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S. Paolo

Da Gerusalemme a Roma

Martire per il Vangelo

A cura di Maria Rattà

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IL RITORNO DI PAOLO A GERUSALEMME,
ALLA CONCLUSIONE DEL TERZO VIAGGIO
 
Un clima di tensione
 
Il racconto degli Atti degli Apostoli descrive il ritorno di Paolo a Gerusalemme alla fine del terzo viaggio paolino:
«Dopo questi giorni, fatti i preparativi, salimmo a Gerusalemme. Vennero con noi anche alcuni discepoli da Cesarèa, i quali ci condussero da un certo Mnasone di Cipro, discepolo della prima ora, dal quale ricevemmo ospitalità.
Arrivati a Gerusalemme, i fratelli ci accolsero festosamente. Il giorno dopo Paolo fece visita a Giacomo insieme con noi; c'erano anche tutti gli anziani. Dopo aver rivolto loro il saluto, si mise a raccontare nei particolari quello che Dio aveva fatto tra i pagani per mezzo del suo ministero» (At 21, 15-19).
Pietro De Ambroggi analizza l’accoglienza riservata all’apostolo delle genti: «ufficiale, cordiale, ma piuttosto riservata, diplomatica. Anche nella Chiesa madre erano giunte le calunnie dei giudaizzanti sul conto di Paolo. Le elemosine portate da Paolo e dai suoi delegati per la tribolata Chiesa di Gerusalemme servivano a conciliare gli spiriti, ma rimanevano alcuni punti oscuri, che lasciavano sussistere un certo riserbo. Si vociferava che Paolo obbligasse i Giudei della diaspora a trasgredire la Legge di Mosè e a non circoncidere più i loro bambini. Veramente Paolo, pur insegnando che la Legge mosaica e la circoncisione non erano più necessarie per la salvezza, non aveva proibito ai Giudei convertiti di osservarle. Lui stesso, anzi, quando non vi era pericolo di fraintesi, osservava le norme della Legge, per devozione, o per ragioni di opportunità. Aveva fatto circoncidere Timoteo; offriva voti e sacrifici al Tempio e rispettava le feste tradizionali».
Questo clima di tensione emerge dal capitolo 21 degli Atti. In esso si legge anche che Giacomo e gli anziani diedero, per tal motivo, a Paolo questi consigli:
«"Fa' dunque quanto ti diciamo. Vi sono fra noi quattro uomini che hanno fatto un voto. Prendili con te, compi la purificazione insieme a loro e paga tu per loro perché si facciano radere il capo. Così tutti verranno a sapere che non c'è nulla di vero in quello che hanno sentito dire, ma che invece anche tu ti comporti bene, osservando la Legge. Quanto ai pagani che sono venuti alla fede, noi abbiamo deciso e abbiamo loro scritto che si tengano lontani dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, da ogni animale soffocato e dalle unioni illegittime".
Allora Paolo prese con sé quegli uomini e, il giorno seguente, fatta insieme a loro la purificazione, entrò nel tempio per comunicare il compimento dei giorni della purificazione, quando sarebbe stata presentata l'offerta per ciascuno di loro» (At 21, 23-36).
Si trattava, con molta probabilità, del voto di nazireato.
«Chi pagava le spese per i nazirei, che allo scadere del termine non erano in grado di offrire le vittime per i sacrifici richiesti, diventava egli pure partecipe del loro voto». Per Paolo «in fondo, si trattava di compiere un atto di devozione, secondo i riti della Legge di Mosè, nella città dove tutti i cristiani convertiti dal giudaismo lecitamente li osservavano, Si trattava con quell’atto di riconciliare la Chiesa madre di Gerusalemme con quelle convertite dal paganesimo. Per questi motivi Paolo accondiscese»  (d’altronde, Paolo «talora si fece accompagnare anche dagli amici non circoncisi provenienti dalle sue missioni. A questi, naturalmente, non permetteva di entrare nei cortili più interni del Tempio, riservati agli israeliti legalmente mondi. Gli altri dovevano limitarsi a sostare nell’atrio più esterno, detto appunto atrio dei Gentili» come sottolinea, ancora, Pietro De Ambroggi).
 
L’arresto di Paolo
 
Una settimana dopo, Paolo venne arrestato, con l’accusa di aver condotto con sé, nell’atrio del Tempio, un pagano, Trofimo di Efeso.
Si trattava di una falsa accusa, in quanto Trofimo si era fermato nell’atrio dei Gentili, ma ciò di cui l'apostolo venne incolpato rappresentava un reato gravissimo, punito con la morte.
«Tutta la città fu presto in subbuglio. La folla accorsa trascinò Paolo fuori del sacro recinto, di cui furono subito sbarrate le porte e, percuotendolo ferocemente, intendeva farne giustizia sommaria. Dalla vicina Torre Antonia che dominava i recinti del Tempio, vigilava il tribuno romano Claudio Lisia, il quale, all’annuncio della sommossa, accorse con alcuni soltati e alcuni centurioni. Strappò dalle mani della folla il malcapitato e lo fece legare con ben due catene. Frattanto interrogava or l’un or l’altro per sapere chi fosse e che cosa avesse fatto: ma chi gridava una cosa chi un’altra. Non riuscendo a venirne a capo tra quella baraonda, tra quelle grida in aramaico, ordinò che l’accusato fosse tratto nella fortezza. I soldati dovettero portarlo a spalla fino ai piedi della scalinata della Torre Antonia per sottrarlo al furore della folla inferocita che voleva linciarlo. Livido per le percosse e grondante sangue, Paolo salì quella scala che venticinque anni innanzi era stata intrisa dal sangue del Salvatore flagellato e coronato di spine. Lassù Pilato aveva mostrato Cristo alla folla» (Pietro De Ambroggi).
«Sul punto di essere condotto nella fortezza, Paolo disse al comandante: “Posso dirti una parola?”. Quello disse: “Conosci il greco? Allora non sei tu quell'Egiziano che in questi ultimi tempi ha sobillato e condotto nel deserto i quattromila ribelli?”. Rispose Paolo: “Io sono un giudeo di Tarso in Cilìcia, cittadino di una città non senza importanza. Ti prego, permettimi di parlare al popolo”.
Egli acconsentì e Paolo, in piedi sui gradini, fece cenno con la mano al popolo; si fece un grande silenzio ed egli si rivolse loro ad alta voce in lingua ebraica» (At 21, 37-40) .
Paolo ricordò il suo passato di fariseo zelante e di persecutore dei cristiani, ma soprattutto la sua conversione. 
«Fino a queste parole erano stati ad ascoltarlo, ma a questo punto alzarono la voce gridando: “Togli di mezzo costui; non deve più vivere!”. E poiché continuavano a urlare, a gettare via i mantelli e a lanciare polvere in aria, il comandante lo fece portare nella fortezza, ordinando di interrogarlo a colpi di flagello, per sapere perché mai gli gridassero contro in quel modo.
Ma quando l'ebbero disteso per flagellarlo, Paolo disse al centurione che stava lì: “Avete il diritto di flagellare uno che è cittadino romano e non ancora giudicato?”. Udito ciò, il centurione si recò dal comandante ad avvertirlo: “Che cosa stai per fare? Quell'uomo è un romano!”. Allora il comandante si recò da Paolo e gli domandò: “Dimmi, tu sei romano?”. Rispose: “Sì”. Replicò il comandante: “Io, questa cittadinanza l'ho acquistata a caro prezzo”. Paolo disse: “Io, invece, lo sono di nascita!”. E subito si allontanarono da lui quelli che stavano per interrogarlo. Anche il comandante ebbe paura, rendendosi conto che era romano e che lui lo aveva messo in catene» (At 22, 22-29).
 
Davanti al Sinedrio
 
La legge romana vietava di flagellare un cittadino romano in assenza di condanna. Paolo venne allora liberato e condotto dinanzi al Sinedrio. Il tribuno riteneva infatti di avere a che fare con una questione prettamente religiosa, di competenza delle relative “autorità”.
«Il tribunale supremo della nazione giudaica era presieduto dal sommo sacerdote Anania. I giudici erano in parte farisei e in parte sadducei» (Pietro De Ambroggi).
Paolo affermò di aver agito «dinanzi a Dio in piena rettitudine di coscienza» (At 23,1). Furono parole che provocarono l’indignazione del sommo sacerdote e degli altri giudici.
L'apostolo, tuttavia, avocando la sua appartenenza al gruppo dei farisei («io sono fariseo, figlio di farisei; sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti» in At 23,7), riuscì a ottenere lo scioglimento dell’adunanza e provocò una divisione tra gli stessi giudici. Infatti alcuni scribi, appartenenti anch’essi ai farisei, lo difesero, affermando di non trovare in lui alcun motivo di condanna.
 
Trail of Paul
 
«La disputa si accese a tal punto che il comandante, temendo che Paolo venisse linciato da quelli, ordinò alla truppa di scendere, portarlo via e ricondurlo nella fortezza. La notte seguente gli venne accanto il Signore e gli disse: “Coraggio! Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma”» (At 23, 10-11).
 
Salvato dalla congiura
 
Una quarantina di Giudei ordirono una congiura per uccidere Paolo. Si erano resi conto che, nel tragitto dalla Torre Antonia alla sala del Sinedrio, Paolo era stato accompagnato dal solo tribuno, in assenza di scorta militare. Un’altra occasione del genere sarebbe stata utilissima per creare nuovamente tumulto e uccidere l’apostolo.
Per tal motivo, i congiurati si recarono dal sommo sacerdote, avanzando la richiesta che questi invocasse al tribuno un nuovo processo davanti al Sinedrio. Lungo il tragitto per lo spostamento, avrebbero attuato il loro piano.
Trapelò tuttavia qualcosa di quel progetto: il figlio di una sorella di Paolo ne ebbe notizia, e riuscì ad avvisare suo zio, e a recarsi, su invito di questi, a metterne al corrente anche il tribuno Claudio Lisia, che salvò Paolo dalla congiura, inviandolo (sotto scorta) a Cesarea, sede del procuratore romano, con questa lettera di accompagnamento:
«Claudio Lisia all'eccellentissimo governatore Felice, salute. Quest'uomo è stato preso dai Giudei e stava per essere ucciso da loro; ma sono intervenuto con i soldati e l'ho liberato, perché ho saputo che è cittadino romano. Desiderando conoscere il motivo per cui lo accusavano, lo condussi nel loro sinedrio. Ho trovato che lo si accusava per questioni relative alla loro Legge, ma non c'erano a suo carico imputazioni meritevoli di morte o di prigionia. Sono stato però informato di un complotto contro quest'uomo e lo mando subito da te, avvertendo gli accusatori di deporre davanti a te quello che hanno contro di lui» (At 23, 26-30).
 
A Cesarea, davanti al governatore
 
«A Cesarea lo raggiunsero il sommo sacerdote Anania e alcuni Giudei che lo accusarono formalmente di fronte al governatore, ma Felice non si pronunciò né per la condanna né per la scarcerazione, permettendogli di godere durante la sua detenzione di una certa libertà fino allo scadere del suo mandato, due anni dopo. Il motivo di questo attesa può essere dovuto all'incertezza e alla prudenza con la quale i governatori romani esitavano a pronunciarsi circa le questioni religiose ebraiche, a loro indifferenti (vedi anche il caso di Gesù e Pilato e Paolo con Gallione). Non sembra comunque che Felice lo trovasse colpevole, apparendo al contrario ben disposto nei suoi confronti, anche se lo lasciò in prigione "volendo dimostrare benevolenza verso i Giudei"» (San Paolo, Enciclopedia Telematica Cathopedia).
Paolo De Ambroggi fa anche notare che «Paolo poteva godere di una prigionia meno dura e solo la cupidigia del procuratore Felice, che sperava di spillare soldi dall’accusato, gliela prolungò».
Felice era infatti un ex-schiavo della casa imperiale, e, una volta emancipato dall’imperatore Claudio, aveva ricoperto l’incarico di governatore della Samaria e poi di procuratore della Giudea. Di lui, Tacito scrisse che «esercitò con animo di schiavo il diritto regale». Infatti, sottolinea sempre De Ambroggi, «anche quando nel 60» Paolo venne» liberato, «per far piacere ai Giudei» lo «lasciò in catene».
«Allo scadere del mandato di Felice gli successe Porcio Festo (circa 59/60 d.C.), e avvenne un secondo processo contro Paolo da parte dei capi dei Giudei. Anche in questo caso il governatore mostrò incertezza, non pronunciandosi né per una condanna né per la scarcerazione, e Paolo si appellò al giudizio dell'imperatore, suo diritto in quanto cittadino romano, al quale Festo dovette acconsentire: "Ti sei appellato a Cesare, a Cesare andrai" (At 25,12).
Dopo un tempo indeterminato ("diversi giorni") giunse a Cesarea il re Agrippa con sua moglie Berenice, discendente di Erode e sovrano di un limitato territorio nel nord dell'attuale Giordania, e chiese di poter ascoltare Paolo. Al termine del suo lungo racconto, nel quale narrò nuovamente la sua chiamata da parte di Gesù risorto, sia il re che il governatore sembrano convinti della sua innocenza (At 26,30-32)» (San Paolo, Enciclopedia Telematica Cathopedia).
 
VERSO ROMA
 
La tempesta e l’arrivo a Malta
 
Nell’autunno del 60 Paolo si imbarcò per Roma con mezzi di fortuna, non essendo possibile, in quel periodo dell’anno, fruire dei collegamenti diretti fra Cesarea e l’Italia.
Il procuratore decise di utilizzare, a tale scopo, una nave diretta ad Adramitto, nell’Asia Minore. Consegnò Paolo – e gli altri prigionieri (tra i quali incerta è la presenza di Luca) – a un centurione di nome Giulio, il quale «ebbe ordini di trattare con deferenza Paolo, prigioniero distinto, e di presentarlo al tribunale imperiale romano».
Infatti, approfittando di vari scali di servizio della nave lungo i porti della Fenicia e dell’Asia Minore, Paolo ebbe modo di «recarsi dagli amici e di riceverne le cure» (At 27,3).
Ripreso il viaggio, al largo di Creta si scatenò una tempesta che, infuriando per più giorni, sembrò mettere in pericolo la vita dei passeggeri. Gli Atti descrivono dettagliatamente quel che accadde: «Da molto tempo non si mangiava; Paolo, alzatosi in mezzo a loro, disse: “Uomini, avreste dovuto dar retta a me e non salpare da Creta; avremmo evitato questo pericolo e questo danno. Ma ora vi invito a farvi coraggio, perché non ci sarà alcuna perdita di vite umane in mezzo a voi, ma solo della nave. Mi si è presentato infatti questa notte un angelo di quel Dio al quale io appartengo e che servo, e mi ha detto: ‘Non temere, Paolo; tu devi comparire davanti a Cesare, ed ecco, Dio ha voluto conservarti tutti i tuoi compagni di navigazione’. Perciò, uomini, non perdetevi di coraggio; ho fiducia in Dio che avverrà come mi è stato detto. Dovremo però andare a finire su qualche isola”.  
Come giunse la quattordicesima notte da quando andavamo alla deriva nell'Adriatico, verso mezzanotte i marinai ebbero l'impressione che una qualche terra si avvicinava. Calato lo scandaglio, misurarono venti braccia; dopo un breve intervallo, scandagliando di nuovo, misurarono quindici braccia. Nel timore di finire contro gli scogli, gettarono da poppa quattro ancore, aspettando con ansia che spuntasse il giorno. Ma, poiché i marinai cercavano di fuggire dalla nave e stavano calando la scialuppa in mare, col pretesto di gettare le ancore da prua, Paolo disse al centurione e ai soldati: “Se costoro non rimangono sulla nave, voi non potrete mettervi in salvo”. Allora i soldati tagliarono le gómene della scialuppa e la lasciarono cadere in mare.
Fino allo spuntare del giorno Paolo esortava tutti a prendere cibo dicendo: “Oggi è il quattordicesimo giorno che passate digiuni nell'attesa, senza mangiare nulla. Vi invito perciò a prendere cibo: è necessario per la vostra salvezza. Neanche un capello del vostro capo andrà perduto”. Detto questo, prese un pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiare. Tutti si fecero coraggio e anch'essi presero cibo. Sulla nave eravamo complessivamente duecentosettantasei persone. Quando si furono rifocillati, alleggerirono la nave gettando il frumento in mare. Quando si fece giorno, non riuscivano a riconoscere la terra; notarono però un'insenatura con una spiaggia e decisero, se possibile, di spingervi la nave.
 
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Levarono le ancore e le lasciarono andare in mare. Al tempo stesso allentarono le corde dei timoni, spiegarono la vela maestra e, spinti dal vento, si mossero verso la spiaggia. Ma incapparono in una secca e la nave si incagliò: mentre la prua, arenata, rimaneva immobile, la poppa si sfasciava sotto la violenza delle onde. I soldati presero la decisione di uccidere i prigionieri, per evitare che qualcuno fuggisse a nuoto; ma il centurione, volendo salvare Paolo, impedì loro di attuare questo proposito. Diede ordine che si gettassero per primi quelli che sapevano nuotare e raggiungessero terra; poi gli altri, chi su tavole, chi su altri rottami della nave. E così tutti poterono mettersi in salvo a terra». (At 27,21-44).
Paolo e i suoi compagni di viaggio erano giunti a Malta.
 
Da Malta a Roma
 
Accolti amichevolmente nell’isola di Malta, Paolo e i suoi compagni vi trascorsero l’inverno. Nella primavera del 61, il centurione Giulio fece imbarcare l’apostolo e gli altri prigionieri su una nave dei cantieri alessandrini. Dopo due giorni di navigazione, furono a Siracusa, quindi passarono per Reggio Calabria, e Pozzuoli, dove un gruppo di cristiani invitò Paolo a soggiornare per una settimana. Il permesso fu accordato, anche stavolta, dal centurione.
Infine, ormai a Roma, Paolo venne consegnato, assieme agli altri prigionieri, allo “stratopedarca” (comandante dell’accampamento), ma all’apostolo «fu concesso di abitare per conto suo con un soldato di guardia» (At 28, 16).
 
PAOLO A ROMA
 
La Chiesa di Roma
 
Roma ospitava una numerosa comunità di Ebrei fin dal III secolo a.C.; il messaggio evangelico era probabilmente giunto nella capitale dell’Impero Romano direttamente da Gerusalemme, da uomini che, recatisi in Patria e provienienti da varie città della Diaspora, erano stati poi istruiti nella fede e battezzati da Pietro.
I contatti commerciali tra l’Oriente e Roma favorivano l’afflusso di nuovi cristiani: la comunità già presente nella capitale si ingrandì, soprattutto con l’arrivo di Pietro.
 
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Giunto a Roma, Paolo si rivolse, secondo il suo stile consueto, dapprima ai Giudei, invitando i notabili presso la sua abitazione, ed esponendo loro la sua posizione. Ne troviamo traccia nell’ultimo capitolo degli Atti:
«Dopo tre giorni, egli fece chiamare i notabili dei Giudei e, quando giunsero, disse loro: “Fratelli, senza aver fatto nulla contro il mio popolo o contro le usanze dei padri, sono stato arrestato a Gerusalemme e consegnato nelle mani dei Romani. Questi, dopo avermi interrogato, volevano rimettermi in libertà, non avendo trovato in me alcuna colpa degna di morte. Ma poiché i Giudei si opponevano, sono stato costretto ad appellarmi a Cesare, senza intendere, con questo, muovere accuse contro la mia gente. Ecco perché vi ho chiamati: per vedervi e parlarvi, poiché è a causa della speranza d'Israele che io sono legato da questa catena”. Essi gli risposero: “Noi non abbiamo ricevuto alcuna lettera sul tuo conto dalla Giudea né alcuno dei fratelli è venuto a riferire o a parlar male di te. Ci sembra bene tuttavia ascoltare da te quello che pensi: di questa setta infatti sappiamo che ovunque essa trova opposizione”.
E, avendo fissato con lui un giorno, molti vennero da lui, nel suo alloggio. Dal mattino alla sera egli esponeva loro il regno di Dio, dando testimonianza, e cercava di convincerli riguardo a Gesù, partendo dalla legge di Mosè e dai Profeti. Alcuni erano persuasi delle cose che venivano dette, altri invece non credevano. Essendo in disaccordo fra di loro, se ne andavano via, mentre Paolo diceva quest'unica parola: “Ha detto bene lo Spirito Santo, per mezzo del profeta Isaia, ai vostri padri:
Va' da questo popolo e di':
Udrete, sì, ma non comprenderete;
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano, e io li guarisca!
Sia dunque noto a voi che questa salvezza di Dio fu inviata alle nazioni, ed esse ascolteranno!”.
Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso in affitto e accoglieva tutti quelli che venivano da lui, annunciando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento» (At 28, 17-31).
Dal suo luogo di“prigionia  Paolo scrisse alcune epistole, dirette alle Chiese da lui fondate.
 
LA DIMORA DI PAOLO A ROMA: LA CRIPTA DI SANTA MARIA IN VIA LATA
 
In via del Corso, a Roma, si trova la Chiesa di Santa Maria in via Lata (dall’antica denominazione della via), i cui sotterranei conservano un edificio di epoca romana (di cui incerta è la destinazione d’uso abitativa/edificio pubblico) e la cui datazione si fa risalire al periodo adrianeo  (I sec. d.C.).
 
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La tradizione identifica in questo edificio la casa di san Luca, in cui a Paolo venne concesso di abitare con un soldato di guardia, secondo l’indicazione fornita dagli Atti.
Papa Alessandro VII rese accessibili ai fedeli questi luoghi, ancora oggi visitabili, commissionando a Pietro da Cortona una serie di trasformazioni che implicarono, lì dove sorgeva un precedente edificio di culto, la costruzione dell’atrio, della facciata della Chiesa e la realizzazione di due scale simmetriche d’accesso alla Crypta.
Proprio nella Crypta si trova la colonna a cui si ritiene che sia stato incatenato san Paolo; le catene con cui sarebbe stato incatenato e un pozzo, costruito nel luogo in cui, sempre secondo la tradizione, sarebbe miracolosamente scaturita l’acqua, per effetto delle preghiere dell'apostolo.
«Sull'ingresso destro della Crypta, entrando dal portico della Chiesa, un'iscrizione su marmo ricorda:
 "Oratorium quond  S. Pauli Apost  Lucae
Evangelistae et Martialis Mtir in quo
et imago B. Mriae Virginis reperta sistebat
una ex VII a B. Luca depictis
 
iscrizione lapide crypta
 
"Oratorio  di S. Paolo Apostolo, di Luca 
Evangelista e di Marziale Martire, ove
si trovava l'immagine ritrovata della Beata Maria Vergine, 
una delle sette dipinte dal Beato Luca".
L'iscrizione, (conosciuta da Aringhi nel 1651), documenta una diffusa devozione ai suddetti martiri, in particolare a Paolo prigioniero e a Luca Evangelista e Iconografo.
Già Andrea Fulvio (erudito umanista ed antiquario romano - in Antiquaria urbis, nel 1513), ricorda la Crypta come il luogo ove Luca avrebbe scritto gli Atti degli Apostoli, dipinto immagini della Madonna, ospitato Pietro, e accolto Paolo nei due anni di prigionia in Roma. 
Il culto basato su questa tradizione viene raffigurato da Cosimo Fancelli (1620-1688), con il bassorilievo dei Santi Pietro, Paolo, Marziale e Luca.
Sulla colonna antica, l'incisione della frase di Paolo (2 Tim 2, 9) "VERBUM DEI NON EST ALLIGATUM" ("la Parola di Dio non è incatenata") conferma tale devozione.
Nel 2010 una ricerca archeologica nel pozzo ha restituito vari oggetti in ceramica e metallo, e la catena di ferro di circa due metri, che era avvolta alla colonna.
Le impronte di ruggine rimaste sulla colonna corrispondono alla forma degli anelli. 
Una lettera del 31 luglio 1813 del can. Battaglini al celebre archeologo D. Carlo Fea chiede che non venga rimossa la catena dalla colonna: non ritiene "che siano sacre reliquie ... altrimenti sarebbero state con maggior riguardo ed in miglior sito riposte ... 
quelle catene, che pure vi furono poste, cos'altro significano se non che la custodia di un soldato sopra la persona di s. Paolo e che mentre egli era sorvegliato, e come in arresto, predicava liberamente et Verbum Dei non erat alligatum? Ecco le ottime cose che ricordano ai fedeli e le catene e la colonna"» (Sito della Crypta di Santa Maria in Lata)
 
GLI ULTIMI ANNI
 
Gli Atti degli Apostoli si concludono con l’arrivo di Paolo a Roma. Non si hanno notizie certe su ciò che accadde dopo i due anni trascorsi nella Capitale dell’Impero e prima della morte dell'apostolo, databile intorno al 64-67.
Si prospettano quattro ipotesi (anche in base al riconoscimento o meno dell’autenticità delle lettere a Timoteo e Tito) che prevedono la liberazione di Paolo, considerando che dagli Atti stessi emerge che nessuna delle autorità cui era stato sottoposto avesse trovato motivi di condanna.
 
La prima ipotesi: Roma
 
Alla prima detenzione di due anni, avrebbe fatto seguito un periodo di prigionia più duro, da collegarsi alla persecuzione attuata da Nerone contro i cristiani, dopo l’incendio di Roma. Questa prigionia sarebbe terminata con la morte di Paolo.
 
La seconda ipotesi: Spagna
 
San Paolo aveva già progettato un viaggio in Spagna (l’apostolo ne parla in Rm 15,24;28) e vi avrebbe dato attuazione al termine dei due anni di prigionia. Questa ipotesi si baserebbe su un’affermazione di Clemente romano (fine I sec.), il quale attesterebbe che la predicazione di Paolo avrebbe raggiunto «il confine dell’occidente». Potrebbe tuttavia trattarsi di una frase metaforica. Il Canone muratoriano (collocabile verso la fine del sec. II), al contrario attesta esplicitamente la partenza di san Paolo per la Spagna: «Luca comprende i fatti che si compivano alla sua presenza come lo dimostra con evidenza sia l’assenza [nel libro] della passione di Pietro, sia quella della partenza di Paolo dall’Urbe alla Spagna»; fra gli apocrifi, gli Atti di Pietro (collocabili nella seconda metà del II sec.) danno anch’essi notizia della partenza di Paolo alla volta della Penisola Iberica.
 
Terza ipotesi: l’Oriente
 
Questa ipotesi sarebbe approvabile ammettendo l’autenticità delle due lettere a Timoteo e di quella indirizzata a Tito, dalle quali emergerebbero alcune tappe di questo viaggio, che avrebbe condotto Paolo a passare per Creta, Efeso, la Macedonia, Filippi e Tessalonica, Nicopoli, Corinto, Mileto, Troade.
Qui sarebbe stato arrestato e sarebbe stato nuovamente condotto, prigioniero, a Roma, dove poi sarebbe stato ucciso.
 
Quarta ipotesi: Spagna e Oriente
 
Questa ultima teoria fonde tutte le altre: dopo la sua liberazione, Paolo avrebbe raggiunto sia la Spagna che l’Oriente e poi sarebbe ritornato a Roma, dove avrebbe incontrato la morte. Si tratta di una tesi che non gode di largo consenso tra i biblisti.
 
MARTIRE A ROMA
 
La morte di Paolo si colloca, al pari di quella di Pietro, nel solco della prima persecuzione contro i cristiani di Roma, a seguito dell’incendio che, nel 64, aveva devastato la città.
Nerone, per porre fine alle voci che gli addossavano il misfatto, «diede la colpa a quelli che dal volgo erano chiamati cristiani e li colpì con i più raffinati castighi» (Tacito, Annales, 5,44).
Seneca, che era stato maestro del giovane Nerone, così descrisse i supplizi fatti infliggere dall’imperatore ai cristiani: «Il tiranno dispone di ferro e di fiamme, di catene e di una mandria di belve che si cibano di visceri umani. Si aggiunga il carcere, il cavalletto della tortura, gli uncini, il palo che si configge nel tronco umano ed esce dalla bocca, lo strazio del corpo squarciato dai carri che corrono in senso opposto, la tunica tessuta e spalmata di sostanze combustibili e quanto altro può essere ideato dalla rabbia più credele» (Epistola 14). Il filosofo greco ha lasciato però anche traccia dell’eroismo di questi martiri della fede: «In mezzo a quegli spasimi qualcuno non ha dato un gemito; è poco, non ha supplicato; è poco, non ha risposto; è poco, ha sorriso e ha sorriso col cuore!» (Epistola 58).
 
L’invito a Timoteo
 
Nuovamente prigioniero a Roma, Paolo invitò Timoteo, nella seconda lettera a lui indirizzata, «a raggiungerlo per assisterlo in questi istanti supremi in cui molti, per timore o per altri pretesti, l’avevano abbandonato. Non sappiamo se da Efeso il discepolo abbia potuto raggiungere il maestro. Il suo processo volgeva ormai inevitabilmente al suo tragico epilogo. Nella prima udienza nessuno era intervenuto a sostenere la sua difesa» (Paolo De Ambroggi). In quanto cittadino romano, gli vennero risparmiate le torture inflitte agli altri prigionieri, incluso Pietro, che, stando alla tradizione, si trovava anche lui prigioniero a Roma in quell'anno. Per lo stesso motivo, mentre il “principe degli apostoli” venne condannato alla crocifissione, a Paolo venne inflitta la morte per decapitazione, secondo quanto attestato da Tertulliano (cfr. De Prescript. 26). La tradizione colloca la morte dell’Apostolo nel 67 d.C., presso il luogo definito “Aquae Salviae”, sito su cui oggi sorge la Chiesa di Paolo alle Tre Fontane, a circa tre chilometri da Roma, sulla via Laurentina.
Tacito, infatti, attesta che era consuetudine di lungo corso decapitare i condannati oltre le mura cittadine. 
 
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Paolo venne poi sepolto lungo la via Ostiense, là dove oggi sorge la Basilica di san Paolo fuori le mura. Rilevante è, per dare supporto alla tradizione, la testimonianza del presbitero Gaio, vissuto sotto il pontificato di papa Zefirino (a cavallo tra la fine del secondo e l’inizio del terzo secolo). «In un suo scritto contro Proclo, capo della setta dei Montanisti (Catafrigi), parla dei luoghi ove furono deposte le sacre spoglie dei detti Apostoli (Pietro e Paolo) dicendo: "Io posso mostrarti i trofei degli Apostoli. Se vorrai recarti al Vaticano, o sulla via Ostiense, troverai i trofei dei fondatori di questa Chiesa".
Eusebio attorno al 325 riporta che fu decapitato a Roma sotto Nerone (regno 54-68, che va verosimilmente ristretto al periodo 64-68 seguente al grande incendio di Roma e alla persecuzione anticristiana connessa), e citando la perduta Lettera ai Romani di Dionigi di Corinto (fine II secolo) colloca il martirio di Pietro e Paolo nello stesso giorno, senza però specificarlo. Girolamo verso fine IV secolo precisa che fu decapitato a Roma e fu sepolto lungo la via Ostiense nel 14° anno di Nerone (67), due anni dopo la morte di Seneca. L'apocrifo Atti di Pietro e Paolo (dopo il IV secolo) riferisce che la decapitazione di Paolo avvenne presso la via Ostiense lo stesso giorno della morte di Pietro, precisando la data del martirio al 29 giugno. La data deriva probabilmente dal fatto che il 29 giugno 258, sotto l’imperatore Valeriano (253-260), le salme dei due apostoli furono trasportate nelle Catacombe di San Sebastiano, e solo quasi un secolo dopo papa Silvestro I (314-335) fece riportare le reliquie di Paolo nel luogo della prima sepoltura. In questa data la tradizione cattolica celebra la solennità dei santi Pietro e Paolo» (San Paolo, Enciclopedia Telematica Cathopedia). 
 
 
FONTI
 
Adriano Morabito, Chiesa di S. Maria in via Lata, http://www.romasotterranea.it/sotterranei-di-s--maria-in-via-lata.html
 
Sito della Chiesa di S. Maria in via Lata, http://www.cryptavialata.it/index.html
 
Pietro De Ambroggi, San Paolo, l'apostolo delle genti, Mimep-Docete, 2009
 
 
 
Da Gerusalemme a Roma
 
IL RITORNO DI PAOLO A GERUSALEMME, ALLA CONCLUSIONE DEL TERZO VIAGGIO
 
Un clima di tensione
 
Il racconto degli Atti degli Apostoli descrive il ritorno di Paolo a Gerusalemme alla fine del terzo viaggio paolino:
«Dopo questi giorni, fatti i preparativi, salimmo a Gerusalemme. Vennero con noi anche alcuni discepoli da Cesarèa, i quali ci condussero da un certo Mnasone di Cipro, discepolo della prima ora, dal quale ricevemmo ospitalità.
Paolo dà ascolto agli anziani di Gerusalemme
Arrivati a Gerusalemme, i fratelli ci accolsero festosamente. Il giorno dopo Paolo fece visita a Giacomo insieme con noi; c'erano anche tutti gli anziani. Dopo aver rivolto loro il saluto, si mise a raccontare nei particolari quello che Dio aveva fatto tra i pagani per mezzo del suo ministero» (At 21, 15-19).
Pietro De Ambroggi analizza l’accoglienza riservata all’apostolo delle genti: «Ufficiale, cordiale, ma piuttosto riservata, diplomatica. Anche nella Chiesa madre erano giunte le calunnie dei giudaizzanti sul conto di Paolo. Le elemosine portate da Paolo e dai suoi delegati per la tribolata Chiesa di Gerusalemme servivano a conciliare gli spiriti, ma rimanevano alcuni punti oscuri, che lasciavano sussistere un certo riserbo. Si vociferava che Paolo obbligasse i Giudei della diaspora a trasgredire la Legge di Mosè e a non circoncidere più i loro bambini. Veramente Paolo, pur insegnando che la Legge mosaica e la circoncisione non erano più necessarie per la salvezza, non aveva proibito ai Giudei convertiti di osservarle. Lui stesso, anzi, quando non vi era pericolo di fraintesi, osservava le norme della Legge, per devozione, o per ragioni di opportunità. Aveva fatto circoncidere Timoteo; offriva voti e sacrifici al Tempio e rispettava le feste tradizionali».
Questo clima di tensione emerge dal capitolo 21 degli Atti. In esso si legge anche che Giacomo e gli anziani diedero, per tal motivo, a Paolo questi consigli:
«Fa' dunque quanto ti diciamo. Vi sono fra noi quattro uomini che hanno fatto un voto. Prendili con te, compi la purificazione insieme a loro e paga tu per loro perché si facciano radere il capo. Così tutti verranno a sapere che non c'è nulla di vero in quello che hanno sentito dire, ma che invece anche tu ti comporti bene, osservando la Legge. Quanto ai pagani che sono venuti alla fede, noi abbiamo deciso e abbiamo loro scritto che si tengano lontani dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, da ogni animale soffocato e dalle unioni illegittime».
Allora Paolo prese con sé quegli uomini e, il giorno seguente, fatta insieme a loro la purificazione, entrò nel tempio per comunicare il compimento dei giorni della purificazione, quando sarebbe stata presentata l'offerta per ciascuno di loro» (At 21, 23-36).
Si trattava, con molta probabilità, del voto di nazireato.
«Chi pagava le spese per i nazirei, che allo scadere del termine non erano in grado di offrire le vittime per i sacrifici richiesti, diventava egli pure partecipe del loro voto». Per Paolo «in fondo, si trattava di compiere un atto di devozione, secondo i riti della Legge di Mosè, nella città dove tutti i cristiani convertiti dal giudaismo lecitamente li osservavano, Si trattava con quell’atto di riconciliare la Chiesa madre di Gerusalemme con quelle convertite dal paganesimo. Per questi motivi Paolo accondiscese»  (d’altronde, Paolo «talora si fece accompagnare anche dagli amici non circoncisi provenienti dalle sue missioni. A questi, naturalmente, non permetteva di entrare nei cortili più interni del Tempio, riservati agli israeliti legalmente mondi. Gli altri dovevano limitarsi a sostare nell’atrio più esterno, detto appunto atrio dei Gentili» come sottolinea Pietro De Ambroggi).
 
L’arresto di Paolo
 
Una settimana dopo, Paolo venne arrestato, con l’accusa di aver condotto con sé, nell’atrio del Tempio, un pagano, Trofimo di Efeso.
Si trattava di una falsa accusa, in quanto Trofimo si era fermato nell’atrio dei Gentili, ma ciò di cui Paolo venne incolpato rappresentava un reato gravissimo, punito con la morte.
«Tutta la città fu presto in subbuglio. La folla accorsa trascinò Paolo fuori del sacro recinto, di cui furono subito sbarrate le porte e, percuotendolo ferocemente, intendeva farne giustizia sommaria. Dalla vicina Torre Antonia che dominava i recinti del Tempio, vigilava il tribuno romano Claudio Lisia, il quale, all’annuncio della sommossa, accorse con alcuni soltati e alcuni centurioni. Strappò dalle mani della folla il malcapitato e lo fece legare con ben due catene. Frattanto interrogava or l’un or l’altro per sapere chi fosse e che cosa avesse fatto: ma chi gridava una cosa chi un’altra. Non riuscendo a venirne a capo tra quella baraonda, tra quelle grida in aramaico, ordinò che l’accusato fosse tratto nella fortezza. I soldati dovettero portarlo a spalla fino ai piedi della scalinata della Torre Antonia per sottrarlo al furore della folla inferocita che voleva linciarlo. Livido per le percosse e grondante sangue, Paolo salì quella scala che venticinque anni innanzi era stata intrisa dal sangue del Salvatore flagellato e coronato di spine. Lassù Pilato aveva mostrato Cristo alla folla» (Pietro De Ambroggi).
«Sul punto di essere condotto nella fortezza, Paolo disse al comandante: “Posso dirti una parola?”. Quello disse: “Conosci il greco? Allora non sei tu quell'Egiziano che in questi ultimi tempi ha sobillato e condotto nel deserto i quattromila ribelli?”. Rispose Paolo: “Io sono un giudeo di Tarso in Cilìcia, cittadino di una città non senza importanza. Ti prego, permettimi di parlare al popolo”.
Egli acconsentì e Paolo, in piedi sui gradini, fece cenno con la mano al popolo; si fece un grande silenzio ed egli si rivolse loro ad alta voce in lingua ebraica» (At 21, 37-40) .
Paolo ricordò il suo passato di fariseo zelante e di persecutore dei cristiani, ma soprattutto la sua conversione. 
«Fino a queste parole erano stati ad ascoltarlo, ma a questo punto alzarono la voce gridando: “Togli di mezzo costui; non deve più vivere!”. E poiché continuavano a urlare, a gettare via i mantelli e a lanciare polvere in aria, il comandante lo fece portare nella fortezza, ordinando di interrogarlo a colpi di flagello, per sapere perché mai gli gridassero contro in quel modo.
Ma quando l'ebbero disteso per flagellarlo, Paolo disse al centurione che stava lì: “Avete il diritto di flagellare uno che è cittadino romano e non ancora giudicato?”. Udito ciò, il centurione si recò dal comandante ad avvertirlo: “Che cosa stai per fare? Quell'uomo è un romano!”. Allora il comandante si recò da Paolo e gli domandò: “Dimmi, tu sei romano?”. Rispose: “Sì”. Replicò il comandante: “Io, questa cittadinanza l'ho acquistata a caro prezzo”. Paolo disse: “Io, invece, lo sono di nascita!”. E subito si allontanarono da lui quelli che stavano per interrogarlo. Anche il comandante ebbe paura, rendendosi conto che era romano e che lui lo aveva messo in catene» (At 22, 22-29).
 
Davanti al Sinedrio
 
La legge romana vietava di flagellare un cittadino romano in assenza di condanna. Paolo venne allora liberato e condotto dinanzi al Sinedrio. Il tribuno riteneva infatti di avere a che fare con una questione prettamente religiosa, di competenza delle relative “autorità”.
«Il tribunale supremo della nazione giudaica era presieduto dal sommo sacerdote Anania. I giudici erano in parte farisei e in parte sadducei» (Pietro De Ambroggi).
Paolo affermò di aver agito «dinanzi a Dio in tutta buona coscienza» (At       ). Furono parole che provocarono l’indignazione del sommo sacerdote e degli altri giudici.
Tuttavia, Paolo, avocando la sua appartenenza al gruppo dei farisei («io sono fariseo, figlio di farisei; sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti» in At 23,7), riuscì ad ottenere lo scioglimento dell’adunanza e provocò una divisione tra gli stessi giudici. Infatti alcuni scribi appartenenti anch’essi ai farisei, lo difesero, affermando di non trovare in lui alcun motivo di condanno.
«La disputa si accese a tal punto che il comandante, temendo che Paolo venisse linciato da quelli, ordinò alla truppa di scendere, portarlo via e ricondurlo nella fortezza. La notte seguente gli venne accanto il Signore e gli disse: “Coraggio! Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma”» (At 23, 10-11).
 
Salvato dalla congiura
 
Una quarantina di Giudei ordirono una congiura per uccidere Paolo. Si erano resi conto che, nel tragitto dalla Torre Antonia alla sala del Sinedrio, Paolo era stato accompagnato dal solo tribuno, in assenza però, di scorta militare. Un’altra occasione del genere sarebbe stata utilissima per creare nuovamente tumulto e uccidere l’apostolo.
Per tal motivo, i congiurati si recarono dal sommo sacerdote, avanzando la richiesta che questi invocasse al tribuno un nuovo processo davanti al Sinedrio. Lungo il tragitto per lo spostamento, avrebbero attuato il loro piano.
Trapelò tuttavia qualcosa di quel piano “segreto”: il figlio di una sorella di Paolo ne ebbe notizia, e riuscì ad avvisare suo zio, e a recarsi, su invito di questi, a metterne al corrente anche il tribuno Claudio Lisia, che salvò Paolo dalla congiura, inviandolo (sotto scorta) a Cesarea, sede del procuratore romano, con questa lettera di accompagnamento:
«Claudio Lisia all'eccellentissimo governatore Felice, salute. Quest'uomo è stato preso dai Giudei e stava per essere ucciso da loro; ma sono intervenuto con i soldati e l'ho liberato, perché ho saputo che è cittadino romano. Desiderando conoscere il motivo per cui lo accusavano, lo condussi nel loro sinedrio. Ho trovato che lo si accusava per questioni relative alla loro Legge, ma non c'erano a suo carico imputazioni meritevoli di morte o di prigionia. Sono stato però informato di un complotto contro quest'uomo e lo mando subito da te, avvertendo gli accusatori di deporre davanti a te quello che hanno contro di lui”» (At 23, 26-30).
 
A Cesarea, davanti al governatore
 
« A Cesarea lo raggiunsero il sommo sacerdote Anania e alcuni Giudei che lo accusarono formalmente di fronte al governatore, ma Felice non si pronunciò né per la condanna né per la scarcerazione, permettendogli di godere durante la sua detenzione di una certa libertà (24,23) fino allo scadere del suo mandato, due anni dopo (24,27). Il motivo di questo attesa può essere dovuto all'incertezza e alla prudenza con la quale i governatori romani esitavano a pronunciarsi circa le questioni religiose ebraiche, a loro indifferenti (vedi anche il caso di Gesù e Pilato, 18,31, e Paolo con Gallione, 18,15). Non sembra comunque che Felice lo trovasse colpevole, apparendo al contario ben disposto nei suoi confronti (24,24-27), anche se lo lasciò in prigione "volendo dimostrare benevolenza verso i Giudei"» (San Paolo, Enciclopedia Telematica Cathopedia).
Paolo De Ambroggi fa anche notare che «Paolo poteva godere di una prigionia meno dura e solo la cupidigia del procuratore Felice, che sperava di spillare soldi dall’accusato, gliela prolungò».
Felice era infatti un ex-schiavo della casa imperiale, e, una volta emancipato dall’imperatore Claudio, aveva ricoperto l’incarico di governatore della Samaria e poi di procuratore della Giudea. Di lui, Tacito scrisse che «esercitò con animo di schiavo il diritto regale». Infatti, sottolinea sempre De Ambroggi, «anche quando nel 60 venne» liberato, «per far piacere ai Giudei lasciò Paolo in catene».
«Allo scadere del mandato di Felice gli successe Porcio Festo (circa 59/60 d.C.), e avvenne un secondo processo contro Paolo da parte dei capi dei Giudei. Anche in questo caso il governatore mostrò incertezza, non pronunciandosi né per una condanna né per la scarcerazione, e Paolo si appellò al giudizio dell'imperatore, suo diritto in quanto cittadino romano, al quale Festo dovette acconsentire (verosimilmente con sollievo): "Ti sei appellato a Cesare, a Cesare andrai" (25,12).
Dopo un tempo indeterminato ("diversi giorni") giunse a Cesarea il re Agrippa con sua moglie Berenice, discendente di Erode e sovrano di un limitato territorio nel nord dell'attuale Giordania, e chiese di poter ascoltare Paolo. Al termine del suo lungo racconto, nel quale narrò nuovamente la sua chiamata da parte di Gesù risorto, sia il re che il governatore sembrano convinti della sua innocenza (26,30-32)» (San Paolo, Enciclopedia Telematica Cathopedia).
 
VERSO ROMA
 
La tempesta e l’arrivo a Malta
 
Nell’autunno del 60 Paolo si imbarcò per Roma con mezzi di fortuna, non essendo possibile, in quel periodo dell’anno, fruire dei collegamenti diretti fra Cesarea e l’Italia.
Il procuratore decise di utilizzare, per lo scopo, una nave diretta ad Adramitto, nell’Asia Minore. Consegnò Paolo – e gli altri prigionieri (tra i quali incerta è la presenza di Luca) – ad un centurione di nome Giulio, il quale «ebbe ordini di trattare con deferenza Paolo, prigioniero distinto, e di presentarlo al tribunale imperiale romano».
Infatti, approfittando di vari scali di servizio della nave lungo i porti della Fenicia e dell’Asia Minore, Paolo ebbe modo di « recarsi dagli amici e di riceverne le cure» (At 27,3).
Ripreso il viaggio, al largo di Creta si scatenò una tempesta che, infuriando per più giorni, sembrò mettere in pericolo dei passeggeri. Gli Atti descrivono dettagliatamente quel che accadde: «“ Da molto tempo non si mangiava; Paolo, alzatosi in mezzo a loro, disse: “Uomini, avreste dovuto dar retta a me e non salpare da Creta; avremmo evitato questo pericolo e questo danno. Ma ora vi invito a farvi coraggio, perché non ci sarà alcuna perdita di vite umane in mezzo a voi, ma solo della nave. Mi si è presentato infatti questa notte un angelo di quel Dio al quale io appartengo e che servo, e mi ha detto: ‘Non temere, Paolo; tu devi comparire davanti a Cesare, ed ecco, Dio ha voluto conservarti tutti i tuoi compagni di navigazione’. Perciò, uomini, non perdetevi di coraggio; ho fiducia in Dio che avverrà come mi è stato detto. Dovremo però andare a finire su qualche isola”.  
Come giunse la quattordicesima notte da quando andavamo alla deriva nell'Adriatico, verso mezzanotte i marinai ebbero l'impressione che una qualche terra si avvicinava. Calato lo scandaglio, misurarono venti braccia; dopo un breve intervallo, scandagliando di nuovo, misurarono quindici braccia. Nel timore di finire contro gli scogli, gettarono da poppa quattro ancore, aspettando con ansia che spuntasse il giorno. Ma, poiché i marinai cercavano di fuggire dalla nave e stavano calando la scialuppa in mare, col pretesto di gettare le ancore da prua, Paolo disse al centurione e ai soldati: “Se costoro non rimangono sulla nave, voi non potrete mettervi in salvo”. Allora i soldati tagliarono le gómene della scialuppa e la lasciarono cadere in mare.
Fino allo spuntare del giorno Paolo esortava tutti a prendere cibo dicendo: “Oggi è il quattordicesimo giorno che passate digiuni nell'attesa, senza mangiare nulla. Vi invito perciò a prendere cibo: è necessario per la vostra salvezza. Neanche un capello del vostro capo andrà perduto”. Detto questo, prese un pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiare [1]. Tutti si fecero coraggio e anch'essi presero cibo. Sulla nave eravamo complessivamente duecentosettantasei persone. Quando si furono rifocillati, alleggerirono la nave gettando il frumento in mare. Quando si fece giorno, non riuscivano a riconoscere la terra; notarono però un'insenatura con una spiaggia e decisero, se possibile, di spingervi la nave.
Levarono le ancore e le lasciarono andare in mare. Al tempo stesso allentarono le corde dei timoni, spiegarono la vela maestra e, spinti dal vento, si mossero verso la spiaggia. Ma incapparono in una secca e la nave si incagliò: mentre la prua, arenata, rimaneva immobile, la poppa si sfasciava sotto la violenza delle onde. I soldati presero la decisione di uccidere i prigionieri, per evitare che qualcuno fuggisse a nuoto; ma il centurione, volendo salvare Paolo, impedì loro di attuare questo proposito. Diede ordine che si gettassero per primi quelli che sapevano nuotare e raggiungessero terra; poi gli altri, chi su tavole, chi su altri rottami della nave. E così tutti poterono mettersi in salvo a terra». (At 27,21-44).
Paolo e i suoi compagni di viaggio erano giunti a Malta.
 
Da Malta a Roma
 
Accolti amichevolmente nell’isola di Malta, Paolo e i suoi compagni vi trascorsero l’inverno. Nella primavera del 61, il centurione Giulio fece imbarcare l’apostolo e gli altri prigionieri su una nave dei cantieri alessandrini. Dopo due giorni di navigazione, Paolo e gli altri furono a Siracusa, quindi passarono per Reggio Calabria, e Pozzuoli, dove un gruppo di cristiani invitarono Paolo a soggiornare per una settimana. Il permesso fu accordato, anche stavolta, dal centurione.
Infine, ormai a Roma, Paolo venne consegnato, assieme agli altri prigionieri, allo “stratopedarca” (comandante dell’accampamento), ma all’apostolo «fu concesso di abitare per conto suo con un soldato di guardia» (At 28, 16).
 
PAOLO A ROMA
 
La Chiesa di Roma
 
Roma ospitava una numerosa comunità di Ebrei fin dal III secolo a.C.; il messaggio evangelico era probabilmente giunto nella capitale dell’Impero Romano direttamente da Gerusalemme, da uomini che, recatisi in Patria e provienienti da varie città della Diaspora, erano stati poi istruiti nella fede e battezzati da Pietro.
I contatti commerciali tra l’Oriente e Roma favorivano l’afflusso di nuovi cristiani: la comunità già presente nella capitale si ingrandì, soprattutto con l’arrivo di Pietro.
 
Giunto a Roma, Paolo si rivolse, secondo il suo stile consueto, dapprima ai Giudei, invitando i notabili presso la sua abitazione, ed esponendo loro la sua posizione. Ne troviamo traccia nell’ultimo capitolo degli Atti:
« Dopo tre giorni, egli fece chiamare i notabili dei Giudei e, quando giunsero, disse loro: “Fratelli, senza aver fatto nulla contro il mio popolo o contro le usanze dei padri, sono stato arrestato a Gerusalemme e consegnato nelle mani dei Romani. Questi, dopo avermi interrogato, volevano rimettermi in libertà, non avendo trovato in me alcuna colpa degna di morte. Ma poiché i Giudei si opponevano, sono stato costretto ad appellarmi a Cesare, senza intendere, con questo, muovere accuse contro la mia gente. Ecco perché vi ho chiamati: per vedervi e parlarvi, poiché è a causa della speranza d'Israele che io sono legato da questa catena”. Essi gli risposero: “Noi non abbiamo ricevuto alcuna lettera sul tuo conto dalla Giudea né alcuno dei fratelli è venuto a riferire o a parlar male di te. Ci sembra bene tuttavia ascoltare da te quello che pensi: di questa setta infatti sappiamo che ovunque essa trova opposizione”.
E, avendo fissato con lui un giorno, molti vennero da lui, nel suo alloggio. Dal mattino alla sera egli esponeva loro il regno di Dio, dando testimonianza, e cercava di convincerli riguardo a Gesù, partendo dalla legge di Mosè e dai Profeti. Alcuni erano persuasi delle cose che venivano dette, altri invece non credevano. Essendo in disaccordo fra di loro, se ne andavano via, mentre Paolo diceva quest'unica parola: “Ha detto bene lo Spirito Santo, per mezzo del profeta Isaia, ai vostri padri:
Va' da questo popolo e di':
Udrete, sì, ma non comprenderete;
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano, e io li guarisca!
Sia dunque noto a voi che questa salvezza di Dio fu inviata alle nazioni, ed esse ascolteranno!”.
Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso in affitto e accoglieva tutti quelli che venivano da lui, annunciando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento» (At 28, 17-31).
Dal suo luogo di “prigionia” , Paolo scrisse alcune epistole, dirette alle Chiese da lui fondate.
 
LA DIMORA DI PAOLO A ROMA: LA CRIPTA DI SANTA MARIA IN VIA LATA
 
In via del Corso, a Roma, si erge la Chiesa di Santa Maria in via Lata (dall’antica denominazione della via), i cui sotterrannei conservano un edificio di epoca romana (di cui incerta è la destinazione d’uso abitativa/edificio pubblico) e la cui datazione si fa risalire al periodo adrianeo  (I sec. d.C.).
La tradizione identifica in questo edificio la casa di san Luca, in cui a Paolo venne concesso di abitare con un soldato di guardia, secondo l’indicazione fornitaci dagli Atti.
Papa Alessandro VII, rese accessibili ai fedeli questi luoghi, ancora oggi visitabili, commissionando a Pietro da Cortona una serie di trasformazioni che implicarono la costruzione dell’atrio e della facciata della nuova Chiesa, e la realizzazione di due scale simmetriche d’accesso alla Crypta.
Al loro interno si trova la colonna a cui si ritiene che sia stato incatenato il santo; le catene stesse e un pozzo, costruito nel luogo in cui, sempre secondo la tradizione, sarebbe miracolosamente scaturita l’acqua, per effetto delle preghiere di Paolo.
«Sull'ingresso destro della Crypta, entrando dal portico della Chiesa, un'iscrizione su marmo ricorda:
 
"Oratorium quond  S. Pauli Apost  Lucae
Evangelistae et Martialis Mtir in quo
et imago B. Mriae Virginis reperta sistebat
una ex VII a B. Luca depictis" 
 
Oratorio  di S. Paolo Apostolo, di Luca 
Evangelista e di Marziale Martire, ove
si trovava l'immagine ritrovata della Beata Maria Vergine, 
una delle sette dipinte dal Beato Luca.
 
L'iscrizione, (conosciuta da Aringhi nel 1651), documenta una diffusa devozione ai suddetti martiri, in particolare a Paolo prigioniero e a Luca Evangelista e Iconografo.
Già Andrea Fulvio (erudito umanista ed antiquario romano - in "Antiquaria urbis", nel 1513), ricorda la Crypta come il luogo ove Luca avrebbe scritto gli Atti degli Apostoli, dipinto immagini della Madonna, ospitato Pietro, e accolto Paolo nei due anni di prigionia in Roma. 
Il culto basato su questa tradizione viene raffigurato da Cosimo Fancelli (1620-1688), con il bassorilievo dei Santi Pietro, Paolo, Marziale e Luca.
Sulla colonna antica, l'incisione della frase di Paolo (2 Tim 2, 9) VERBUM DEI NON EST ALLIGATUM (la Parola di Dio non è incatenata) conferma tale devozione.
Nel 2010 una ricerca archeologica nel pozzo ha restituito vari oggetti in ceramica e metallo, e la catena di ferro di circa due metri, che era avvolta alla colonna.
Le impronte di ruggine rimaste sulla colonna corrispondono alla forma degli anelli. 
Una lettera del 31 luglio 1813 del can. Battaglini al celebre archeologo D. Carlo Fea chiede che non venga rimossa la catena dalla colonna: non ritiene "che siano sacre reliquie ... altrimenti sarebbero state con maggior riguardo ed in miglior sito riposte ... 
quelle catene, che pure vi furono poste, cos'altro significano se non che la custodia di un soldato sopra la persona di s. Paolo e che mentre egli era sorvegliato, e come in arresto, predicava liberamente et Verbum Dei non erat alligatum? Ecco le ottime cose che ricordano ai fedeli e le catene e la colonna ..."» (dal sito della Crypta di Santa Maria in Lata)
 
GLI ULTIMI ANNI
 
Gli Atti degli Apostoli si concludono con l’arrivo di Paolo a Roma. Non abbiamo notizie certe su ciò che accadde dopo i due anni trascorsi nella Capitale dell’Impero e prima della morte di Paolo, databile intorno al 64-67.
Si prospettano quattro ipotesi (anche in base al riconoscimento o meno dell’autenticità delle lettere a Timoteo e Tito) che prevedono la liberazione di Paolo, considerando che dagli Atti stessi emerge che nessuna delle autorità cui era stato sottoposto aveva trovato motivi di condanna.
 
La prima ipotesi: Roma
 
Alla prima “detenzione” di due anni, fece seguito un periodo di prigionia più duro, da collegarsi alla persecuzione attuata da Nerone contro i cristiani, dopo l’incendio di Roma. Questa prigionia sarebbe terminata con la morte di Paolo.
 
La seconda ipotesi: Spagna
 
San Paolo aveva già progettato un viaggio in Spagna (l’apostolo ne parla in Rm 15,24;28). Questa ipotesi si baserebbe su un’affermazione di Clemente romano (fine I sec.), il quale attesterebbe che la predicazione di Paolo avrebbe raggiunto «il confine dell’occidente». Potrebbe tuttavia trattarsi di una frase metaforica. Il Canone muratoriano (collocabile verso la fine del sec. II), al contrario attesta esplicitamente la partenza di san Paolo per la Spagna: «Luca comprende i fatti che si compivano alla sua presenza come lo dimostra con evidenza sia l’assenza [nel libro] della passione di Pietro, sia quella della partenza di Paolo dall’Urbe alla Spagna»; fra gli apocrifi gli Atti di Pietro (collocabili nella seconda metà del II sec.) danno anch’essi notizia della partenza di Paolo alla volta della Penisola Iberica.
 
Terza ipotesi: l’Oriente
 
Ipotesi approvabile ammettendo l’autenticità delle due lettere a Timoteo e di quella indirizzata a Tito, dalle quali emergerebbero alcune tappe di questo viaggio, che avrebbe condotto Paolo a passare per Creta, Efeso, la Macedonia, Filippi e Tessalonica, Nicopoli, Corinto, Mileto, Troade.
Qui sarebbe stato arrestato e sarebbe stato nuovamente condotto, prigioniero, a Roma, dove sarebbe stato ucciso.
 
Quarta ipotesi: Spagna e Oriente
 
Questa ultima teoria “fonde” tutte le altre: dopo la sua liberazione, Paolo avrebbe raggiunto sia la Spagna che l’Oriente e poi sarebbe ritornato a Roma, dove avrebbe incontrato la morte. Si tratta di una tesi che non incontra largo consenso tra i biblisti.
 
MARTIRE A ROMA
 
La morte di Paolo si colloca, al pari di quella di Pietro, nel solco della prima persecuzione contro i cristiani di Roma, a seguito dell’incendio che, nel 64, aveva devastato la città.
Nerone, per porre fine alle voci che gli addossavano il misfatto, «diede la colpa a quelli che dal volgo erano chiamati cristiani e li colpì con i più raffinati castighi» (Tacito, Annales, 5,44).
Seneca, che era stato maestro del giovane Nerone, così descrisse i supplizi fatti infliggere dall’imperatore ai cristiani: «Il tiranno dispone di ferro e di fiamme, di catene e di una mandria di belve che si cibano di visceri umani. Si aggiunga il carcere, il cavalletto della tortura, gli uncini, il palo che si configge nel tronco umano ed esce dalla bocca, lo strazio del corpo squarciato dai carri che corrono in senso opposto, la tunica tessuta e spalmata di sostanze combustibili e quanto altro può essere ideato dalla rabbia più credele» (Epistola 14). Il filosofo greco ha lasciato però anche traccia dell’”eroismo” di questi martiri della fede: «In mezzo a quegli spasimi qualcuno non ha dato un gemito; è poco, non ha supplicato; è poco, non ha risposto; è poco, ha sorriso e ha sorriso col cuore!» (Epistola 58).
 
L’invito a Timoteo
 
Nuovamente prigioniero a Roma, Paolo invitò Timoteo, nella seconda lettera a lui indirizzata, «a raggiungerlo per assisterlo in questi istanti supremi in cui molti, per timore o per altri pretesti, l’avevano abbandonato. Non sappiamo se da Efeso il discepolo abbia potuto raggiungere il maestro. Il suo processo volgeva ormai inevitabilmente al suo tragico epilogo. Nella prima udienza nessuno era intervenuto a sostenere la sua difesa». In quanto cittadino romano, gli vennero risparmiate le torture inflitte agli altri prigionieri, incluso Pietro, che, stando alla tradizione, si trovava anche lui prigioniero a Roma. Per lo stesso motivo, mentre il “principe degli apostoli” venne condannato alla morte in croce (e Pietro stesso chiese di essere messo a testa in giù, non ritenendosi degno di morire alla stessa maniera di Cristo), a Paolo venne inflitta la morte per decapitazione, secondo quanto attestato da Tertulliano (cfr. De Prescript. 26). La tradizione colloca la morte dell’Apostolo nel 67 d.C., presso il luogo definito “Aquae Salviae”, sito su cui oggi sorge la Chiesa di Paolo alle Tre Fontane, a circa tre chilometri da Roma, sulla via Laurentina.
Tacito, infatti, attesta che era uso consuetudinario decapitare i condannati oltre le mura cittadine. 
Paolo venne poi sepolto lungo la via Ostiense, là dove oggi sorge la Basilica di san Paolo fuori le mura. Rilevante è, per dare supporto alla tradizione, la testimonianza del presbitero Gaio, vissuto sotto il pontificato di papa Zefirino (a cavallo tra la fine del secondo e l’inizio del terzo secolo). « In un suo scritto contro Proclo, capo della setta dei Montanisti (Catafrigi), parla dei luoghi ove furono deposte le sacre spoglie dei detti Apostoli (Pietro e Paolo) dicendo: "Io posso mostrarti i trofei degli Apostoli. Se vorrai recarti al Vaticano, o sulla via Ostiense, troverai i trofei dei fondatori di questa Chiesa".
Eusebio attorno al 325 riporta che fu decapitato a Roma sotto Nerone (regno 54-68, che va verosimilmente ristretto al periodo 64-68 seguente al grande incendio di Roma e alla persecuzione anticristiana connessa), e citando la perduta Lettera ai Romani di Dionigi di Corinto (fine II secolo) colloca il martirio di Pietro e Paolo nello stesso giorno, senza però specificarlo. Girolamo verso fine IV secolo precisa che fu decapitato a Roma e fu sepolto lungo la via Ostiense nel 14° anno di Nerone(67), due anni dopo la morte di Seneca. L'apocrifo Atti di Pietro e Paolo (dopo il IV secolo) riferisce che la decapitazione di Paolo avvenne presso la via Ostiense lo stesso giorno della morte di Pietro, precisando la data del martirio al 29 giugno. La data deriva probabilmente dal fatto che il 29 giugno 258, sotto l’imperatore Valeriano (253-260), le salme dei due apostoli furono trasportate nelle Catacombe di San Sebastiano, e solo quasi un secolo dopo papa Silvestro I (314-335) fece riportare le reliquie di Paolo nel luogo della prima sepoltura. In questa data la tradizione cattolica celebra la solennità dei santi Pietro e Paolo» (San Paolo, Enciclopedia Telematica Cathopedia). 
 
 
FONTI:
 
http://www.romasotterranea.it/sotterranei-di-s--maria-in-via-lata.html
 
http://www.cryptavialata.it/sotterranei-crypta.html
 
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