Pane e cristianesimo

Predrag Matvejević


Il pane è presente nella fede e nella preghiera. La tradizione lo ha inserito nel rito e nella liturgia. È stato consacrato dal Talmud e dalla Bibbia. Lo si trova nei miti del vicino e lontano Oriente. Viene menzionato nel Corano e negli hadith islamici.
Spesso il percorso del pane e quello della religione si sono sovrapposti o hanno camminato paralleli. Non sempre e non dappertutto. Ma là dove si sono separati, ecco subentrare scontri e dissidi. La cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre fu accompagnata dalla condanna: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e polvere ritornerai!».

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Il cristianesimo assunse e fece proprio il pane degli ebrei, così come del resto si comportò con altre credenze e tradizioni a esso collegate. Le parole dell’Antico Testamento sono diventate parte dell’insegnamento cristiano. Il Nuovo Testamento le completerà e le interpreterà in un nuovo modo, conservando però il loro senso originario. Ai riti ebraici si aggiunse invece l’eucarestia — il dono della grazia, della gratitudine e della transustanziazione, fondato sul beneficio del pane.
Dopo aver subito contestazioni e persecuzioni, la fede cristiana fu in grado di introdurre altre immagini, diverse preghiere e riti, e la propria liturgia. I «pani della proposta», che un tempo venivano esposti sul grande tavolo del Tempio, non vennero rimossi, ma il loro significato cambiò: non venivano più presentati come i «dodici pani per le dodici tribù di Israele». Neanche il «pane delle primizie» venne abbandonato, ma acquistò un nuovo senso.
«Il pane spezzato» - fractio panis in latino, krásis ártou in greco - assunse un significato più forte. Ma vennero conservati i modelli di riferimento dell’«ospitalità» e del «dono del pane». Quelli di cui il Signore non aveva avuto pietà continuarono a mangiare, come negli antichi salmi, il «pane delle lacrime», il «pane della tristezza», il «pane della cenere». Ai peccatori poi toccò il «pane della menzogna» e della «malvagità». Quanto agli ignavi e fannulloni, a loro toccò il «pane della pigrizia».
Nell’immaginario e nel vocabolario cristiano, presero corpo nuove rappresentazioni, immagini, concetti: la crocifissione e la resurrezione del figlio di Dio, l’immacolata concezione e il parto di sua madre Maria, la sacra famiglia e la sua fuga per sottrarsi all’eccidio di Erode, i dodici apostoli e il traditore Giuda, la miracolosa moltiplicazione dei pani e dei pesci, così come la trasformazione dell’acqua in vino. Gli evangelisti hanno annotato e tramandato ai posteri le parole di Cristo:

Io sono il pane della vita. Chi viene a me non resterà di certo affamato […]. Questo è il pane che scende dal cielo, chi ne mangia non muore […]. Io sono il pane vivo, chi mangia di questo pane vivrà in eterno […]. I vostri padri mangiarono la manna nel deserto e sono morti […]. In verità, in verità vi dico, Mosè non vi diede il pane dal cielo, mentre il Padre mio dà il vero pane del cielo, giacché il pane di Dio è quello che scende dal cielo e dà la vita al mondo.

Tutti questi insegnamenti del figlio di Dio sono stati riferiti da Giovanni evangelista. Nel richiamo al pane di Mosè, che non è più dono del cielo, si evidenzia lo stacco e la rottura fra giudaismo e cristianesimo.
Anche Luca ebbe modo di annotare:

Cristo prese il pane, ringraziò e lo spezzò per distribuirlo ai suoi discepoli dicendo: questo è il mio corpo che viene offerto per voi. Fate questo in memoria di me.

Sono parole confermate anche dall’evangelista Matteo. Alle quali Marco aggiunge:

Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e da quello di Erode […] come del resto dal lievito dei sadducei.

Secondo una leggenda non confermata dai canoni, la madre di Gesù, Maria, aveva frequentato per un certo tempo la scuola della profetessa Sibilla. Aveva preso un pezzetto di pasta lievitata, se l’era messo sotto l’ascella e lo aveva portato a sua madre Hana, la futura sant’Anna. Fu allora che si creò l’incavo delle ascelle sotto le spalle del corpo umano. Da allora il lievito aiuta il pane cristiano a sollevarsi, ingrandirsi, ammorbidirsi. Il racconto circolò a lungo fra Gerusalemme e Roma e non è stato dimenticato.
Era attraente, ma non è stato riconosciuto come autentico.

È immenso il contributo alla nuova fede di san Paolo, inizialmente un suo aspro oppositore e che divenne poi il suo più eminente predicatore. L’insegnamento di Cristo, che gli apostoli non erano riusciti a trasformare in teologia, così come neppure i primi concili, ricevette grazie a questo santo, nato a Tarso in Cilicia, un sostegno energico e vigoroso. La sua conversione sulla via di Damasco offre uno straordinario esempio di fede, che avrà per giunta un grande effetto anche sul rispetto che proviamo per il pane.
Paolo, il cui nome ebraico era Saul o Shaul, si era messo in viaggio alla volta di Damasco con una carovana, per sfuggire ai pericoli che minacciavano a quel tempo i viaggiatori solitari. Non si apriva e non parlava con nessuno, ben sapendo che i vicini nabatei non amavano gli israeliti e che dunque era meglio non rivelare la propria origine ebraica. Camminando dai deserti della Giudea alle oasi di Gerico, si nutriva di pane azzimo e cipolla. Nella valle del Giordano cresce il succoso dattero, che può sostituire la focaccia. Lo assaggiò e riuscì a saziarsene. Si trattenne a Hippos, una località affacciata sul mare di Galilea dove si preparavano le gallette azzime dalla crosta morbida e dalla mollica sottile. Ne portò probabilmente una con sé nel suo sacco, come viatico per i giorni seguenti.
Era faticoso arrampicarsi sull’altipiano del Golan. Le cime del Meron e dell’Hermon attirano la vista, la spingono verso l’alto, sembrano indirizzarla verso il cielo. Fu proprio lì, nella valle di Horan, che Cristo apparve al viaggiatore. Per l’intensità della luce che irradiava dalla sua figura, Saul-Paolo perse la vista, ma la sua cecità fu di breve durata. Forse aveva fatto degli impacchi di pasta calda sulle palpebre, seguendo il consiglio degli antichi guaritori. Non possiamo sapere con esattezza se strada facendo si sia fermato nelle città di Kanatha e Suveida per tornare a rifornirsi di pane. Tendeva certo a seguire il corso del fiume Barada, che abbevera le oasi circostanti e dona l’acqua fresca a Damasco.
Questa antica città, posta in un crocicchio di strade che portano fino all’Anatolia, all’Arabia e alla Mesopotamia e scendono verso Gerusalemme per proseguire via mare fino a Delo, era esposta a quell’epoca all’influsso ellenico e dunque tendeva alle usanze pagane. Non erano davvero le condizioni più favorevoli per iniziare lì la predicazione cristiana. Per sopravvivere Paolo dovette cercarsi un lavoro. Cominciò a fabbricare pezze di tela spalmate di cera per fare delle tende, a cucirle fra loro e a tenderle in alto. Gli vennero i calli sulle mani e si rovinò irrimediabilmente le dita, tanto che, per sua stessa ammissione, da allora in poi fu in grado di scrivere solo con caratteri grossolani. Aveva preso l’abitudine di farsi degli impacchi con la pasta per il pane messa a mollo nell’acqua del fiume Barada, che era ritenuta medicamentosa. Si nutriva di filoncini di pane fatti con quella stessa pasta.
Molte sono le ipotesi collegate al suo recarsi a Damasco - la sola certezza è il viaggio.
Dopo l’apparizione di Cristo, nelle lettere di Paolo si farà sempre più frequente il richiamo al pane e alla sua natura divina:

Come il pane è uno solo, così anche noi che siamo tanti costituiamo un solo corpo; siamo infatti partecipi di un solo pane […]. Chi mangia il pane o beve la tazza del Signore, senza esserne degno, si rende colpevole del corpo e del sangue del Signore.

Il discendente del popolo di Israele, rinnegato dalla fede ebraica, ereditò dai suoi antenati una sorta di cautela nei confronti del lievito. Rivolgendosi ai corinzi, consigliava loro di 

celebrare la festa non con il vecchio pane, né con il lievito della cattiveria e della corruzione, bensì con il pane non lievitato della pulizia e dell’onestà […]. Purificatevi dall’antico pane.

Nella descrizione del viaggio a Damasco il pane con cui il convertito Saul-Paolo si nutrì lungo la via viene nominato di rado.

I confronti e gli scontri con l’arianesimo, il manicheismo, il culto di Mitra, i monofisiti e gli gnostici, con l’irriducibile tradizione ebraica e la radicata mitologia ellenica, con le sette e le eresie di varia provenienza e gli apocrifi di altrettanto diversa origine, furono autentiche provocazioni per il cristianesimo e lo misero di fronte a prove di ogni tipo. Era necessario stabilire quale fosse l’insegnamento della vera fede - l’ortodossia — e dare a esso un riconoscimento canonico, respingendo le direttive contraddittorie e gli scritti non verificati che ormai circolavano senza freno per tutta l’Asia Minore e lungo le sponde orientali del Mediterraneo. Fu questo il compito dei concili della Chiesa e dei padri che in essi si riunirono nei secoli successivi alla morte di Cristo. Uno dei primi e più significativi si tenne ad Antiochia, sulla riva sinistra del fiume Oronto, alle pendici dei monti Sylpius e Stauris, in una provincia romana esposta agli influssi del giudaismo e dell’ellenismo. Vi si trovava fra l’altro una delle più grandi biblioteche, paragonabile solo a quelle di Alessandria e Pergamo. A questa città si collegano i nomi di santi come Paolo, Pietro, Barnaba, Giovanni Crisostomo.
Ad Antiochia venne pronunciata per la prima volta la parola cristiano.
Lì si riunirono i più alti dignitari della fede, rappresentanti e interpreti del cristianesimo in Oriente, per discutere e risolvere molte delle questioni rimaste in sospeso. In quel tempo Costantino proclamò il cristianesimo religione di stato, in grado dunque non solo di unificare la Chiesa ma di consolidare l’impero da lui governato. Assemblee conciliari si tennero anche a Nicea, sulla sponda orientale del lago Ascanio, la cui straordinaria caratteristica era quella di avere il colore dell’acqua parzialmente verde e parzialmente azzurro, in una città collocata su un importante crocevia di strade che collegavano l’entroterra e il mare, l’Asia Minore e i porti del Mediterraneo. Divenne sede di concilio anche Efeso, non lontano dal Mare di Marmara, sul quale si affacciava come in uno specchio questa città nota per la sua bellezza architettonica. Nel V secolo dopo la nascita di Cristo, al quarto concilio ecumenico tenutosi in Bitinia, nella città di Calcedonia, venne condannata l’eresia monofisita.
Intervenne anche l’imperatore romano Marciano. La sua presenza diede a quella condanna un decisivo sigillo ufficiale.
Risoluzioni altrettanto importanti vennero approvate, a più riprese, anche a Costantinopoli, destinata a diventare il centro dell’Oriente cristiano. Nelle grandi assemblee tenutesi nella città, a giudicare dai documenti che ci sono rimasti, non dovettero emergere significative divergenze collegate al pane in quanto tale. Furono invece aspre le contese a proposito della liturgia e della sua organizzazione, o ancora quelle sul rapporto fra il figlio di Dio e suo padre, ritenuto «consustanziale» (homoúsios), sull’eucarestia e sul suo significato, sull’epíclesis - l’invocazione allo Spirito santo perché con la sua presenza trasformasse il pane e il vino nel corpo e nel sangue di Cristo. A quel tempo, di solito, non si tenevano dei verbali. E la tradizione orale non può conservare molti dettagli specifici, destinati a sprofondare per sempre nelle nebbie. Clemente di Alessandria ha però sottratto all’oblio questa annotazione:

La posizione del vino nei confronti del pane è simile al rapporto della vita contemplativa e della gnosi nei confronti della vita attiva e della fede quotidiana […]. Beati coloro che danno del pane agli affamati di giustizia.

Gli Atti degli apostoli verranno seguiti dalle opere dei martiri. La lingua ebraica dell’Antico Testamento venne sostituita da quella aramaica e dalla sua variante siriana. La traduzione della Bibbia in greco - la celebre Septuaginta — era considerata un modello, ma non comprendeva il testo del Nuovo Testamento. La diffusione del proselitismo cristiano in un mondo cui non erano estranee le tradizioni pagane, quelle greche, quelle romane, quelle persiane e anche altre, divenne sempre più sensibile. Il cristianesimo si «bizantinizzò» prima di «latinizzarsi». Intanto si servì di immagini che erano evitate nell’antica tradizione ebraica. Il pane emergeva fra l’altro in ragione di una visibilità figurativa. La sua rappresentazione cominciò a svolgersi sulla scena cristiana delNuovo Testamento, tutta piena di avvenimenti e insegnamenti, paragoni, allegorie, metafore: «la porta stretta», «la pecorella smarrita», la condanna del «fariseo» e la cacciata dei «mercanti dal tempio», la «guarigione» dei malati, la preghiera nell’Orto degli ulivi, il Getzemani, l’«ultima cena», il Golgota, la crocifissione, il pane condiviso con gli apostoli a Emmaus dopo la resurrezione…
Dalla dottrina cristiana emergono e si staccano simboli nuovi, sino ad allora sconosciuti: la canestrella e il piatto rappresentano la «moltiplicazione» dei pani e dei pesci. «La verità non è venuta al mondo nuda», dice il Vangelo di Filippo, «ma è venuta in simboli e immagini. »
Il nome della cittadina di Betlemme, il luogo della nascita di Cristo, si spiega in lingua aramaica con le parole bet (casa) e lehem (pane), benché non vengano escluse anche altre etimologie. Anche nel Padre nostro, la preghiera fondamentale dei cristiani, i linguisti hanno posto in evidenza le differenze fra il Vangelo di Matteo e quello di Luca: nel primo si parla di «pane per il giorno seguente», nell’altro si dice invece «pane di oggi» o «quotidiano». La parola aramaica mehar (domani), tradotta con l’aggettivo greco epioúsios, forse dovrebbe accentuare il carattere escatologico, al quale invece, in questo caso, la Vulgata di san Gerolamo non ha dato alcuna preferenza.
Le etimologie spesso nascondono in sé le loro storie specifiche, forse anche vicende personali.
Il monachesimo si diffuse assumendo fin dagli inizi due connotazioni: da un lato quello eremitico, vicino al deserto (in greco éremos), dall’altro quello cenobitico, portato alla vita comunitaria. Nei testi sacri e profani sono stabilite e descritte diverse forme di digiuno, in cui il pane rimane sempre presente e necessario.
Il digiuno stesso nasce dall’aspirazione dello spirito a contrapporsi all’egemonia del corpo. Aiuta a purificarci, a liberarci dal peccato e a tenerci lontano dalla brama per meritare il perdono e la misericordia divina. Nel deserto, «nei luoghi dove non si semina», come li chiamò il profeta Geremia, trascorse quaranta giorni Mosè, proprio come poi Cristo. Quei soggiorni offrirono un esempio e diedero lo stimolo all’eremitaggio. Il «grande digiuno» dura appunto come quello di Mosè - ed è chiamato quarantena o quaresima. Il calendario cristiano comprenderà anche altri periodi di digiuno, durante i quali il pane nero, secco e raffermo, d’orzo, segale, qualche volta anche di avena o di spelta, veniva adoperato più di quello bianco e di frumento. I seguaci autentici di Cristo ponevano in evidenza il fatto che il digiuno aveva meno valore se lo si voleva mostrare pubblicamente, ostentandolo davanti agli altri.

Non erano rari i cristiani che si maceravano a tal punto che il viso e il corpo, talvolta persino lo spirito, per via dell’esaurimento estremo venissero sfigurati. Nascerà proprio da qui, nel corso del medioevo, dalla parola francese chrétien (cristiano) il termine spregiativo crétin (in italiano cretino).
Le agapi cristiane tendono più a differenziarsi dai simposi greci che a somigliarvi. Semmai erano il tentativo di conservare il ricordo dell’«ultima cena» e dell’eucarestia, aiutando i deboli e gli affamati. Le «nostre agapi nutrono i poveri», diceva Cirillo di Alessandria. Si tenevano di sera - post lumina, secondo le parole di Tertulliano. Sulla tavola venivano portati vari tipi di pane, lievitato e non lievitato, che si spezzava e si distribuiva ai presenti. Veniva versato anche del vino, rosso come il sangue di Cristo, ma qualche volta anche bianco. Sulla tomba di santa Priscilla a Roma, l’anticaCapella Graeca ha conservato un affresco dove si distinguono i partecipanti all’agape, di fronte ai quali stanno pane e vino, pesce e agnello sacrificale. Il rito della comunione si svolgeva talvolta prima, talvolta dopo la cena. A volte né prima né dopo. Le fonti ricordano di rado discussioni o canti, che erano inevitabili nei banchetti ellenici. Il paganesimo s’introdusse presto nelle agapi, togliendo loro in qualche misura il significato devozionale e rituale, per allontanarlo infine, a causa della smodatezza del mangiare e del bere, dalla preghiera e in definitiva dalla fede. Paolo ammoniva:

Non posso certo lodarvi se non vi riunite per il bene ma per il male […]. Quando vi riunite a questa maniera, non si può parlare di nutrimento della cena del Signore.

I concili tenuti alla fine del IV secolo a Cartagine e a Laodicea proibiranno ai cristiani di allestire e frequentare riunioni del genere. Siccome questo divieto, a giudicare da molti elementi, non era riuscito a ottenere il risultato desiderato, i successivi concili di Orléans e Tours tornarono a deliberarlo. C’erano altresì solennità per le quali si preparava un pane a forma di corpo umano. La Chiesa non approvò neppure questa pratica.
L’agape talvolta si trasformava in banchetto funebre, che del resto si praticava fin dai tempi precristiani. In quelle circostanze veniva preparato uno speciale «pane per i morti».
È un’usanza che in certi luoghi si è conservata a lungo e sopravvive ancora oggi.

Nell’Antico Testamento risuonano il mito e la profezia. Nel Nuovoprevalgono la rivelazione e la predicazione. I messaggi dei padri della Chiesa unificano teologia e omelia. Questi cambiamenti di linguaggio si possono cogliere anche nel rapporto con il pane: non cade più dal cielo come la manna, si prepara senza o con il lievito, viene benedetto, si spezza e si distribuisce.
Il cristianesimo ha dato al pane nuovi significati. Gli ha conferito un carattere non solo sacro, ma addirittura divino.
La dottrina della Chiesa ha cercato di ridurre e rimuovere le differenze presenti nella tradizione orale e scritta, tentando di ricomporre e unificare i princìpi della fede cristiana. La storia della Chiesa elenca otto «grandi dottori», quattro dei quali sono orientali - Atanasio, Basilio, Giovanni Crisostomo, Cirillo di Alessandria. Gli altri quattro provengono invece dal versante occidentale: Ambrogio, Agostino, Gerolamo e Gregorio Magno. Fra la cinquantina di celebri «padri della Chiesa» si trovano in prima fila Tertulliano e Cipriano, entrambi di Cartagine, Ireneo proveniente dall’Asia Minore, nato probabilmente a Smirne, Origene di Alessandria, Efrem di Siria, Isidoro di Siviglia. Nelle loro prediche, tutti costoro esaltavano il pane come corpo del Salvatore. Secondo Ireneo, l’eucarestia è «contrapposta allo gnosticismo», troppo incline all’articolazione razionale e al dissidio. Cipriano vede i fedeli nell’eucarestia «come chicchi raccolti in un solo pane». Secondo Origene «il pane è la salvezza del mondo» (panis pro mundi salute) e pertanto bisogna rispettare colui «che ogni giorno lo porta al popolo».
Tertulliano parla del pane più sovente e con maggiore determinazione degli altri, insistendo sull’eucarestia:

Cristo volle bramosamente [cum concupiscentia] mangiare il pane pasquale come proprio corpo - perché non è degno di Dio desiderare un corpo altrui […]. Diceva infatti «questo è il mio corpo, cioè l’aspetto [figura] del mio corpo», e poteva essere l’aspetto autentico solo trattandosi del vero corpo, dal momento che ciò che è vuoto, ciò che è apparenza [phantasma] non potrebbe avere la figura.

Questo padre della Chiesa non recepì l’interpretazione successiva e modificata che comparve nel cristianesimo, secondo la quale i dodici «pani della proposta» rappresentavano i dodici apostoli, e non le dodici tribù d’Israele.
Tertulliano venne proclamato saldo «come un diamante» (adamántios).

Isidoro di Siviglia ricorda senza alcuna retorica che «il pane va bene con ogni cibo ed è questa la ragione per cui ognuno lo desidera». L’autore delle Etimologie non riesce a resistere alla sua passione e alla sua abitudine di evidenziare i nomi di alcuni pani, le loro qualità e origini: dice che il panis cibarius è sgradevole (nec delicatus) e che pertanto se ne nutrivano gli schiavi; distingue il pane non lievitato, azymus, dall’acrozymus, che è poco lievitato, e dall’acroazymus, che lo è ancora meno; non trascura neppure le altre specie che all’epoca erano note sulle sponde spagnole già cristianizzate e nelle città, in particolare a Siviglia, come lo spungia panis (il pane spugnoso), il subcinericius (cotto sotto la cenere), ilfocacius (preparato come una focaccia) e altre ancora. Accanto alla parola panis il classificatore aggiunge altresì che «pan in greco significa tutto» (pan enim Graece omne dicitur), benché queste due parole siano di matrice diversa.
A Gerolamo dobbiamo le traduzioni dei testi evangelici in cui appare la parola pane. Secondo Giovanni Crisostomo,

l’Eucarestia è stata data per sempre e non si è mai esaurita, mentre il corpo di Dio non è né sotto il pane né con esso né al suo posto, ma è il pane in quanto tale.

Agostino celebra il pane nelle sue Confessioni:

Cristo nel pane scende dal cielo […]. Cristo, pane eterno e quotidiano, dà forza ai martiri. Quando spieghiamo la Sacra Scrittura, noi per così dire spezziamo il pane. Vi ho spezzato il pane - questo è ciò che vi ho appunto esposto […]. Il pane degli angeli è Dio fattosi uomo […]. Dio, luce del mio cuore, pane nella bocca dell’anima mia, forza che fruttifichi il mio spirito e ali dei miei pensieri.

Le parabole di cui si serve lo scrittore e santo sono collegate con il seme, il grano, il chicco, la pula, lo staccio:

Fate attenzione a quanto vi dico - siate buon grano […], sull’aia c’è troppa pula, ma quando la si fa passare al vaglio essa viene scartata […]. Cosa c’è di più piccolo del chicco di grano; e tuttavia di esso si riempiono i granai […]. Setacciate le azioni degli uomini, contrapponetevi alle mie parole se non sono sincero.

Dai frammenti del passato e dalla storia del pane nascono spesso le prediche, talvolta simili ai racconti. Agostino ne ha intessuto una vera narrazione:

Questo pane predica la vostra storia. È spuntato come il frumento nei campi. La terra lo ha partorito, la pioggia lo ha nutrito e lo ha aiutato a maturare e a diventare spiga. La fatica umana lo ha condotto sull’aia, lo ha trebbiato, raccolto, deposto nel granaio, trasferito al mulino. Lo ha macinato, impastato, cotto. Tenete a mente che simile è anche la vostra storia. Neppure voi esistevate prima di essere stati creati, siete stati condotti sull’aia del Signore, vi hanno trebbiato con le loro opere […] i predicatori del vangelo. Poi vi siete messi in fila per il battesimo. Vi siete sottoposti al carico del digiuno e alle pratiche di cacciata del male. Siete arrivati fino al fonte battesimale. Siete stati impastati diventando così un’unica pasta. Siete stati cotti nel forno dello Spirito Santo diventando così vero pane divino.

In accordo con l’antica tradizione ebraica e gli avvertimenti di Paolo e dello stesso Cristo, anche Agostino vede la possibile corruzione del lievito:

E non sapete forse voi che un po’ di lievito può guastare tutta la pasta […]. Cacciate via il vecchio lievito per essere nuova pasta, perché siete azzimi […], rigettate il lievito dei farisei.

Nella messa cristiana, sull’altare, nei riti religiosi e nelle dispute teologiche, il pane diventa, da un secolo all’altro, sempre più presente e visibile: la comunione, l’ostia e l’ostensorio, il tabernacolo, il calice e la transustanziazione , la trasformazione eucaristica del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo, la consustanziazione , il pane come parola di Dio, il logosdella fede e il messaggio del catechismo.
Tommaso d’Aquino comporrà in versi il «pane degli angeli»:

Ecce panis angelorum!
Factus cibus viatorum.
Vere panis filiorum.

Ecco il pane degli angeli!
diventato cibo dei viandanti.
Verace è il pane dei credenti.

Sono stati la Chiesa e gli stessi fedeli a proclamare sant’Onorio «protettore dei fornai». E san Michele «custode dei granai».

[...]

(Da: Pane nostro, Garzanti 2012, pp.92-107)