Lo Spirito e noi

Tom Wright

 

IL SOFFIO VITALE DI DIO

Ho appena aperto la finestra su una splendida giornata di primavera. Una fresca brezza si diffonde nel giardino. In lontananza si ode il crepitio del fuoco di un contadino che si libera dei rifiuti invernali. In un sentiero lungo il fiume, un'allodola vola al suo nido. Tutto intorno è il senso del creato che spazza via il freddo dell'inverno e si prepara a un'esplosione di nuova vita.
I primi cristiani utilizzavano questo tipo di immagini (non le ho inventate io), per descrivere una cosa piuttosto strana, ma allo stesso tempo molto reale nelle loro vite, quale la vita di Gesù. Essi parlavano di un vento potente che attraversava la casa e che entrava in loro, di lingue di fuoco che posandosi su di loro li trasformavano. Dall'antica storia della creazione ripresero l'immagine di un uccello che sovrastava le acque del caos per portare ordine e far nascere la vita.
In quale altro modo si può spiegare l'inspiegabile, se non con una serie di immagini del mondo che già conosciamo?
C'era sicuramente qualcosa da spiegare. I seguaci di Gesù erano chiaramente disorientati dalla risurrezione e anche da tutto ciò che Gesù aveva detto loro. Non sapevano esattamente che cosa avrebbero dovuto fare a quel punto e che cosa avrebbe fatto Dio. A un certo punto tornarono a pescare. Poi, quando videro Gesù per l'ultima volta prima che scomparisse da loro, continuarono a chiedergli se questi strani avvenimenti significassero che il vecchio sogno di Israele si stava avverando. Era arrivato il momento, essi chiedevano, in cui Israele avrebbe ricevuto il suo regno, sarebbe stato libero come i discepoli e i loro contemporanei avevano sempre sperato?
Come spesso accadeva, Gesù non rispondeva in maniera diretta alle loro domande. Molte delle domande fatte a Dio non possono ricevere una risposta diretta, non perché Dio non sia in grado di fornirne una, ma perché le nostre domande non hanno senso. Come ha osservato una volta C.S. Lewis, molte delle nostre domande dal punto di vista di Dio equivalgono a chiedere se il colore giallo è quadrato o rotondo oppure quante ore ci sono in un chilometro. Gesù declina gentilmente la domanda. Egli afferma: «Non spetta a voi di sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riservato alla propria autorità. Ma riceverete potenza quando lo Spirito santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all'estremità della terra» (At. 1,7-8).
Lo Spirito santo e il compito della chiesa vanno di pari passo, non se ne può discutere separatamente. Nonostante ciò che si potrebbe pensare dagli entusiasmi sulle nuove esperienze spirituali nell'ultima generazione, Dio non dona all'essere umano lo Spirito santo per lasciargli godere dell'equivalente spirituale di un giorno a Disneyland. Senza dubbio, se ci si sente abbattuti e tristi (ma anche se non lo si è), la fresca brezza dello Spirito di Dio può donare una nuova prospettiva su tutto e, soprattutto, far percepire la presenza, l'amore, il conforto e anche la gioia di Dio, e spesso accade realmente.
Il compito principale dello Spirito santo consiste però nel permettere ai seguaci di Gesù di diffondere in tutto il mondo la notizia che egli è il Signore, che ha sconfitto le forze del male, che si è aperto un nuovo mondo, e noi dobbiamo impegnarci per questo.
Allo stesso modo, il compito della chiesa è nullo senza lo Spirito. Talvolta ho udito i cristiani parlare come se Dio, dopo aver compiuto quello che ha fatto in Gesù, desideri che facciamo la nostra parte portando avanti il tutto con le nostre forze. Ma si tratta di un tragico fraintendimento, poiché conduce all'arroganza o al logoramento o a entrambi. Senza lo Spirito di Dio, niente di quello che facciamo vale per il regno di Dio. Senza lo Spirito di Dio, la chiesa semplicemente non può essere chiesa.
Uso la parola «chiesa» con un po' di tristezza. Sono consapevole che per molti miei lettori la parola «chiesa» ricorda edifici grandi e oscuri, discorsi religiosi in pompa magna, falsa solennità e assoluta ipocrisia. Tuttavia, l'alternativa non è semplice. Anche io sento il peso di questa immagine negativa e lotto contro di essa nel mio lavoro.
Ma c'è un'altra prospettiva in tutto questo, che mostra i segni del vento e del fuoco, dell'uccello che sorvola le acque e porta nuova vita. Per molti, «chiesa» significa proprio l'opposto di quell'immagine negativa. È un luogo di accoglienza e di gioia, di guarigione e di speranza, di amicizia e famiglia, di giustizia e nuova vita. E il luogo in cui i senzatetto entrano per un piatto di minestra e gli anziani per qualcuno con cui scambiare qualche parola. È il luogo in cui un gruppo lavora per aiutare i tossicodipendenti e un altro a condurre una campagna in favore della giustizia globale. È il luogo in cui si trova gente che impara a pregare, che scopre la fede, che lotta contro le tentazioni, che trova nuovi obiettivi e una nuova forza per realizzarli. È il luogo in cui le persone entrano con una fede tiepida e scoprono che quando ci si trova insieme agli altri per adorare il vero Dio, l'intero diventa più grande della somma delle sue parti. Nessuna chiesa è così in ogni momento, ma un considerevole numero di chiese lo è parzialmente per la gran parte del tempo.
Né si deve dimenticare che è stata la chiesa in Sudafrica a lavorare, pregare, soffrire e lottare così tanto che, quando si verificarono grandi cambiamenti e giunse in quella terra una nuova libertà dopo la caduta dell'apartheid, ciò avvenne senza quello spargimento di sangue che tutti si aspettavano. Ancora, è stata la chiesa a restare in vita nel cuore dell'Europa dell'Est durante il regime comunista e che alla fine, con processioni di candele e croci, ha reso evidente che la misura era colma. È la chiesa che, nonostante tutte le sue debolezze e imperfezioni, è presente quando serve negli ospedali, nelle scuole, nelle carceri e in molti altri luoghi. Vorrei riabilitare la parola «chiesa» piuttosto che girare intorno alla questione con frasi arzigogolate come «la famiglia del popolo di Dio», «tutti coloro che credono in Gesù», o «il gruppo di coloro che, nella potenza dello Spirito, stanno per far nascere la nuova creazione di Dio». Ma ho cercato di chiarire ciò che intendo con questa.
Il vento, il fuoco e l'uccello che sovrasta le acque sono dati per consentire alla chiesa di essere la chiesa: in altre parole, per consentire al popolo di Dio di essere il popolo di Dio. Tutto questo ha una conseguenza sorprendente e drammatica. Lo Spirito ci è donato per far sì che noi comuni mortali possiamo diventare, in parte, ciò che è stato Gesù stesso: parte dell'arrivo del futuro di Dio nel presente; un luogo in cui cielo e terra si incontrano; lo strumento attraverso il quale il regno di Dio progredisce. Lo Spirito è donato, in realtà, affinché la chiesa possa condividere la vita e l'opera continuativa di Gesù stesso, ora che è entrato nella dimensione di Dio, cioè il cielo. L'Ascensione è proprio questo: il trasferimento di Gesù nella sfera di Dio, in previsione del giorno in cui cielo e terra si uniranno, e sarà ancora una volta presente nella nuova unione di cielo e terra.
Ognuno di questi punti va analizzato in maniera più dettagliata.

Lo Spirito santo è donato per intraprendere l'opera di rendere reale nel presente il futuro di Dio. Si tratta del primo e forse più importante punto da afferrare riguardo all'opera di questo insolito potere personale per il quale vengono utilizzate così tante immagini. Proprio come la risurrezione di Gesù ha dischiuso l'inaspettato mondo della nuova creazione di Dio, così lo Spirito giunge a noi da quel mondo nuovo, il mondo che attende di nascere, in cui, secondo gli antichi profeti, fioriranno la pace e la giustizia e il lupo e l'agnello riposeranno l'uno accanto all'altro. Uno degli elementi chiave della vita di un cristiano è imparare a vivere con la vita e secondo le regole del futuro mondo di Dio, anche se continuiamo a vivere in quello attuale (che Paolo definisce «il presente secolo malvagio» [Gal. 1,4], e Gesù «questa generazione adultera e peccatrice» [Mc. 8,38]).
È questo il motivo per il quale Paolo, primo scrittore cristiano, parla dello Spirito come del pegno o dell'anticipo di ciò che sarà. La parola greca da lui utilizzata è arrabōn, che in greco moderno significa «anello di fidanzamento», un segnale nel presente di ciò che sta per arrivare nel futuro.
Paolo parla dello Spirito come pegno dell'«eredità» (Ef. 1,14). Non utilizza semplicemente un'immagine ripresa dal comune compromesso umano per cui, quando una persona muore, qualcun altro eredita la sua ricchezza; «eredità» di cui si potrebbe ricevere qualcosa anticipatamente, una prima attuazione. Né parla semplicemente di «andare in cielo» come se la beatitudine celestiale fosse la piena «eredità» che Dio aveva in mente per noi. No. Ricorre a un tema biblico principale e lo sviluppa in una nuova direzione, in modo del tutto straordinario. Tutto ciò fa capire perché lo Spirito è donato prima di ogni altra cosa e chi è veramente.
Il tema biblico che Paolo riprende accennando a un'«eredità» in arrivo, per cui lo Spirito è donato come un anticipo, è una nostra vecchia conoscenza: la storia dell'Esodo, che narra la fuga di Israele dall'Egitto e il suo viaggio verso la terra promessa. Canaan, la terra che ora chiamiamo Terra santa, era l'eredità promessa, il luogo in cui gli ebrei avrebbero vissuto come popolo di Dio. È qui che, se fossero stati fedeli al patto, Dio avrebbe vissuto con loro e loro con Dio. Dio andò con loro lungo la strada, come anticipo di quella promessa e come strumento di guida per raggiungere il compimento di quella, un'insolita Presenza santa che guidava e dirigeva il loro vagabondare e si affliggeva per le loro ribellioni.
Così, quando Paolo parla dello Spirito come «pegno della nostra eredità», evoca, come aveva fatto Gesù in precedenza, l'intera tradizione dell'Esodo, la storia che iniziò con una Pasqua e terminò con la Terra promessa. In effetti egli afferma: «Voi siete il popolo del vero Esodo. Ora siete sulla strada che vi condurrà alla vostra eredità». Ma quell'«eredità» non è un paradiso incorporeo, né si tratta semplicemente di un piccolo paese tra gli altri. Il mondo intero è ora la terra santa di Dio.
In questo momento il mondo appare sia come luogo di sofferenza e dolore, sia come luogo di potere e di bellezza. Ma Dio lo sta rigenerando. Ecco che cosa rappresentavano la morte e la risurrezione di Gesù. E noi tutti siamo chiamati a essere parte di quella rigenerazione. Un giorno tutto il creato sarà liberato dalla schiavitù, dalla corruzione, dal decadimento, dalla morte che sfigurano la sua bellezza, distruggono le sue relazioni, allontanano la percezione della presenza di Dio e lo rendono un luogo di ingiustizia, violenza e brutalità. Ecco il messaggio di soccorso, di «salvezza», nel cuore di uno dei migliori passi mai scritti da Paolo, il capitolo 8 dell'Epistola ai Romani.
Che cosa significa affermare che questo futuro sta cominciando ad arrivare nel presente? Ciò che Paolo intende è che coloro che.seguono Gesù, coloro che si trovano a credere che lui sia il vero Signore del mondo, risorto dalla morte, hanno ricevuto in dono lo Spirito come un'anticipazione di come sarà il nuovo mondo. Coloro che sono «in Cristo» (uno dei modi preferiti di Paolo per descrivere coloro che appartengono a Gesù), ciò che hanno e ciò che sono è una nuova creazione (II Cor. 5,17). La loro essenza umana, la loro personalità, il loro corpo vengono rigenerati, in modo che, invece di essere semplicemente parte del vecchio creato, luogo di dolore e ingiustizia e fondamentalmente l'infamia della morte stessa, essi possono, allo stesso tempo, far parte anticipatamente del nuovo creato ed essere strumento tramite il quale la nuova creazione comincia ad accadere qui e adesso.
Che cosa ci dice tutto questo dello Spirito santo? Che lo Spirito gioca lo stesso ruolo nel pellegrinaggio dalla Pasqua alla Terra promessa, in altre parole, dalla risurrezione di Gesù al momento finale in cui tutto il creato sarà rinnovato, che aveva nell'antica storia attraverso la colonna della nube e del fuoco. Lo Spirito è la strana presenza personale del Dio vivente, che conduce, guida, mette in guardia, rimprovera, si addolora per i nostri fallimenti e gioisce per i nostri piccoli passi verso la vera eredità.
Ma se lo Spirito è la presenza personale di Dio stesso, che cosa significa per noi in quanto cristiani? Lasciamo che Paolo ci dia ancora una volta la risposta. Voi, dice, siete il tempio del Dio vivente.

Se lo Spirito è colui che porta il futuro di Dio nel presente, è anche colui che unisce cielo e terra. Siamo ritornati alla terza opzione che vogliamo riprendere un momento.
Ricorderete che la prima opzione considera cielo e terra come fondamentalmente contigui. E un modo per dire che c'è una potenza, una forza o una presenza divine all'interno di tutto ciò che esiste, inclusi noi stessi. Questo è panteismo. È un modo per riconoscere che nulla di quanto conosciamo nel mondo è esente dal soffio divino, ma afferma dunque che questo è tutto ciò che c'è, che la divinità è semplicemente la somma totale di questo aroma divino che troviamo nella terra, nei fiumi, negli animali, nelle stelle e in noi stessi. Il panenteismo ammette che Dio è più di tutto questo, ma anche che tutto il creato è permeato della presenza di Dio.
All'interno di un tale schema sembra semplice parlare dello Spirito di Dio che opera dentro di noi. Ovviamente, il panteista pensa: se ciò che possiamo chiamare «Dio» è in ogni cosa, parlare dello Spirito di Dio è soltanto un altro modo di dire la stessa cosa. Sembra giusto e, nel mondo moderno, «democratico». Non amiamo pensare che quel Dio sarebbe più presente in un popolo o in un luogo piuttosto che in altri; offende le nostre sensibilità da post-illuministi occidentali.
Ricordo bene la prima panteista in cui mi sono imbattuto, una ragazza incontrata facendo l'autostop nella British Columbia durante l'estate del 1968. «È ovvio che Dio è divino», affermò (non riesco a ricordare come era iniziata la conversazione, ma doveva aver scoperto che ero credente). «Ma anche io. Anche tu. Anche il mio coniglio».
Personalmente non ho nulla contro i conigli (tranne per il fatto che i loro proprietari, a casa mia, lasciavano a me il compito di pulire le loro gabbie). Ma – e questo è il motivo per cui la conversazione mi è rimasta impressa – dire che lo Spirito di Dio si trova in e con un coniglio nello stesso senso in cui lo Spirito di Dio era in Gesù e con Gesù, mi aveva colpito e mi colpisce ancora, come piuttosto assurdo. Questo è il problema del panteismo. Ti lascia dove ti trovi. Hai già tutto ciò che c'è. Non soltanto non c'è soluzione al male, ma nonesiste nessun futuro oltre a ciò che siamo ora. Se la prima opzione è vera, Gesù era quindi un fanatico illuso.
La seconda opzione, a prima vista, potrebbe rappresentare una prospettiva migliore per comprendere l'idea del fresco, impetuoso e potente soffio di Dio. Abbiamo visto che sostiene che la sfera divina è un luogo del tutto differente dal nostro. Quanto è meraviglioso, eccitante e drammatico al tempo stesso, pensare a un potere che arriva dal lontano mondo di Dio al nostro, a noi, a me! È qui che il linguaggio circa il «naturale» e il «soprannaturale» ha giocato un ruolo fondamentale per molte persone nel nostro mondo. Esse ritenevano che ogni cosa nella nostra sfera fosse «naturale», e potesse essere spiegata secondo le leggi della natura, la fisica, la storia e così via, e che ogni cosa nella sfera divina fosse «soprannaturale», del tutto Altro, completamente diversa dalla nostra comune esperienza. So che le parole «naturale» e «soprannaturale» hanno una storia più lunga e più interessante di ciò, ma sto parlando del modo in cui di solito le parole vengono usate al giorno d'oggi. Ecco perché coloro il cui punto di vista si avvicina alla seconda opzione hanno cercato una prova della presenza e dell'opera dello Spirito santo non in una quieta crescita della saggezza morale, in una salda vita di servizio, ma in eventi «soprannaturali» spettacolari come le guarigioni, il parlare varie lingue, meravigliose conversioni e così via.
Si noti che non sto affermando che eventi quali le guarigioni o il parlare in varie lingue non si verifichino o non siano importanti, al contrario. Non sto dicendo che Dio a volte non cambia l'essere umano con meravigliosi e drammatici imprevisti, al contrario. Ciò che affermo è che la seconda opzione fornisce la struttura sbagliata per capire quello che sta succedendo. In particolare, perché esclude il fatto che si avverta la presenza e la potenza di Dio, già presenti nel mondo «naturale».
Nessuna delle prime due opzioni offre la cornice per comprendere ciò che afferma il Nuovo Testamento sullo Spirito. Perciò è necessaria la terza opzione. In qualche modo, la dimensione di Dio e la nostra dimensione, cielo e terra, si sovrappongono e si connettono. Tutte le domande a cui vogliamo dare risposta (come ciò accade, a chi, quando, dove e perché, in quali condizioni), tutto questo resta in parte misterioso e lo resterà fino a quando la creazione verrà rinnovata e le due sfere, le due dimensioni saranno unite in una sola, come sono destinate a essere (e come pregano i cristiani ogni giorno affinché lo diventino). Ma il motivo per cui si parla dello Spirito santo all'interno della terza opzione dovrebbe oramai essere chiaro. Se ciò non fosse, Paolo ce lo ricorderebbe fino alla noia: coloro nei quali lo Spirito vive sono il nuovo tempio di Dio. Essi sono, individualmente e collettivamente, luoghi in cui cielo e terra si incontrano.
Gran parte della prossima sezione di questo volume sarà dedicata all'analisi e alla spiegazione di cosa significhi tutto ciò nella pratica. Tuttavia, possiamo anticipare qualcosa.
Prima di tutto vi è un'ovvia obiezione: «Non mi sembra possibile». Molti di noi, pensando perfino a quei cristiani che prendiamo come esempio, hanno difficoltà a immaginare che queste persone siano realmente un tempio che cammina, un luogo in cui cielo e terra si incontrano. Molti incontrano anche maggiori difficoltà nel pensare a loro stessi in questo modo. Certamente troviamo difficoltà, se guardiamo alla storia della chiesa con tutte le assurdità che l'hanno deturpata, a considerare la chiesa unicamente sotto questo aspetto.
Anche la contro-obiezione è però ovvia per chiunque conosca gli scritti di Paolo. Egli poteva vedere i fallimenti della chiesa e dei cristiani, esattamente come noi. Ed è in una delle lettere in cui questi fallimenti risultano evidenti in modo imbarazzante (I Cor.), in cui fa quest'affermazione. «Non sapete», dice alla chiesa intera, «che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?» (I Cor. 3,16). Ecco perché è così importante l'unità della chiesa. «Il vostro corpo», aggiunge, «è il tempio dello Spirito santo che è voi» (I Cor. 6,19). Ecco perché la santità corporea, non unicamente la santità sessuale, è così importante. Unità e santità sono stati due problemi enormi per la chiesa nell'ultima generazione. Abbiamo bisogno forse di riprendere il corroborante insegnamento di Paolo sullo Spirito santo?

 

VIVERE SECONDO LO SPIRITO

Non appena riusciamo a scorgere questa visione dello Spirito santo che giunge a dimora entro gli esseri umani, rendendoli templi di Dio vivente (cosa che dovrebbe farci rabbrividire), riusciamo a comprendere come lo Spirito operi anche in altri modi diversi.
Innanzitutto, basandosi sulla sorprendente chiamata alla santità appena indicata, gli scritti dei primi cristiani rendono chiaro il concetto che i seguaci di Gesù sono chiamati a compiere la Legge, vale a dire la Torah, la legge ebraica. Lo affermano sia Paolo sia Giacomo e anche Gesù stesso. Esistono vari aspetti per cui i cristiani non rispettano e non sono tenuti al rispetto della Legge ebraica. L'Epistola agli Ebrei insiste sul fatto che con la morte di Gesù il sistema sacrificale abbia avuto fine e con esso la ragione stessa di esistere del Tempio. Paolo insiste sul fatto che, nel momento in cui gli adulti e i giovani pagani si avvicinano al vangelo di Gesù e ricevono il battesimo, non devono essere circoncisi. Gesù stesso dice con fermezza che le leggi sull'alimentazione che distinguevano gli ebrei dai pagani devono essere accantonate in favore di un tipo diverso di distinzione, di santità. I primi cristiani seguaci di Gesù erano abbastanza chiari sul fatto che il giorno di riposo ebraico, anche se era uno dei Dieci comandamenti, non era più obbligatorio.
Nonostante tutto, essi continuavano a parlare, in particolare nei passi in cui si accennava allo Spirito, dell'obbligo di compiere la Legge. Se si è guidati e stimolati dallo Spirito, sostiene Paolo, non si compiranno più le azioni vietate dalla Legge, per esempio l'omicidio, l'adulterio e così via. «Ciò che brama la carne è inimicizia contro Dio», scrive Paolo, «perché non è sottomesso alla legge di Dio e neppure può esserlo; e quelli che sono nella carne non possono piacere a Dio». Tuttavia, continua immediatamente: «Voi però non siete nella carne ma nello Spirito, se lo Spirito di Dio abita veramente in voi» (si noti ancora una volta il linguaggio del tempio). Lo Spirito porterà vita e risurrezione a tutti coloro in cui egli dimora; e questo deve essere anticipato (si noti ancora il linguaggio del futuro nel presente) nella santità della vita qui e adesso (cfr. Rom. 8,7-17).
Più avanti, nella stessa epistola, Paolo spiega: «L'amore non fa nessun male al prossimo; l'amore quindi è l'adempimento della legge» (Rom. 13,10). Ancora una volta il discorso non consiste nell'affermare che la Legge sia una comoda guida morale, antica e venerabile, ma che la Torah, come il Tempio, è uno dei luoghi in cui cielo e terra si incontrano, in modo che, proprio come hanno suggerito alcuni insegnanti ebrei, coloro che studiano e che seguono la Torah, sono pari a coloro che adorano nel Tempio. E i primi cristiani si incoraggiano l'un l'altro a vivere come punti di intersezione, di sovrapposizione, tra cielo e terra. Ancora una volta, tutto questo suona terribilmente difficile, per non dire del tutto impossibile. Eppure non possiamo sfuggire. Fortunatamente, come vedremo, il cristianesimo in realtà consiste nello scoprire il modo in cui portare avanti questo tipo di vita e persino crescere in essa.
Il compimento della Torah secondo lo Spirito è uno dei temi principali alla base della spettacolare descrizione, in Atti 2, del giorno stesso della Pentecoste. Fino a oggi, la Pentecoste viene osservata dagli ebrei come la festa della donazione della Torah. Prima di tutto viene la Pasqua, il giorno in cui gli ebrei si lasciano alle spalle la schiavitù egiziana. Attraversano il deserto e dopo cinquanta giorni arrivano al Monte Sinai. Mosè sale sul monte e ne discende con la Legge, le tavole dell'alleanza, il dono di Dio al suo popolo, in cui è indicato il modo di vivere mediante il quale potranno dimostrare di essere davvero il suo popolo.
Questa è l'immagine da tenere a mente mentre si legge Atti 2. La Pasqua precedente, Gesù è morto e risuscitato, aprendo una strada per uscire dalla schiavitù, una via per il perdono e un nuovo inizio per il mondo intero, in particolare per coloro che credono in lui. Ora, dopo cinquanta giorni, Gesù è stato accolto in «cielo», nella dimensione della realtà di Dio; ma, come Mosè, ne discende ancora per sancire il patto rinnovato e stabilire quel modo di vita, scritto non su una pietra, ma nell'animo umano, tramite cui i seguaci di Gesù possono dimostrare con gratitudine di essere il suo popolo. È questa la teologia per mezzo della quale un fenomeno straordinario come la Pentecoste, come lo racconta Luca – il vento, il fuoco, le lingue e l'improvvisa, potente proclamazione di Gesù davanti alla folla stupita – riceve il suo significato più profondo. Coloro nei quali dimora lo Spirito diventano persone che vivono all'intersezione tra il cielo e la terra.
Non sono soltanto il Tempio e la Torah a essere riempiti dallo Spirito. Bisogna ricordare gli altri due modi in cui, nel linguaggio dell' antico giudaismo, Dio era all'opera nel mondo. Si parlava di Tempio, Torah, Spirito, ma anche della Parola di Dio e della Sapienza di Dio.

Nella chiesa delle origini Parola e Sapienza erano temi fissi.
Quando i primi discepoli furono mandati da Gesù nel mondo per annunciare che lui era il Messia di Israele e pertanto il vero Signore del mondo, erano consapevoli del fatto che il loro messaggio avrebbe avuto poco o nessun senso per la maggior parte di coloro che l'avrebbero sentito. Era un affronto per il popolo ebraico raccontare che il Messia di Israele era giunto e che i romani lo avevano crocifisso, non da ultimo perché i capi ebrei non avevano voluto accettalo. Era un'assoluta follia, qualcosa che suscitava derisione o peggio, dire ai non ebrei che c'era un unico vero Dio che chiamava il mondo intero a rendere conto attraverso un uomo che lui stesso aveva mandato e risuscitato dalla morte. Eppure, essi scoprivano che il racconto di questa storia portava con sé un potere che veniva associato allo Spirito, ma a cui spesso si riferivano semplicemente come alla Parola: «Furono riempiti dello Spirito santo, e annunciavano la Parola di Dio con franchezza»; «La Parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli si moltiplicava»; «Intanto la Parola di Dio progrediva e si diffondeva sempre di più»; «Così la Parola di Dio cresceva e si affermava potentemente» (At. 4,31; 6,7; 12,24; 19,20).
Anche Paolo parla in modo simile. «Quando riceveste da noi la parola della predicazione di Dio», scrive, «voi l'accettaste non come parola di uomini, ma, quale essa è veramente, come parola di Dio, la quale opera efficacemente in voi che credete». Questa è «la predicazione della verità dell'evangelo. Esso è in mezzo a voi, e nel mondo intero, porta frutto e cresce» (Col. 1,5-6; I Tess. 2,13). Quest'ultimo testo indica che la Parola è al tempo stesso vecchia e nuova: «porta frutto e cresce» è una diretta allusione al linguaggio della prima creazione, di Genesi 1. «I cieli furono fatti dalla parola di YHWH», cantavano i salmisti, «e tutto il loro esercito dal soffio della sua bocca» (Sal. 33,6). Sì, replicano i primi cristiani e questa stessa Parola è ora all'opera per mezzo della buona notizia, dell'«evangelo», del messaggio che dichiara Gesù come il Signore risorto. «"La parola è vicino a te, nella tua bocca e nel tuo cuore": questa è la parola della fede che noi annunziamo; perché, se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato» (Rom. 10,8-9). In pratica, quando annunciate questa lieta notizia, cioè che Gesù risorto è il Signore, questa parola stessa è la Parola di Dio, un portavoce o un rappresentante dello Spirito di Dio, un mezzo attraverso il quale, come aveva preannunziato Isaia, una nuova vita proveniente dalla dimensione di Dio porta una nuova creazione in noi (Is. 40,8; 55,10-13).
Lo stesso accade con la Sapienza. La Sapienza era già ritenuta nell'ebraismo agente di Dio nella creazione, il tramite attraverso il quale era stato creato il mondo. Giovanni, Paolo e l'Epistola agli Ebrei ricorrono a questa idea per parlare di Gesù stesso come di colui attraverso il quale Dio aveva creato il mondo. Ma non basta. Paolo, come il libro dei Proverbi, parla di questa Sapienza come accessibile all'essere umano tramite la potenza dello Spirito di Dio. Come nei Proverbi, si narra che la Sapienza è ciò di cui si ha bisogno per vivere una vita completamente e realmente umana. Non si tratta, afferma Paolo, di una sapienza «di questo mondo», vale a dire del mondo attuale e del modo in cui questo vede le cose. Non si conforma al tipo di sapienza che i regnanti dell'attuale mondo amano riconoscere. Al contrario, «esponiamo la sapienza di Dio misteriosa e nascosta, che Dio aveva prima dei secoli predestinata a nostra gloria». Dio ci ha dato accesso a un nuovo tipo di sapienza, per mezzo dello Spirito (I Cor. 2,6-13).
Tutti i tesori della sapienza e della conoscenza di Dio sono celati nel Messia stesso. Ciò significa che coloro che appartengono al Messia hanno accesso a questa sapienza e di conseguenza la possibilità di avvicinarsi alla vita umana e cristiana mature: è per mezzo di Cristo che «noi proclamiamo esortando ciascun uomo e ciascun uomo istruendo in ogni sapienza, affinché presentiamo ogni uomo perfetto in Cristo» (Col. 1,28; cfr. 2,2-3). A questo punto, inoltre, coloro che sono abitati dallo Spirito sono chiamati a rappresentare il popolo che vive nell'intersezione tra cielo e terra e mediante questa.
È importante ricordare che quelli che sostengono la seconda opzione potrebbero anche pensare che qualcuno sia «così pio da essere perfettamente inutile». Per la terza opzione, il modo di essere realmente utili su questa terra è di essere autenticamente pii e di vivere come una persona che vive nel luogo in cui cielo e terra si sovrappongono e per mezzo della quale cielo e terra si sovrappongono.
Ecco il modo in cui la chiesa deve portare avanti l'opera di Gesù. Gli Atti degli apostoli affermano che nel libro precedente (in riferimento al primo libro dell'autore, ovvero il Vangelo di Luca), lo scrittore aveva descritto «tutto quello che Gesù cominciò a fare e a insegnare». L'implicazione è chiara: la storia della chiesa, guidata e alimentata dalla potenza dello Spirito, è la storia di Gesù che continua a fare e a insegnare, tramite il suo popolo guidato dallo Spirito. Ancora una volta, ecco il motivo per il quale preghiamo che venga il regno di Dio e che sia fatta la sua volontà, «anche in terra come è fatta in cielo».

Lo Spirito di Dio offre, secondo il pensiero cristiano, la risposta alle quattro domande poste all'inizio di questo libro. Le riprendiamo in ordine inverso.
Dio ha promesso che attraverso il suo Spirito darà vita a una nuova creazione, in modo che possa diventare ciò a cui tende e a cui aspira. Tutto ciò che c'è di bello nel mondo attuale sarà migliorato, nobilitato e liberato da ciò che attualmente lo corrompe e lo sfigura. Quindi apparirà una bellezza più grande, della quale, quella che già conosciamo è semplicemente un segnale che indica la direzione.
Dio ci dona, attraverso lo Spirito, un nuovo tipo di rapporto con lui stesso e, allo stesso tempo, un nuovo tipo di rapporto con il nostro prossimo e con l'intero creato. Il rinnovamento delle vite umane attraverso lo Spirito dona l'energia tramite cui le relazioni umane danneggiate e spezzate possono essere risanate e guarite.
Dio ci offre, attraverso lo Spirito, il dono di essere finalmente ciò che dentro di noi sappiamo di essere: creature che vivono in entrambe le dimensioni del suo ordine creato. La ricerca della spiritualità appare ora come una ricerca dell'imminente unione di cielo e terra che (pur essendo naturalmente profondamente impegnativa) è un'offerta genuinamente destinata a coloro che credono.
Infine, Dio vuole anticipare ora, attraverso lo Spirito, un mondo «messo a posto», un mondo in cui il bene e il gioioso dono della giustizia hanno inondato il creato. L'opera dello Spirito nelle vite degli individui ai nostri tempi, è designata a essere un altro segno, un anticipo e un pegno, di quel conclusivo «mettere a posto» tutte le cose. Siamo giustificati nel presente (affronterò meglio questo discorso più avanti) per portare la giustizia di Dio nel mondo, in vista del giorno in cui, ancora attraverso l'operato dello Spirito, la terra verrà ricoperta dalla conoscenza di YHWH allo stesso modo in cui le acque ricoprono il mare.
In questa importante immagine spiccano due cose sulla spiritualità tipicamente cristiana.
Primo, la spiritualità cristiana combina una percezione del timore reverenziale e della maestosità di Dio con una percezione della sua intima presenza. È qualcosa difficile da spiegare ma facile da sperimentare. Proprio come Gesù si rivolgeva a Dio con la parola aramaica Abbà, «Padre», i cristiani sono incoraggiati a fare lo stesso, a conoscere Dio nello stesso modo in cui, nella famiglia ideale, il bambino conosce il genitore. Di tanto in tanto ho incontrato fedeli praticanti che erano confusi in merito e che sostenevano di non avere la minima idea di che cosa si trattasse. Devo affermare che essere un credente senza quella minima intima conoscenza del Dio maestoso, che incute timore ed è santo allo stesso tempo, mi suona contraddittorio. Arriverei ad ammettere senza problemi che potrebbero esserci condizioni in cui, a causa di ferite nella personalità o di una particolare chiamata di Dio o altre ragioni, alcune persone potrebbero tranquillamente credere nell'evangelo di Gesù, cercare di vivere secondo lo Spirito eppure non sentire l'intima presenza di Dio. Dopotutto, esiste qualcosa come «l'oscura notte dell'anima», descritta da qualcuno che ha sondato i misteri della preghiera molto di più della maggior parte di noi. Ma Gesù dichiara che lo Spirito santo non verrà negato a coloro che lo desiderano (Lc. 11,13). Una delle caratteristiche dell'operato dello Spirito è proprio quella sensazione di intima presenza di Dio.
Secondo, la spiritualità cristiana in genere implica un po' di sofferenza. Una delle volte di cui è testimoniato che Gesù abbia utilizzato il Padre nostro è quando nel Getsemani, chiese a suo Padre se ci fosse un altro modo, se davvero dovesse andare incontro al tremendo destino che lo attendeva. La risposta fu affermativa: egli doveva farlo. Se Gesù ha pregato in questo modo, possiamo essere sicuri del fatto che dovremmo farlo anche noi. Sia Paolo sia Giovanni pongono un forte accento in merito. I seguaci di Gesù sono chiamati a vivere in base alle leggi del nuovo mondo piuttosto che del vecchio e al vecchio mondo questo non piacerà. Sebbene la vita del cielo sia progettata per risanare la vita sulla terra, le potenze che attualmente governano il mondo l'hanno piegata a loro vantaggio e sono restie a qualsiasi proposta differente. Ecco perché queste potenze, siano esse nella politica o nei media, nell'ambito professionale o imprenditoriale, si infuriano quando i leader cristiani osano dire in che modo devono andare le cose, anche quando deridono (e questo avviene abbastanza spesso) la chiesa perché non si «pronuncia» sulle questioni attuali.
La sofferenza può dunque assumere l'aspetto della reale persecuzione. Anche nel mondo liberale, moderno, occidentale – forse proprio in quel mondo – la gente può soffrire la discriminazione a causa della dedizione a Gesù Cristo. Quanto più in luoghi in cui il punto di vista di coloro che sono al potere è palesemente opposto alla fede cristiana in ogni sua forma, come accade in alcuni (non tutti) paesi islamici di oggi. Ma la sofferenza si manifesta anche in altri modi, dalla malattia alla depressione e ai lutti, ai problemi morali sempre più difficili, alla povertà, alle tragedie, agli incidenti e alla morte. Nessuno, leggendo il Nuovo Testamento o uno qualunque degli scritti cristiani dei primi due o tre secoli, avrebbe mai potuto accusare i cristiani delle origini di dipingere un quadro troppo roseo di come sarebbe stata la vita per i seguaci di Gesù. Il significato è questo: è proprio nel momento in cui soffriamo che possiamo aspettarci fiduciosamente che lo Spirito sia con noi. Non cerchiamo né andiamo incontro alla sofferenza o al martirio. Ma se e quando ciò succede, in qualsiasi modo, siamo consapevoli che, come dice Paolo verso la fine del suo grande capitolo sullo Spirito, «in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati» (Rom. 8,37).

Dunque, in che modo possiamo riassumere la comprensione cristiana di Dio? Che cosa significa, in termini teologici, imparare a fissare il sole?
Dio è il creatore 'e colui che ama il mondo. Gesù parlava di Dio chiamandolo «il Padre che mi ha mandato», affermando che, come dice altrove, «chi ha visto me, ha visto il Padre» (Giov. 14,9). È possibile imparare molto più su Dio osservando profondamente Gesù, in particolar modo mentre va incontro alla morte, piuttosto che studiando gli infiniti e luminosi cieli o la legge morale all'interno della propria coscienza. Dio è l'unico che soddisfa la passione per la giustizia, il desiderio di spiritualità, la sete di relazioni, l'aspirazione alla bellezza.
E Dio, il vero Dio, è il Dio che vediamo in Gesù di Nazareth, il Messia di Israele, il vero Signore del mondo. I cristiani delle origini parlavano di Dio e di Gesù simultaneamente e, per così dire, ponendoli sullo stesso lato dell'equazione. Quando Paolo citava il motto più famoso del monoteismo ebraico («Ascolta Israele: YHWH, il nostro Dio, è l'unico YHWH), egli spiegava «il Signore» (cioè YHWH) come Gesù e «Dio» come «il Padre»: «Per noi», scriveva, «c'è un solo Dio, il Padre, dal quale sono tutte le cose, e noi viviamo per lui, e un solo Signore, Gesù Cristo, mediante il quale sono tutte le cose, e mediante il quale anche noi siamo» (I Cor. 8,6). Anche in precedenza aveva scritto che se si desidera sapere chi è realmente Dio, in opposizione ai non-dèi del paganesimo, si deve pensare al Dio che, per realizzare il suo antico piano di salvare il mondo, mandò prima suo Figlio e poi lo Spirito di suo Figlio (Gal. 4,4-7).
La dottrina ufficiale della chiesa sulla Trinità non fu completamente formulata fino a tre o quattro secoli dopo l'epoca di Paolo. Anche quando i successivi teologi infine arrivarono a elaborarla, fu chiaro che era formata da note esplicative a Paolo, Giovanni, Ebrei e a altri libri del Nuovo Testamento, con spiegazioni destinate ad aiutare le generazioni successive a comprendere ciò che come principio era già lì negli scritti più antichi.
Tuttavia, dare l'impressione che la dottrina cristiana di Dio sia una questione di abili giochi di parole o di esercizio intellettuale sarebbe un errore. Per i cristiani si tratta sempre di un gioco basato sull'amore: l'amore di Dio per il mondo che richiede una corrispondenza d'amore da parte nostra, che ci consente di scoprire che Dio non soltanto ci ama (come se questo fosse semplicemente l'unico aspetto del suo carattere), ma che egli stesso è amore. Questo è ciò che molte tradizioni teologiche hanno rilevato come il nucleo centrale dell'essenza di Dio, l'amore che si trasmette continuamente tra il Padre, il Figlio e lo Spirito. In realtà, alcuni hanno suggerito che un modo per comprendere lo Spirito è percepirlo come l'amore personale che il Padre nutre per il Figlio e che il Figlio nutre per il Padre, e che siamo invitati, essendo dimora dello Spirito, a prendere parte a questa vita interiore e ricca di amore di Dio. Ecco perché alcune delle denominazioni e delle descrizioni più evocative di Dio nel Nuovo Testamento sono modi per attirarci verso questa vita interiore: «Colui che esamina i cuori», scrive Paolo, «sa quale sia il desiderio dello Spirito, perché egli intercede per i santi secondo il volere di Dio» (Rom. 8,27). «Colui che esamina i cuori» è una denominazione di Dio su cui meditare.
E tutto questo grazie a Gesù. Appena diamo un'occhiata alla dottrina – o alla realtà – della Trinità, non rischiamo di scivolare in un concetto generico di una religione che rende un omaggio distante a un dio che (sebbene sia un po' più complicato di ciò che avevamo pensato) è, nonostante tutto, semplicemente una fonte semipersonificata di generale benevolenza. La fede cristiana è molto più ben delineata, molto più marcata. Gesù irruppe nella vita dell'antico Israele, nella vita del mondo intero, non come un insegnante di verità senza tempo, né come un grande esempio morale, ma come colui per mezzo della cui vita, morte e risurrezione sarebbe stata messa in atto l'«operazione di salvataggio» di Dio e il cosmo avrebbe infine fatto la svolta più importante. Tutti gli altri punti di vista sono messi profondamente alla prova da questa affermazione, ma essa resiste in maniera davvero esemplare. È grazie a Gesù che i cristiani sanno chi è realmente il creatore del mondo. È grazie a lui, un essere umano che adesso si trova con il Padre in quella dimensione che chiamiamo «cielo», che i cristiani hanno cominciato subito a parlare di Dio come Padre e Figlio. È perché, sebbene lo Spirito lo renda manifesto a noi, Gesù resta in cielo mentre noi siamo sulla terra, che i cristiani parlano dello Spirito come un membro distinto della Trinità divina. È grazie a Gesù che parliamo di Dio nel modo in cui possiamo farlo.
Ed è proprio grazie a Gesù che ci sentiamo chiamati a vivere nel modo in cui viviamo. In maniera più specifica, è attraverso Gesù che siamo chiamati a diventare più umani, per riflettere l'immagine di Dio nel mondo.

(Da: Semplicemente cristiano. Perché ha senso il Cristianesimo, Claudiana 2014, pp. 115-131)