La disponibilità

o l'arte di sentire

Michel Lacroix

 

Il culto dell'emozione può essere la migliore o la peggiore delle cose, ed è spesso lo spettacolo del peggio che oggi noi vediamo. Ridotto a una caccia alle sensazioni forti, esso altera la nostra sensibilità e ci trascina in una forma insidiosa di barbarie.

1. Ridiventiamo uomini sensibili

Conviene ora passare dall'analisi del male alla ricerca dei rimedi. Come impedire questo sviamento della sensibilità? Come rompere la dipendenza dalle emozioni-shock? Quale orientamento bisogna dare alla vita affettiva affinché essa contribuisca a un'autentica cultura dell'anima? In breve, qual è il buon uso dell'emozione?
Per rieducare la nostra sensibilità malata, si deve sostituire alla cultura dell'emozione-shock una cultura dell'emozione-contemplazione. Ciò implica una duplice esigenza di qualità, dal lato del soggetto e dal lato dell'oggetto. Da una parte, la corrente di un'emozione contemplativa non può formarsi se di fronte al mondo non viene preso un atteggiamento di accoglienza e di apertura. Dall'altra, bisogna vigilare sulla qualità degli oggetti ai quali accordiamo la nostra attenzione. Questi oggetti devono essere elevati, nobili, degni di ammirazione, altrimenti l'attenzione contemplativa che gli viene accordata non regge. Bisogna essere allo stesso tempo disponibili e selettivi. E dunque una duplice ricostruzione che preconizziamo per porre rimedio al degrado della vita emozionale. La disponibilità e l'ammirazione sono le due virtù necessarie a tutti quelli che, stanchi di sprecare il loro potenziale emozionale in una vita sregolata, intendono, seguendo il voto di Rousseau, «esercitarsi a sentire» [1].
Per tutto il XX secolo, le più diverse voci della letteratura, della filosofia, delle scienze umane hanno esaltato la disponibilità. André Gide diede il segnale insegnando a Nathanaél l'entusiasmo o l'arte di assaporare gli esseri, le cose, i paesaggi. «Ogni novità ci deve trovare interamente disponibili», scriveva in I nutrimenti terrestri. Martin Heidegger disegnò la figura ideale di un uomo dedito alla custodia dell'essere, un uomo che si considera come il Dasein e che, per la sua stessa disponibilità, permette all'essere di svelarsi. Gabriel Marcel, filosofo esistenzialista, fece della disponibilità il tema centrale della sua riflessione [2]. Lo psicologo Carl Rogers la introdusse nella scuola, facendone il perno della relazione pedagogica. Egli la elevò anche a metodo psicoterapeutico. Con il nome di «non-direttività», Rogers designava una qualità di presenza fondata sull'ascolto, l'empatia, la comprensione, l'attitudine a mettersi in risonanza con i pensieri e gli affetti dell'interlocutore. Da parte loro, i maestri spirituali non hanno smesso di raccomandare la permeabilità, l'apertura dei sensi, la ricettività, come premessa dell'esperienza del sovrannaturale. La disponibilità è anche al centro delle attività di accompagnamento, di aiuto, di ascolto, di volontariato che si moltiplicano oggi, e nelle quali le relazioni faccia a faccia giocano un ruolo fondamentale. È la condizione sine qua non della loro efficacia. Infine, essa costituisce l'atmosfera morale e intellettuale nella quale sono immerse l'ecologia, la riflessione sui rapporti tra adulti e bambini, i nuovi atteggiamenti di fronte al corpo, le relazione tra i sessi.
È come se l'inizio del xxi secolo fosse percorso da un potente bisogno di cambiare il rapporto con gli oggetti e gli altri esseri e di trovare delle alternative al controllo. «L'uomo è in situazione», dicevano gli esistenzialisti. Ma ci sono due modi di essere in situazione. O uno si comporta nel mondo da padrone e possessore, o stabilisce con esso un rapporto di dolcezza rendendosi permeabile e ricettivo. Queste due strade divergenti delineano l'alternativa più importante che si offre agli uomini del XXI secolo. A una morale della volontà, del progetto, della potenza, del costruttivismo che ha eccitato l'ardore degli uomini del xx secolo si oppone la morale dell'attenzione abbozzata dalla filosofia di Simone Weil [3]. Non si tratta più di trasformare il mondo con la volontà, ma di «lasciar essere» le persone e le cose accordando loro la nostra attenzione e rendendo leggera la nostra presenza accanto a loro.
Quali sono i comandamenti di questa morale dell'attenzione?

2. La lentezza, educatrice della sensibilità

Si tratta innanzitutto di una questione di tempi. Il primo atto da compiere per modificare la propria vita emotiva è darsi del tempo, rallentare il ritmo della propria esistenza. Le emozioni-shock sono impazienti, insaziabili. Si nutrono di una successione trepidante di avvenimenti. Uccidono il presente proiettandosi verso i piaceri che riserva il futuro. L'emozione-contemplazione, invece, matura non appena si allunga il punto matematico e di fuga del presente. È in un'atmosfera di lentezza che si elaborano le emozioni calme che penetrano nell'anima e la fanno espandere.
Si approfitta meglio delle cose quando il momento del loro godimento viene differito. Pensiamo alle emozioni delicate che riserva agli amanti il paziente viaggio lungo la mappa del Paese dell'amore... La lentezza allarga l'esiguo spazio tra il passato e il futuro. Dà spessore al presente. Rende possibile non soltanto una maggiore presenza nei confronti del mondo, ma, per così dire, una maggiore presenza nei confronti del presente. Chi fa le cose lentamente può trarre tutto il succo emozionale dal qui e ora. Gusta il sapore della vita. Approfitta delle dolci emozioni del presente. Corre meno il rischio di provare, al declinare dell'esistenza, il disincanto espresso nel motto crudele di Fontenelle: «Felicità, ti ho riconosciuto soltanto al rumore che facesti fuggendotene».
I seguaci del rilassamento, della respirazione consapevole o della meditazione lo testimoniano: un semplice rallentamento delle nostre funzioni vitali, essi confidano, migliora ipso facto il rapporto con sé e col mondo. Questo rapporto diventa più raccolto, più interiore. Gli esercizi di distensione, di abbandono ristabiliscono la ricettività verso una quantità di vibrazioni che la vita agitata fa trascurare. «Le cose», diceva Karlfried von Dùrckheim, «ci parlano se noi abbiamo il tempo di ascoltare» [4]. E il saggio della Foresta Nera, che è anche uno dei fondatori dello sviluppo personale, aggiungeva il seguente consiglio per tutti quelli che intraprendono la rieducazione della loro sensibilità: «Tutto quel che fate, fatelo un po' più lentamente».
Da qui la superiorità della lettura sul consumo d'immagini. Nell'immagine, soprattutto quella animata, tutta l'informazione è data di colpo. Allo stesso tempo vivida e istantanea, l'immagine favorisce dunque l'emozione-shock. Quando, nel 1895, Louis Lumière proiettò il suo primo film, L'arrivo di un treno nella stazione di La Ciotat, gli spettatori furono presi dal panico. Davanti alla locomotiva che si scagliava verso di loro, si precipitarono sotto le sedie per evitare il pericolo. Che simbolo! Per la sua forma e il suo contenuto, il primo film della storia del cinema si poneva sotto il segno dell'emozione-shock. Per la sua forma: l'immagine cinetica rivelava per la prima volta la sua prodigiosa potenza d'urto. E per il suo contenuto: la scena filmata da Louis Lumière rappresentava un treno in movimento, cioè il mezzo di trasporto che, dopo millenni in cui il galoppo del cavallo aveva fissato il limite agli spostamenti degli uomini, inaugurava l'era della velocità.
Nell'atto della lettura, invece, la rappresentazione mentale viene elaborata progressivamente. Contrariamente all'immagine esterna che sorge già formata, l'immagine interiore ha bisogno di tempo, e la sua lenta maturazione è propizia all'apparizione di emozioni profonde, che si metabolizzano nella vita interiore.
Il xx secolo è stato caratterizzato dalla conquista della velocità. Speriamo che il nuovo secolo abbia la saggezza di rallentare tutto. Gli uomini di domani miglioreranno la loro vita emozionale se potranno annunciare, parafrasando il celebre motto di Saint-Just sulla felicità: «La lentezza è un'idea nuova in Europa».

3. 'Ascoltare la voce dell'Essere' (Heidegger)

La disponibilità consiste anche nel disinteresse. Per essere accoglienti verso il mondo, per vibrare in maniera contemplativa, bisogna congedarsi dagli scopi utilitari. Esemplare a questo riguardo è lo spirito con il quale Rousseau praticò la botanica. La sua passione dell'erborazione gli procurò delle gioie profonde perché era esente da ogni calcolo. Jean-Jacques non cercava né di ottenere la celebrità, né di far fortuna, né di procurarsi delle piante medicinali, né di riunire materiali in vista di un trattato scientifico. L'animava soltanto il piacere di scoprire la diversità delle specie vegetali:

In questa oziosa occupazione, egli confidava nelle Fantasticherie, c'è un fascino che si sente soltanto nella calma assoluta delle passioni ma che da solo è sufficiente per rendere la vita felice e dolce: però, appena vi si mescoli un motivo d'interesse o di vanità, o per occupare dei posti o per fare dei libri, non appena si voglia imparare solo per insegnare, che si raccolgano piante soltanto per diventare autore o professore, tutto questo dolce fascino svanisce, non si vedono più nelle piante che degli strumenti delle nostre passioni, non si trova più alcun vero piacere nel loro studio, non si vuole più conoscere ma mostrare di sapere, e nel bosco non si è che sul teatro del mondo, occupato dalla preoccupazione di farvisi ammirare [5].

Una storia orientale racconta che un monaco, un bandito, un pittore, un avaro e un saggio viaggiavano in compagnia. Al calar della notte, essi trovarono rifugio in una grotta.
«Che bel rifugio per dei fuorilegge!», esclamò il bandito.
«Il posto è perfetto per nascondere un tesoro», osservò l'avaro.
«Che bel soggetto per un quadro questi giochi di luce e di ombra sulle pareti», sospirò il pittore.
«Il posto è propizio per la meditazione. Qui si potrebbe fare un eremo», suggerì il monaco.
Il saggio, da parte sua, pronunciò queste semplici parole: «Che bella grotta!» [6].
Questa favola è istruttiva. Il bandito e l'avaro sono estranei allo spirito contemplativo; non c'è nulla di sorprendente in questo. Ma quelli che si consacrano all'arte e alla spiritualità? Chi sospetterebbe che non siano adatti alla contemplazione? Ora la lezione dell'apologo è chiara. Né quel pittore né quel monaco danno accoglienza al mondo, perché essi continuano a percepirlo attraverso il loro desiderio. Solo il saggio, il cui sguardo è libero da ogni progetto, vibra di autentico entusiasmo. Egli solo è in un atteggiamento di lode, di devozione, di accoglienza della bellezza. La disponibilità suppone l'abolizione dell'utile, la gratuità assoluta, il 'nirvana' dell'intenzionalità.
Essere disponibile, è anche assumere la responsabilità di ciò che è semplice e banale. Il ripristino della contemplazione passa per la riabilitazione delle piccole cose. Bisogna accettare di piegarsi sul quotidiano. Gli artifici ideati per provocare delle scariche emozionali ci allontanano dallo spirito contemplativo. A esso ci si avvicina invece quando lasciamo che si formi il filo minimo di un'emozione delicata a contatto di cose anodine, alla maniera di Philippe Delerm, apostolo dei minuscoli piaceri della vita. Non esiste al riguardo spettacolo più desolante dei bambini e degli adolescenti che, inchiodati ai videogiochi, dedicano il loro tempo libero al mondo del virtuale. L'elettronica è diventata la loro principale educatrice. Che spreco delle loro giovanili emozioni! Non sarebbe preferibile impiegare queste ore andando incontro agli alberi, agli animali?
«Se volete condurre un giovane sul vero cammino della cultura», raccomandava Nietzsche, «fate bene attenzione a non rompere il rapporto ingenuo, confidente e per così dire personale e immediato che ha con la natura. Bisogna che la foresta e la roccia, il temporale, l'avvoltoio, il fiore solitario, la farfalla, la prateria, la cima della montagna gli parlino ciascuno nella sua lingua» [7].

4. 'Lasciar essere l'Essere'

La disponibilità suppone anche la rinuncia alla potenza. Non si può far ritorno al mondo e abbandonarsi alla sua contemplazione se lo si considera nell'orizzonte del 'fare', come un territorio sottoposto al nostro potere. La volontà di dominio uccide le emozioni delicate.
Uno, mentre fa una passeggiata, passa davanti a un'aiola e, automaticamente, coglie un fiore. «Com'è bello!», esclama, respirandone il profumo. Ma, qualche metro più avanti, lo getta via distrattamente. Comportamento da predatore. E emozionarsi questo? Strappando questo fiore, non ha fatto appassire anche l'emozione? Affinché la corrente di un'emozione contemplativa si stabilisca, bisogna accettare che ci siano delle cose sottratte alla nostra potenza. Si deve accettare che esiste un 'dato' che sfugge all'attività produttiva e al potere di distruzione. Un dato, cioè un esistente che, letteralmente, ci è dato in dono, e che, di conseguenza, noi dobbiamo ricevere.
È la rivelazione che intravide san Giuliano ospitaliere, la cui vita è descritta nei Tre racconti di Flaubert. Adolescente, Giuliano ha preso gusto all'arte cinegetica. Insensibilmente, è diventato un cacciatore abituato al sangue. Correndo notte e giorno attraverso i boschi, abbatte senza distinzioni tutti gli animali che incontra, in preda a un'esaltazione selvaggia, una voluttà perversa. Un giorno, incontra un cervo che colpisce con una freccia in piena testa. Prima di crollare, l'animale si accosta tranquillamente a lui e lo fissa con i suoi occhi fiammeggianti. Davanti a questo sguardo, Giuliano è assalito da prostrazione e vergogna. È l'inizio di un profondo cambiamento nella sua vita. Presto, le emozioni violente della carneficina perderanno ogni attrattiva ai suoi occhi. Egli si lascerà invadere da emozioni d'altro tipo. Il cambiamento del punto di vista ha inaugurato così una svolta nella sua vita emotiva. Julien entrerà in una nuova vita durante la quale imparerà di nuovo ad accogliere l'alterità, per finire nell'oblazione che lo condurrà finalmente alla santità.
L'esigenza della disponibilità implica anche la rinuncia allo spirito di possesso. Ci si può inebriare delle cose quando si è assorbiti dal desiderio di possederle? Volete godere della bellezza di un giardino, di una foresta, di un sentiero, di un edificio? Non siatene il proprietario, e non aspirate a diventarlo! Per mettersi a disposizione del mondo, non bisogna avere il mondo a propria disposizione. A questo riguardo, ci si può chiedere se la rivoluzione dell'elettronica e dell'informatica non incomba come una minaccia sulla sensibilità. Grazie al cd, al cd-rom, al dvd, alla videocassetta, a Internet, al cavo, ai server, alle banche dati, tutte le bellezze della natura e dell'arte, tutte le curiosità del mondo sono ora alla nostra portata. Non c'è un paesaggio, una città, un capolavoro del cinema, un brano musicale, un museo, un quadro, una specie animale, un paesaggio che non siano istantaneamente accessibili. Nessun'altra epoca ha beneficiato di un mondo messo così a disposizione. Con un clic del mouse, una manovra del magnetoscopio, un ordine del telecomando, si convoca la ricchezza del mondo. Ma questa potenza senza limiti ha il suo rovescio. Qual è la qualità emozionale della scoperta delle opere della natura e dell'arte così sottomesse al nostro desiderio? La freschezza dell'emozione non è svanita? Eliminando le incertezze dell'incontro e l'inatteso della sorpresa, sopprimendo gli ostacoli e gli indugi dello spostamento fisico, non liquidiamo anche la meraviglia? La scannerizzazione è la nemica della contemplazione.
Contro l'atteggiamento di potenza e di possesso, noi difendiamo una filosofia della dolcezza, che volti le spalle allo spirito prometeico. È d'altronde confortante vedere che i valori 'non da conquistatori' quali la dolcezza, la cortesia, la leggerezza, la tenerezza, l'abbandono, la delicatezza, l'ascolto, l'attenzione godano oggi di un crescente favore. In contrappunto ai totalitarismi, ai genocidi, alle guerre e alla frenesia tecnica, il xx secolo non aveva smesso di nutrire, in maniera sotterranea, questa piccola fiamma della disponibilità e della dolcezza. E il lascito paradossale di questo secolo di ferro! Il xxI secolo ha la missione di far fruttare questa eredità. Esso dovrà applicare questa filosofia della dolcezza che consiste nel rispettare l'esistenza del mondo, nel curarlo, in breve nel «lasciar essere l'essere». I nostri antenati inventarono il laissez-faire, laissez-passer, principio dell'economia di mercato. Tocca al xxi secolo promuovere il «lasciar-essere». E, come il laissez-faire, laissez-passer diede un impulso decisivo al dominio industriale del mondo, così il lasciar-essere permetterà la libera fioritura del mondo. Adottare di fronte agli esseri e alle cose un atteggiamento di accoglienza, è in effetti permettere agli esseri e alle cose di svilupparsi e facilitare la loro maturità.
Di più. La fecondità dell'atteggiamento del lasciar-essere proviene dalla nascosta transazione che esso conferma. Perché tra le due parti si stabilisce uno scambio di cortesie. Da una parte, io faccio un favore al mondo astenendomi dal brutalizzarlo e rispettandone l'esistenza. Ponendomi in una posizione di ascolto, di «saggia passività», come dice il poeta Wordsworth, permetto agli oggetti e agli esseri di essere se stessi. Così, il bambino al quale concedo tempo di ascolto si svilupperà armoniosamente. Ma non faccio forse un favore anche a me, agendo così? Non sono io stesso il beneficiario del lasciar-essere che applico nella mia relazione con il mondo? Di fatto, rendendomi permeabile all'esterno, permetto alle sue vibrazioni di raggiungermi e di rendermi fecondo. La mia disponibilità verso il mondo è ricompensata di rimando dall'emozione che ne ricevo e che mi rende fertile. Ci rivelano questo reciproco vantaggio gli individui che si consacrano alla relazione d'aiuto, al volontariato, all'accompagnamento dei malati o dei morenti. Ciò che danno agli altri è prezioso, ammettono, ma aggiungono: «Noi riceviamo tanto quanto diamo, noi siamo i primi beneficiari della nostra presenza nei confronti degli altri». In virtù di questa transazione nascosta, la disponibilità è dunque il mezzo più sicuro per arricchirsi. Non mi maltrattare, sembra chiedere il mondo, in cambio saprò emozionarti. Essere il «pastore dell'essere», diceva giustamente Heidegger, è ciò che fa crescere la nostra umanità. È lasciando essere l'essere che, paradossalmente, si acquista la possibilità di essere più.

NOTE

1 ROUSSEAU, Julie ou la Nouvelle Héloise, parte I, lettera XII.
2 Cfr. G. MARCEL, Essai de philosophie concrète, Gallimard, Paris 1999 (Folio).
3 Cfr. S. WEIL, La pesanteur et la grâce, Agora-Pocket, Paris 1991, pp. 133 ss.
4 K. VON DORCKHEIM, L'esprit guide, Albin Michel, Paris 1991, p. 180.
5 J.J. ROUSSEAU, Les rêveries du promeneur solitarie, GF-Flammarion, Paris 1997.
6 Questa storia è raccontata da R. Huygue nel Dialogue avec le visibile e citata in «Christus» 167, p. 294. Il titolo di questo numero della rivista è L'admiration.
7 F. NIETZSCHE, Sull'avvenire delle nostre scuole (1872), quarta conferenza. Nietzsche, di appena ventotto anni, era allora professore all'Università di Basilea.

(da: Il culto dell'emozione, Vita e Pensiero 2002, pp. 127-136)