San Pietro

Martire a Roma

A cura di Maria Rattà

San Pietro - Rubens

IL MARTIRIO DI PIETRO E DEI PROTOMARTIRI ROMANI

1. L’incendio a Roma

Non abbiamo una testimonianza precisa che descriva il martirio di Pietro. Tuttavia, una testimonianza letteraria dello storico Tacito, di origine non cristiana, ci descrive il rapporto fra pagani e cristiani, negli anni dell’imperatore Nerone, e la prima grande persecuzione contro i cristiani da lui scatenata. Il luogo esatto indicato da Tacito in cui avvenne il martirio di tanti cristiani, il circo neroniano che era a fianco del colle Vaticano su cui sorgerà la basilica, lascia ritenere che sa proprio in questa persecuzione che Pietro trovò la morte.
Nell’anno 64, nella notte tra il 18 ed il 19 luglio, si sviluppa il fuoco in alcune botteghe della zona del Circo Massimo. L’incendio si estende dapprima al Circo e poi, aiutato dal vento fortissimo, divampa per tutta la città e ne fa scempio per nove interi giorni. 

incendio Roma

Quando si placa, Roma ha cambiato volto e grande è la disperazione fra i superstiti. Nerone, che si trovava ad Anzio, rientra in città e si adopera per organizzare i soccorsi ed adottare provvedimenti che impediscano il ripetersi di una simile catastrofe. Nella sua mente prende corpo l’idea di una Roma nuova, degno centro dell’Impero, che sorgerà sulle rovine della vecchia. Questa sensazione non sfugge al popolo, presso cui comincia a serpeggiare la voce che l’incendio sia stato voluto da Nerone stesso per intraprendere il suo megalomane piano di ricostruzione. La Domus Aurea, residenza imperiale neroniana sul Colle Oppio, sarà costruita proprio requisendo terreni sui quali era divampato l’incendio. Solo i Flavi restituiranno alla popolazione romana l’uso pubblico di Colle Oppio e, dove Nerone aveva creato un lago artificiale per i propri giardini, costruiranno il Colosseo, sembra anche con i beni predati al Tempio di Gerusalemme. Nerone, per stornare da sé i sospetti e per placare il malumore, trova il capro espiatorio cui addossare le colpe: il gruppo dei cristiani.
È Tacito a narrare, negli Annali, la loro morte crudele:

«Tuttavia, né per umani sforzi, né per elargizioni del principe, né per cerimonie propiziatrici dei numi, perdeva credito l’infamante accusa per cui si credeva che l’incendio fosse stato comandato. Perciò, per tagliar corto alle pubbliche voci, Nerone inventò i colpevoli, e sottopose a raffinatissime pene quelli che il popolo chiamava cristiani e che venivano invisi per le loro nefandezze. Il loro nome veniva da Cristo, che sotto il regno di Tiberio era stato condotto al supplizio per ordine del procuratore Ponzio Pilato. Momentaneamente sopita, questa perniciosa superstizione proruppe di nuovo non solo in Giudea, luogo di origine di quel flagello, ma anche in Roma, dove tutto ciò che è vergognoso ed abominevole viene a confluire e trova la sua consacrazione. Per primi furono arrestati coloro che facevano aperta confessione di tale credenza, poi, su denuncia di questi, ne fu arrestata una gran moltitudine non tanto perché accusati di aver provocato l’incendio, ma perché si ritenevano accesi d’odio contro il genere umano. Quelli che andavano a morire erano anche esposti alle beffe: coperti di pelli ferine, morivano dilaniati dai cani, oppure erano crocifissi, o arsi vivi a mo’ di torce che servivano ad illuminare le tenebre quando il sole era tramontato. Nerone aveva offerto i suoi giardini per godere di tale spettacolo, mentre egli bandiva i giochi nel circo ed in veste di auriga si mescolava al popolo, o stava ritto sul cocchio. Perciò, per quanto quei supplizi fossero contro gente colpevole e che meritava tali originali tormenti, pure si generava verso di loro un senso di pietà, perché erano sacrificati non al comune vantaggio, ma alla crudeltà di un principe».

Teatro del cruento spettacolo è il Circo dell’imperatore, il Circus Gai et Neronis: è un circo piccolo, situato all’interno degli horti che Nerone possedeva nella zona del Vaticano, campi situati in una zona malsana, il cui ornamento principale era, per l’appunto, circo, destinato al divertimento dell’imperatore, e forse l’unico in Roma risparmiato dalla furia delle fiamme.

2. Il circo della morte

Il Circo era situato dove oggi sorgono l’Arco delle Campane, la Piazza di Santa Marta e le navate di sinistra della basilica. A metà della “spina”, cioè del muretto che divideva le due parti della pista, sorgeva l’obelisco portato da Caligola dall’Egitto, l’unico resto dell’antico circo che possiamo ancora vedere, come lo videro i primi martiri Romani. Nel 1586 infatti, l’obelisco sarà, spostato e trasferito dalla “spina” fino al centro dell’attuale piazza, con il colonnato del Bernini. Gli altri resti della costruzione neroniana sono seppelliti sotto gli attuali edifici.
Sul fianco nord del Circo correva il tracciato della via Cornelia, che partiva all’altezza di Castel Sant’Angelo e, proseguendo sull’allineamento di via della Conciliazione, saliva poi sul colle Vaticano. Lungo la via sull’altro lato rispetto al Circo, si trovavano qua e là dei sepolcri, alternandosi monumenti funebri ad umili fosse scavate nella terra: non era insolito nella Roma antica essere sepolti ai margini delle vie che sono fuori delle mura.
È qui probabilmente che nell’anno 64 Pietro muore insieme agli altri cristiani, e dove anche si compie la parola del Signore rivoltagli dopo le tre domande sull’amore, e il comando di pascere le pecorelle del Cristo:
«In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”. Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: “Seguimi”»(Gv 21, 18-19).
Fra le Tombe allineate lungo la via Cornelia qualcuno seppellì il corpo di Pietro in una umile tomba a terra.
Un antica tradizione vuole che Pietro sia stato crocifisso a testa in giù per sua stessa richiesta, al fine di dimostrare, anche nel morire, la propria indegnità rispetto al suo Signore. 

Martirio San Pietro

Nel calendario liturgico romano la memoria dei Protomartiri Romani, celebrata il 30 giugno, segue di un giorno la solennità dei santi Pietro e Paolo, che cade il 29 giugno. La Chiesa unisce così al martirio di Pietro e Paolo i martiri romani, uccisi in quell’anno da Nerone, nel suo Circo per la loro testimonianza di fede. Chiesa di Roma, unita, insieme ai suoi maestri, testimoniò fino al dono della vita la speranza riposta nel Signore.

PIETRO E ROMA

Per penetrare nel significato della testimonianza petrina a Roma, il Nuovo Testamento ci offre il vangelo di Marco e le due lettere di Pietro.
L’Evangelo di Marco riporta – secondo la tradizione – l’insegnamento di Pietro. Così Giovanni Paolo II si è espresso nella lettera che accompagnava il dono del vangelo di Marco a tutti i romani, nel corso della missione cittadina:
«Questo libro che ti è stato consegnato è l’Evangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio. Lo ha scritto San Marco, riportando l’insegnamento orale dell’apostolo Pietro, di cui era “interprete nella città di Roma e discepolo fedele”».
Il racconto marciano è tutto incentrato sulla risposta a quella domanda che, intensificandosi nella prima parte del vangelo, è la decisiva sull’identità di Gesù: Chi è Costui? Al centro del vangelo è lo stesso Gesù a porla ai suoi discepoli: Ma voi chi dite che io sia?
La risposta viene data da Pietro che confessa e testimonia: “Tu sei il Cristo” (Mc 8,29).
È la risposta della fede che, come subito dice il Signore, non viene né dalla carne né dal sangue, ma che il Padre stesso ha rivelato a Pietro (cfr. Mt 16, 17).
La rivelazione dell’identità di Gesù non si arresta qui. Nei versetti 8, 27-9, che sono il cuore del vangelo di Marco, Gesù rivela di essere “il Figlio dell’Uomo che doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare” (Mc 8, 31).
Nella Trasfigurazione, che segue sei giorni dopo la professione di Pietro, è Dio stesso che proclama Gesù: “Figlio mio prediletto” (Mc 9, 7).
È in queste tre verità cristologiche – Gesù è il Cristo, Gesù è il Figlio dell’Uomo, Gesù è il Figlio di Dio – il cuore del vangelo di Marco. Pietro le accoglie, ne è testimone, le proclamerà.
Tale annunzio sarà ripetuto da Gesù nel Getsemani e nel processo: “Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto? Gesù rispose: Io lo sono!” (Mc 14, 61 insieme a Mc 14, 36.41; 15, 2.32)
Lo stesso diverrà la confessione di fede del centurione, che possiamo definire il primo “romano” giunto alla fede, il quale appunto: “vistolo spirare in quel modo, disse: Veramente quest’uomo era Figlio di Dio” (Mc 15, 39).
Il titolo del vangelo di Marco – “Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio” (Mc 1,1) –ne è oltremodo la sintesi. È per la verità di questa fede e l’amore che l’accompagna che Pietro si lascerà condurre fino a Roma e fino all’estremo dell’amore, il donare la stessa vita. Da Gesù il Cristo, il Figlio dell’Uomo, il Figlio di Dio, Pietro riceve il dono e il ministero di essere la “pietra” su cui tutta la chiesa sarà edificata: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne, né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16, 17-19).

LE CHIAVI, SIMBOLO DI SAN PIETRO

L’iconografia ha scelto per raffigurare il primo degli Apostoli, a partire dalle parole del Signore appena citate, il simbolo delle chiavi. Un esegeta ha così condensato il senso delle chiavi che visualizza l’autorità di “legare” e “sciogliere”:
Le espressioni “legare e sciogliere” derivano dal linguaggio rabbinico, e significano che uno ha l’autorità di dichiarare giusta o falsa una dottrina. Un secondo significato riguarda l’autorità di escludere qualcuno dalla comunità… o di accoglierlo in essa. Chiavi San Pietro

A Pietro viene affidato il compito di unire e confermare tutti i credenti nell’unità della fede, nel simbolo di fede, nella verità della dottrina sulla persona di Gesù Cristo. A Pietro viene affidato anche di essere il segno dell’accoglienza e del perdono nella Chiesa dei fratelli. Ogni Giubileo sottolinea con il pellegrinaggio alla tomba di Pietro e alla viva cattedra del vescovo di Roma, da un lato l’unità della fede, e dall’altro la certezza del perdono che accoglie nuovamente nella comunità dei salvati. Le chiavi petrine spalancano sia la porta della verità che la porta del perdono.
La prima lettera di Pietro testimonia la proclamazione della verità di Gesù in Roma. La lettera infatti è scritta da quella città – Roma appunto – che, nel finale della lettera (1 Pt 5,13) è indicata con lo pseudonimo di Babilonia. Con tale nome, a partire almeno dall’anno 70, si simbolizza nella letteratura apocalittica la capitale dell’Impero romano che: ha distrutto il Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C., ha profanato il Luogo santo e già perseguita i cristiani.
Entrambe le lettere attribuite a Pietro rispecchiano la sua predicazione a Roma, anche se esse dovessero essere state scritte, dopo il suo martirio, da un discepolo (qualcuno ha fatto il nome di Silvano citato in 1 Pt 5, 12). Vale per questi scritti ciò che il documento sulla Divina Rivelazione Dei Verbum del Concilio Vaticano II afferma dell’origine dei Vangeli: «La chiesa sempre e in ogni luogo ha ritenuto e ritiene che i quattro vangeli sono di origine apostolica. Infatti, ciò che gli apostoli per mandato di Cristo predicarono, dopo, per ispirazione dello Spirito Divino essi stessi e gli uomini della loro cerchia tramandarono a noi in scritti, come fondamento della fede, cioè il vangelo quadriforme, secondo Matteo, Marco, Luca e Giovanni».

LE DUE LETTERE DI PIETRO

Le due lettere rispecchiano l’ambiente tipicamente romano anche nella loro attenzione alle conseguenze pratiche della fede cristiana, nell’espressione di una mentalità che esprime “una concretezza sorprendente, senza sogni, né illusioni”, come ha scritto il gesuita padre Vanni.

La prima Lettera

La prima lettera di Pietro, si dichiara rivolta alle Chiese dell’Asia minore, e indica retrospettivamente il cammino fatto dall’apostolo Pietro come evangelizzatore, prima di giungere a Roma.
L’autore ha costantemente presenti due poli. Da un lato il fatto che il cristiano che ha accolto la fede di Pietro e della Chiesa è già stato rigenerato ad una vita nuova, è già partecipe della resurrezione di Cristo, ha già un’eredità conservata nei cieli. È per questo che, come si esprime la lettera: “Siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere afflitti da un po’ di prove...perciò esultate di gioia indicibile, mentre conseguite la meta della vostra fede, ossia la salvezza delle anime” (1 Pt 1, 6-9).
Dall’altro lato il fatto che è sempre presente il rischio di tornare al paganesimo, da poco abbandonato, nella consapevolezza dell’ostilità dei non cristiani. L’autore prevede un aggravarsi della persecuzione: “Carissimi, non siate sorpresi per l’incendio di persecuzione che si è acceso in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano” (1 Pt 4, 12).
Pietro è ben cosciente che l’ostilità verso il cristianesimo non è un fatto accidentale ma, secondo la parola del Signore Gesù, accompagnerà il cammino della fede dei discepoli che vivono la sequela di Cristo, Figlio dell’Uomo rigettato e crocifisso. Questo essere presi e consegnati a re e governatori, a causa del nome del Figlio dell’Uomo, darà occasione di rendere testimonianza (cfr. Lc 21,13).
Tutto è posto dalla lettera in quest’ottica di testimonianza, la stessa sofferenza derivante dalla persecuzione, come ogni situazione di vita (la famiglia, gli schiavi, il rapporto con le pubbliche autorità, l’obbedienza nella comunità). I cristiani, nel loro insieme, formano un “sacerdozio santo” che offre sacrifici spirituali, cioè la propria vita a Dio diventando così “il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di Lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce” (1 Pt 2, 9-10).
I cristiani debbono essere “sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1Pt 3,15),
invitati, da un lato, a distinguersi dagli altri nella novità della condotta di vita, dall’altro, a mostrare come la vita cristiana non sia il rifiuto dell’umana convivenza, al contrario di quanto insinuino gli oppositori del cristianesimo.

La seconda Lettera

La seconda lettera di Pietro è indirizzata, a differenza della prima, a tutti i cristiani, “a coloro che hanno ricevuto in sorte con noi la stessa preziosa fede” (2 Pt 1, 1), segno che l’esperienza di fede petrina ha valore paradigmatico per le altre chiese.
Incontriamo di nuovo l’annuncio che giustifica l’invito giubilare ad accostarsi alla porta aperta dalle chiavi della misericordia di Dio.
La Chiesa di Roma si confronta, nella lettera, con tre ordini di problemi: con il rischio di interpretare la figura di Cristo in chiave mitica; con l’esigenza legittima di una conoscenza colta e intellettuale del cristianesimo, seppur potendo decadere in interpretazioni soggettive; infine con la delusione di alcuni per il rinvio della seconda venuta di Cristo, attesa come imminente ma sempre rimandata.
Forte è il richiamo a leggere le Scritture nello Spirito Santo e nella tradizione della Chiesa: «nessuna scrittura profetica va soggetta a privata interpretazione, poiché non da volontà umana fu recata mai una profezia, ma mossi dallo Spirito Santo parlarono quegli uomini da parte di Dio» (2 Pt 1, 20).
Nel secondo capitolo la lettera affronta i falsi dottori che soggettivizzano il cristianesimo, che “stimano felicità il piacere d’un giorno” (2Pt 2,13) e tornano alla schiavitù da cui Cristo li ha liberati come una scrofa lavata che è tornata ad avvoltolarsi nel brago (cfr. 2 Pt 2, 22).
Nel terzo capitolo, infine, la lettera aiuta a leggere l’attesa del ritorno di Cristo come manifestazione della pazienza usata da Dio “verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (2 Pt 3,9).
Da qui deriva l’opposizione contro coloro che a discredito del cristianesimo dicono: “Dov’è la promessa della Sua venuta? Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi tutto rimane come al principio della creazione” (2 Pt 3 ,4).
La verità della fede di Pietro diviene, per la Chiesa di Roma e per tutti i cristiani, il motivo della fiducia nella pazienza di Dio e nella sua misericordia.
La tradizione successiva, illuminata dallo Spirito Santo, porterà ad approfondire sempre più e meglio il mistero della comunione con la Chiesa di Roma ed il suo vescovo. Citiamo solo il passo di Ireneo, vescovo di Lione in Gallia nella seconda metà del II secolo, che scrisse nel suo Contro le eresie:

«Dunque la Tradizione degli apostoli, manifestata in tutto quanto il mondo, possono vederla in ogni Chiesa tutti coloro che vogliono vedere la Verità e noi possiamo enumerare i vescovi stabiliti dagli apostoli nelle Chiese e i loro successori fino a noi...Ma poiché sarebbe troppo lungo in quest’opera enumerare le successioni di tutte le Chiese, prenderemo la Chiesa grandissima e antichissima e a tutti nota, la Chiesa fondata e stabilita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo. Mostrando la Tradizione ricevuta dagli Apostoli e la fede annunciata agli uomini che giunge fino a noi attraverso le successioni dei vescovi confondiamo tutti coloro che, in qualunque modo, o per infatuazione, o per vanagloria o per cecità o per errore di pensiero, si riuniscono oltre ciò che è giusto. Infatti con questa Chiesa, in ragione della sua origine più eccellente, deve necessariamente essere d’accordo ogni Chiesa, cioè i fedeli che vengono da ogni parte – essa nella quale per tutti gli uomini sempre è stata conservata la Tradizione che viene dagli Apostoli».


FONTI

Andrea Lonardo, La Basilica di San Pietro, in http://www.gliscritti.it/tematiche/autore/alonardo.htm

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