Fede e rivelazione

Alexander Schmemann


LA FEDE

1. "Chi ha sete venga"

Sono passati quasi due secoli da quando Puškin scriveva ne Il profeta queste parole straordinarie che rimangono per sempre come un'epigrafe al destino dell'uomo sulla terra: "Oppresso dalla sete spirituale...". [1] Le civiltà si susseguono l'una all'altra, le forme esterne di vita cambiano, muta la faccia della terra, ma questa sete spirituale resta indistruttibile, inestinguibile: dono allo stesso tempo prezioso e straziante dato solo all'uomo sulla terra, come segno e sostanza della sua umanità. Dono prezioso, perché sospinge l'uomo sempre verso l'alto, senza permettere che trovi pace in un piacere solo animale, rendendolo capace di gustare le gioie superiori, senza paragoni. Ma anche dono doloroso, perché contraddice troppo spesso i suoi istinti terreni e trasforma tutta la sua vita in un combattimento, in una ricerca angosciosa.
Quasi tutto in questo mondo sembra dire all'uomo: rinuncia alla sete spirituale, rinnegala e sarai soddisfatto, sano e felice. "Siate dunque contenti della vostra vita, più calmi dell'acqua, più bassi dell'erba...", [2] scriveva Aleksandr Blok all'alba del XX secolo in una delle sue poesie più tristi. Sono sorte intere ideologie basate sul rigetto di ogni sete spirituale, sulla rinuncia ad essa, persino sull'odio verso di essa; ideologie che cercano con tutte le forze di far sí che l'uomo prosciughi in se stesso la fonte di questa sete, finisca per considerarla un'illusione e un inganno, per divenire un ingranaggio nell'edificazione di una vita priva di ogni forma di ricerca.
Se qualcosa distingue il XX secolo dai secoli precedenti, non solo superficialmente, ma in profondità, è prima di tutto l'estremo acuirsi di due comprensioni diametralmente opposte, antitetiche, di capire l'uomo e la sua esistenza. Una afferma che l'uomo è tale per la sua sete spirituale, la sua ricerca, la sua inquietudine per la trascendenza. L'altra sostiene che è solo eliminando questa aspirazione che l'uomo affronta il suo vero destino. Tutto il resto, in questa battaglia in atto nel mondo contemporaneo, è in fin dei conti secondario. Infatti, è a partire da questo interrogativo iniziale che scaturisce tutto il resto: la politica, l'economia, la cultura, tutto ciò di cui la gente discute così appassionatamente e in nome di cui combatte.
Perciò, ci piaccia o no, ne siamo consapevoli o no, la questione religiosa è il cuore, il centro stesso del inondo contemporaneo. Perché la religione, per la sua stessa natura, è la manifestazione e la presenza in questo mondo di una sete spirituale. Come l'odore del fumo attesta la presenza di un fuoco nelle vicinanze, anche se non lo vediamo, così la presenza della religione nel mondo, quali che siano le sue forme, è la testimonianza evidente che la sete spirituale, la ricerca spirituale non ha mai cessato di vivere nell'uomo.
È vero, ci sono coloro che cercano di dimostrarci che la religione è un tranquillante, il rifiuto di combattere, un tradimento dell'uomo, un dogmatismo rigido e senza vita che ci allontana dagli interrogativi scomodi e da ogni ricerca. Ma coloro che affermano questo passano costantemente sotto silenzio le parole che costituiscono il cuore stesso dell'esperienza e della fede religiosa: "Beati quelli che hanno fame e sete..." (Mt 5,6). "Cercate e troverete..." (Mt 7,7). "Non sono venuto a portare pace sulla terra, ma una spada..." (Mt 10,34).
E significativo che la lotta contro la religione, condotta da coloro che le sono ostili, è sempre basata su delle menzogne volgari ed elementari e che, senza queste bugie, essa non avrebbe nessuna possibilità di esistere. Questa menzogna oggi è così evidente che forse non vale neanche la pena parlarne. Invece dobbiamo parlare della sete spirituale, di che cosa sia sete, cosa desideri, da che cosa tale ricerca sia appagata... Sono queste le domande di cui c'è bisogno, perché, lo ripeto, si tratta della cosa più importante del mondo. Il mondo si trova oggi ancora una volta in questo luogo in cui "il cammino" è "più incerto" di cui parla Pugkin:

Oppresso dalla sete spirituale,
solo vagavo in un cupo deserto,
allorché un serafino con sei ali
m'apparve ove il cammino era più incerto. [3]

Oggi nel mondo appelli di ogni genere, indirizzati all'uomo, si scontrano l'uno con l'altro con una forza senza precedenti. Varie strade si incrociano e si dividono. E, sopra di esse, incombe in un modo sempre più terrificante e violento lo spettro di catastrofi inimmaginabili, di sconvolgimenti senza precedenti. "Chi ha orecchi per intendere, intenda..." (Mc 4,9).
Per noi è già troppo tardi pensare di risolvere tutto questo con misure parziali, rattoppando del materiale ormai logoro e marcescente. Di nuovo cominciamo a comprendere perché il Vangelo proclami la salvezza - proprio la salvezza -, e perché questa salvezza sia indirizzata a coloro che sono sul punto di affondare. Cristo dice: "Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!" (Lc 12,49). Noi non abbiamo la forza del serafino dalle sei ali apparso al poeta al crocevia. E tuttavia ciascuno di noi, nella misura delle sue forze, è chiamato oggi a testimoniare la cosa fondamentale.
La religione è veramente religione solo quando riguarda la cosa fondamentale, quando è allo stesso tempo espressione della sete spirituale dell'uomo e risposta a questa sete; quando è un fuoco, un fuoco che purifica e trasfigura la nostra vita debole e meschina. Il Nuovo Testamento termina con queste parole terribili e gioiose allo stesso tempo: "Il perverso continui pure a essere perverso, l'impuro continui ad essere impuro e il giusto continui a praticare la giustizia e il santo si santifichi ancora. Ecco, io verrò presto... Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l'acqua della vita" (Ap 22, 11-12.17).
L'essenziale è non tradire la sete spirituale che ci è stata donata, aprire gli occhi e le orecchie al torrente di luce, di amore e di bellezza che eternamente si riversa su di noi. Dio aiuti tutti noi ad essere fedeli, saldi, umili e amanti. Allora, questa luce che brilla da sempre nell'universo e questa salvezza donata al mondo non potranno più essere nascoste.

2. L'esperienza personale

Qualche anno fa, un editore francese si era rivolto a delle personalità conosciute (scrittori, filosofi e artisti) con la domanda di contribuire ad un piccolo libro intitolato Ciò che credo. La maggioranza di loro erano credenti e membri della Chiesa cattolica, cioè di una Chiesa che, meno di altre, ammette una libertà di opinione ed esige essenzialmente un adeguamento nel credo. E tuttavia le loro risposte erano profondamente diverse l'una dall'altra, e ciascun contributo si legge con un interesse avvincente. Un'unica e medesima fede, pur non cessando di essere la stessa condivisa da tutti, diventa nuova e personale quando è mediata dall'esperienza personale, dalla percezione e dall'emozione personale.
Comincio con questo esempio perché oggi spesso si parla della fede, della religione, del cristianesimo soprattutto su un piano impersonale, oggettivo e dogmatico. Non solo le persone ostili alla religione, ma anche i credenti stessi hanno preso l'abitudine di discutere come e che cosa insegna il cristianesimo, come e che cosa affermano i fedeli. Eppure la fede, per la sua stessa natura e per la sua essenza, è qualcosa di profondamente personale, e perciò vive realmente solo nella persona e nella sua esperienza personale. È solo quando un dato insegnamento della Chiesa – o, come diciamo, un dogma, un'affermazione di qualche verità particolare –, diventa la mia fede e la mia esperienza, e dunque il contenuto principale della mia vita, è solo allora che questa fede diventa viva. Se si riflette sul problema della trasmissione della fede da una persona ad un'altra, diventa evidente che ciò che realmente convince, ispira, converte è solo l'esperienza personale. Ciò è particolarmente importante nel cristianesimo, perché nella sua essenza la fede cristiana è un incontro personale con Cristo, un'accettazione non di questo o quell'insegnamento o dogma su Cristo, ma di Cristo stesso. In altre parole, il cristianesimo è totalmente personale. Questo non vuol dire che sia qualcosa di individualistico, perché è sempre lo stesso Cristo che gli uomini incontrano, riconoscono, amano. Ma Cristo si rivolge a ciascuno, così che ogni fedele, la fede di ciascuno, anche se è radicata nella fede comune, è nello stesso tempo unica. È importante ricordarcene, perché ai nostri giorni coloro che si oppongono alla religione si sforzano di ridurre la discussione sulla fede e sulla religione a una discussione scientifica, e di confondere i credenti con argomenti scientifici, come se si trattasse di un fenomeno naturale, conoscibile oggettivamente.
Fin tanto che la discussione rimane a questo livello scientifico (o piuttosto pseudo-scientifico), tutto quello che affermano i cristiani come contenuto della loro fede è una realtà indimostrabile. E tuttavia per loro il contenuto della loro fede non esige nessuna prova: ne hanno fatto esperienza. Essi conoscono direttamente la realtà di questa esperienza allo stesso modo di come una persona conosce dentro di sé la realtà dell'amore, della meraviglia, della pietà, della compassione... Questo significa che, anche se la fede non si può dimostrare, può essere raccontata. Il Vangelo stesso è infatti essenzialmente una narrazione della fede, e non un catalogo di fatti scientifici. È un racconto trasmesso da coloro che hanno visto e ascoltato Cristo, che hanno creduto in Lui e che lo hanno amato al punto che Egli è diventato la loro stessa vita. È un racconto della loro esperienza. Perciò il Vangelo rimane per sempre vivo e proprio per questo ci colpisce direttamente al cuore, mentre i trattati filosofici e teologici spesso lasciano freddi mente e cuore.
Il nostro secolo freddo e crudele ha bisogno più di tutto del racconto vivo di una fede viva: la trasmissione non solo di una semplice conoscenza, né di semplici fatti, ma dell'esperienza stessa della fede. Ammettiamo pure, come credenti, che ciascuno di noi sappia fermamente e senza alcun dubbio che la sua fede è debole, insufficiente, e che le parole di Cristo – "Uomini di poca fede!" – sono rivolte anche a lui. Eppure nei momenti migliori, abbiamo avuto questa esperienza di fede unica, che non può essere paragonata a nessun'altra. Se centinaia di migliaia di persone prima di noi non avessero già avuto questa esperienza, da dove ci sarebbe venuta questa fede? Come sapremmo che duemila anni fa si è verificato nel mondo un evento che ha un'importanza diretta e decisiva per la nostra vita di oggi? Ora, proprio in questo consiste la fede: nella certezza misteriosa che tutto quello che Cristo ha fatto e detto lo ha fatto per me, lo ha detto a me; che né il tempo, né lo spazio, né alcun'altra cosa lo possono separare da me se non la mia mancanza di fede, la mia dimenticanza, i miei innumerevoli tradimenti.
Perciò, vorrei dedicare queste conversazioni alla fede, non solo al suo contenuto oggettivo, "teologico", ma anzitutto alla sua germinazione personale nell'anima. Che cosa potrei rispondere se mi fosse chiesto: che cosa significa per te la parola "Dio"? Che cosa intendi, realmente, quando pronunci questa parola, così misteriosa e allo stesso tempo così familiare? Che cosa – o chi – è Cristo per te? I cristiani dicono che Egli è morto per noi, che è risuscitato dai morti, che in Lui la morte è vinta. Nelle vostre chiese si canta anche: "Non c'è più nessun morto nei sepolcri", [4] eppure la morte continua a regnare attorno a noi. Che cosa significa tutto questo, non solo nelle parole, nelle citazioni dei libri eruditi, ma che cosa significa questo nella vita reale di una persona? Tu parli sempre di Chiesa, ma che cosa si intende con questa parola? Parli della Trinità, dello Spirito Santo, della grazia, dei sacramenti, del perdono dei peccati. E sicuramente, dietro a tutte queste parole ci dev'essere una qualche esperienza viva e personale, altrimenti che cosa significano? Allo stesso tempo, nel nostro mondo così lontano dalla fede, è così difficile aprirsi un passaggio verso questa esperienza, così difficile parlarne "dal cuore".
Nei miei trenta anni di sacerdozio sono arrivato a capire che la cosa più difficile nel mondo è parlare di ciò che è più semplice e più essenziale. È molto più facile affermare l'opinione di qualcuno, dipendere dall'esperienza di qualcun altro, parlare con le parole di un altro. Ma come è difficile parlare da cuore a cuore!

3. La fede

Credo in Dio... Ma che cos'è la fede? Se si pensa a cosa significano queste parole e se le si considerano "dall'esterno", questa affermazione – "Credo in Dio"– diventa enigmatica, anche se prima avevamo l'impressione di comprenderla.
Prima di tutto, è ovvio che la fede è un'altra cosa dalla conoscenza, almeno dalla conoscenza nel senso usuale del termine. Se dico "Credo in Dio", cioè so che Dio esiste – questo tipo di conoscenza non è affatto paragonabile al fatto di sapere che nella mia stanza c'è un tavolo o che fuori piove. Quest'ultima conoscenza, che noi chiamiamo conoscenza oggettiva, non dipende da me, ma penetra nella mia coscienza a prescindere dalla mia volontà, dalla mia libera scelta. Essa è dunque "oggettiva", ed io – il soggetto, la persona, dentro di me –posso solo accettarla e farla mia. Ma quando dico "Credo in Dio", questa affermazione esige una scelta, una decisione; altrimenti detto, presuppone una partecipazione assai personale di tutto il mio essere. Ma quando questa partecipazione personale, questa scelta sparisce, allora la mia fede muore, diventa praticamente inesistente. Ora, una fede genuina di questo genere è assai lontana dalla nostra portata, e perciò noi non possiamo trasformare la nostra fede in un elemento oggettivo, sempre uguale a se stesso, come parte integrante delle nostre convinzioni e della nostra visione del mondo.
Molte persone si rivolgono a Dio nella paura, nelle disgrazie, nella sofferenza, ma nel momento in cui queste difficoltà spariscono, queste persone ritornano ad una vita che non ha più niente a che vedere con la fede e vivono come se Dio non esistesse. più numerosi ancora sono coloro che credono non tanto a Dio, ma alla religione, per quanto strano possa sembrare. Queste persone si sentono bene in chiesa, la trovano confortevole e consolante. Molti di loro si sono abituati fin dalla loro infanzia a questa "sacralità" della chiesa e dei riti religiosi. Là tutto è bello, profondo, misterioso; non è come nella vita quotidiana, brutta e cattiva. Ed essi si afferrano a questa "religiosità" senza mai considerarla in profondità. Ma la religiosità non ha quasi niente a che vedere con la vita "reale". La religiosità offre delle "esperienze" buone, pure, aiuta a vivere. Ma, in questo schema, la religione è isolata dalla vita e la vita è isolata dalla religione.
Infine, vi è una terza categoria di persone. Si tratta di coloro che considerano la religione qualcosa di utile e necessario alla società umana, alla nazione, alla famiglia, ai bambini, a coloro che muoiono e sono malati, per affermare l'onestà e la morale; coloro che, in altri termini, riducono la religione alla sua utilità. Mi ricordo che, quando ero ancora un giovane sacerdote, alcune madri si rivolgevano a me perché le aiutassi, con la confessione, a estirpare dai loro figli questa o quella inclinazione cattiva: "Dica a mio figlio che Dio vede tutto; allora avrà paura e non farà più questa o quella cosa".
La religione come aiuto e consolazione. La religione come una sorta di piacere per il sacro e il trascendente. La religione come utilità. Va detto che in tutte queste cose c'è una parte di verità. Ma quando si riduce solo a questo, la religione non è più la fede di cui parla l'apostolo all'alba del cristianesimo: "La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono" (Eb 11,1).
Riflettiamo su queste strane parole: "fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono". Sono strane, perché ciascuna di esse racchiude, in apparenza, una contraddizione. In effetti, se io sono sul punto di attendere qualcosa, di "sperare", è appunto perché questa cosa non si è ancora realizzata, altrimenti non ci sarebbe più nulla da attendere. Quanto all'invisibile, cioè quello che non si può osservare ed esaminare, come potrebbe essere visto, riconosciuto, divenire in me una certezza, qualcosa di genuino e di vero, una realtà, un bene che possiedo? Eppure, è proprio con questi paradossi apparenti che l'apostolo definisce la fede. Da notare, anzitutto, che questa definizione non include la Parola Dio. Questa Parola apparirà nei versetti successivi. Ma qui parla della fede come di una condizione speciale, caratteristica dell'uomo -come di un dono che l'essere umano possiede.
Ma di quale dono si parla? A questa domanda si può rispondere che si tratta di un'aspirazione, di un'attrazione, dell'attesa di una cosa desiderata, del presentimento di qualcosa d'altro per cui vale la pena vivere.
E qui c'è qualcosa di strano: il filosofo ateo JeanPaul Sartre definisce l'uomo in un modo pressoché uguale: l'uomo, dice, "è una passione inutile". Egli definisce questa passione, questa aspirazione come "inutile" perché, secondo la sua convinzione, è illusoria, e non c'è niente per l'uomo verso cui tendere, niente da sperare, né niente da desiderare. Ma ciò che è importante è che persino Sartre riconosce nell'uomo questa attesa, questa sete. così la fede, per tornare all'apostolo Paolo, è la conoscenza, l'incontro con ciò che la persona attende, senza che lo sappia sempre lei stessa; aspirazione e sete che determinano la sua vita. Senza questa sete, senza questa attesa, non ci potrebbe essere incontro. Se l'oggetto di questa sete non esistesse, non ci potrebbe essere nell'uomo questa attesa. In questo incontro, l'invisibile diventa certezza, cioè qualcosa che sperimento come mio, come realtà.
Tutto ciò vuol dire che la fede, nell'esperienza cristiana, è il frutto e la manifestazione non semplicemente di una conoscenza; non è la deduzione di un ragionamento e di un'analisi; non è il risultato di un calcolo intellettuale, ma nello stesso tempo non è neanche semplicemente un'emozione religiosa che può essere presente per un momento e poi sparire il momento successivo. La fede è essenzialmente un incontro, l'incontro reale tra ciò che è più profondo in una persona - quella sete che così distintamente è una parte di lei - con ciò verso cui questa sete è diretta, anche se non ne siamo coscienti. E sant'Agostino ad aver ha espresso nel modo migliore ciò che è questo incontro, questo "fondamento delle cose che si sperano" e "prova di quelle che non si vedono", quando ha detto: "Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te". Ma questo ci porta alla terza parola, la più misteriosa della nostra confessione di fede, "Credo in Dio": ci porta alla parola Dio.

4. Fede come risposta ed incontro

"Dio nessuno l'ha mai visto" (Gv 1,18): queste parole sono state pronunciate non da un ateo, o da un credente oscillante nella sua fede, né da qualcuno occupato così tanto dai suoi affari da non avere il tempo di interessarsi a degli argomenti elevati. Sono parole pronunciate dall'apostolo Giovanni, la cui fede appassionata e ardente incendia attraverso i secoli ogni credente che prenda in mano il testo dei suoi scritti.
"Dio nessuno l'ha mai visto". Ma che cosa significa allora questa fede eterna? A che cosa, a chi è diretta? Quale significato mettiamo in questa parola misteriosa, la parola che tra tutte le parole formulate dall'uomo è la più impossibile da spiegare logicamente? Fino a questo momento, parlando dell'affermazione "Io credo in Dio", ho parlato delle prime due parole di questa affermazione: l'io con cui comincia, e la fede che "io" confesso. Ho detto che la fede è prima di tutto un'offerta della propria persona, possibile solo quando e se una persona conosce già ciò a cui si offre, sull'esempio di quello che succede quando l'amore si accende nel cuore, quando appare la persona amata. Ma l'essere amato noi lo vediamo, vedendolo lo riconosciamo e riconoscendolo lo amiamo. Mentre Dio "nessuno l'ha mai visto". Questo vuol dire che sentiamo la sua presenza?
È precisamente a questo stadio, nel momento in cui dobbiamo esprimere l'essenziale, dunque l'inesprimibile, che si rivela la povertà, l'insufficienza, l'impotenza delle parole. È assolutamente evidente che i termini "sentimenti, sentire" possono indicare umori e stati d'animo talmente differenti che è impossibile per la fede essere costruita o dedotta da essi soltanto. Sí, certo, la fede è un sentimento, ma un sentimento che differisce profondamente da tutti gli altri e che, comparato con essi, è totalmente di un altro genere. Infatti, ciò che si dice spesso dei gusti si può dire dei sentimenti: "Non si discutono!" – uno preferisce questo, un altro preferisce quello. Lo stesso si può dire dei sentimenti: una persona sente in questo modo, un'altra sente differentemente. Se la fede è solo uno di questi sentimenti effimeri, se dipende dalle nostre emozioni passeggere, allora effettivamente non se ne può discutere. Ma è proprio a questo tipo di "sentimento", di emozione soggettiva, che riducono la fede i suoi oppositori. Uno – dicono – crede nel misterioso potere iettatore del numero 13, un altro nelle formule magiche e negli incantesimi, un terzo nell'acqua benedetta, un quarto in qualcos'altro, ecc. Ne consegue che questa fede non ha alcun solido rondamento (perché "Dio nessuno l'ha mai visto"), e neppure nessun sentimento coerente, dal momento che i sentimenti sono fondati sulle disposi-/ioni emozionali di un certo individuo. Proprio per questa ragione il termine sentimento è insufficiente, o almeno deve essere definito più accuratamente e purificato da tutto ciò che in esso è estraneo alla fede in quanto tale.
In che cosa consiste allora l'unicità, la particolarità assoluta di questo sentimento e condizione che noi chiamiamo fede? Evidentemente nel fatto che è una risposta, e ogni risposta non solo presuppone la presenza di colui al quale rispondiamo, ma anche attesta allo stesso tempo questa presenza.
La fede è un movimento di risposta non solo dell'anima, ma dell'uomo nella sua totalità, di tutto il suo essere. All'improvviso ha sentito qualcosa, all'improvviso ha visto qualcosa e si abbandona interamente a questo movimento. Nel linguaggio del cristianesimo questo si può esprimere dicendo che la fede viene da Dio, dalla sua iniziativa, dalla sua chiamata. È sempre una risposta a Dio, un abbandono della persona a Colui che dona se stesso. Come Pascal ha detto in modo ammirevole, "Dio ci dice: tu non mi cercheresti se non mi avessi già trovato". [5] E poiché la fede è una risposta, un movimento di risposta, rimane sempre anche una ricerca, una sete, un'aspirazione. Cerco in me stesso, nella mia esperienza, nei miei sentimenti, la risposta alla domanda: perché credo? E non la trovo.
Che cosa è Dio per me? È una spiegazione del mondo e della vita? No, per me è chiaro, anzitutto, che non è grazie a delle spiegazioni che credo in Lui, e secondariamente che la mia fede in Dio non "spiega" razionalmente tutti i misteri e gli enigmi del mondo. Nella mia vita mi è capitato più di una volta di ritrovarmi vicino al letto di un bambino che muore tra atroci tormenti. Come potevo spiegare a coloro che erano con me al suo capezzale, dimostrare, giustificare "religiosamente" – come si dice – queste sofferenze e questa morte? No, potevo solo dire: Dio è qui, Dio esiste. Potevo solo confessare come è impossibile misurare questa presenza con le nostre dolorose domande terrene. No, chiaramente la fede non è il prodotto della mia necessità di spiegazioni. Ma, allora, da dove viene? Viene dalla paura delle sofferenze dopo la morte? O viene dalla paura di una eliminazione totale, da quel desiderio accanitamente radicato in me, e in fin dei conti egoista, di non sparire? No, non è questo il motivo per cui credo, perché persino le speculazioni filosofiche più intelligenti sulla vita dopo la morte mi sembrano un balbettare di bambino.
Che cosa so di tutto questo? E che cosa posso dire agli altri? Non credo in Dio perché desidero una vita al di là della morte, una certezza di eternità; al contrario, credo nella vita eterna perché credo in Dio. Allora, alla questione primaria rispetto a tutte le altre – perché credo? – non posso che avere una sola risposta: perché Dio mi ha donato questa fede, i. me la dona continuamente. Me l'ha donata proprio come un dono, come un regalo. Questo è attestato dalla gioia e dalla pace che io sento in me, totalmente indipendenti dagli eventi di questo mondo e di questa vita. Certo, purtroppo non ne faccio sempre l'esperienza. Addirittura mi capita raramente, occasionalmente, in quei momenti in cui la parola "Dio" cessa di essere semplicemente una parola e diventa un luogo in cui scorrono torrenti di luce, di amore, di bellezza, dove scorre la vita stessa.
"Pace e gioia nello Spirito Santo", come diceva l'apostolo Paolo (Rm 14,17). E non esistono altre parole, perché quando si crede e si vive di questa fede non si ha più bisogno di parole, che divengono quasi impossibili da formulare. Ma qualcuno potrebbe chiedere: perché questo dono non è dato a tutti? Perché alcuni credono, mentre altri non credono? Ci sono dei favoritismi? E perché alcuni hanno creduto e più tardi hanno perduto la fede? Sono tutte questioni importanti, fondamentali.

5. Dio

Nell'affermazione "Credo in Dio" abbiamo riconosciuto e percepito, anche se indistintamente, come per un "tentativo dell'anima", un dono, un regalo dal cielo. E infatti non è tanto consciamente, per deduzione o per ragionamento, che arrivo alla fede in Dio, ma la trovo semplicemente in me. La scopro con sorpresa, gioia e gratitudine. La scopro come la presenza misteriosa, eppure così perfettamente percepibile, di Colui che è tutto - pace, gioia, serenità, luce. Io non posso essere la fonte di questa presenza, perché questa gioia, questa luce e questa tranquillità non esistono né in me, né nel mondo che mi circonda. Allora, da dove vengono? Formulo la parola che esprime tutto questo, nomina tutto questo e che, staccata da questa esperienza, dalla testimonianza di questa presenza, non ha alcun senso: "Dio". Non avrei mai potuto pronunciare questa parola incomprensibile senza questa esperienza; ma, pronunciando questa parola, è come se io liberassi questa esperienza, questo sentimento, dalla sua soggettività, dal suo aspetto passeggero, dalla sua imprecisione. Io lo nomino come contenuto di questa esperienza e con ciò accetto questo dono e gli consegno, in un movimento di ritorno, tutto il mio essere.
"Credo in Dio". Allora diventa chiaro che questa fede che ho scoperto nel punto più profondo della mia anima non è solo mia, non è solo una mia esperienza indicibile, inesprimibile, ma che essa mi lega in un modo nuovo agli altri, alla vita, al mondo; che essa diventa una liberazione dalla solitudine alla quale, in un modo o in un altro, sono condannati tutti gli uomini. Perché, se era una gioia trovare questa fede dentro di me, nella mia coscienza, non è meno gioioso scoprire questa stessa fede, questa stessa esperienza anche negli altri. E non solo ora, qui, attorno a me, nella gente come me, ma anche attraverso il tempo e lo spazio. Apro un libro antico, scritto quasi mille anni prima della nostra era, in un mondo quasi completamente diverso dal nostro, e leggo:

Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu sai quando seggo e quando mi alzo.
Penetri da lontano i miei pensieri, mi scruti quando cammino e quando riposo.
Ti sono note tutte le mie vie;

la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta.
Alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano.
Stupenda per me la tua saggezza, troppo alta, e io non la comprendo.
Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza?
Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti.
Se prendo le ali dell'aurora per abitare all'estremità del mare,
anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra.

Se dico: "Almeno l'oscurità mi copra e intorno a me sia la notte";
nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno;
per te le tenebre sono come luce.

Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre.
Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere...
Quanto profondi per me i tuoi pensieri, quanto grande il loro numero, o Dio;
se li conto sono più della sabbia, se li credo finiti, con te sono ancora...
Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri:
vedi se percorro una via di menzogna e guidami sulla via della vita.

È il salmo 139, una preghiera scritta qualche migliaio di anni fa. Ma, leggendola, ogni volta sono sorpreso: Signore, ecco esattamente quello che provo; è la mia stessa esperienza; è su di me e da parte mia che è detta. E persino queste parole infantili, questo difetto di parola che tenta di esprimere ciò he è al di là delle parole, tutto questo mi appartiene. Questo significa che la fede vive da secoli e che milioni di persone hanno provato esattamente la stessa cosa: il cuore ricolmo di gioia quando, in una sovrabbondanza di fede, sgorgano queste parole sorprendenti: "nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno". In questo chiarore, io vedo il mondo in un modo nuovo. Malgrado tutta la sua oscurità profonda, splende per me nella sua luce originaria e io proclamo: "sono stupende le tue opere". Io stesso mi vedo, mi riconosco realmente in un modo nuovo; benché peccatore, debole, timoroso e asservito, ripeto le parole del salmo: "Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio...". Poiché mi è stata data questa misteriosa conoscenza interiore, poiché sono capace di riconoscere ciò che è dall'alto, meraviglioso, glorioso, posso perciò desiderare una guida e una vita dall'alto, posso distinguere tra la via che porta alla perdizione e la via eterna.
Ancora molte altre cose mi si aprono tramite questa visione di fede: vedo che ogni cosa nel mondo parla di Dio, rivela Dio, si illumina grazie a Lui: il mattino radioso e le tenebre della notte, la felicità e la gioia, come anche la sofferenza e il dolore. E se molti non lo vedono, è perché io stesso - e tanti credenti come me - siamo troppo deboli testimoni di questa fede; perché fin dall'infanzia, circondiamo l'uomo di grettezza e di menzogna; gli suggeriamo di non cercare, né di desiderare quello che è profondo, ma di accontentarsi di una felicità meschina e illusoria, di un successo mediocre e ingannevole; perché volgiamo la sua attenzione alle cose vane e futili. Perciò questo misterioso organo interiore di luce e di amore è soffocato e il mondo si riempie delle tenebre viscide dell'incredulità e dello scetticismo e dei loro frutti – l'egoismo, la malevolenza e la malizia. Ma anche in queste tenebre, in questa caduta terribile e in questo tradimento, Dio non ci abbandona. Le mie deboli parole sulla fede sarebbero alla fin fine vuote se, confessando la mia fede in Dio, omettessi di confessare anche la mia fede in questo Uomo unico in cui Dio è venuto nel mondo. E in questa venuta nel mondo Egli viene da ciascuna persona per salvarla e darle una nuova nascita.
"Credo in Dio". Ma Dio – nella pienezza della gioia e della sua sovranità – si rivela in Cristo.


LA RIVELAZIONE

1. La fede: risposta alla rivelazione

Ogni tentativo di comprendere o di spiegare l'essenza del cristianesimo, della fede e della vita cristiana urta fin dall'inizio con una difficoltà: questa esigenza di "prove" così diffusa, tipica del nostro tempo. Ma la sola prova considerata accettabile è la prova scientifica basata su qualcosa di verificabile e dimostrato oggettivamente, cioè indipendentemente dalla nostra interpretazione soggettiva dell'esperienza.
Dato che Dio è invisibile, impalpabile, incommensurabile e che la sua presenza non si può stabilire, bisogna concludere che Dio non esiste: ecco, nella sua forma più primitiva, l'argomento fondamentale della dimostrazione antireligiosa. E sebbene potremmo dire molte cose per rifiutare questo argomento (ad esempio, che neanche la presenza dell'intelligenza nell'uomo è dimostrabile), tuttavia ci fermeremo su una sola domanda. E rivolgeremo questa domanda non agli atei, che rigettano e negano l'esistenza di Dio, ma ai credenti, a coloro che affermano che Dio esiste. La domanda è la seguente: se è vero, come è detto nel Vangelo, che "Dio nessuno l'ha mai visto" (Gv 1,18), allora su quale base possiamo affermare che Dio esiste, e siamo tristemente sorpresi del suo rigetto da parte dei non credenti?
Noi diciamo che gli argomenti avanzati dai non credenti sono falsi e inapplicabili a Dio, perché sono giustificabili e validi solo in relazione al mondo visibile, tangibile ed empirico, mentre Dio può essere conosciuto solo per la fede. Ma allora rimane ancora una domanda: da dove viene la fede e come nasce in noi? Evidentemente un credente può rispondere: non ho bisogno di prove, per me la fede è sufficiente. Questo è giusto, ma solo per il credente. Ma se gli si domandasse in tutta sincerità: "Come hai cominciato a credere? Che cosa ti ha portato alla fede?", rigetterebbe questa domanda chiudendosi in un egoismo altezzoso?
La questione è pertanto legittima e non si può eludere. Noi possiamo rigettare il genere di prove che esigono da noi gli atei, possiamo prenderci gioco del cosmonauta che dice di non aver trovato Dio in cielo, e tuttavia non possiamo evitare questa domanda. Quali sono allora le altre prove che possiamo dare, cioè le nostre prove? Qui arriviamo all'affermazione più profonda, centrale, del cristianesimo, la sola che rende possibile la sua spiegazione. Arriviamo al concetto fondamentale della nostra fede: la rivelazione.
La fede è una risposta dell'uomo a Dio. Tuttavia questa risposta presuppone che l'iniziativa della relazione tra l'essere umano e Dio, che noi chiamiamo fede, non appartenga all'uomo, ma a Dio. Dio si rivela all'uomo; e l'uomo accoglie questa rivelazione, le risponde, risponde a Dio. Ecco perché il credente non ha prove convincenti per il non credente, prove per così dire "oggettive", anche se per lui la fede è qualcosa di auto-evidente, proprio come è auto-evidente Dio verso il quale la fede è diretta. Ma, dando questa risposta per esprimere la rivelazione di Dio all'uomo, sappiamo perfettamente che per un non credente questa risposta non sarà convincente. "Bene – dice il non credente – tu affermi che Dio si è rivelato a te e che per questo tu credi. Ma a me Dio non si è rivelato, di conseguenza la mia incredulità è giustificata, e noi due non abbiamo più niente da dirci". Perciò, non è sufficiente riferirsi unicamente alla rivelazione. Bisogna ancora domandarsi: è possibile spiegare a qualcuno, compreso un non credente, come Dio si rivela e che cosa è questa rivelazione?
Tutta la Bibbia è letteralmente piena di espressioni del genere: "Dio disse ad Abramo...", "Dio disse a Mosè..." Ma che cosa significano? In che modo Dio ha detto questo, come ha rivelato la sua volontà agli uomini? Per molti tutto questo può apparire una favola, perché ciò che è auto-evidente e più importante nella fede – cioè la rivelazione divina –, è formulato attraverso queste frasi infantili: "Dio disse...". Ora, già da molto tempo nessuno le spiega più. Ma, se come il cristianesimo ha sempre affermato e continua ad affermare, la fede comincia con la rivelazione di Dio, con un appello che l'uomo intende e al quale risponde; se prima del nostro rivolgerci a Dio e di trovarlo è Lui stesso che per primo si rivolge a noi, ci trova, si rivela a noi, allora dobbiamo essere in grado di esprimerci riguardo a questa rivelazione. Altrimenti dobbiamo riconoscere la giustezza delle parole dell'ateo che ribatte: "A me nessun Dio si è rivelato, dunque la mia incredulità è legittima".
Ma per noi credenti è realmente possibile ammettere che milioni di uomini siano, per così dire, dimenticati da Dio e che, senza che sappiamo per quale ragione, Dio si riveli a un piccolo numero e non ad altri? È realmente possibile per noi ammettere in Dio questa inconcepibile ingiustizia? Se Dio, come affermiamo, è il Dio dell'amore, allora Egli ama tutti, chiama tutti a sé, aspetta da ciascuno una risposta d'amore, una risposta di fede. Ma allora anche la rivelazione, che per noi è al centro della nostra fede e rende possibile la risposta di fede, non è una specie di miracolo incomprensibile, una violazione delle leggi della natura, o qualcosa di sovrannaturale. Al contrario, la rivelazione è la legge suprema del mondo e della natura. E tuttavia è una legge che gli uomini non vedono, né comprendono, perché la loro attenzione e il loro sguardo sono rivolti ad altre cose, perché, come dice il Vangelo, "hanno chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi, non sentire con gli orecchi e non intendere con il cuore e convertirsi" (Mt 13,15).
Nella sua preghiera mattutina, la Chiesa comincia ogni nuovo giorno con la solenne e gioiosa affermazione: "Il Signore è Dio e si è manifestato a noi". [6] In che cosa consiste dunque questa rivelazioi R., in che modo si manifesta?

2. La vita come rivelazione

Dio si è rivelato agli uomini e la risposta a questa rivelazione, la loro accettazione è la definizione Messa della fede. Da un tempo abbastanza recente, Li parola "rivelazione" è diventata sinonimo di qualcosa di sovrannaturale, di miracoloso, che sarebbe Incompatibile con la scienza e contraria al sapere positivo. Questo slittamento di significato si è verificato non grazie ad una più grande apertura dell'intelligenza e della coscienza umane, ma al contrario a causa di un suo straordinario restringimento, di un suo impoverimento. Da due secoli e mezzo, infatti, ha preso forma una concezione del mondo totalmente limitata, un tempo chiamata "positivismo", che ha privato progressivamente l'uomo (ma, grazie a Dio, non ogni uomo) di una percezione del mondo incomparabilmente più profonda e più ricca, con il risultato che oggi viviamo sotto la tirannia di ideologie sempliciste, di teorie che hanno deciso una volta per tutte che si possa e si debba affrontare il mondo e la vita con il computer, solo strumento capace di apportare una risposta a tutte le questioni, senza eccezione.
Bisogna precisare che i veri sapienti e la vera scienza non sono responsabili di questa strana semplificazione e di questo impoverimento della coscienza umana, né di una tale tirannia. I suoi responsabili sono gli "ideologi", questa curiosa razza di uomini che vuole far passare per "scienza" le proprie idee, la propria concezione del mondo, ed imporle con forza agli altri. così, ad esempio, le verità scientifiche attuali non forniscono una definizione precisa della "materia", mentre le ideologie affermano con tanta sicurezza che tutta la verità è inclusa nel "materialismo", e questo ci riduce ad una equazione con solo delle incognite. Infatti, come possiamo dire che cos'è il "materialismo", se non è chiaro che cosa sia la materia? Come applicare alla vita le "leggi della natura" che i più grandi scienziati cercano ancora di chiarire? Alla fine dobbiamo comprendere che viviamo in un mondo in balia di impostori che si barricano dietro ad una scienza che non conoscono e che serve loro per terrorizzare gli uomini. "Nessuna rivelazione è possibile, perché è contraria alla scienza", proclamano con presunzione, e milioni di persone ripetono timorosamente e docilmente questa affermazione.
Ma se ci liberiamo, anche solo per un istante, da questa visione del mondo banale, superficiale, e, soprattutto, semplificata ad oltranza, allora un approccio completamente diverso ad ogni cosa del mondo diventa possibile, accettabile, convincente, e infine perfettamente evidente. All'improvviso parole come "rivelazione" e "miracolo" cessano di essere il frutto di oscurità e ignoranza, come pretendeva un "positivismo" di bassa lega.
Se, al contrario, ci venisse rivelato - in un senso completamente diverso e profondo, e allo stesso tempo con una limpidezza infantile - che questo inondo, tutta la sua vita è una rivelazione, un miracolo, un mistero che non hanno più niente a che vedere con l'onnipotente computer? Se l'esperienza più intima e più evidente di ogni persona attestasse che ogni cosa nel mondo è allo stesso tempo ciò che è (quello che il computer può conoscere di essa) e qualcosa di altro che nessun computer è capace di conoscere e di definire, qualcosa che ci si rivela, che si manifesta e ci penetra come il bene più importante e prezioso della nostra vita?
La scienza studia la natura. Ma non è forse vero che la natura può essere studiata anche in modo completamente diverso dalla poesia, dalla musica, dall'arte? Non è vero che esse rivelano qualcosa di altro sulla natura, un'altra verità sulla natura, che ci è forse più necessaria?

Vento notturno, di che gemi?
Di che ti lagni follemente?...
In una lingua al cuore nota... [7]

Di che si tratta? Sono parole insensate, assurde, senza un minimo rapporto con la vita, o questa poesia smaschera le menzogne degli ideologi che negano qualcosa di auto-evidente a chiunque: che tutto nel mondo nasconde e manifesta allo stesso tempo un significato più profondo; che tutto nel mondo e nella vita ci parla e ci attesta una sorta di misteriosa presenza; che tutto lascia presagire e promette un'altra conoscenza, un'altra comprensione? Potremmo parlarne senza fine, ma ciò che è stato già detto può forse essere sufficiente per farci sentire almeno un po' che il cristianesimo parla della rivelazione e che non si tratta semplicemente di un fenomeno strano e inesplicabile, ma è qualcosa che la stessa esperienza umana conferma. "I cieli narrano la gloria di Dio" (Sal 19,1). "Tutto ciò che respira lodi il Signore" (Sal 150,6). Detto semplicemente, la fede percepisce il mondo stesso, la vita stessa come rivelazione, come la presenza dell'invisibile nel visibile. Per la sua stessa natura, l'uomo vive essenzialmente di rivelazioni: rivelazioni della bellezza, rivelazioni dell'amore, rivelazioni della natura, rivelazioni del bene... Queste sono le cose su cui il computer non ha niente da dire e che tuttavia, in ogni tempo e in ogni luogo, costituiscono l'autentico significato e il contenuto reale della vita.
Tutto questo è la prima e più generale rivelazione di cui abbiamo conoscenza. Essa ci viene dalla natura, da un'altra persona, dall'amore, dalla gioia e dalla sofferenza. Essa si riversa in noi a partire dalla nostra infanzia, quando ogni cosa era ricevuta come un miracolo, come una rivelazione. Nei migliori istanti della nostra vita, comprendiamo che Dostoevskij aveva ragione quando chiamava questa esperienza "un contatto con altri mondi....". [8]
Ora, già a questo stadio, in questa esperienza quasi inconsapevole della rivelazione, l'uomo dovrebbe riconoscere che questo può venire solo da Dio. Ma, ammettiamo che per qualche ragione egli non arrivi a questa conclusione, o che opponga una resistenza, che non veda né senta Dio che si rivela a lui nel mondo... Sia pure, ma andiamo avanti. E ricordiamo che abbiamo percepito nel mondo la presenza di un mistero...

3. L'esperienza religiosa come rivelazione

Se non è l'idea della rivelazione, è allora la sua esperienza ad essere la prima constatazione inconfutabile dell'uomo. Fin da tempi remoti, l'uomo ha avuto coscienza di vivere in una relazione non solo puramente fisica, ma anche spirituale con il mondo che lo circondava. Diciamo, più sommariamente, che l'uomo vive non solo con la ragione, ma anche con il sentimento. Il sentimento è esattamente l'organo per percepire tutto quello che nel mondo, nella natura, nella vita, nelle relazioni umane non può essere afferrato con la sola ragione. E non c'è niente di umiliante per la religione ad affermare che, prima di riflettere su Dio, prima di rivolgersi a Lui con la sua ragione, l'uomo ha percepito Dio. Proprio come una relazione autentica e profonda con un altro ci permette di sentire la sua "anima", cioè il suo Io profondo, che si rivela sia nel suo aspetto esteriore, che nelle sue parole e nelle sue azioni, senza ridursi tuttavia a queste manifestazioni, allo stesso modo l'uomo ha percepito nel mondo la presenza, l'azione, la rivelazione di qualcosa che non può limitarsi all'apparenza. E questo qualcosa, ad un certo momento del suo sviluppo, l'ha chiamato divinità, Dio. Questa nozione non sarebbe potuta sorgere se non esistesse la realtà, l'esperienza di ciò a cui ci si relaziona. Un "positivista" onesto dovrebbe poterlo ammettere. Poiché questa nozione di divinità è comune a tutti gli uomini, dal momento che la troviamo sempre e dappertutto, abbiamo il diritto di concludere che ciò che chiamiamo rivelazione - cioè il sentimento, l'esperienza di una presenza in questo mondo esteriore e visibile di qualcosa di interiore e invisibile - non costituisce un momento fortuito o eccezionale, ma rappresenta una legge fondamentale. Possiamo chiamare questa legge la "sostanza religiosa dell'uomo". Si ha un bel volere a provare il contrario, ma questa legge non viene meno per il fatto che ai nostri giorni, ad esempio, molti si considerano non religiosi o atei. Non viene meno perché, anzitutto, la negazione della fede, la negazione della religione si effettuano in nome di altri "valori", cioè in nome di un'altra fede, di un'altra "rivelazione". Il non credente afferma che la religione è un ostacolo al raggiungimento della felicità e della libertà nel mondo. Ma da dove ha preso le nozioni di "felicità" e di "libertà"? Non vengono né dalla fisica, né dalla matematica. In fin dei conti, gli uomini non discutono che di "rivelazioni". Perciò le parole di Gesù scritte nel Vangelo sono perfettamente vere: "dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore" (Mt 6,21).
Ma questa rivelazione "naturale", questo "sentimento religioso" così caratteristico dell'uomo non esaurisce evidentemente l'esperienza cristiana e il suo insegnamento sulla rivelazione. Possiamo andare oltre. O, più precisamente, ritornare alla domanda con la quale abbiamo cominciato la nostra riflessione sulla fede e la sua fondazione sulla rivelazione. Abbiamo detto che la Bibbia parla costantemente di rivelazioni particolari: "Il Signore disse ad Abram: «Vattene dal tuo paese... verso la terra che io ti indicherò»" (Gen 12,1). 0 anche: "Mi fu rivolta la parola del Signore..." (cf Ger 1,4, per esempio).
Di quale fenomeno si tratta? Come collegarlo alla "rivelazione generale" di cui ho appena parlato? Da una parte, il cristianesimo afferma, per le parole stesse del Vangelo, che "Dio nessuno l'ha mai visto" (Gv 1,18) e ogni giorno, nelle sue preghiere, la Chiesa qualifica Dio come "invisibile, ineffabile, inaccessibile". Di conseguenza, i racconti biblici di rivelazioni non si possono riferire a manifestazioni "fisiche" di Dio. D'altra parte, ognuna di queste rivelazioni è così evidente, autoritativa, irrefutabile che l'uomo la accetta e segue il cammino indicato: "Allora Abram parti, come gli aveva ordinato il Signore" (Gen 12,4). Qui ancora è chiaro che noi abbiamo a che fare con un sentimento, ma un sentimento infinitamente più forte, più intenso di quello con il quale percepiamo normalmente gli strati profondi della vita.
Ciascuno di noi non ha forse conosciuto nella sua vita dei momenti di intensità particolare, così esclusivamente unici in cui era come se una voce interiore ci stesse chiamando, si stesse rivelando, ci convocasse verso una decisione che, solo un minuto prima, ci sembrava ancora confusa e contestabile? Non abbiamo sperimentato momenti del genere, durante i quali tutta la vita è tesa, quando letteralmente ogni cosa dipende dalla nostra accettazione o meno della decisione che si solleva, così imperiosamente e ineluttabilmente, nella nostra coscienza?
Evidentemente li abbiamo conosciuti! E, per quanto ci venga ripetuto che ogni cosa nella vita è, senza eccezione, sottomessa alla legge inflessibile della causalità e della necessità, noi sappiamo con tutto il nostro essere e con tutta la nostra esperienza che in realtà, assolutamente tutto così spesso dipende dalla nostra decisione, dalla voce della coscienza, dallo slancio misterioso delle misteriose profondità del nostro "Io".
Non sapremo mai quello che è realmente accaduto il giorno in cui Abramo ha fatto questa scelta decisiva che ha cambiato il suo destino, quando "Ebbe fede in Dio" (Rm 4,3), abbandonò tutto, parti per un paese lontano, iniziando così una catena di eventi totalmente nuovi che condurranno a Cristo. Non sapremo mai quello che è successo esattamente quando Mosè, obbedendo a questa stessa intuizione misteriosa, sali sulla montagna da solo e poi ne discese, portando al popolo i comandamenti, così semplici eppure così eterni, tanto che fino ad oggi il mondo riposa su di essi. Ma sappiamo che in questi eventi è accaduto qualcosa che ha trasformato radicalmente il destino spirituale dell'uomo. Sappiamo che nel suo livello più profondo si trattava di una chiamata e di una risposta, della rivelazione e della fede. Sappiamo, infine, che questa rivelazione e la fede in risposta ad essa erano date liberamente, perché la rivelazione non era né "fisica", né sotto l'effetto di una costrizione, ma veniva da dentro, dalle profondità del sentire umano. Abramo credette, ma era libero anche di non credere. Mosè obbedì, ma era libero anche di non obbedire. È questa tri-unità di rivelazione, fede e libertà che ci porta direttamente all'essenza stessa della fede cristiana o, più esattamente, a Cristo stesso.

4. Cristo come rivelazione

Cristo sta al cuore stesso della rivelazione religiosa, o piuttosto dell'esperienza religiosa in quanto rivelazione, come punto di convergenza e vero centro luminoso. In effetti, il senso stesso della fede cristiana e il suo carattere unico in rapporto a tutte le altre religioni è determinato dal fatto che la nostra fede riconosce nell'uomo Gesù la rivelazione di Dio, la manifestazione di Dio in mezzo a noi su questa terra, nel tempo, in questo mondo concreto, che noi possiamo vedere, sentire, toccare.
Il cristianesimo, la Chiesa hanno sempre insistito su questo aspetto concreto, storico e totalmente umano di Cristo. "Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato..." (1Gv 1,1) – così comincia la lettera di Giovanni, il discepolo diletto di Cristo. E questo è ciò che la Chiesa continua ad insegnare senza cambiamento. Non è un caso che nel "Simbolo di fede" – questa breve esposizione dogmatica che ripetiamo ogni giorno sia nella liturgia che nella nostra preghiera personale – sia sempre menzionato il nome di Ponzio Pilato, governatore della Palestina all'inizio della nostra era. Con questa evocazione di una persona concreta e il legame di essa con ciò verso cui la fede è orientata, affermiamo senza sosta che questo Cristo nel quale crediamo non è un qualche essere mitico che, come gli dei pagani, abita qualche mondo leggendario distante nel tempo e nello spazio. Per la nostra fede cristiana, questo legame tra la rivelazione divina e la storia terrena, la vita terrena, è di estrema importanza. La rivelazione si è compiuta "sotto Ponzio Pilato", cioè in un particolare momento della storia, in un luogo particolare e in circostanze ben precise.
È vero che nel passato ci sono stati molte volte tentativi – e ne esistono ancora oggi – di negare la "storicità" degli eventi che sono descritti nel Vangelo e di dimostrare che Cristo è stato "inventato" allo stesso modo di tutte le altre "divinità". Oggi tuttavia è diventato perfettamente chiaro che questi tentativi erano condotti non nell'interesse della scienza, ma dell'"ideologia". La vera scienza, che unisce nel suo metodo, nella sua "oggettività" sia i t redenti che i non credenti, ha riconosciuto da lungo tempo la "storicità" di Cristo, anche se questo non vuol dire che tutti gli studiosi condividano e accettino l'interpretazione cristiana degli eventi raccontati nei Vangeli. La storicità del Vangelo è negata solo da coloro per i quali questa negazione deriva da bisogni "ideologici", da coloro per i quali proprio la storicità del cristianesimo rappresenta il più grande pericolo.
Ciò che è importante per noi, tuttavia, non sono questi tentativi antiquati e da lungo tempo screditati di rifiutare la storicità del cristianesimo. Per noi è importante capire perché il cristianesimo collega il suo insegnamento e la sua fede proprio ad eventi e personaggi così concreti, perché proprio a questi eventi particolari è associata la rivelazione religiosa definitiva e suprema. La storia conosce unicamente l'uomo Gesú, perché solo la fede riconosce in Lui Dio: così si può riassumere in breve l'essenza stessa del cristianesimo. Questo punto tuttavia è fondamentale per comprendere il cristianesimo e la sua concezione di Dio e dell'uomo. Coloro che si oppongono alla religione affermano senza sosta che gli uomini hanno inventato Dio sotto l'effetto della paura e che ogni religione non è nient'altro che il frutto di questa violenza. Ma certo qui, in questa immagine dell'uomo Gesù che ci è giunta attraverso il Vangelo non c'è assolutamente il minimo elemento di coercizione, né di violenza. Alcuni l'hanno ascoltato, altri non l'hanno ascoltato; alcuni l'hanno seguito, altri l'hanno rifiutato; alcuni l'hanno amato, altri, al contrario, l'hanno odiato - ma Cristo non ha costretto nessuno a seguirlo, né ha forzato nessuno a credere in Lui con la costrizione. Ma sono stati coloro che l'hanno amato, che hanno creduto in Lui e che hanno accettato il suo insegnamento a confessarlo unanimemente come Dio; essi hanno accettato sia Lui che il suo insegnamento come rivelazione divina. Questo non significa forse che l'esperienza cristiana, la concezione cristiana di Dio è diametralmente opposta al ritratto che ne fanno i sostenitori dell'ideologia atea, che spiegano ogni cosa nella religione come frutto dell'ignoto, della coercizione della mente e della coscienza? Al centro stesso dell'esperienza cristiana c'è invece l'esperienza di un Dio che non attenta alla libertà dell'uomo, alle sue scelte, alle sue decisioni. Un Dio che ricerca solo una fede libera, cioè una fede come libertà: "Se mi amate, osserverete i miei comandamenti" (Gv 14,15), dice Cristo. Ma è proprio questo stesso amore che non può essere forzato; è questo stesso amore che non può mai in nessun modo essere obbligato.
Sì, Dio si rivela agli uomini: si rivela nella natura, nella storia, e infine si rivela nella vita, nella venuta e nell'insegnamento di un uomo, in un evento unico nel suo significato e diverso da ogni altro. Ma Egli rivela se stesso in un modo tale che ogni persona è libera di accettare questa rivelazione, di sperimentarla come la sua salvezza, come il senso supremo, la gioia definitiva della sua vita; ed è ugualmente libero di non vedere, di non discernere la rivelazione di Dio, di rigettarla. Credendo in un Dio che attende una risposta libera dell'uomo alla sua rivelazione, al suo amore, il cristianesimo afferma la libertà dell'uomo, cioè lo riconosce come un essere totalmente libero.
Così, secondo il cristianesimo, ciò che lega Dio e l'uomo, ciò che li unisce non è un "obbligo" esteriore, ma solo l'amore, la più libera di tutte le caratteristiche umane e l'essenza stessa di Dio. Per i cristiani, infatti, l'essenza di Dio è l'amore. Nel Vangelo, Egli è d'altronde designato con questo termine. È nell'amore che Dio crea il mondo; è solo grazie all'amore che possiamo riconoscere ogni cosa nel mondo e nella vita come rivelazione dell'amore divino. E per amore che Egli ci salva ed è solo nell'amore che noi possiamo riconoscere Cristo venuto tra di noi come rivelazione e come unione con noi del Dio-amore.

NOTE

1 A. Puškin, "Il profeta", 1826, in Lirica, a cura di E. Lo Gatto, Firenze 1968, 281. 
2 A. Blok, "Una voce dal coro", 1910-1914, in Poesie, a cura di A. M. Ripellino, Milano 1990, 280-281.
3 Puškin, "Il profeta", cit.
4 Catechesi di san Giovanni Crisostomo che si proclama all'orthros della Grande Domenica di Pasqua nel rito bizantino.
5 Pascal, Pensées, 553: "Il mistero di Gesù".
6 Responsorio invitatorio dell'orthros nel rito bizantino.
7 Fëdor Tjutčev, "Vento notturno, di che gemi?", 1836, in Poesie, a cura di A. M. Ripellino, trad. di T. Landolfi, Torino 1964, 52.
8 È un'espressione de I fratelli Karamazov, dove nel libro VI, cap. 3, tra le conversazioni dello starec Zosima, si parla della preghiera, dell'amore e del "contatto con altri mondi".

(Fonte: Credo... Il Simbolo di fede, Lipa 2012, pp.17-55)