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Giovani in ricerca 

Riccardo Tonelli 

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1.       La prospettiva

Possiamo analizzare la situazione attuale dei giovani, definire fino a che punto essi sono veramente in ricerca e, soprattutto, cosa stanno cercando, da molti e differenti punti di vista. Per correttezza, devo dichiarare su quale prospettiva intendo collocare la mia riflessione.

Non sono né un sociologo né uno psicologo. Mi interesso, da tanti anni, delle questioni che riguardano l’educazione dei giovani alla fede e lo faccio all’interno di una scelta di campo che considero qualificante e urgente per ogni studio di pastorale giovanile: lo stretto rapporto esistente tra i processi che riguardano l’educazione in senso stretto e l’annuncio, deciso e coraggioso, del Signore Gesù, unico nome in cui avere vita e speranza. Considero questo orientamento un modo di fare teologia per la pastorale giovanile oggi.

Immagino che questa mia collocazione sia la ragione dell’invito che mi è stato rivolto e che mi onora.

Mi chiedo dunque, da quella esplicita prospettiva pastorale che ho appena descritto, se nei giovani di oggi esiste un atteggiamento di ricerca, verso quali obiettivi esso è eventualmente orientato, come possiamo educarlo (generare, orientare e consolidare), quale responsabilità ci compete per non mandare in nessun modo deluse queste attese.­­­

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Don Bosco

per dire l'educazione

 Mariano Crociata

donboscoeducatori

Non è casuale che tra i santi educatori, di cui si decanta l’esemplarità e si reclama la necessità, gli Orientamenti pastorali dei Vescovi italiani facciano riferimento solo a san Giovanni Bosco (cf. Educare alla vita buona del Vangelo, n. 34) e rimandino alla sua proverbiale idea che «l’educazione è cosa del cuore», a cui però subito si aggiunge che «Dio solo ne è il padrone». La Chiesa intera oggi ringrazia e loda il Signore per il dono di un tale modello e maestro, e noi siamo lieti di essere parte di una simile corale esultanza, in questa comunità accademica che alla educazione dedica le migliori risorse delle famiglie che sono scaturite dal genio appassionato di don Bosco.

I brani della Scrittura illuminano la figura di questo straordinario maestro e, nella sua luce, ci conducono a penetrare il mistero dell’educazione che lo ha così profondamente impregnato. Sì, non è fuori luogo parlare di mistero, se non altro per quella intuizione che vede in Dio il suo solo padrone. In una visione cristiana – ma per nulla in contraddizione, anzi in intima coerenza con un approccio autenticamente umanistico – dovrebbe risultare evidente che qui sta il discrimine della vera opera educativa, e precisamente nella capacità di salvaguardare, per sé e per altri, il senso di una alterità che sola è in grado di proteggere l’originalità e l’unicità di ogni persona umana. È l’alterità di Dio – un altro modo per dire la sua trascendenza, che pure non gli ha impedito la più inimmaginabile condiscendenza e prossimità – che fonda e insegna l’irriducibile alterità dell’altro, di colui che mi incontra o che mi viene affidato.

 

La pagina di Ezechiele (cap. 34) rivela una cura di Dio per il suo popolo che interviene per custodirlo dai cattivi pastori e si manifesta suscitando buoni pastori, secondo il suo cuore. È sempre Dio a guidare le sorti del suo popolo. Il buon pastore, come ogni buon educatore, non perde mai di vista questa presenza divina, ma la serve, la segue e asseconda, la adora, la invoca e l’attende. Il vero educatore si sente scomparire dentro lo spazio spirituale dell’iniziativa divina, e non ha altra aspirazione che quella di lasciarsene guidare lui per primo. Egli intuisce il bene che Dio vuole per le sue creature e le dispone a riconoscere e ad accogliere il bene che viene da Dio.

Non insegna ad altri se non ciò che egli per primo ha applicato a sé e assimilato. Tutto il meglio egli ha fatto oggetto dei propri pensieri e della propria vita, al punto da potersi proporre come modello da seguire (cf. Fil 4,4-9); ma solo perché egli ha fatto dell’ascolto della Parola divina e della sequela di Gesù l’ideale e l’assillo della propria vita. L’educatore insegna imparando, guida altri facendosi ogni giorno conducente di se stesso, si lascia educare dai propri allievi, non perché li mette in cattedra o li tratta da maestri, ma perché non si stanca di scoprire, rispecchiandosi in chi si sta formando, i limiti e le carenze della propria mai finita maturazione e – perché no? – educazione.

Mi appare singolarmente illuminante, in questo senso, la pagina di Vangelo (cf. Mt 18,1-6.10). Il piccolo o il bambino è, qui, insieme la creatura di pochi anni e il semplice credente nella sua fase iniziale, fatta di abbandono pieno di stupore e di spontanea fiducia e confidenza, senza riserve e senza timori. Si noti che il bambino viene presentato come il modello, ma anche come il piccolo da accogliere, guardandosi dallo scandalizzarlo o disprezzarlo. Essere e accogliere. O meglio, essere per accogliere. Può accogliere un bambino chi gli assomiglia. C’è un mistero nel bambino, al punto che Gesù si identifica con lui («accoglie me») e ne rivela la profonda relazione con il Padre («i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio»). Il bambino è il modello del discepolo, il modello dell’uomo come voluto da Dio. Egli guarda verso il Padre, è proteso verso Dio. Sente il futuro dinanzi a sé per essere percorso verso una pienezza nella relazione con il Padre.

Il bambino è profondamente segnato dalla identità filiale, si sa e si sente soprattutto figlio, bisognoso e desideroso del Padre, tutto intento ad assecondarlo e ad assomigliargli. Il bambino si vive come tutto intento a crescere, a prendere la forma del Figlio, così che chi lo accoglie, accoglie Gesù. Dove sta la differenza, allora, tra educatore adulto e bambino? L’educatore adulto, a differenza del bambino, sa di essere figlio, di essere come un bambino di fronte a Dio; ed è divorato dal desiderio di crescere verso di lui, di tendere alla pienezza della relazione filiale nella comunione perfetta con il Padre per mezzo di Cristo nello Spirito.

Un educatore ha cura di sé in misura pari a quella che riserva a coloro che gli sono affidati. Non perché vive ripiegato su di sé, ma perché nella relazione educativa, tutta protesa al bene di chi sta crescendo, verifica continuamente e riproduce in sé quegli atteggiamenti, quei pensieri, quei comportamenti che vorrebbe vedere realizzati nell’educando.

È una fortuna la possibilità di realizzare e di vivere in una comunità accademica, e in una comunità accademica che ha a cuore l’educazione in maniera privilegiata. Più di ogni altro sapere, quello umanistico e filosofico-teologico conserva una relazione singolare con la dimensione esistenziale e relazionale delle persone che lo elaborano e lo studiano. In un certo senso la stessa comunità fatta di docenti e di studenti è il primo banco di prova della qualità del sapere che viene promosso. Nessuno si deve sentire giudicato, ma ciascuno sa di essere interpellato.

L’educazione è, prima che una attività settoriale, una dimensione costitutiva dell’esistenza, che la attraversa per intero. È la via privilegiata per imparare l’umiltà e la bellezza della vita, come dono e chiamata di Dio. Essa insegna l’atteggiamento forse più profondamente umano, che costituisce anche il segno distintivo della raggiunta maturità, e cioè il vivere per amore del bene dell’altro, come due genitori di fronte all’esperienza della nascita di un figlio. C’è una inconfondibile corrispondenza tra cura della propria forma spirituale e dedizione educativa. Gli adulti che non sanno educare non sono essi stessi veri adulti né persone vere.

L’educazione ci riporta semplicemente alla verità elementare della centralità della persona, dell’attenzione e della cura per la sua autentica e integrale riuscita. Il maestro della nostra festa, san Giovanni Bosco, ce lo ricorda e ce lo insegna, mentre non cessa di intercedere per noi dal cielo della gloria di Dio.

Omelia nella festa di S. Giovanni Bosco, Roma UPS 2012

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