Eternamente affamati

Rubem A. Alves


Devo raccontarvi una storia: Il pranzo di Babette. Scritta da Karen Blixen' ha ispirato uno splendido film di Gabriel Axel.
Un villaggio sperduto sulla costa danese, circondato da una gran solitudine e dal mistero del mare. Al centro della sua vita, la religione... Un austero pastore aveva insegnato agli abitanti la via al paradiso: si dovevano abbandonare tutti i piaceri mondani. Tacitamente questa lezione era scritta ovunque: nei loro occhi, nelle loro voci, nei loro sorrisi, nei loro abiti, nel loro cibo. Il pastore aveva due figlie. Erano belle. Molti uomini venivano da lontano solo per vederle. E molti se ne innamoravano... Ma invano. Una volta toccò a un giovane ufficiale. Ma il padre disse: "No! Ella è il mio braccio destro nelle pratiche religiose. Come potrei lasciarla andare?". Poi fu la volta di un cantante d'opera, giunto da Parigi per sposare la seconda figlia. Ma il padre disse: "No! Ella è il mio braccio sinistro nelle pratiche religiose. Come potrei lasciarla andare?".
Passarono molti anni. Il tempo operò i suoi cambiamenti. Il pastore morì. La gente invecchiò, anche le due sorelle. Ma il villaggio non mutò. Gli stessi occhi, le stesse voci, gli stessi abiti, gli stessi sorrisi, lo stesso cibo. No, qualcosa cambiò. S'inasprirono. Adesso, ovunque, c'era risentimento e invidia.
Pioveva quella notte. Il vento infuriava per la strada vuota. Un'ombra si muoveva nel buio. Una donna. Una straniera. Bussò alla porta della vecchia casa, dove vivevano le due sorelle. "Chi sarà mai, a quest'ora?", si chiesero. Aprirono la porta. La donna consegnò loro una lettera, proveniente dalla Francia. Era firmata dal cantante d'opera, il quale vi esponeva la seguente storia. C'era stata una rivoluzione, in cui il marito e il figlio di quella donna erano stati uccisi. Anche la vita di lei era in pericolo. Ella aveva bisogno di un posto ove nascondersi. A lui era venuto in mente quel villaggio e le loro case. Si rivolgeva loro perché le offrissero ospitalità. Era una brava cuoca...
"Ma siamo povere", dissero, "non possiamo pagarti". "Lavorerò gratuitamente", rispose Babette. Così si chiamava.
Fu così che Babette si fermò... Imparò a cucinare il genere di cibo che esse erano solite mangiare: pane, pesce, latte, in tutte le combinazioni possibili. Per quattordici anni svolse il suo lavoro fedelmente.
Ma non dimenticò il suo paese. Rimaneva un legame, un legame molto improbabile, quasi impercettibile: un amico, che ogni anno le comperava un biglietto della lotteria...
Venne il momento di festeggiare il centenario della nascita del pastore. La comunità pensò che ben si adattasse a quest'occasione un pasto frugale. Anche i pasticelesti sono frugali, d'altra parte, giacché vengono servite solo cose spirituali.
Fu così che un giorno, mentre Babette era intenta a sbrigare le sue faccende in cucina, arrivò la posta, tra cui una lettera per lei. Gliela portarono le due sorelle e stettero dinanzi a lei a fissarla. In pochi secondi Babette mostrò loro il contenuto della lettera recapitatale: un assegno. Aveva vinto alla lotteria. E d'un tratto le due sorelle capirono di aver perduto Babette. Sarebbero state di nuovo sole...
"Non vi ho mai chiesto nulla", disse Babette. "Questa sarà la mia prima richiesta: desidero preparare il pasto per il centenario di vostro padre alla maniera francese...".
E dal momento che non si può negare la prima e l'ultima richiesta di chi sta per partire, esse acconsentirono.
In tutti quegli anni di cibo celestiale Babette non aveva dimenticato i suoi sogni. E come se, in quei quattordici anni, Babette si fosse nutrita di un cibo che non si trovava nel villaggio: un cibo assente, i suoi sogni. Nel suo corpo ardeva un fuoco diverso. E adesso era giunto il momento: i suoi sogni si sarebbero avverati.
La materia prima sarebbe giunta da lontano.
Si mise in viaggio per raggiungere la città distante dove ordinare la merce.
Adesso poteva farlo: era avvenuto casualmente e le era stato concesso. Disponeva di denaro e aveva la possibilità di farlo... In passato era solita dire: "Le cose stan così..."; adesso poteva dire: "Voglio che siano così!". I suoi sogni stavano per realizzarsi.
L'intero villaggio rimase esterrefatto dinanzi alla processione di persone che affluivano portando con sé merci di paesi sconosciuti: confezioni di ogni genere,
uccelli in gabbia e persino una gigantesca tartaruga viva. E sapevano che non avrebbero mangiato il solito cibo...
Le sorelle erano spaventate. Questo pranzo avrebbe forse sovvertito tutto ciò in cui credevano fermamente? Quella notte una di loro ebbe un incubo: Babette era una strega e andava tramando un sabba di streghe, un'orgia demoniaca per la dannazione delle loro anime. Le sorelle adunarono la comunità per renderla partecipe dei loro timori. Si trovò una soluzione. Sarebbero andate al pranzo e avrebbero mangiato tutto. Senza però - giurarono solennemente - gustare nulla. Si sarebbero fatte beffe del diavolo...
Al fine giunse il gran giorno. La cucina non era mai stata così viva. Babette seguiva i fuochi gagliardi volteggiando come una strega, ben consapevole di ciò che stava facendo. Il suo volto era radioso.
Fu apparecchiata la tavola. Una tovaglia di lino bianco, un servizio d'importazione, candelabri d'argento, bicchieri di cristallo. Gli ospiti iniziarono ad affluire. Tra loro, inaspettatamente, l'ufficiale dell'esercito, l'antico spasimante, adesso generale: era venuto a far visita alla sua vecchia zia. Era l'unico a non sapere nulla del giuramento di non assaporare il cibo. E il banchetto ebbe inizio.
I vini furono seguiti da ogni genere di prelibatezza. Il generale manifestava il proprio compiacimento. In tutta risposta gli ospiti parlavano del sopraggiungere di una tempesta di neve o citavano detti del loro compianto capo spirituale. A un certo punto, la più sublime leccornia: le quaglie...
"Impossibile", disse il generale. "Questo piatto è la specialità esclusiva di un ristorante parigino. Ricordo... di esservi stato invitato... E quando questo piatto fu servito, il mio ospite, un generale francese, osservò: Più volte mi sono trovato a duellare per belle donne. Ma da quando mi sono imbattuto nella donna che inventò questo piatto, ho compreso di aver trovato la donna dei miei sogni. Ella conosce la magia di procurare piacere attraverso il cibo...'.
"E proprio lo stesso piatto. Me ne ricordo persino il nome: cailles au sarcophage...".
Via via che mangiavano, però, avvenne una metamorfosi. La magia del cibo prevalse su quanto si erano prefissati. E lentamente, silenziosamente, ex opere operato, questa operò una trasformazione alchemica nei loro corpi. I loro occhi, le loro voci, le loro parole, i loro gesti furono pervasi da gentilezza e gioia e la bellezza addormentata nel loro intimo si destò.
Ritornarono bambini. Nell'uscir di casa, si presero per mano formando un grande cerchio e si misero a cantar vecchie canzoni...
Le due sorelle non potevano credere al miracolo. Si precipitarono in cucina per dire a Babette quanto sarebbe mancata a tutti.
"Mancare?", rispose. "Ma non ho intenzione di andarmene...".
"Ma adesso sei ricca!", dissero le sorelle.
"No, disse Babette. Ho speso tutto in questa festa. Il denaro che ho speso, effettivamente, corrisponde al costo di un pasto per tredici ospiti nel ristorante dove lavoravo a Parigi...".
Povera Babette... Per quattordici anni non aveva fatto altro che cucinare, cibandosi di un pasticcio di pesce, farina e latte. Viveva con gli abitanti del villaggio e sembrava una di loro. C'era solo una differenza: non aveva dimenticato. "Ciò che la memoria custodisce è eterno". Nel suo silenzio serbava ricordi di gioie passate, sconosciute a tutti gli altri. E sarebbe stato inutile parlarne. Non avrebbero capito. Come Cenerentola, tra la cenere, i suoi sogni non erano condivisibili. E questo era il suo vero cibo: vecchie ricette, formule per dar piacere. Non si vive di solo pane, ma di parole che custodiscono il ricordo di una gioia perduta. Non anelava a nulla di nuovo o di diverso. Desiderava ardentemente solo il passato. E in effetti è impossibile che si desideri ardentemente qualcosa di nuovo. Com'è possibile che una persona aneli a qualcosa che non conosce? Perché una persona brami qualcosa, deve averne già fatto prima esperienza. E la bramosia verso qualcosa subentra, quando la si ha perduta. L'amore desidera ripetere e recuperare nel futuro un tempo passato. L'amore è una "recherche du temps perdu".
Babette si era nutrita per quattordici anni di sogni misti a desideri. Finché un giorno, per pura grazia, non accadde il miracolo...
Ma i nostri sogni sono troppo grandi. Una cucina è uno spazio troppo angusto per trasformare in cibo l'intero universo. Il nostro principale rammarico è di non poter mangiare tutto ciò che vediamo... La cucina e il piacere che essa procura è solo una metafora della trasformazione che avviene nel fuoco, la resurrezione cosmica dei morti, l'apocalisse: questo è il cibo che bramiamo. Babette riuscì ad andare in città e a ordinare le cose di cui aveva bisogno, anche se si trattava di farle venire da paesi stranieri. Ma noi, dove potremo indirizzare il nostro ordine?
Siamo ciò che mangiamo, è vero. Ma la verità non si esaurisce qui. Siamo anche il cibo che desideriamo e non possiamo mangiare. Siamo creature eternamente affamate. Per questo il cibo pasquale è misto ad erbe amare... E noi mischiamo il nostro cibo a parole: sacramenti. Ancora manca qualcosa. Ogni pasto non è altro che un "aperitivo".
E il nostro corpo, piccola cucina, si sazia di cibi che non sarà mai la cucina al di fuori di noi a confezionare: sogni... Il corpo è una cucina utopistica... I sogni sono questo: ciò che il corpo desidera ardentemente e tuttavia non riesce a mangiare. Il corpo diviene così uno spazio fantasmatico, ove si appronta al fuoco del desiderio un baccanale orgiastico.
Siamo ciò che mangiamo.
Mangiamo ciò che non esiste: sogni.
Siamo i sogni di cui ci nutriamo.
I sogni sono buoni da mangiare: cibo...
Siamo trasformati dal cibo che mangiamo.
Siamo trasformati dai nostri sogni.
Siamo trasformati da ciò che non esiste.
"Cosa saremmo senza l'aiuto di ciò che non esiste?". Un sogno non è un argomento valido.
Un sogno non è un'affermazione vera sulla realtà esterna.
Non è una spiegazione convincente.
Non è neppure una concatenazione di idee chiare e distinte.
Gli argomenti non hanno gusto,
le spiegazioni non hanno odore,
idee chiare e distinte non hanno colori...
I sogni non sono fatti d'idee. Sono fatti d'immagini.
Le immagini sono la presenza dell'oggetto del desiderio perduto, offerto ai nostri sensi. Ne invocano l'esuberanza erotica: colori, profumi, sapori e tocchi. E il corpo ama ciò che è assente e ne assapora escatologicamente le delizie.
Tutti gli amanti sanno cosa voglio dire.
La volpe sorrideva alla vista dei campi di grano... Nel mangiare il pane e bere il vino i discepoli si ricordarono di un volto...
L'amante piange o sorride nel vedere la fotografia della persona amata...

[...]

(Da: Parole da mangiare, Qiqajon 1998 - pp. 123-130)