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S. Paolo

L'apostolo delle genti

A cura di Maria Rattà

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«3.500 chilometri per giungere fino a Roma, che si aggiungono ai 2.000 del primo viaggio, ai 5.000 del secondo ed ai 6.000 del terzo, percorsi a piedi o in una barca sospinta dal vento, per un totale di circa 16.500: anche questi dati dicono la passione dell’annuncio del vangelo che mosse – è il caso di dirlo – l’apostolo Paolo» (Andrea Lonardo).
 ViaggiPaolo

 

«TUTTO IO FACCIO PER IL VANGELO, PER DIVENTARNE PARTECIPE ANCH'IO» (1 Cor 9,23)

San Paolo (Tarso, 5-10; † Roma, 64-67) è definito l'"apostolo dei Gentili", per la sua attività di “missionario del Vangelo” tra i pagani greci e romani.
La vita di Paolo, a seguito della conversione sulla via di Damasco, fu una vita spesa per la Parola, e proprio la Parola stessa ci ha tramandato la sua biografia.
«La prima vita di san Paolo si può dire sia stata scritta da san Luca. Questo medico antiocheno, convertito dal paganesimo, dopo avere descritto nel suo Vangelo la biografia del Salvatore, traccia negli Atti degli Apostoli la storia della Chiesa nascente, presentando nella prima parte gli episodi che hanno per protagonista Pietro e riservando la seconda alle vicende di Paolo, l’Apostolo delle Genti.
San Luca ebbe la fortuna di accompagnarlo in diverse missioni, di collaborare con lui nella diffusione del Vangelo e di assisterlo con affetto filiale e perizia tecnica nelle sue frequenti infermità. Paolo stesso lo chiamerà “Luca, il carissimo medico, il mio collaboratore”. Era quindi in grado di conoscere direttamente o di venire a sapere da testimoni sicuri le informazioni che ci trasmette accuratamente negli Atti degli Apostoli. Alcuni particolari, specialmente quelli più intimi, li scopriremo talora nell’epistolario dello stesso Paolo. Ma il protagonista è restìo a parlare di sé. Si decide solo quando le esigenze della polemica lo costringono a produrre i suoi titoli all’apostolato, oppure quando la sua profonda umiltà lo induce a ricordare i suoi peccati, specialmente quello d’aver perseguitato la Chiesa di Dio» (Pietro De Ambroggi). Gli ultimi anni della vita di Paolo possono essere ricostruiti, in mancanza di notizie contenute negli Atti, attraverso i pochi indizi tramandati dalla tradizione e dalle epistole paoline.

Le origini

Ebreo e romano

Paolo era ebreo, della tribù di Beniamino (Rm 11,1;Fil 3,5) e, per nascita, era anche cittadino romano (At 16,37-38; 22,25-29; 25,7-12). Nei primi tempi dell'impero la cittadinanza romana era un privilegio ereditario non comune, specialmente per gli abitanti delle province non italiche. Esso garantiva notevoli vantaggi economici, politici, fiscali, giuridici. Non è chiara l'origine di questo status paolino e sono state elaborate diverse ipotesi che rimandano ora al privilegio concesso ad alcuni Ebrei della Cilicia durante la campagna di Cesare contro Farnace, nel 47 a.C. circa, ora al fatto che gli avi di Paolo avessero ottenuto lo status da Marco Antonio dopo la vittoria a Filippi del 42 a.C. o che il padre lo avesse acquisito quale riconoscimento per l’aiuto militare all’esercito romano in occasione di una campagna militare di Cesare. Altre ipotesi parlano di un periodo di schiavitù dei genitori di san Paolo, condotti come prigionieri di guerra da Giscala a Tarso, e poi affrancati, ottenendo dunque la cittadinanza romana. Una tradizione raccolta da san Gerolamo affermerebbe tale origine oriunda della famiglia di Paolo, che, nato in questa città sarebbe poi emigrato, ancora piccolo, a Tarso. Tale teoria, tuttavia, non sembrerebbe appoggiata dalle stesse affermazioni paoline.
L’ultima tesi inserisce Paolo nella famiglia regale degli Erodiani, al cui antenato Erode Antipatro, era stata concessa la cittadinanza da Cesare. In At 13,1 e in Rm 16,10-11 vi sarebbero degli accenni a questo legame familiare, tuttavia, tale tesi non è suffragata da molti studiosi, anche sulla base della freddezza che traspare dall'incontro tra Paolo e l'erodiano Marco Giulio Agrippa II in At 26.
I nomi dei suoi genitori e parenti ci sono ignoti. In At 23, 16, un breve accenno ci consente di scoprire che Paolo aveva una sorella sposata a Gerusalemme e un nipotino che gli salvò la vita in un momento drammatico.

Tarso, città di commerci e cultura

Tarso«Attualmente Tarso è una modesta città turca di circa 30 mila abitanti, ma ai tempi di Paolo era celebrata come “la perla della Cilicia”. Adagiata ai piedi della catena del Monte Tauro, con il vasto porto aperto ai traffici del Mediterraneo  (ove convergevano le civiltà semitico-iraniche dell’Oriente e quelle greco-romane dell’Occidente) era celeberrima anche per la cultura. Centro intellettuale di primo ordine, poteva gareggiare nel campo degli studi con Alessandria d’Egitto e Atene. Pur senza frequentare le scuole greco-pagane della sua città cosmopolita, il nostro giovane israelita doveva assorbire dall’ambiente gli elementi della cultura profana che lo renderanno meglio adatto per essere l’Apostolo delle Genti. Nei suoi scritti e nei suoi discorsi affioreranno talora citazioni di autori profani. Tarso era pure celebre per i suoi traffici. Il giovane Saulo doveva interessarsi assai della navigazione. A suo tempo saprà dare esperti consigli al capitano d’una nave sbattuta tempesta» (Pietro De Ambroggi). In questo contesto culturalmente e commercialmente variegato, Paolo lavorò e studiò.

La formazione di Paolo

- Fabbricante di tende
Seppure il futuro di questo giovane di Tarso fosse lo studio rabbinico, non per questo gli venne risparmiata la fatica del lavoro manuale. San Luca lo qualifica come fabbricante di tende (At 18,3) così come si evince da alcuni passi delle sue lettere (At 20,34-35; 1Cor 4,12; 2Cor 11,27; 1Ts 2,9; 2Ts 3,8). A tale attività Paolo si dedicò anche durante il ministero itinerante, per essere economicamente indipendente. Ai cristiani di Corinto scrisse: «Ci affatichiamo lavorando con le nostre mani» (1 Cor 4,12) e a quelli di Efeso: «Sapete in che modo dovete prenderci a modello: noi infatti non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi. Non che non ne avessimo diritto, ma per darci a voi come modello da imitare. E infatti quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuole lavorare, neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni fra voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione. A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità» (2 Ts 7,12).
Circa il tipo di materiale lavorato da Paolo, gli studiosi non sono concordi. Taluni ritengono che Paolo si occupasse della tessitura di un rozzo panno di peli di capra, il “cilicio”, chiamato così proprio perché nella Cilicia, patria di Paolo, era fiorente tale industria. Questo panno era utilizzato anche per la realizzazione dei copertoni per tende.
Altri commentatori propendono invece per un’attività paolina legata al cuoio. San Paolo sarebbe stato esperto nell’arte del taglio e cucito dei pellami destinati alla produzione delle tende.

- Formazione culturale
«Sebbene nelle fonti non venga direttamente affermato, Paolo dimostra di avere ricevuto una solida formazione greco-ellenista, probabilmente nella prima giovinezza, nella natale Tarso e/o in seguito a Gerusalemme.
Nelle sue lettere e nella sua predicazione riferita negli Atti, traspare la conoscenza della Bibbia in greco (Septuaginta), il metodo retorico della diatriba (Rm 27,3-8), alcune citazioni implicite di concetti e pensatori ellenisti: i temi stoici dell'autosufficienza in 2Cor 9,8; Fil 4,11-12, dell'immanenza di Dio in Rm 11,36 Col 1,16, della "teologia naturale" in Rm 19,20; la "moderazione" cinica in 1Ts 2,1-8; Epimenide e Arato in At 17,28; Menandro in 1Cor 15,33; la conoscenza delle "cose invisibili", le idee di Platone, in 2Cor 4,18; 5,7; Col 1,5; l'uso dell'allegoria come è usata da Filone, ad esempio in Gal 4,24-26» (San Paolo, Enciclopedia Cattolica Telematica Cathopedia ).

- Formazione religiosa
In Fil 13,5 Paolo si definisce "fariseo quanto alla legge" (v. anche At 23,6; 26,5). I farisei erano un gruppo religioso e politico sviluppatosi rabbi-gamalielpochi secoli prima dell'era cristiana. Nel I secolo essi furono fortemente in contrasto con il movimento aristocratico-sacerdotale dei sadducei su diversi aspetti dottrinali (i farisei ammettevano l'immortalità dell'anima e l'esistenza degli angeli, ad esempio) e si mostrarono meno rigidi nell’interpretazione delle Scritture. La formazione dei farisei aveva luogo in apposite scuole collegate alle sinagoghe. In una di queste (probabilmente nella stessa Tarso) quindi, si può desumere che Paolo ricevette i primi fondamenti della dottrina e imparò a leggere le Scritture. Si spiegherebbe anche, in questo modo, il largo uso che Paolo farà in seguito, nelle sue lettere, di citazioni dalla Scrittura nella versione “dei Settanta”, ossia una traduzione in lingua greca. Infatti nelle sinagoghe degli Ebrei della diaspora, la Scrittura era letta e spiegata in greco.
Viceversa, nella casa paterna, Paolo apprese con molta probabilità l’aramaico, parlato in Palestina, e i rudimenti dell’ebraico, lingua originale della Scrittura.
In accordo ad At 22,3, Paolo proseguì i suoi studi a Gerusalemme, alla scuola del rinomato rabbino Gamaliele. Al termine degli studi, l'apostolo ottenne il titolo di “dottore della Legge” o “scriba”.
L'appartenenza di Paolo al Sinedrio, che sembra essere suggerita da At 26,10 non è condivisa dai biblisti. At 18,18 ci forniscono un'indicazione ulteriore: Paolo era un nazireo, cioè aveva fatto uno speciale voto di consacrazione a Dio, che implicava una vita particolarmente sobria e rigorosa e il portare i capelli lunghi.

- Condizione economica
L’attività artigianale, gli studi compiuti a Gerusalemme e lo status di cittadino romano, con i relativi sgravi fiscali, permettono di affermare che Paolo appartenesse a una famiglia di ceto medio o medio-alto.


DA PERSECUTORE A CONVERTITO

Persecutore dei cristiani

«Non sappiamo quando e come si verificarono i primi contatti con il Cristianesimo. Il Sinedrio aveva già richiamato all’ordine i predicatori più in vista della nuova dottrina, Pietro e Giovanni. Ora, agli apostoli si aggiungevano i diaconi ellenisti e specialmente Stefano, che estendevano le discussioni anche nelle sinagoghe ellenistiche, ossia degli Ebrei provenienti dalla diaspora. Tra le sinagoghe ellenistiche di Gerusalemme, ove prendeva la parola il primo dei diaconi, è ricordata quella degli “oriundi dalla CIlicia” alla quale doveva appartenere Saulo. San Luca nota che uditori non potevano resistere alla sapienza e allo spirito con cui parlava. Gli attivisti delle cinque sinagoghe ellenistiche di Gerusalemme, tra le quali è elencata quella dei Giudei della Cilicia, agitavano il popolo, dichiarando che Stefano aveva bestemmiato contro Mosè e contro Dio. Il predicatore fu arrestato, condotto davanti al Sinedrio e, nonostante la sua vibrante apologia, fu condannato a morte per lapidazione. A questo punto appare per la prima volta negli Atti degli Apostoli il nome di Saulo. I testimoni che nel processo avevano deposto contro lo zelante diacono e che, secondo la Legge, dovevano lanciare per primi la pietra, “deposero il loro mantello ai piedi di un giovane, chiamato Saulo” (At 7,58). Il martirio di Stefano era stato come una scintilla incendiaria che aveva provocato lo scoppio di una grande persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme. Molti fedeli furono dispersi per le campagne della Giudea e della Samaria. “Saulo intanto infuriava contro la Chiesa ed entrando nelle case prendeva uomini e donne e li faceva mettere in prigione” (Atti 8.3)» (Pietro De Ambroggi).
Le modalità pratiche e il contesto di questa persecuzione paolina, probabilmente descritta con toni esagerati, non sono chiare. È possibile che la sua azione si sia limitata alla sola comunità di Gerusalemme e in seguito, quando la persecuzione portò alla dispersione dei credenti, cercò di rivolgersi anche ai profughi cristiani fuori dalla città, nella fattispecie quelli residenti a Damasco (At 9,2). I riferimenti biblici indicano che questa persecuzione ebraica, all'interno della quale appunto operava Paolo, inizialmente non fu rivolta a tutti i cristiani indistintamente ma solo ai cosiddetti ellenisti, cioè i cristiani di cultura greca come Stefano e Filippo. Gli apostoli (e i giudeo-cristiani) invece sembrano rimanere indisturbati (At 8,1; At 8,14), salvati dalla loro appartenenza alla comunità giudaica e dalla adesione ai precetti religiosi della fede ebraica. Dalle fonti storiche non appare chiara l'effettiva portata di questa persecuzione ebraica: Giuseppe Flavio, principale e preziosa fonte extra-cristiana circa il medio-oriente del I secolo, non fa cenno di una sistematica persecuzione, e anche nel testo biblico le uccisioni dirette descritte sono solo quella di Stefano e dell'apostolo Giacomo "il Maggiore" (At 12,1-2, attorno al 44), alle quali va aggiunta in seguito quella di Giacomo "il Giusto" (Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche 20,9, attorno al 62). È possibile che la persecuzione ebraica (e paolina) sia stata più una questione giuridico-religiosa, finalizzata alla scomunica e all'interdizione dei cristiani dal culto della sinagoga e del tempio, che un sistematico eccidio.
L'accenno al voto circa la condanna capitale di At 26,10 sembra suggerire una sua appartenenza al Gran Sinedrio di Gerusalemme, il consiglio religioso ebraico di 70 membri (71 col Sommo Sacerdote) al quale solo spettava il voto e la delibera (ma durante l'occupazione romana non l'esecuzione, vedi il caso di Gesù) delle condanne a morte per motivi religiosi, dal quale lo stesso Paolo sarà giudicato (At 22,30-23,10). Questa appartenenza sinedrita farebbe di Paolo uno degli Ebrei più noti e rilevanti dell'ebraismo dell'epoca, ma viene solitamente esclusa dagli studiosi anche perché non direttamente affermata dai testi biblici e non usata nelle sue lettere quando in vari loci presenta le sue credenziali. In tal senso, il suo "voto" per la condanna a morte dei cristiani deve essere inteso come un semplice consenso. (San Paolo, Enciclopedia Cattolica Telematica Cathopedia).

La conversione sulla via di Damasco

Il Sinedrio aveva giurisdizione anche sugli Ebrei residenti al di fuori della Palestina, ecco perché Saulo «spirando ancora minacce e stragi contro i discepoli del Signore» (At 9,1), poté presentarsi al sommo sacerdote e chiedere delle lettere per sinagoghe di Damasco. Tali lettere erano veri e propri “mandati di cattura”, che lo autorizzavano a tradurre incatenati, a Gerusalemme, i cristiani che avesse trovato (At 9,2).
Ottenute tali lettere, Paolo partì per Damasco, pronto ad affrontare un viaggio di circa 250 kilometri, che poteva durare anche una settimana.
Proprio sulla via di Damasco ebbe luogo la conversione di Paolo.

Conversione di San Paolo  Page1

«Avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all'improvviso lo avvolse una luce dal cielo e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?". Rispose: "Chi sei, o Signore?". Ed egli: "Io sono Gesù, che tu perseguiti! Ma tu alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare". Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce, ma non vedendo nessuno. Saulo allora si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damasco. Per tre giorni rimase cieco e non prese né cibo né bevanda» (At 9,3-9).
«I particolari riguardanti la conversazione di Saulo sono riferiti in tre punti degli Atti degli Apostoli: nel capitolo 9,3-8, ove parla lo storico; nel capitolo 22,6-11 in un discorso di Paolo alla folla di Gerusalemme; nel capitolo 26, 12-16, in un discorso di Paolo a Gerusalemme di fronte al re Agrippa. Le differenze tra i racconti si conciliano facilmente.
Nel capitolo 9,7 leggiamo che i compagni “erano rimasti stupefatti”. Ciò non vuol dire che tutti fossero rimasti in piedi; così si concilia con quanto leggiamo nel capitolo 26: “Tutti erano caduti a terra”. Nel capitolo 9,7 leggiamo che gli altri “udirono la voce, ma non videro nessuno”, invece nel capitolo 22 9: “videro bene la luce, ma non intesero la voce”. Cioè, videro la luce, ma non videro Cristo risorto, udirono cioè il suono delle parole ebraiche, ma non ne compresero il senso. Questo risulta dai termini greci usati: nel primo caso c’è verbo skoùein (udire) con il genitivo (tès phonès); nel secondo caso con l’accusativo (tèn phonèn)» (Pietro De Ambroggi).
A Damasco, Saulo venne ospitato di un certo Giuda, che abitava nella contrada chiamata "La Diritta", che attraversava Damasco da oriente a occidente. Qui giunse, mosso da una visione narrata in At 9,11, Anania, un giudeo già convertito al cristianesimo, che imponendo le mani su Saulo gli riottenne la vista.
Dopo il suo arresto nel Tempio di Gerusalemme, Paolo - come riportano gli Atti – così ricorderà la sua conversione:
«Un certo Anania, devoto osservante della Legge e stimato da tutti i Giudei là residenti, venne da me, mi si accostò e disse: "Saulo, fratello, torna a vedere!". E in quell'istante lo vidi. Egli soggiunse: “Il Dio dei nostri padri ti ha predestinato a conoscere la sua volontà, a vedere il Giusto e ad ascoltare una parola dalla sua stessa bocca, perché gli sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai visto e udito. E ora, perché aspetti? Àlzati, fatti battezzare e purificare dai tuoi peccati, invocando il suo nome”» (At 22,12-16).
Da quel momento, «subito nelle sinagoghe annunciava che Gesù è il Figlio di Dio. E tutti quelli che lo ascoltavano si meravigliavano e dicevano: "Non è lui che a Gerusalemme infieriva contro quelli che invocavano questo nome ed era venuto qui precisamente per condurli in catene ai capi dei sacerdoti?".
Saulo frattanto si rinfrancava sempre di più e gettava confusione tra i Giudei residenti a Damasco, dimostrando che Gesù è il Cristo.
Trascorsero così parecchi giorni e i Giudei deliberarono di ucciderlo, ma Saulo venne a conoscenza dei loro piani. Per riuscire a eliminarlo essi sorvegliavano anche le porte della città, giorno e notte; ma i suoi discepoli, di notte, lo presero e lo fecero scendere lungo le mura, calandolo giù in una cesta.
Venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo. Allora Bàrnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore. Parlava e discuteva con quelli di lingua greca; ma questi tentavano di ucciderlo» (At 9, 19b-30).
Le differenti indicazioni di tempo contenute in At 9,20 (“Alcuni giorni”) e At 9,23 (“Passati molti giorni”) lasciano «supporre una duplice permanenza di Saulo a Damasco: una breve, l’altra più lunga, intercalata da un periodo di assenza. Tra questi due periodi si colloca il viaggio di Paolo in Arabia, nome con il quale, ai tempi dell’apostolo, si indicava il territorio che si estende dalla Siria al Golfo Persico e dall’Eufrate al Mar Rosso.

Il mistero del nome

Scorrendo gli Atti degli Apostoli, il lettore si ritrova dinanzi allo stesso personaggio indicato con due nomi: Saulo e Paolo. Saulo è l’appellativo presente fino al capitolo 13,2, poi in At 13, 9 compare la precisazione «Saulo detto anche Paolo». Infine, dal versetto 13 in poi, sarà presente soltanto “Paolo”.
Il cambio del nome avviene nell’occasione dell’incontro, descritto dagli Atti, con il proconsole romano Sergio Paolo, nell’isola di Cipro. Taluni studiosi e commentatori (Origene e Gerolamo, ad esempio) avevano supposto che a ciò fosse da imputare il mutamento. L’ipotesi era che Paolo avrebbe assunto il “cognomen” del proconsole convertito, ponendosi sotto la sua protezione, così come in ambiente romano facevano i “clientes” (persone libere, ma che si ponevano in dipendenza da un patronus, che offriva loro la sua protezione).
Tuttavia, la stessa espressione utilizzata dagli Atti «Saulo detto anche Paolo», fa presumere tutt’altro, ossia che Paolo fosse già uno dei nomi di Saulo.
«L’espressione utilizzata dagli Atti, tuttavia, è frequentemente attestata nei papiri dell’epoca, e serve a introdurre un doppio nome: il testo parla infatti di Saûlos ho kai Paûlos, dove il sintagma greco ho kai (lat. qui et), corrisponde approssimativamente a ho kaloumenos (“detto anche…”, “conosciuto come”). Tutto ciò lascia intendere che Paolo fosse noto anche in precedenza con quel nome, e che la sua prima menzione a questo punto della narrazione debba essere intesa come un espediente retorico, per sottolineare l’eccezionalità di quella illustre conversione.
Ma se Paolo portava questo nome già prima del suo incontro col Proconsole, come possiamo pensare che l’avesse acquisito? Pau(l)lus era infatti un nome romano, piuttosto insolito presso gli Ebrei. Qualcuno ipotizza pertanto una grecizzazione del nome ebraico Saul (gr. Saûlos o Saoûlos), anche se una traduzione letterale sarebbe stata preferibile (Etētos, “desiderato”). È più probabile, allora, che uno dei due nome valesse come supernomen.
La testimonianza della tradizione manoscritta è da questo punto di vista altamente significativa. P46, tra i più antichi papiri cristiani a noi noti, utilizza sempre per il Paolo pre-cristiano la forma semitica Saoúl, in luogo di Saûlos. Alcuni immaginano che quest’ultima forma, con la desinenza finale greca, sia quindi il risultato di un adattamento del nome Paûlos, che l’apostolo avrebbe avuto come cognomen.
Riguardo al mutamento di Saûlos in Paûlos, e in opposizione a qualunque tentativo di ricostruire una supposta denominazione latina, c’è poi l’ipotesi recentemente avanzata dal filosofo Giorgio Agamben:
Saûlos è un nome regale, e l’uomo che lo portava superava ogni altro israelita non solo per la sua bellezza, ma anche per la sua grandezza (1Sam 9,2; nel Corano, Saul è detto per questo Talut, il grande). La sostituzione del sigma col pi significa allora nulla di meno che il passaggio dal regale all’infimo, dalla grandezza alla piccolezza – paulus in latino vuol dire “piccolo, di poco conto” e in 1Cor 15,9 Paolo definisce se stesso 'il più piccolo [eláchistos] degli apostoli'. Paolo è dunque il soprannome, il signum messianico (signum vale lo stesso che supernomen) che l’apostolo si dà nel momento in cui assume pienamente la vocazione messianica” (Il tempo che resta, Torino 200, p. 17).

paulus

Nulla conferma che si debba intendere Paûlos alla stregua del nome messianico Kepha (in aramaico: “pietra”), del quale venne investito l’apostolo Simone-Pietro da Gesù in persona, secondo il vangelo di Giovanni (1,40-42): si tratta di un’ipotesi che occorre mantenere a livello di pura congettura, ma che da un punto di vista psicologico può arricchire di molto la nostra comprensione della personalità dell’apostolo, e del modo in cui egli intese la propria conversione.
È assai probabile, infatti, che Saulo-Paolo fosse perfettamente cosciente della grandezza che investiva il proprio nome, un nome che lo accomunava direttamente alla figura del primo re d’Israele, quel Saul che peraltro apparteneva come lui alla tribù di Beniamino (cf. Rm 11,1: “Io sono un israelita… della tribù di Beniamino”), e che nel testo biblico, poco prima d’essere consacrato dal veggente Samuele, gli si rivolge in questi termini: “Non sono forse un Beniaminita, di una delle più piccole tribù d’Israele? La mia famiglia è la minore tra le famiglie della tribù di Beniamino…” (1Sam 9,21)» (Luigi Walt). 


LA PREDICAZIONE E I VIAGGI

La prima missione apostolica

Da Damasco, Paolo fuggì verso Gerusalemme, dove (in base al racconto di At 9, 26-30) fu accolto con freddezza e timore dai cristiani del luogo, a causa della suo passato di strenuo persecutore del cristianesimo. Fu Barnaba a farsi suo garante, dando l’avvio ad una collaborazione apostolica che proseguirà anche negli anni successivi. A Gerusalemme Paolo incontro Pietro e Giacomo. Costretto a fuggire da Gerusalemme , fece ritorno a Tarso, la sua città natale.
I viaggi successivi lo videro in Siria e nella Cilicia, nuovamente e a Gerusalemme e ancora a Tarso. Paolo sarà poi a Cipro, in Pisidia, a Iconio, a Listra, e Derbe.

Predicazione s. Paolo

Interessante, per comprendere meglio la portata della missione di Paolo tra i pagani, è quello che accadde a Listra, così come ci viene descritto dagli Atti degli Apostoli:
«C'era a Listra un uomo paralizzato alle gambe, storpio sin dalla nascita, che non aveva mai camminato. Egli ascoltava Paolo mentre parlava e questi, fissandolo con lo sguardo e vedendo che aveva fede di essere salvato, disse a gran voce: “Àlzati, ritto in piedi!”. Egli balzò in piedi e si mise a camminare. La gente allora, al vedere ciò che Paolo aveva fatto, si mise a gridare, dicendo, in dialetto licaònio: “Gli dèi sono scesi tra noi in figura umana!”. E chiamavano Bàrnaba “Zeus” e Paolo “Hermes”, perché era lui a parlare.
Intanto il sacerdote di Zeus, il cui tempio era all'ingresso della città, recando alle porte tori e corone, voleva offrire un sacrificio insieme alla folla. Sentendo ciò, gli apostoli Bàrnaba e Paolo si strapparono le vesti e si precipitarono tra la folla, gridando: “Uomini, perché fate questo? Anche noi siamo esseri umani, mortali come voi, e vi annunciamo che dovete convertirvi da queste vanità al Dio vivente, che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano. Egli, nelle generazioni passate, ha lasciato che tutte le genti seguissero la loro strada; ma non ha cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge per stagioni ricche di frutti e dandovi cibo in abbondanza per la letizia dei vostri cuori”. E così dicendo, riuscirono a fatica a far desistere la folla dall'offrire loro un sacrificio.
Ma giunsero da Antiòchia e da Icònio alcuni Giudei, i quali persuasero la folla. Essi lapidarono Paolo e lo trascinarono fuori della città, credendolo morto. Allora gli si fecero attorno i discepoli ed egli si alzò ed entrò in città. Il giorno dopo partì con Bàrnaba alla volta di Derbe.
Dopo aver annunciato il Vangelo a quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Icònio e Antiòchia, confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede “perché - dicevano - dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni”» (At 14, 8-21).
La durata di questa prima “missione” si aggirò attorno ai 2-5 anni.

A Gerusalemme per il Concilio

Il terzo viaggio di Paolo a Gerusalemme è legato alla sua partecipazione al “Concilio di Gerusalemme”, indetto per dirimere la questione della necessità dell’osservanza della Legge e, in primo luogo, della circoncisione dei pagani convertiti al cristianesimo.
«Per risolvere questa impasse Paolo e Barnaba si recarono a Gerusalemme (Gal 2,2 precisa che il motivo del viaggio fu "per una rivelazione"). Qui ebbe luogo la discussione, che la tradizione cristiana indica come il primo concilio, che vide in definitiva la vittoria della posizione paolina ("non cedemmo neppure un istante", Gal 2,5): ai nuovi convertiti non occorreva imporre l'osservanza della legge ebraica ("non fu imposto nulla di più", Gal 2,6), ma solo di alcune norme fondamentali, cioè l'astensione "dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla impudicizia" (At 15,28-29, particolare omesso da Gal).
Il comune accordo raggiunto a Gerusalemme non impedì che la questione avesse uno strascico successivo, il cosiddetto "incidente d'Antiochia" (riferito dal solo Paolo in Gal 2,11-14). A quanto pare la comunità giudeo-cristiana continuava a vedere gli ellenisti come una sorta di cristiani di "seconda categoria", arrivando a scindere la mensa (eucaristica?) per le due distinte comunità. Pietro si lasciò coinvolgere in questa separazione, contraria allo spirito paritario emerso al Concilio, coinvolgendo anche Barnaba e venendo per questo apertamente ripreso da Paolo.
Anche Paolo tuttavia non si attenne strettamente al Concilio: in seguito fece circoncidere Timoteo affinché venisse accettato anche dai Giudei e dai giudeo-cristiani (At 16,1-3)» (San Paolo, Enciclopedia Cattolica Telematica Cathopedia ).

La seconda missione apostolica

Paolo avviò con Sila (detto anche Silvano nelle lettere), la seconda missione apostolica, avente per meta iniziale l’Asia Minore, ma che finì con l’estendersi poi anche all’Europa (Macedonia e Grecia), nell’arco di 4-5 anni.
Dopo essersi recati nelle città evangelizzate nella prima missione, per confermarle nella fede e comunicare ai credenti le decisioni del Concilio di Gerusalemme, Paolo e Sila «attraversarono la Frigia e la regione della Galazia» (At 16,6). Fu proprio agli abitanti di questa regione che Paolo indirizzò la Lettera ai Galati, da cui risulta che essi accolsero favorevolmente e con gioia i predicatori del Vangelo, che molti chiesero il Battesimo e si presero cura di san Paolo, afflitto a quel tempo da un'infermità.
Avvisato da una visione, Paolo raggiunse poi con i suoi compagni la Macedonia.
«Nella città di Filippi mancava la sinagoga giudaica. I pochi Ebrei che vi dimoravano si riunivano a pregare, al sabato, presso il fiume che si prestava bene per abluzioni rituali. Quello fu il luogo della prima conquista di Paolo. San Luca, testimone dei fatti, così racconta: “Il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che si facesse la preghiera e, dopo aver preso posto, rivolgevamo la parola alle donne là riunite. Ad ascoltare c'era anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. Dopo essere stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò dicendo: Se mi avete giudicata fedele al Signore, venite e rimanete nella mia casa”. E ci costrinse ad accettare.(At 16, 13-15)» (Pietro De Ambrogi). Paolo e Sila, imprigionati in quanto accusati di gettare «il disordine nella città» e di predicare usanze non lecite ai romani, furono in seguito liberati, e proseguirono il loro viaggio verso Tessalonica, Berea e la Grecia.

La terza missione apostolica

Il terzo viaggio di san Paolo viene descritto nel capitolo 18 degli Atti degli Apostoli. Il viaggio si snodò lungo la Grecia e la Turchia, già meta dei viaggi precedenti. Nell’arco di circa 5-6 anni, Paolo visitò, tra le altre terre, la Galazia, la Frigia, Efeso, l’Acaia, la Macedonia, Tessalonica, l’Illiria (che comprendeva la costa dell’attuale Croazia e l’Albania), Cesarea.
«Durante il suo soggiorno ad Efeso Paolo cominciò a organizzare la cosiddetta "colletta dei santi", una raccolta di offerte tra le sue comunità a favore della chiesa giudeo-cristiana di Gerusalemme (che non va confusa con la colletta in vista della carestia descritta in At 11,27-30). Il particolare è assente nella descrizione di Atti ma ricorre con insistenza nelle lettere alle varie comunità (in particolare 1Cor 16,1-4; 2Cor 8-9; Rm 15,25-27), e sembra una "clausola" del concilio di Gerusalemme (Gal 2,10). È verosimile che Paolo abbia portato il frutto della raccolta a Gerusalemme al termine del viaggio (Rm 15,25-26), nella sua quinta e ultima visita che lo vedrà imprigionato. Oltre al valore meramente assistenziale per i poveri della città santa, la colletta aveva un forte significato simbolico-teologico: i giudeo-cristiani potevano vedere le comunità paoline come eretiche, in quanto staccate dalla Legge ebraica, e Paolo con questo gesto affermava tangibilmente la sottomissione delle sue comunità alla chiesa madre di Gerusalemme» (San Paolo, Enciclopedia Cattolica Telematica Cathopedia ).

 Il "quarto" viaggio di Paolo sarà quello che condurrà l'apostolo, in catene, da Gerusalemme a Roma, l'ultima "tappa" della sua corsa.

 

FONTI

Pietro De Ambroggi, San Paolo, l'apostolo delle genti, Mimep-Docete, 2009

Andrea Lonardo, San Paolo apostolo: l’anno paolino nel bimillenario della nascita, Romasette di Avvenire, 8 luglio 2009, http://www.gliscritti.it/blog/entry/86

San Paolo, Enciclopedia Cattolica Telematica Cathopedia

Luigi Walt, a cura di, Da Saulo a Paolo: di nomi propri e d’altro, http://letterepaoline.net/2009/01/25/di-nomi-propri-e-d%E2%80%99altro/

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