Il significato

umano e religioso

del cibo

Giannino Piana

 

L'attenzione al cibo, che ci viene sollecitata dall'Expo milanese, è un importante stimolo a riflettere sulla ricchezza dei significati che esso riveste tanto sul piano antropologico che teologico. Lungi dal poter essere ridotto a mera funzione materiale - la risposta a un bisogno fisiologico legato alla sopravvivenza - il cibo è una realtà variegata e complessa, nella quale convergono e si incrociano una molteplicità di significati con risonanze sia di natura fisica che spirituale. Come ogni atto autenticamente umano, esso non implica infatti soltanto il coinvolgimento del corpo, ma la partecipazione dell'intera persona.
Si può forse applicare al cibo una famosa affermazione di Ignazio di Loyola, il quale nei suoi Esercizi spirituali (perciò in un contesto del tutto diverso) scrive: «Non è il tanto sapere che sazia e soddisfa l'anima, ma il sentire e il gustare le cose interiormente e intensamente». Anche il mangiare ha bisogno, per essere «sentito» e «gustato» - non è significativo che nella lectio biblica si parli di ruminazione della Parola? - di un processo di interiorizzazione che consente di percepirne la forza e l'intensità delle vibrazioni.

Il rapporto con la natura

Un primo particolare significato è costituito dalla considerazione del rapporto che mediante il cibo si instaura con la natura. La trasformazione in cibo delle risorse che da essa provengono rende l'uomo partecipe della sua realtà, dando origine a uno scambio reciproco, a una vera simbiosi - ciò che viene consumato diviene parte di noi - frutto della trasformazione della realtà come prolungamento dell'opera creazionale. Gli elementi che la natura offre vengono trattati dall'uomo attraverso la messa in atto di una catena, con l'apporto perciò di più soggetti, impegnati a fornire il proprio contributo alla confezione di ciò che garantisce all'umanità il nutrimento.
Di qui l'importanza di conoscere ciò che si sceglie di mangiare, informandosi sul luogo di provenienza, sulle modalità di produzione delle materie prime di cui è costituito e sul processo attraverso il quale viene elaborato. Di qui soprattutto l'importanza di distinguere i prodotti per bontà e qualità, di prediligere quelli freschi che vengono dal proprio territorio, di riscoprire aromi e ingredienti della tradizione locale e, infine, di rivalutare i sapori, riconoscendo la differenza tra ciò che è genuino e ciò che non lo è. Il segreto dell'agricoltura biologica, al di là degli indubbi vantaggi per la salute, sta proprio in questa sua naturalità; nella possibilità di istituire un contatto diretto con la natura non mediato da contraffazioni derivanti dall'introduzione di fattori esterni (e dunque estranei) a ciò che dalla terra immediatamente proviene.

Il mangiare come atto sociale

Ma il mangiare è soprattutto - è questo il significato antropologicamente più rilevante - un atto relazionale e sociale. In tale atto la persona, che è insieme individuo ed essere di e in relazione, è coinvolta nella sua integralità: corpo e spirito, individualità e socialità, tempo e spazio. Per questi motivi esso assume il carattere di atto culturale, nel quale si rende manifesto il modo di pensare e di sentire proprio di una civiltà. Lo ha messo bene in evidenza Gino Girolomoni, il quale a tale riguardo scrive: «Mangiare non è soltanto piantare, raccogliere, trasformare e cuocere il cibo. Mangiare è dono, spiritualità, amicizia, fraternità, bellezza, calore, colore, sapienza, semplicità, compagnia» (Maccheroni, acqua e farina, Jaca Book, Milano 2007, p. 15).
Le numerose e consistenti varianti che il banchetto assume nelle diverse tradizioni dei popoli e che sono rivelative delle differenze di approccio alla realtà (e più radicalmente di ricerca e di elaborazione del senso) proprio di ciascuna di esse colorano in modo diverso i valori segnalati, i quali costituiscono tuttavia la ricchezza di significati che qualifica l'atto del cibarsi. Non rappresenta forse il banchetto, in tutte le culture, il luogo privilegiato della comunione tra le persone? Attorno ad esso ci si incontra per cementare le relazioni interpersonali, mentre ciò che su di esso è deposto non può essere considerato proprietà di nessuno, ma deve essere condiviso con tutti.
È questa la ragione per cui occorre prestare un'attenzione particolare non solo alla bontà del cibo, alla sua genuinità, ma anche alla cura e alla bellezza con cui viene presentato: bontà e bellezza sono infatti ingredienti che creano un clima favorevole alla comunicazione, contribuendo a rendere gradevole lo stare insieme. Cucinare può, allora, essere considerata un'arte, che possiede un valore spirituale che va ben al di là del semplice atto materiale.

Nel cuore del simbolismo religioso

Molte tradizioni religiose, soprattutto quelle più antiche, attribuiscono un ruolo di primaria importanza al pasto. Il sacrificio di animali, offerti alla divinità per ringraziarla o per placarla, si accompagna spesso alla celebrazione di banchetti rituali nei quali si consumano le carni delle vittime con l'intento di perseguire una unione speciale con la divinità. Il pasto acquisisce in questo caso un carattere sacrale, in quanto momento di approfondimento della comunione con il divino e di cementazione dei rapporti tra i presenti che, anche in forza della loro credenza religiosa, si riconoscono appartenenti alla stessa comunità.
La tradizione biblica non fa eccezione a questa regola. Il racconto più antico della celebrazione dell'alleanza sinaitica (di tradizione jahvista: Es 24, 1-2; 9-11) si conclude con la descrizione della consumazione di un pasto sacro («mangiarono» e «bevvero»); mentre la versione successiva (di tradizione sacerdotale: Es 24, 3-8) mette in luce il valore del sacrificio con cui l'alleanza viene definitivamente sancita, e il significato simbolico dell'atto liturgico che lo accompagna, costituito dalla proclamazione della Parola - la lettura solenne delle tavole della legge, che costituiscono le clausole del patto, a cui il popolo dà l'assenso - e dal rito del sangue, con cui vengono aspersi l'altare, segno della presenza di Dio, e il popolo a lui consacrato, rendendo trasparente il rapporto di intima comunione che tra loro si istituisce.

La cena eucaristica come culmine

La centralità del banchetto nell'ambito dell'esperienza religiosa trova, infine, per i cristiani la più alta espressione nell'istituzione dell'eucaristia. Essa si collega, da un lato, all'ultima cena, che mette strettamente in rapporto il nuovo corso inaugurato da Cristo con la pasqua ebraica - il ricordo della liberazione dall'Egitto e dell'ingresso nella terra promessa - e, dall'altro, alla passione e morte del Figlio di Dio, il sacrificio unico e definitivo della nuova alleanza. La memoria di questi eventi è consegnata alla comunità cristiana («fate questo in memoria di me»), perché li riproponga, attualizzandoli nel tempo, fino alla celebrazione del banchetto celeste, in cui verranno consumate le mistiche nozze dello Sposo con la sposa.
Il fatto che il Dio cristiano si renda presente nella storia degli uomini sotto la forma di un pasto - l'eucaristia è il culmine dell'azione sacramentale della chiesa - è carico di significati. Il banchetto che è - come già si è detto - luogo ideale di comunicazione e di comunione, diviene in questo caso espressione tangibile dell'instaurarsi della duplice relazione con Dio e con i fratelli. Il comandamento dell'amore di Dio e del prossimo trova qui la sua piena attuazione: eucaristia ed agape sono tra loro strettamente collegate così da costituire un'unica realtà, al punto che le comunità cristiane primitive per significare la presenza della reciproca comunione si scambiavano vicendevolmente l'eucaristia.
Si deve aggiungere che anche la natura è coinvolta in questa esperienza comunionale. Il pane e il vino posti sulla mensa, frutto del dono di Dio e del lavoro dell'uomo, sono elementi materiali, che, divenuti il corpo e il sangue del Signore, manifestano la trasformazione in atto all'interno dell'intera realtà, destinata a divenire «cieli nuovi» e «nuova terra» e sono, come tali, offerti a ogni uomo perché, partecipando dell'unico pane e dell'unico calice, diventi membro vivo di un'unica famiglia, la famiglia dei figli di Dio.
La portata spirituale del banchetto raggiunge qui la sua piena verità. Si tratta di un atto altamente spirituale; anzi, dell'atto spirituale per eccellenza che testimonia la profonda unità che sta alla radice dell'umano, una fraternità universale già inscritta nella natura, la quale riceve dalla cena del Signore il suo supremo suggello.

(Rocca, 12/2015, pp. 45-47)