'inizio, come dice il vangelo di Luca, meravigliava gli ascoltatori per le «parole di grazia che uscivano dalla sua bocca» (Luca 4,22). Accenti di tenerezza e compassione appaiono anche nei suoi gesti salvifici come nella guarigione del lebbroso (cfr. Marco 1,41), nell'accoglienza dei piccoli (cfr. Marco 10,13-16; Matteo 19,13-15; Luca 18,15-17), nella compassione di fronte alle folle affamate (cfr. Marco 8, 2).
Questa tenerezza dell'umile e mite Gesù, che non è solo un sentimento umano, ma è la rivelazione degli accenti materni del cuore di Dio, trova indubbiamente un riflesso toccante nella Madre del Signore, che è stata particolarmente coinvolta nel mistero della sua misericordia, in lei incarnata. La divina misericordia, se trova in lei una particolare risonanza materna nella sua femminilità, supera la qualità puramente umana di questa risonanza, perché in lei e per lei è il mistero della stessa misericordia del Figlio, rivelazione del cuore di Dio che si manifesta. Bene esprime questo aspetto l'enciclica quando afferma che «Maria è anche colei che, in modo particolare ed eccezionale – come nessun altro – ha sperimentato la misericordia e al tempo stesso, sempre in modo eccezionale, ha reso possibile col sacrificio del cuore la propria partecipazione alla rivelazione della misericordia divina» (n. 9). In modo particolare, però, questa partecipazione sacrificale si è compiuta nel mistero della croce del Figlio proprio sul Calvario, quando questo sacrificio si consumava, perché essa era lì presente (Giovanni 19, 25-27) e veniva proclamata dal Cristo morente
Madre di misericordia, perché Madre di figli peccatori, alla redenzione dei quali, lei ha partecipato con singolare missione materna. «Questa sua estrema vicinanza alla sorgente di grazia che è il mistero della Croce, fa di Maria la donna che conosce più a fondo l'abisso della divina misericordia».
Così questa esperienza e vicinanza al mistero pasquale, fa di Maria, chiamata «Madre della misericordia» o «Madre della divina misericordia», l'apostola della tenerezza di Cristo, perché, come dice l'enciclica: «È stata chiamata in modo speciale ad avvicinare agli uomini quell'amore che egli (Cristo) era venuto a rivelare». C'è un accenno importante a proposito di questa missione di Maria che ci consente di cogliere proprio nella «misericordia», quella ragione del cuore, che convalida un principio cristologico-mariano, per il quale potremmo dire che solo l'amore misericordioso è credibile. Per questo, in Maria, la rivelazione di questo amore misericordioso diviene particolarmente «fruttuosa, perché si fonda, nella Madre di Dio, sul singolare tatto del suo cuore materno, sulla sua particolare sensibilità, sulla sua particolare idoneità a raggiungere tutti coloro che accettano più facilmente l'amore misericordioso da parte di una madre» (n. 9).
Questo ci fa capire come la misericordia, in forza dell'amore che è la sua anima e il suo vigore, mette in moto nell'annuncio della fede, non l'efficacia di un mero cogito del quale pure c'è bisogno specie nel nostro tempo, ma anche e soprattutto, quella tenerezza che implica il pathos, oltre il logos, quella dilectio che mobilita la totalità della persona e guarda all'agdpe, alla carità teologale senza la quale non c'è né misericordia, né tenerezza.

La Chiesa «sacramento della misericordia di Cristo»

La Chiesa, specialmente nella situazione storica nella quale oggi viviamo, sente fortemente il richiamo a testimoniare nel mondo il volto paterno, materno, sponsale della divina misericordia e tenerezza, dinanzi alle sfide del potere violento, del protagonismo dei forti e degli intolleranti e di una anti-cultura dell'egoismo e della morte. La via della misericordia costituisce quella «forza che la Chiesa riesce a immettere nella società umana contemporanea consistente nella fede e carità portate a efficacia di vita e non nell'esercitare con mezzi puramente umani un qualche dominio esteriore» (GS 42). Per questo possiamo dire con le parole dell'enciclica: «La Chiesa vive una vita autentica, quando professa e proclama la misericordia - il più stupendo attributo del Creatore e del Redentore - e quando accosta gli uomini alle fonti della misericordia del Salvatore di cui essa è depositaria e dispensatrice» (n. 13).
Tanto più urgente appare questo tema centrale dell'evangelizzazione nel quale è impegnata la Chiesa, «sacramento della misericordia divina», per reagire a due atteggiamenti estremi che costituiscono una costante tentazione dell'umanità dinanzi al messaggio della croce. In un'epoca passata la poca attenzione al messaggio della divina misericordia non riusciva a liberare l'uomo dalla paura e dall'angoscia, lasciandolo distante dalla misericordia divina, non credendovi fino in fondo. Oggi, la situazione si è capovolta: si giunge a banalizzare il peccato. Per molti fedeli la sua percezione «non sembra più misurata sul Vangelo, ma sui "luoghi comuni", sulla "normalità sociologica", che fa pensare di non essere particolarmente responsabili di cose che "fanno tutti", tanto più se sono "civilmente legalizzate", e si resta così distanti dal perdono di Dio, perché non si sente la necessità di riceverlo» (Giovanni Paolo II, Lettera ai sacerdoti per il Giovedì Santo del 2001, n. 15). Così la paura e la diffidenza sono i due atteggiamenti estremi che tentano l'uomo nei confronti della misericordia divina. L'evangelizzazione nel terzo millennio deve allora affrontare con urgenza una presentazione viva ed esigente del messaggio evangelico, attraverso una rinnovata esperienza gioiosa della «riconciliazione sacramentale» che possa scuotere l'uomo dall'indifferenza del nostro tempo verso la grazia del perdono divino con le parole accorate dell'apostolo: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Corinzi 5, 20). Purtroppo la secolarizzazione e la debolezza del senso religioso tendono a corrodere le fondamenta, la prassi di questo sacramento, che non va confusa con una pratica di sostegno o di terapia psicologica, per lenire l'uomo dall'angoscia. Anche se la prassi gioiosa del sacramento apporta una grande forza di consola-zione nelle miserie umane, assolvendo anche un «ruolo umanizzante», essa è data però da quella gioia cristiana che proviene dalla potenza della grazia dello Spirito che prorompe dalle ferite del Cristo crocifisso e risorto.
In questa rinnovata esperienza dell'Amore che perdona, ha un posto singolare la celebrazione sacramentale della divina misericordia nella quale si sperimenta come il dono di una vita riconciliata con Dio consente di vivere riconciliati con i fratelli e permette di divenire operatori di misericordia. Essa fa comprendere meglio come il peccato non è una realtà puramente privatista, ma tocca nel vivo la comunità intera facendo abbassare il livello della santità. L'offerta del perdono sacramentale fa così riscoprire la duplice dimensione della misericordia, fonte di salvezza che «impegna a vivere il proprio cammino penitenziale in tutta la sua ricchezza rigeneratrice» (Giovanni Paolo II, Lettera ai sacerdoti, cit., n. 14).
La rivelazione del mistero del «cuore misericordioso di Dio» che ci viene incontro nel mistero del Cristo crocifisso e risorto risponde, oggi, in modo particolare, anche al problema della «dicibilità» di Dio. Nel nostro tempo, la difficoltà maggiore per dire e annunciare il mistero di Dio non proviene né dalla ragione, né dalla libertà, quanto dal mistero dell'umana sofferenza nei confronti della quale ormai nessuna teodiceà consolatoria è più possibile.
Eppure, è proprio il problema del dolore che riapre le porte per un nuovo incontro con Dio e con il suo «vero volto»: non si tratta di affrontare un qualsiasi aspetto esistenziale del dolore umano, ma quello scandalo che è soprattutto la sofferenza degli innocenti, la morte dei bambini, il dolore dei giusti, il grido dei poveri.
Questa sofferenza umana, nel suo aspetto più scandaloso, pone la domanda di Dio nella giusta direzione, quella di un appello di fede: non è più la questione teorica sul perché Dio permetta che ciò accada: la domanda esistenziale della fede nello spasimo della sofferenza è: «Dio dove sei? Chi sei? Mostrami il tuo volto». Essa si chiede se Dio condivida la nostra sofferenza e così apre la via alla domanda di un Dio compassionevole: ma la risposta non può venire che dalla fede cristiana con la sua affermazione centrale della sofferenza di Cristo che ci rivela l'implicazione di Dio nel mistero della nostra sofferenza. Nella storia della passione di Cristo, il dolore umano tocca Dio stesso e diventa passione di Dio, nella quale egli ci rivela l'abisso del suo amore misericordioso che costituisce la ragione più profonda della soteriologia cristiana e che risponde alla domanda del cuore umano durante l'attraversamento della notte dell'abbandono. È proprio quando il dolore umano diviene dolore di Dio in Gesù Cristo che dialetticamente esplodono i cerchi demoniaci del male nei quali l'uomo è rinchiuso, rovesciandoli nel loro opposto che è l'abisso dell'Amore misericordioso che si manifesta nel volto dell'Agape trinitario.

(da: Graziano Borgonovo - Arturo Cattaneo, Giovanni Paolo teologo. Nel segno delle Encicliche, Mondadori 2003 - pp. 88-100)