S. Paolo fuori le Mura

Un viaggio artistico nella Basilica

A cura di Maria Rattà

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«San Paolo fuori le Mura è un vasto complesso extra territoriale (Motu Proprio di Papa Benedetto XVI, 30 maggio 2005), amministrato da un Arciprete, al pari delle altre tre Basiliche Maggiori.
Il Trattato Lateranense del 1929 e i successivi Accordi intercorsi fra la Santa Sede e l'Italia, con particolare riferimento allo scambio di Note del 1945, hanno sancito che le aree e gli edifici costituenti il Complesso di San Paolo fuori le Mura, in particolare la Basilica e l’Abbazia, appartengono alla Santa Sede e godono di uno specifico status giuridico, secondo le norme del Diritto internazionale L’Arciprete è chiamato a sovrintendere a tutto il Complesso extraterritoriale, coordinando le varie amministrazioni ivi operanti, secondo le finalità proprie, salvo quanto rientra nelle competenze esclusive dell'Abate all'interno dell'Abbazia, che ospita la Comunità dei Monaci Benedettini presente nel luogo da ben tredici secoli.
All’Arciprete ha affidato un Vicario per la Pastorale, nella persona dell'Abate dell'Abbazia Benedettina di San Paolo, nonché un Delegato per l'Amministrazione.
Oltre alla Basilica Papale, l’insieme comprende una Abbazia benedettina molto antica, restaurata da Odon de Cluny nel 936, attiva sotto la direzione del suo abate. I Monaci Benedettini della antichissima Abbazia, edificata presso la Tomba dell’Apostolo da Papa Gregorio II (715-731), favoriscono il ministero della Riconciliazione (o della Penitenza) e la promozione di avvenimenti ecumenici.
È lì che, ogni anno, si chiude solennemente nel giorno della Conversione di San Paolo, il 25 gennaio, la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani. Per la sua Basilica, il Papa ha privilegiato due punti: il ministero della Riconciliazione (o della Penitenza) e la promozione di avvenimenti ecumenici» (Basilica Papale di San Paolo fuori le Mura, Sito del Vaticano).

 

L’ESTERNO

Il quadriportico e la facciata

Il visitatore viene preparato all’ingresso nella Basilica dal maestoso quadriportico, lungo 70 metri, che si snoda in ben 150 colonne.

quadriportico

La facciata, decorata a mosaico tra il 1854 e il 1874, presenta le figuree dei profeti Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele nel registro inferiore, mentre in quello mediano è presentata la scena dell’ Agnello mistico circondato da quattro fiumi che simboleggiano i quattro Vangeli e da dodici agnelli che rappresentano i dodici Apostoli; infine, il registro superiore è illustrato con la figura di Cristo tra Pietro e Paolo.

La statua dell’apostolo

La statua di san Paolo, opera ottecentesca in marmo di carrara di Giuseppe Obici, segue l’iconografia più classica del santo.

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Paolo viene rappresentato adulto, con una folta barba e la spada, che, come sottolinea Andrea Lonardo, «oltre a ricordare l’arma con la quale fu martirizzato, simboleggia, anche e soprattutto, la forza della parola di Dio. Nella lettera agli Efesini ascoltiamo infatti la raccomandazione a prendere con sé, nella battaglia della fede, "la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio" (Ef, 6, 17), e, nella lettera agli Ebrei, il santo ricorda ancora come “la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di una spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Non v’è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi Suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto” (Eb, 4, 12-13)».

La Porta centrale, la Porta Santa e la Porta Paolina

La porta centrale è opera di Antonio Maraini e venne realizzata nel 1929. L’iconografia venne ideata da padre Ildefonso Schuster, a quei porta-san-paolo-fuori-le-muratempi abate di San Paolo fuori le Mura. Il concetto sotteso all’opera era, come scrive Andrea Lonardo, «esaltare la predicazione e il martirio, nel segno della croce di Cristo, sacralizzando il suolo pagano di Roma, i cui luoghi legati alle vicende dei suoi Patroni sono stati rappresentati con dovizia di particolari. A rendere ancora più evidente questo concetto dell’imitatio Christi lo scultore ha sottolineato, con una colorazione in oro, la gigantesca croce che accoglie i fedeli nel loro ingresso alla Basilica e la doppia figura di Cristo, che nel battente di sinistra prende la forma del Pantocrator e accompagna gli episodi della vita e martirio di San Pietro, mentre in quello di destra viene raffigurato nel momento dell’Ascensione a corredo delle vicende legate alla storia di San Paolo.
A destra del portale principale è collocata la porta santa. Per ammirare da vicino i battenti della più bella e antica porta del monastero paolino, sigillata all’interno di quella santa, bisogna dunque entrare nella chiesa. Fatta eseguire a Costantinopoli da Staurachio di Scio nel 1070, è composta da cinquantaquattro bellissimi pannelli bronzei incisi, disposti su nove registri, e svela un programma iconografico di stile bizantino tra i più interessanti e precoci di Roma: esso comprende scene della vita di Gesù, storie degli Apostoli accostate a figure di Profeti, sviluppando la storia della Chiesa dalla venuta del Cristo – come predetto dai profeti – fino alla diffusione della sua dottrina nel mondo attraverso gli Apostoli. I primi dodici pannelli in alto a sinistra, che illustrano le dodici feste della liturgia bizantina, possono aiutarci a riscoprire, con lo spirito ecumenico che caratterizza la basilica, la bellezza e la profondità del messaggio e dell’iconografia bizantina.
Nel pannello della Natività (il secondo della prima fila in alto) vi sono raffigurati tutti i momenti legati al parto, dall’annuncio dell’angelo ai pastori – in alto a destra – fino alla nascita di Gesù, al centro della composizione ed illuminato dalla cometa mentre giace sulla mangiatoia rappresentata come un sepolcro, poiché nell’incarnazione è già detta la morte per amore. Mentre la Vergine al centro è distesa sul letto, nella fascia inferiore viene raffigurato Giuseppe in disparte, conscio di non poter partecipare a pieno diritto alla scena della Natività, mentre sulla destra due ancelle lavano il figlio di Dio appena venuto alla luce.

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Nella scena della Crocifissione di Cristo (la terza della terza fila) il Salvatore viene presentato – secondo la visione bizantina – trionfatore sulla morte anziché sofferente. Il pannello seguente raffigurante l’Anastasis – ovvero la Resurrezione – mostra Cristo che trae dagli inferi, le cui porte sono scardinate ai suoi piedi, i progenitori Adamo ed Eva, a simboleggiare la redenzione dell’umanità intera dalla morte.
Segnaliamo infine la Pentecoste (terza della quarta fila) dove i dodici apostoli sono raccolti intorno ad una porta dalla quale esce il Kosmos, quale immagine del mondo che emerge dall’oscurità per ricevere dalla Chiesa l’annuncio della salvezza».
Infine, la Porta Paolina, decorata dallo scultore Veroi, rappresenta alcuni momenti della vita di San Paolo.

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L’INTERNO

L’arco trionfale

«Ad accogliere il visitatore nell’area presbiteriale è il monumentale arco trionfale la cui più antica ideazione iconografica risale ai tempi di Papa Leone Magno (440-461). Oggi non rimane quasi nulla delle opere a mosaico originali della basilica, andate perdute nell’ormai famoso incendio del XIX secolo. Alla composizione apocalittica della fascia superiore – composta dai ventiquattro vegliardi separati in due gruppi dal Cristo clipeato, e sormontati dai quattro simboli evangelici (secondo i racconti dell'Apocalisse) – si accompagna nella fascia inferiore la presenza di San Paolo (a sinistra) la cui figura, fin dalla prima comunità cristiana, non poteva non essere accompagnata da quella di Pietro (a destra), commemorati congiuntamente dalla Chiesa di Roma il 29 giugno come patroni della città. Così proprio Leone Magno, committente di questi mosaici, descriveva tale festa:
"Di ogni sacra solennità, o dilettissimi, il mondo intero è partecipe, e la pietà derivante dall’unica fede richiede che quanto si ricorda compiuto per l’universale salvezza, si celebri ovunque con gaudio comune. L’odierna festività (dei Santi Pietro e Paolo), tuttavia, oltre l’onore che si è conquistata in tutto il mondo, merita di essere celebrata da parte della nostra città con esultanza tutta particolare; perché, dove si compì la fine gloriosa dei principi degli Apostoli, è giusto che ivi si abbia il primato della letizia nel giorno del loro martirio. Questi sono in verità i grandi personaggi che hanno fatto splendere innanzi a te, o Roma, il Vangelo di Cristo; e da maestra che tu eri di errore, sei divenuta discepola della verità".

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Proprio quali cattedratici di queste due chiese sono infatti raffigurati nell’interno dell’arco trionafale, visibile guardando la navata dall’abside. Questi mosaici, congiuntamente con quelli che coronano l’abside, furono probabilmente eseguiti dal Cavallini nel 1325 per la facciata, e spostati in tale collocazione, smembrati e restaurati, dopo l’incendio del 1823.
Se la bellezza della decorazione musiva duecentesca del catino absidale dovuta a maestranze venete, è purtroppo oggi soltanto intuibile dalla presenza di piccoli frammenti nella fascia inferiore superstiti al rifacimento ottocentesco, il progetto iconografico complessivo è rimasto a ricordo di una delle imprese decorative romane più importanti dell’epoca medioevale, voluta da Papa Onorio III (1216 – 1227), raffigurato ai piedi del Cristo.
Secondo la diffusa tradizione romanica della Maiestas al centro della composizione troneggia Cristo benedicente che mostra il libro sul quale è incisa una frase latina sul Giudizio Finale e desunta dal vangelo di Matteo: "Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo" (Mt 25,34).
Alla sua sinistra San Pietro è accompagnato dal fratello e apostolo Andrea, mentre alla sua destra San Paolo viene presentato accanto all’evangelista Luca, autore degli Atti degli Apostoli e testimone dell’evangelizzazione romana di Paolo. Gli altri apostoli – insieme all’evangelista Marco, discepolo di Pietro, ed a Barnaba, compagno di fede di Paolo – sono rappresentati nella fascia inferiore.

arco trionfale

Al centro di essa si erge l’Hetimasia, un trono con gli strumenti della passione di Cristo presentato dagli angeli, immagine tipicamente bizantina allusiva al Giudizio Finale; a commento di essa stanno i due committenti (il sacrista Adinolfo e l’abate Giovanni Caetani) e i Santi Innocenti, così chiamati i primogeniti di Betlemme che Erode il Grande fece uccidere temendo la nascita – seconda una profezia – del "re dei Giudei" (Mt 2,16), e qui ricordati perché le loro reliquie sono venerate sotto l’altare. È questa l’unica parte del mosaico medioevale (insieme all’immagine di Onorio III prostrato ai piedi della Maiestas) sopravvissuta all’incendio e ai disastrosi rifacimenti ottocenteschi» (Andrea Lonardo).

L’Altare della Confessione

Il ciborio, opera di Arnolfo di Cambio, è uno dei pochi  elementi "sopravvissuti" all’incendio che, nel 1823, ridusse in cenere l’intera basilica di san Paolo.

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Commissionato dall’abate Bartolomeo (che ricoprì tale carica tra il 1282 e il 1297), venne portato a termine dall’architetto e scultore nel 1285 e fu il primo lavoro eseguito dall’artista toscano a Roma. Lo scultore vi lavorò a quattro mani. Il baldacchino reca infatti la firma dell’esecutore “cum Petro suo socio”. Ne è ancora incerta l'idendità; forse si trattava di Pietro Cavallini, che si stava dedicando, in quello stesso periodo, all’opera di restauro degli affreschi del Vecchio e Nuovo Testamento della navata centrale; forse (ed è l’opinione prevalente) era lo scultore romano Pietro di Oderisio, che a Roma aveva già eseguito il monumento al pontefice Clemente IV (spostato poi nella chiesa di San francesco a Viterbo). Il baldacchino di san Paolo nasce come rielaborazione del modello tipico della tradizione romana: più slanciato in verticale e con linee e forme derivate dal gotico francese, l’insieme venne arricchito di statue e bassorilievi, con intarsi cosmateschi policromi. Le quattro colonne che sorreggono il baldacchino sono in porfido e terminano con capitelli in marmo dorato. Le arcate sono trilobate a sesto acuto e contribuiscono alla spinta verticale, assieme ai quattro frontoni triangolari affiancate da guglie. Questo moto verso l’alto è accentuato anche dalla struttura a forma di tempietto, che culmina in una cuspide piramidale. Le nicchie in cima alle colonne ospitano statue di santi. Le statue di Pietro e Paolo poste «alle estremità del lato occidentale accolgono il devoto pellegrino che si avvicina alla mensa di Cristo. Caratterizzate da una forte impronta classicheggiante nella postura, le sculture sono entrambe avvolte in pesanti vesti, che definite da pieghe dritte dal ritmo sobrio e realistico, aderiscono alla struttura dei corpi, assecondandone i gesti. La figura di Pietro, nobile e solenne, leggermente ruotata, volge lo sguardo fiero verso i fedeli al centro della navata. Nell’effige di Paolo, meno saldamente costruita, più atona e immota, prevale l’andamento lineare del panneggio che rivela una figura più esile e spigolosa» (Sante Guido). Sono presenti anche le statue di Timoteo, discepolo di Paolo, e di san Benedetto, che tuttavia non è rappresentato secondo la classica iconografia del santo con il volto barbato, ma il cui viso rappresenterebbe invece lo stesso abate committente del baldacchino. «Il bellissimo volto – commenta Sante Guido – si rivela un efficace esempio dell’abilità ritrattistica arnolfiana, in grado di cogliere con acutezza il carattere placido e mite di Bartolomeo. Il lato occidentale ospita la scena che raffigura l’offerta del baldacchino a san Paolo. L’abate Bartolomeo, affiancato da un monaco, appare inginocchiato mentre presenta la miniatura della preziosa struttura architettonica al Santo. Nel prospetto orientale sono invece rappresentati David e Salomone. Nei pennacchi posti in corrispondenza del lato settentrionale, viene narrato l’episodio del peccato originale. Nel quarto lato è raffigurata l’offerta di Caino e Abele, che si presentano a Dio con i doni, frutto del loro lavoro».

Il candelabro monumentale

«Il candelabro, oggetto liturgico dalla forte connotazione simbolica – che rappresenta il superamento del peccato e della morte attraverso la resurrezione di Cristo – ebbe fin dai primi secoli grande importanza sia in seno alla liturgia pasquale che in quella giubilare. Tale candelabro, scolpito da Niccolò d’Angelo e Pietro Vassalletto tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, racchiude nella fitta decorazione cosmatesca un complesso programma iconografico diviso orizzontalmente in otto registri che si leggono dal basso verso l’alto.
Candelabro pasqualeIl basamento accoglie quattro figure femminili diademate identiche, che afferrano al collo quattro coppie di animali simbolici (sfingi, montoni e leoni) da interpretare quale raffigurazione metaforica della Prostituta di Babilonia: “È caduta, è caduta Babilonia la grande ed è diventata covo di demòni, carcere di ogni spirito immondo, carcere d'ogni uccello impuro e aborrito e carcere di ogni bestia immonda e aborrita. Perché tutte le nazioni hanno bevuto del vino della sua sfrenata prostituzione, i re della terra si sono prostituiti con essa e i mercanti della terra si sono arricchiti del suo lusso sfrenato” (Ap 17, 2-3).
Essa tiene legate a sé le potenze demoniache, vinte, come ci ricorda San Paolo, dalla potenza della fede in Cristo. "Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti per i vostri peccati e per l’incirconcisione della vostra carne, perdonandoci tutti i peccati, annullando il documento scritto del nostro debito, le cui condizioni ci erano sfavorevoli. Egli lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce; avendo privato della loro forza i Principati e le Potestà ne ha fatto pubblico spettacolo dietro al corteo trionfale di Cristo" (Col 2, 13-15). Precede tre fasce narrative un intreccio di motivi zoomorfi e fitomorfi che escono dalle fauci di animali. La figura di vendemmiante che compare tra i racemi è intesa a ricordare la ciclicità del lavoro dell’uomo illuminato dalla storia della salvezza.
La cronaca delle tre fasce seguenti è incentrata sui racconti evangelici della Passione e Resurrezione di Cristo, secondo una descrizione narrativa desunta dalle colonne della Roma classica, resa dai maestri cosmati in modo meno fluido dando ad ogni fascia forte accento a singoli episodi (tre nelle prime due fasce e solamente due nella terza). La prima delle tre fasce "storiche" mostra la cattura di Cristo da parte delle guardie in armatura cui si accompagnano, alla sinistra di Gesù, due volti identificati quali un sommo sacerdote e Giuda (quasi figura demoniaca) a ricordare il complotto che portò all’arresto; il racconto prosegue, in senso antiorario, con il Sommo Sacerdote Caifa nel Sinedrio che, con il libro sacro alla mano, giudica Cristo colpevole. Il terzo episodio, la derisione di Cristo, mostra quest’ultimo legato mani e piedi ad un trono, con in mano una canna quale scettro, beffeggiato da soldati giudei, alcuni dei quali si inginocchiano ironicamente ai suoi piedi. Sulla destra di questa scena si vede un personaggio a terra calpestato dai soldati, interpretato da alcuni studiosi – per il curioso copricapo a punta – come un ebreo, a simboleggiare la responsabilità (allora fortemente sentita) del popolo ebraico, macchiatosi della colpa della condanna a morte del figlio di Dio.
La fascia seguente raffigura Cristo portato da Caifa a Pilato; da notare anche in questo episodio la presenza di un volto che spicca tra le figure, secondo alcuni da ricondurre a Barabba, liberato dalla folla invece di Cristo. Alla canonica raffigurazione di Pilato che si lava le mani segue la Crocifissione corredata da tutti gli elementi di contorno: i due ladroni nelle croci più piccole; Maria alla destra e Giovanni alla sinistra di Gesù; personaggi recanti i simboli della passione.
L’ultimo registro narrativo, diviso nettamente in due parti, comprende la Resurrezione: i soldati addormentati vicino al sepolcro si confondono con gli angeli reggenti la mandorla entro la quale avviene l’Ascensione, intesa come una Maiestas Domini dove Cristo appare in tutta la sua maestà, seduto sopra l'arcobaleno, con una mano benedicente ed uno scettro nell'altra.
Secondo il gusto decorativo e simbolico romanico segue un’alta fascia con motivi ornamentali, i cui intrecci fitomorfi ben si accordano con il commento al candelabro inciso dai marmorari in uno dei registri:
+Arbor poma gerit. arbor ego lumina gesto. porto libamina. Nuntio gaudia, sed die festo. Surrexit Christus. Nam talia munera p[rae] sto.
"L’albero reca i frutti. Io sono un albero che reca luce. E doni. Annunzio gioia in un giorno di festa. Cristo è risorto. Ed io offro tali doni".
Altre otto figure di animali mostruosi chiudono il ciclo per sostenere la coppa reggicero» (Andrea Lonardo).

Il ciclo degli affreschi sulla vita di san Paolo

Lungo la parte alta delle pareti della navata centrale e del transetto, 36 affreschi, dipinti per volere di Pio IX nel 1857, rappresentano le tappe della vita di san Paolo. Realizzati nell’arco di tre anni grazie all’ingegno di ventidue artisti, essi si snodano a partire dal primo interpilastro di destra accanto all’abisde, procedono poi nella navata centrale e si concludono nel transetto sinistro. Le scene affrescate si basano sui racconti degli Atti degli Apostoli e su un’antica tradizione iconografica. Da quest’ultima vengono desunte le scene dell’Elevazione al terzo cielo (estrapolata dalla Seconda Lettera ai Corinzi), di Pietro e Paolo nel carcere Mamertino, e di Pietro e Paolo si abbracciano prima del martirio. Quest’ultima non ha riscontro biblico, ma si rifà alla leggenda dell’incontro tra Pietro e Paolo, per il loro ultimo saluto prima del martirio, presso la Piramide di Caio Cestio. L’ultimo affresco rappresenta il Martirio di san Paolo. Da questo punto esatto comincia a svilupparsi la serie dei ritratti dei pontefici.

Le statue di san Benedetto e di santa Scolastica

Nel transetto destro si trovano le statue di san Benedetto (fondatore dell’ordine cui sono affidati la basilica e il monastero) e di santa Scolastica. Si tratta di opere ottocentesche, realizzate a seguito della riedificazione della Basilica dopo l’incendio del 1823. «Queste due statue marmoree – commenta Andrea Lonardo - rappresentano i due fratelli che rivoluzionarono la vita monastica dei primi secoli del cristianesimo. Il monachesimo medioevale, seguendo la Regola scritta da San Benedetto che divenne da Carlo Magno in poi la regola dei monasteri dell’Europa Occidentale, fu promotore e responsabile dell’evangelizzazione e dell’unità culturale dell’Europa di quei secoli».

La Cappella del Santissimo Sacramento: due “illustri” pellegrini

«Durante il Giubileo indetto da Clemente VI nel 1350, una pellegrina svedese di nobili origini, Brigida (1303-1373), madre di Caterina di Svezia e donna dalle forti doti diplomatiche, giunse a Roma. Voleva come pellegrina celebrare il Giubileo, voleva l’approvazione della sua regola di vita, voleva riportare il Papa da Avignone alla città di Pietro. Durante una visita alla Basilica di San Paolo, mentre era assorta nel rivolgere le proprie preghiere ad un Crocifisso ligneo della fine del XIII secolo (attribuito da alcuni studiosi al Cavallini), la statua cominciò a parlarle. Tale opera di pregevole fattura mostra infatti con grande sensibilità la sofferenza di Cristo, accentuata dalla torsione del collo, nelle ore di trapasso dalla vita alla morte. L’episodio miracoloso accaduto alla santa svedese fu rappresentato, in occasione del Giubileo del 1650, da Stefano Maderno in un gruppo scultoreo collocato in una nicchia a destra della Cappella del Sacramento. Quest’ultima fu edificata per il Giubileo del 1725 proprio per accogliere il venerato crocifisso ligneo che si trovava tra l’altare maggiore e l’abside. 

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S. Ignazio di Loyola (1491-1556), la cui istituzione della Compagnia di Gesù fu di fondamentale importanza per il Giubileo del 1550, fu pellegrino fortemente devoto alla città di Roma, scegliendo proprio la basilica ostiense per accettare l’elezione a Preposito Generale della Compagnia di Gesù – da poco istituita e confermata – in questa Cappella il 22 aprile 1541, dinanzi all’icona della Vergine con il Bambino. Tale immagine rappresenta la Vergine che, tenendo in braccio Gesù Bambino benedicente, indica con la mano destra il Figlio di Dio come via da percorrere per la salvezza, secondo l’iconografia bizantina della Theotokos Hodigitria. E proprio questa via il "Pellegrino" Ignazio (questo era il nome che si era dato da quando aveva incontrato il Signore) volle percorrere giungendo a Roma nella speranza che tale città divenisse "l’esempio e non lo scandalo del mondo".
P. de Ribadeneira che fu testimone di questo momento ci riporta le parole che Ignazio pronunciò:
"Io, Ignazio di Loyola, prometto a Dio onnipotente e al Sommo Pontefice suo vicario in terra, dinanzi alla santissima Vergine e madre Maria, a tutta la corte celeste e in presenza della Compagnia, povertà, castità e obbedienza perpetue, secondo la forma di vivere che si contiene nella bolla della Compagnia di Gesù Signor nostro… e prometto anche obbedienza speciale al Sommo Pontefice, quanto alle missioni… prometto di procurare che i fanciulli siano ammaestrati nella dottrina cristiana"» (Andrea Lonardo).

 

FONTI

Basilica Papale di San Paolo fuori le Mura, Sito del Vaticano

Andrea Lonardo, La Basilica di San Palohttp://www.gliscritti.it/approf/luogiub/lugcap2.htm#_Toc514781579

Sante Guido, Il restauro del ciborio di Arnolfo di Cambio, Annali della Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon Editrice, IX 2009, http://www.academia.edu/3535756/Il_restauro_del_ciborio_di_Arnolfo_di_Cambio_-_Basilica_di_san_Paolo_fuori_le_Mura_-_Roma_The_restoration_of_the_ciborium_by_Arnolfo_di_Cambio_-_Basilica_of_St._Paul_Outside-the-Walls_-_Rome_

 

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