Parole

da mangiare

Rubem Alves

 

Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: "Se sei figlio di Dio, di' che questi sassi diventino pane". Ma egli rispose: "Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio".
Mr 4,3-4

Allora mi avvicinai all'angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Ed egli mi disse: "Prendilo e divoralo...".
Ap 10,9

Sono come una poesia
le cui parole succulente colano
come polpa di un frutto maturo nella tua bocca,
una poesia che ti sazia di amore,
prima ancora che tu ne colga il senso misterioso:
basta assaggiarne il gusto...
Mario Quintana


Parole che resuscitano i morti...
Le due storie riguardanti il villaggio sono variazioni su questo leitmotif. Parole di tipo particolare, parole che hanno il potere di penetrare la carne, di fecondarla, di renderla gravida di vita. Parole che hanno la stessa sostanza del corpo. Altrimenti, come potrebbero diventare una carne sola? Questo è l'unico tema teologico. La teologia è un esercizio sul matrimonio tra la Parola e la carne, un poema infinito sul mistero dell'incarnazione. Le parole e la carne hanno fatto l'amore ed è nato il corpo...
Parola e carne,
senza separazione né confusione,
eppure un solo corpo.
La storia biblica ci dice che questo accadde "una volta, in un paese lontano". Ma, come ben sappiamo, le storie hanno un potere perché il loro "un tempo" e il loro "altrove" sono metafore del nostro qui e ora. Non sono mai realmente accadute, e quindi possono accadere sempre e ovunque. La matrigna di Biancaneve sono io, la Bella addormentata nel bosco sono io, Edipo sono io, Narciso sono io. Le storie non sono finestre ma specchi. La storia dell'incarnazione è la mia storia, il mio passato dimenticato e il mio futuro indecifrabile. La cristologia è antropologia. La cristologia è una biografia. Il mistero di Dio è il mistero dei nostri stessi corpi.
Ma noi non l'abbiamo capito e, come la bambina, chiediamo:
"È successo davvero?". Guardiamo in uno specchio e lo scambiamo per una finestra. Per questo non conosciamo il luogo dove la Parola e la carne si uniscono nell'amore...
Alcuni credono che si trovi nello splendore del meriggio e allora cercano parole luminose, che non contengano oscurità. "Se riusciamo a sapere, se arriviamo a produrre una scienza di questo evento fondamentale, allora resusciteremo", dicono. Si immaginano che gli occhi siano le porte del corpo e che questo venga fecondato dagli occhi. Il loro scopo supremo è la "visione beatifica di Dio". Allora accendono la luce, perché senza luce gli occhi non possono veder niente.
Ma ogni amante sa benissimo che troppa luce fa male all'amore. L'amore pretende un po' di oscurità, forse perché la luce è una creatura che si muove sulla superficie delle cose. Noi vediamo un oggetto quando la luce ha colpito la sua superficie ed è rimbalzata in un riflesso. La luce non può penetrare. Ma l'amore esige la profondità, la penetrazione: cose impossibili alla luce. In realtà il corpo si sottrae a una luce eccessiva, teme la visibilità totale. Quando l'uomo e la donna videro che erano nudi, nascosero i loro corpi con foglie di fico. Non c'è unione d'amore tra la carne e la luce...
Forse perché la Parola che ha originato il corpo è nata in un luogo in cui non c'è luce: la bocca. In realtà, si trovava nella bocca ben prima che questa fosse capace di dire una sola parola. La bocca mangia ben prima di parlare. Mangiare precede il parlare. La nostra Parola originaria è gemella del cibo. Quando Ludwig Feuerbach, un professionista delle parole, dice che "siamo quel che mangiamo" (man ist was man isst), indica il luogo in cui Parola e carne si uniscono nell'amore. "Mangio dunque sono". Il cibo precede la parola. E, lungo tutta la nostra vita, parlare è un modo di mangiare.
Siamo quel che mangiamo... Il neonato, anche se è solo infans - che in latino significa un corpo muto, prima della nascita della parola - sa già quel che voleva dire il filosofo. Il bambino conosce la saggezza del cibo. Nella bocca affamata viene data la prima "lezione" inarticolata riguardante la vita, una lezione precedente qualsiasi parola e che è l'origine di tutte le parole. Tutte le parole che verranno scritte in seguito sono variazioni sul tema della fame, anche se avranno completamente dimenticato quel momento iniziale. Parliamo perché il nostro essere ha fame. Credo che Fernando Pessoa, che ha detto che "pensare significa soffrire di una malattia degli occhi", sarebbe d'accordo con me nel dire che "parlare significa soffrire di una malattia del corpo, significa aver fame". Le parole sono il surrogato del cibo che ci manca. Mallarmé, che sognava di scrivere un libro di una sola parola, proverebbe invidia per il bambino che succhia silenziosamente il seno della madre: è immerso in una poesia senza parole. Un interprete di sogni avrebbe potuto rivelargli quello che desiderava: ritrovare la condizione di neonato per essere testimone della nascita della prima parola.
La bocca dell'infans conosce già la metafisica fondamentale: la realtà non è fatta di "pensiero" e di "materia", come ci è stato insegnato, la realtà è fatta di "fame" e di un "oscuro oggetto del desiderio" che la soddisferà. Prima ancora di aver toccato il seno della madre, la bocca succhia il vuoto, fiduciosa che quel seno esiste.
Fame e cibo,
vuoto e pienezza,
desiderio e appagamento...
Sant'Agostino aggiungerebbe:
cuore inquieto e Dio...
La bocca che succhia sa che la vita non è in suo possesso: deve venire dall'esterno, è dono, è grazia.
Il suo movimento ritmato nel succhiare il vuoto - poesia primordiale - è una preghiera, l'archetipo della preghiera: "Venga il seno...".
La bocca impara allora la lezione successiva: la vita e il piacere sono uniti in un unico oggetto. Il seno non è solo una macchina che fornisce latte, non è solo un mezzo di sussistenza. È un fine in se stesso, un oggetto di godimento. Succhiando il seno, il bambino gode della benedizione...
Mangiare è vivere,
mangiare è un piacere.
E il nostro sogno primordiale, l'utopia originaria, il programma originario del "principio del piacere", l'unità della vita e del piacere. Tutti gli altri sogni, individuali o sociali, sono solo variazioni su questo tema.
La bocca apprende poi la terza lezione: il mondo esterno si divide tra quello che si può mangiare e quello che non si può mangiare. Il cibo e il non-cibo, le cose da mettere all'interno del corpo e quelle da lasciare all'esterno del corpo. Il buono e il cattivo: è l'etica primordiale del corpo.
Siamo quello che mangiamo. Ecco il commento che ne dà Alexander Schmemann, un teologo ortodosso russo:

Ben prima di Feuerbach, la Bibbia dà la stessa definizione dell'uomo. Nel racconto biblico della creazione l'uomo è un essere che ha fame e il mondo intero è il suo cibo. L'uomo deve mangiare per vivere; deve assumere nel proprio corpo il mondo intero e trasformarlo nella propria carne e nel proprio sangue. Egli è proprio quel che mangia e il mondo intero è per l'uomo la tavola di un banchetto universale. L'immagine di quel banchetto rimane, attraverso la Bibbia intera, l'immagine centrale della vita. È l'immagine della vita nella sua creazione e anche nella sua fine, nel suo compimento: "Che mangiate e beviate alla tavola del mio regno" (FLW 1).

La prima Parola appare come un'espressione di nostalgia per il paradiso perduto. È un "ponte d'arcobaleno" che il nostro cuore lancia sopra elementi eternamente separati... Nomina il vuoto. Quando il bambino, dopo aver fatto l'esperienza della benedizione originaria, ha di nuovo fame e il seno è assente, trasforma in immagine quel seno assente. Il corpo produce un'immagine al posto del cibo: la privazione diventa sopportabile grazie a questa parola, una parola che si può mangiare.
Gesù dice al tentatore di essere capace di sopportare la sofferenza della fame perché ha una provvista di parole da mangiare. E l'angelo, nel libro dell'Apocalisse, dice al veggente non già di leggere, né di capire, ma di mangiare il libro. Le parole e il cibo son fatti della stessa stoffa, hanno la stessa madre: la fame. E se è vero che "in principio era la Parola", bisogna aggiungere che la Parola fu proferita a causa della fame. Dio è fame, Dio è amore: è la stessa cosa. Sono due modi metaforici di designare lo stesso oggetto di desiderio, che deve diventare una sola cosa con il corpo.
La Parola originaria è nata nell'oscurità. Gli occhi del bambino erano chiusi. La prossimità abolisce la vista: se l'oggetto è troppo vicino, i contorni ne risultano sfumati. Baciare ad occhi aperti non è baciare. In questi momenti di felicità non si ha bisogno di occhi. Il simbolo originale risiede nell'oscurità. E il piacere (delight), in assenza di luce (light), a pervadere il bambino che succhia al seno...
I simboli nati dagli occhi segnano la distanza, la separazione.
I simboli nati dalla bocca segnano il ricongiungimento, il possesso. Non è un caso se in molte lingue l'esperienza più intensa di piacere, l'atto sessuale, è indicato con un termine che significa "mangiare".
Ma il paradiso è perduto. Non siamo più bambini e abbiamo imparato un'altra lezione. Il mondo esterno non è un seno. Non serve a nulla piangere: nessuna madre verrà in aiuto... La nostra bocca è aperta, affamata, ma il mondo non è buono da mangiare. È duro, crudo, amaro, acido... Ma, proprio come il bambino, il nostro corpo non ha dimenticato nulla. "Quel che la memoria ama è eterno", dice Adélia Prado. La Parola originaria rimane nascosta eppur viva nel profondo della nostra carne. Come disse una volta Freud, il nostro programma originale è stato stabilito secondo il "principio del piacere" e noi fantastichiamo il ritorno della nostra prima esperienza del cibo, quando la fame e il seno erano misticamente riuniti. Se la realtà è dura, cruda, amara e acida, bisogna far qualcosa per tra-sformarla in cibo. Non basta descrivere le cose come sono, bisogna cambiarle.
Marx pose correttamente il problema e ne propose la soluzione: "I filosofi si sono accontentati di interpretare il mondo in modi diversi; quel che conta è cambiarlo".
L'esperienza del bambino era magica. Un grido bastava a far apparire il seno. Ormai il seno ci è stato tolto e nessun grido compirà il miracolo.
Ma abbiamo trovato una via d'uscita da questo dualismo in cui il desiderio e il suo oscuro oggetto sono eternamente separati. Abbiamo mescolato il fuoco del desiderio alla realtà e abbiamo così inventato la cottura. La cottura è un'operazione alchemica che permette a ciò che è crudo di trasformarsi in alimento grazie alla magia del fuoco...
Gli appartenenti all'ordine monastico non sapevano nulla di cucina. Essi ritenevano che il corpo fosse guidato dagli occhi. E affermavano: "Vediamo, quindi siamo". Erano scienziati e maestri e abitavano aule scolastiche. Gli abitanti del villaggio, invece, sapevano che "siamo ciò che mangiamo"; avevano trovato dimora in cucina. Erano dei cuochi...
Vi invito dunque, a costo di trasgredire le regole del galateo, a passare dall'aula di scuola alla cucina, dalle parole per pensare alle parole da mangiare...
La cucina è un luogo di trasformazione, nulla deve restare uguale. Il fuoco e i suoi alleati sono all'opera... Le cose vi arrivano crude, come la natura le ha prodotte, e ne escono diverse, secondo le esigenze del piacere. Ciò che è duro deve essere intenerito; gli odori e i sapori che vi sono imprigionati devono rivelarsi: cucinare è come dare il bacio magico che ridesta il piacere addormentato. Alchimia, metamorfosi, la cucina riunisce ciò che la natura aveva separato. Lo spazio è abolito. Sale, aglio, pepe, zucchero, timo, chiodi di garofano, prezzemolo, cipolla, cannella, paprika, cumino, sedano, salvia, estragone, rafano, curry sono tutti invitati, dai paesi lontani nei quali sono cresciuti, a unirsi al festival della cucina. Il dolce, l'acido, l'amaro e il salato vengono in combinazioni mai esistite. Tutto è creatura nuova, tutto è rimesso a nuovo.
Il lievito, questo silenzioso alleato del fuoco, svolge il suo lavoro senza rumore. Bevande di ogni genere, ignote in natura, come il vino, la birra, il brandy, il whisky, la vodka, il saké, ciascuna a suo modo, trattiene lo "spirito" tra le pareti di una bottiglia. Nuovi sapori, nuovi odori, nuove forme e colori: la cucina è anche un'arte plastica. Ciò che è buono da mangiare dev'essere anche bello a vedersi. Gli occhi vi trovano un nuovo godimento. Legati alla bocca e al naso, ricevono il potere di gustare. I rossi, i verdi, i gialli, i marroni e i bianchi formano un caleidoscopio. L'acqua, il latte e l'olio celebrano un'alleanza con il fuoco. Perfino gli elementi che sembrano presentarsi crudi non vengono serviti come la natura li ha prodotti. Pomodori, lattughe, rapanelli, crescione, cavolo sono tutti trasformati dal gusto e dal profumo del condimento. E casseruole, pentole, coltelli, forchette e cucchiai, forni e fornelli sono gli intermediari di questa festa il cui scopo è il piacere del corpo. La cucina conosce la teologia agostiniana: lì l'uti (l'uso") non dimentica mai che esiste solo al servizio del frui (il "godimento"). Lo scopo del lavoro è la gioia. I sei giorni della creazione trovano il loro compimento quando Dio offre il paradiso come un dono per la soddisfazione propria e dell'uomo.
Ma da sola, la cucina è morta. Perché viva occorre un'anima: il cuoco. Il cuoco sa che siamo degli esseri affamati. Sa che siamo quello che mangiamo. Anche gli animali lo sanno, ma non cucinano. Il loro desiderio è modesto. Mangiano roba cruda. Sono esseri della natura. Il cuoco sa che l'appetito di noi esseri umani è infinito. La natura non basta ad appagarlo. Il nostro appetito non è qualcosa che appartiene al corpo, viene dall'anima. Il tentatore suggerisce a Gesù di risolvere il suo problema biologico, di essere pratico. Dopo quaranta giorni di digiuno, il corpo ha bisogno di cibo. Ma Gesù gli risponde che la fame che prova non può essere saziata da alcun pane. Ciò di cui aveva nostalgia era un cibo assente: testimonia così di aver fame della Parola.
Anche il cuoco vive di parole. Mangia parole prima ancora d'aver svolto il proprio lavoro. Il fuoco brilla sempre e le pentole bollono in continuazione nella sua immaginazione. I suoi occhi vedono colori invisibili, il suo naso freme per profumi inesistenti, la sua bocca ha l'acquolina per gusti immaginari. Il pasto che non è ancora preparato è già padrone del suo corpo. La sua fantasia è una cucina e un banchetto. Vive nel futuro, è un essere escatologico. Se dovessimo scrivere un trattato dal titolo Critica della ragione culinaria, il primo capitolo dovrebbe naturalmente essere dedicato alla fame. Ma la fame da sola non basterebbe, a meno che il cuoco non sia capace di dare un nome alle cose cui aneliamo.
Ne pronuncia i nomi. Sono ricette. Dà il nome a quello che vorrebbe mangiare; dà il nome a quello che, secondo lui, gli altri vorrebbero mangiare. Un cibo gradito. E, in virtù del potere di queste parole, chiama, unisce, mescola, aggiunge, toglie, arrostisce, fa bollire, cuocere a fuoco lento, friggere. Prima di essere servito in tavola, il cibo viene mangiato nei suoi sogni. E sognando "fa esistere nel suo corpo ciò che non esisteva" (RR XI).
Gli oggetti che desideriamo non sono già pronti in natura. La cucina è l'arte di rendere reale ciò che non lo era, di rendere presente ciò che era assente: eccellente metafora eucaristica.
Noi chiamiamo "cucina" uno spazio definito, ben localizzato, ma la sua anima non è là: è nei sogni del cuoco. È uno spazio utopico. D'accordo, il cuoco deve sapere... Deve conoscere il potere del fuoco, le proprietà dell'acqua, i segreti di questa alchimia, il ritmo del tempo che scorre. Se ignorasse la realtà, come potrebbe essere cuoco? Il suo cibo sarebbe solo un sogno nella sua mente. Non avrebbe potere di procurare piacere al corpo. La conoscenza della realtà fa parte della "ragione culinaria". Ma questa conoscenza non è fine a se stessa. È al servizio dei suoi sogni. Zarathustra doveva conoscere i segreti della cucina quando affermava:

l corpo è la mia grande ragione. E la mia piccola ragione, che voi chiamate "spirito" è uno strumento del mio corpo, un piccolo strumento e un giocattolo della mia grande ragione (PN 146).

Il cuoco: un essere utopico. Lavora nello spazio della cucina per un altro momento e un altro luogo: quelli dove risiede il piacere. La cronologia è ribaltata. Il futuro non è il risultato del presente, ma è piuttosto il presente a essere fecondato dal futuro.
Un pasto è l'anima del cuoco fatta cibo. Così, come si possono interpretare i sogni, si può anche psicanalizzare il cibo. Ogni pasto è una rivelazione. I sogni del cuoco offerti agli invitati: un'eucarestia. E se abbiamo presente l'osservazione di Blake che "il Corpo eterno dell'uomo è l'Immaginazione", possiamo benissimo concludere che quello che mangiamo è il corpo del cuoco. "Mangiate e bevete, questo è il mio corpo, questo è il mio sangue": antropofagia.
Ma con il cibo mangiamo altro ancora. Si sa che i cuochi generalmente non mangiano quello che cucinano: si accontentano di assaggiarlo. I cuochi infatti non cucinano per se stessi ma per gli altri. Il cibo è indubbiamente gustoso, ma loro cercano una gioia più intensa; il loro cibo è altro. Loro mangiano la gioia che leggono sui volti durante il pasto. In questa gioia c'è una silenziosa dichiarazione d'amore. Quando l'invitato dice: "Che buono!", dice anche: "Come sono gustosi i sogni che vivono nella mente del cuoco!". Il cuoco mangia con gli occhi...
Come il cibo viene preparato in pentola, così i pensieri cuociono nello spirito. "Cosa bolle in pentola?", diciamo. Il nostro linguaggio familiare sa che lo spirito è una cucina. Pensare è cucinare: significa trasformare le nostre idee "crude" mediante il potere del fuoco. E i pensieri elaborati nelle cucine son diversi da quelli delle aule di scuola. Nelle aule di scuola sono gli occhi a determinare l'etichetta. Tutte le idee devono essere chiare e distinte. Gli occhi lasciano sempre il mondo intatto perché sono sempre distanti e non possono far nulla. In cucina si insegna un'altra metafisica: il mondo non esiste per essere oggetto di contemplazione, esiste per essere mangiato, per essere trasformato in banchetto. "La grande tristezza della vita umana, che inizia nell'infanzia e continua fino alla morte, è il fatto che vedere e mangiare sono due operazioni distinte. Essere reale significa essere corporeo, ed essere corporeo significa essere mangiato" (LB 169).
Il crudo è "realtà" solo in assenza di corpi umani, quando non è ancora stato toccato dalla bacchetta magica del desiderio. Una volta che il corpo umano è diventato centro dell'universo, il crudo è solo materia grezza, una semplice possibilità, la natura ancora addormentata, inadatta al consumo, all'incorporazione, all'amore; una Bella addormentata nel bosco strana, estranea. Esisteva un unico posto in cui non si aveva bisogno di fornelli e in cui la natura era direttamente commestibile: il paradiso. Nel paradiso non c'erano nemmeno altari. Gli altari, come sappiamo, erano luoghi in cui il fuoco consumava la carne, e Dio gradiva "l'odore di soave fragranza" (Gen 8,20-21). Un'idea curiosa mi perseguita: non è che Abele abbia offerto il cotto e Caino il crudo?
Da tempi immemorabili i filosofi si sono interrogati sui "fondamenti" della realtà, sull'autentica sostanza delle cose, sull'immutabile, nascosto dietro il gioco infinito delle apparenze. Alcuni di loro sono giunti alla conclusione che, in ultima istanza, l'acqua, la terra, il fuoco e l'aria erano tutto ciò che esiste realmente. Erano il reale. Mi immagino un filosofo, perfettamente coerente con la propria metafisica, che, alla fine di un pasto di festa, si congratula con la padrona di casa dicendole: "L'acqua, l'aria, il fuoco e la terra erano davvero deliziosi...". Non ho difficoltà a credere che non verrebbe mai più invitato. Un filosofo del genere è un uomo da aula di scuola, che ignora tutto della metafisica del cibo. Per lui la realtà è il crudo. Quel che cerca è quello che si trovava "in principio", prima che la cucina avesse fatto il suo lavoro: l'arché. Ma la realtà, secondo il cuoco (e anche secondo Hegel...) va cercata alla fine. In questo consiste la saggezza del corpo, la saggezza del desiderio: il mondo è destinato a essere cibo. E la cucina non è altro che un luogo sacro, un altare dove si celebra questa liturgia, dove si realizza questa escatologia.
Quello che fa la differenza è che nella cucina viene ad aggiungersi un elemento fondamentale che è all'origine di tutti gli altri: la fame, il desiderio. Abbiamo detto che il corpo è come una ragnatela, un sottile tessuto di carne lanciato sopra il vuoto. Quando cuciniamo, questo vuoto diventa attivo: è il fuoco, la nostalgia. Brucia e trasforma. E la natura diventa altro da ciò che era: è l'umanizzazione della natura.
Perché questo avvenga, la cucina dev'essere un luogo di distruzione. I coltelli sono affilati per tagliare. Il fuoco è acceso per bruciare e far bollire. Se è vero che la cucina riunisce ciò che la natura aveva separato, è altrettanto vero che separa ciò che la natura aveva unito. Il crudo deve cessare di esistere affinché appaia qualcosa d'altro. Bisogna morire per risorgere. Il battesimo - morire immersi nell'acqua - precede la creazione di una vita nuova. Quando la minestra bolle in pentola, qualcosa cessa di essere quel che era affinché possa esistere qualcosa di nuovo, di delizioso. "La mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda. Se non mangiate e non bevete il mio sangue, non avrete in voi la vita" (Gv 6,55.53).
Cucina,
alchimia.
Il fuoco del fornello e il fuoco del desiderio operano la transustanziazione del crudo in una nuova sostanza.
E nell'oscurità in cui risiede il gusto,
il corpo
ritrova la sua benedizione perduta.
Nuova variazione sul tema del paradiso,
il bambino e il seno della madre:
la vita e il piacere donati nel medesimo luogo...
I dietologi non conoscono nulla di questo miracolo. Sono i nemici mortali del cuoco. Per loro il cibo è solo un mezzo per vivere. Una volta sono stato invitato a un pranzo che venne aperto da un lungo discorso del dietologo che lo aveva organizzato. Si mise a parlare dei principi di base di quel pasto, degli elementi che lo componevano, spiegò quali fossero i bisogni del corpo per mantenersi in vita. Per lui quella era l'essenza del pasto. Il gusto era solo un accidente in più, come un po' di zucchero aggiunto a una medicina amara. Per un dietologo il corpo appartiene all'ordine della medicina. Il cuoco invece sa che il corpo appartiene all'ordine dell'amore. Siamo quello che mangiamo. Ma non viviamo di solo pane, e il nostro cuore ha nostalgia dell'esuberanza erotica del nostro corpo...
La cucina è un rituale liturgico. In essa è riattualizzata la nostra verità originaria, la nostra eterna ricerca di felicità: il "principio del piacere" afferra il "principio della realtà", lo consuma su un altare, e il suo "soave odore" e il suo gusto prelibato fanno l'amore con il nostro corpo. Non dualismo ma dialettica. La realtà - il crudo - e il fuoco non restano separati, sono riuniti, ((senza confusione", e una realtà nuova appare. Ogni volta che si accende il fornello, il mito delle nostre origini e del nostro destino è riattualizzato.
Il crudo è transustanzializzato.Anche noi siamo transustanzializzati.
Quando assumiamo del cibo, assumiamo anche nel nostro corpo il potere della cucina. I pellegrini di Emmaus raccontarono che, mentre mangiavano, avevano sentito qualcosa ardere in loro. I loro occhi si aprirono e seppero. La visione e la conoscenza vengono mangiando. Il corpo risuscita mangiando. E la magia del fuoco: si allea al nostro potenziale d'amore dimenticato, troppo infossato in profondità per essere accessibile alle parole. Il cibo penetra in profondità in cui la nostra esuberanza erotica sussiste nel silenzio.
Mangiare è più di nutrirsi: ha qualcosa a che fare con il ricordo. "Mangiate e bevete in memoria di me...". Ma noi non abbiamo memoria di ciò che è sepolto nel tempo cronologico. Il passato è scomparso, cancellato. E un tempo che non esiste più. Il tempo della morte, impotente... Abbiamo memoria solo di ciò che è ancora presente, eppure dimenticato. Il ricordo è il risveglio di ciò che dormiva, la resurrezione di ciò che era stato sepolto. Feuerbach una volta ha detto che quando conosciamo un oggetto, noi conosciamo noi stessi. L'oggetto è la presenza sensibile di ciò che era vivo in noi come assenza. Il gusto del cibo è il nostro proprio gusto. Il piacere che proviamo mangiando è un piacere che giaceva addormentato nel profondo del nostro corpo. Quando mangiamo, il cibo dà un bacio al "Piacere-addormentato-nel-corpo", e noi torniamo nuovamente in vita...
Mangiare ci impartisce la lezione fondamentale d'amore.
Amare è mangiare.
Mangiare esiste solo nella dialettica dell'amore e del suo oscuro oggetto. E la prima lezione, quella che abbiamo imparato al seno di nostra madre. Il piacere è l'incontro dell'amore e del suo oggetto.
Amare è mangiare.
Amare è darsi da mangiare.
Ogni cibo è afrodisiaco.
Non c'è unione d'amore senza desiderio.
L'inesauribile varietà dei piaceri della tavola desta nel nostro corpo l'inesauribile varietà della fame. "Beati quelli che hanno fame". Solo loro hanno il potere dell'amore. È la magia compiuta dal cibo: erotizza il nostro corpo, accende il fuoco del desiderio, illumina i nostri sogni e ci fa sentire più affamati di prima. Ogni pasto è un "aperitivo". Il nostro desiderio non è mai soddisfatto. Se il nostro desiderio fosse soddisfatto non saremmo più degli amanti... Adesso capiamo la profonda saggezza di quelle lingue che parlano dell'amore in termini di cibo: si tratta davvero della stessa cosa. Prendere l'altro dentro di noi, apprezzare il gusto che ha, lasciar trasparire dagli occhi il piacere che proviamo. Lasciarci prendere dall'altro, offrire il proprio corpo come fosse pane e vino e godere della suprema benedizione di vedere noi stessi, riflessi come in uno specchio negli occhi dell'altro, come un oggetto di delizie. Narciso...
Il latino testimonia un'intuizione che sembra assente in molte lingue moderne: le parole che indicano "sapere" e "gustare" hanno la medesima radice: sapere. Qualcosa è rimasto nell'italiano: "sapere" e "sapore". Mangiare e conoscere hanno la stessa origine. Conoscere qualche cosa è gustarne il sapore, sentirne l'effetto sul corpo. Le cose non sono nulla in se stesse. Kant lo sapeva bene, anche se non si fidava abbastanza del corpo per arrivare fino alla cucina. La realtà non è ilcrudo, "la cosa in sé". La realtà è il risultato di una trasformazione mediante l'alchimia del fuoco, è il cibo che il mio corpo assume. La realtà è l'incontro tra la bocca e il cibo, tra il desiderio e il suo oggetto. Come suggerisce Martin Buber, non è qui e nemmeno là: è nella "relazione tra". Ma questa "relazione tra" non può essere nominata. Il piacere non può essere descritto. Non è un oggetto per il tipo di sapere che si trova nell'aula di scuola. E la fine dell'epistemologia. L'epistemologia è legata a un sapere che esiste solo nella sofferenza della separazione, quando gli oggetti sono eternamente separati, collegati solo dalla distanza della vista. Ma quando gli occhi sono chiusi, ciechi, quando la bocca gusta il cibo, ogni dubbio scompare. "Mangio dunque sono". "Gustate e vedete com'è buono il Signore" (Sal 34,9). Mettete in bocca il Signore (Dio deve essere mangiato!) e vedrete com'è delizioso il suo gusto. Un'altra violenza poetica: si vede con la bocca...
Non c'è bisogno di spiegazioni.
Le spiegazioni distrussero il piacere di mio suocero... Le spiegazioni distruggono il gusto di una battuta, la bellezza della musica, la gioia dell'amore.
"Cos'hai in mente di preciso?". Questa è la classica domanda che ci si può aspettare dai filosofi.
Non so cosa ho in mente... Ma il corpo mi dice con precisione che il cibo che ho in bocca è buono.
Il piacere non ha ragioni. Die Rose ist ohne warum. Sie blühet weil sie blühet. "La rosa è senza perché. Fiorisce perché fiorisce".
Il cibo dà un piacere magico, senza parole, senza spiegazioni, ex opere operato. I teologi medievali avevano capito che i sacramenti agiscono in questo modo, mediante il semplice potere della masticazione. Mangiamo, e il corpo resuscita. La gioia che giaceva là, sepolta nell'oblio della carne, si alza dalla tomba. Un fuoco arde all'interno, e il corpo ne è posseduto. Proprio come quando si beve: fino a un certo punto siamo noi che beviamo, passato il limite siamo "bevuti". Siamo trasfigurati nell'immagine del nostro cibo: siamo quello che mangiamo.
L'uomo morto: il crudo.
Trasformato, tuttavia, dal fuoco dell'immaginazione degli abitanti del villaggio.
Ed essi risorsero per aver partecipato al rituale antropofago...
Il corpo è una cucina.
Senza fuoco che vi arda dentro,
il fuoco della fame
desiderio,
anelito,
immaginazione,
non vi è speranza di resurrezione, giacché noi siamo ciò che mangiamo.

(Da: Parole da mangiare, Qiqajon 1998 - pp. 101-120)