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    La sfida dell'educazione

    Alcune proposte di papa Francesco


    Antonio Spadaro

    Anticipazione

    Per Francesco «educare è una delle arti più appassionanti dell’esistenza, e richiede incessantemente che si amplino gli orizzonti». Su “La Civiltà Cattolica” padre Spadaro esamina sette “colonne” del pensiero educativo del Papa maturato prima di diventare pontefice.
    La sfida educativa è al centro dello sguardo dell’attuale Pontefice da sempre. Come egli stesso ha rivelato in una nostra intervista del 2016, da parroco a San Miguel si occupava di pastorale giovanile e di educazione. Quotidianamente ospitava i ragazzini negli spazi molto grandi del Collegio annesso: «Io dicevo sempre la Messa dei bambini e il sabato insegnavo il catechismo». E lo faceva anche organizzando spettacoli e giochi, che in quella intervista descrive nel dettaglio. Da qui viene la sua capacità spontanea di stare con i bambini. Ma già da studente gesuita in formazione Bergoglio ebbe un’esperienza scolastica che ha lasciato il segno. Fu inviato dai suoi superiori a insegnare letteratura in due licei dei gesuiti. Egli tuttavia non si fermava alle lezioni in cattedra: al contrario, spingeva i suoi ragazzi alla composizione creativa – fino a coinvolgere il grande Jorge Luis Borges nelle sue attività -, ma anche al teatro e alla musica. L’azione educativa allora era legata all’esperienza artistica e creativa, e proprio da questa Bergoglio riusciva a far emergere la dimensione più ampiamente umana e spirituale.
    Un esempio inedito per comprendere meglio: José Hernàn Cibils, oggi musicista in Germania e allora alunno del ventottenne Bergoglio, conserva ancora oggi il commento del professore di allora a una sua esercitazione sulla Hora undécima della scrittrice Marja Esther de Miguel. L’alunno riteneva che il messaggio finale dell’opera fosse che la negazione di sé e la mortificazione portino a Dio. Bergoglio commentava elogiando il lavoro fatto dallo studente, ma proponeva un cambiamento nella formulazione del messaggio finale che gli sembrava troppo negativo; e annotava: «La dedizione è frutto dell’amore», non della mortificazione. Concludeva tra parentesi con un messaggio personale per José: «Chiaro che stai attraversando un periodo di negatività». L’esposizione all’esperienza creativa o il suo esercizio generano una dinamica che coinvolge psicologicamente e spiritualmente la persona. Questa esperienza da studente gesuita e poi da sacerdote ha formato Bergoglio come pastore e vescovo di Buenos Aires. Considerando questo tempo episcopale e leggendo la raccolta completa dei suoi interventi pastorali, recentemente raccolti in un unico volume, ci si rende conto che un terzo di essi – tra omelie, lettere e messaggi – sono dedicati agli educatori (docenti, catechisti, animatori ecc.). Il tema non è stato ancora adeguatamente approfondito, e bisognerebbe ricercare anche tra le fonti e le ispirazioni che Bergoglio ha avuto presenti nello sviluppare il suo approccio. Qui di seguito intendiamo presentare – senza voler essere esaustivi – sette facce di questo poliedro che è l’educazione per Francesco, così come sono maturate nel suo ministero episcopale.

    Educare è integrare

    È importante innanzitutto comprendere che l’arcivescovo Bergoglio inquadra l’educazione sempre all’interno di una visione ampia della società, come un contesto vitale di incontro e di assunzione di impegni comuni per la costruzione della comunità civile.
    Educare, dunque, significa costruire una nazione: «Il nostro compito educativo ha scritto – deve risvegliare il sentimento del mondo e della società come casa. Educazione “per abitare”». La nazione e il mondo per Bergoglio sono innanzitutto «casa», luogo da abitare, dimensione domestica. L’educazione non è un fatto esclusivamente individuale, ma popolare. In un incontro con alcuni suoi ex alunni di liceo, nel 2006, egli disse: «Spero che le loro vite facciano storia al di là della storia personale di ognuno; che siano ricordati per quello che hanno realizzato insieme, e che siano
    di ispirazione per altri ragazzi sul cammino della creatività». Bergoglio ha sempre considerato la scuola come un mezzo importante d’integrazione sociale e nazionale, uno dei pilastri principali per la costruzione del senso di comunità, del vivere insieme. Ne troviamo la riprova in una sua riflessione sui migranti interni all’Argentina che risale al 2002: «Il migrante dell’interno che arrivava nella città, e finanche lo straniero che sbarcava su questa terra hanno trovato nell’educazione di base gli elementi necessari a trascendere la particolarità della loro origine per cercare un posto nella costruzione comune di un progetto. Anche oggi, nella pluralità arricchente delle proposte educative, dobbiamo tornare a scommettere tutto sull’educazione».
    Il compito educativo non è teso solamente a potenziare se stessi, ma ad aiutare le persone a costruire un futuro insieme, una storia condivisa. Chi migra e arriva in una nuova terra ha nell’educazione lo strumento e il contesto fondamentale per trascendere se stesso e la propria storia e inserirsi all’interno della sua nuova casa. Un elemento centrale di questa costruzione sociale è dunque l’integrazione. «Lo Stato deve farsi carico del compito di integrare», scriveva Bergoglio nel 2001, in occasione delle Giornate arcidiocesane della pastorale sociale, e lo ha ripetuto tante volte. «Integrare», del resto, è una delle chiavi importanti per comprendere il pontificato di Francesco.

    Accogliere e celebrare le diversità

    Un altro elemento centrale per la costruzione sociale è l’accoglienza delle diversità. Rivolgendosi a docenti cattolici, Bergoglio nel 2012 affermò: «Come docenti cristiani vi propongo di aprire la mente e il cuore alla diversità, che è caratteristica sempre più ricorrente delle società di questo nuovo secolo». Che cosa significa esattamente? Bergoglio così lo spiega alle comunità educative della diocesi: «Dialogo e amore implicano che nel riconoscimento dell’altro come altro vi sia l’accettazione della diversità. Soltanto così è possibile fondare il valore della comunità: non pretendendo che l’altro si sottometta ai miei criteri e alle mie priorità, non “assorbendo” l’altro, ma riconoscendo valido ciò che l’altro è, e celebrando quella diversità che ci arricchisce tutti. Altrimenti si tratta soltanto di narcisismo, di mero imperialismo, di stoltezza». Le differenze vanno considerate come «sfide», ma sfide positive, risorse, non problemi. E ciò ha come conseguenza immediata la lotta a ogni forma di discriminazione: «Combattiamo, dalle nostre scuole, ogni forma di discriminazione e di pregiudizio. Impariamo e insegniamo a dare, sia pure con le scarse risorse delle nostre istituzioni e delle nostre famiglie. E questo deve manifestarsi in ogni decisione, in ogni parola, in ogni progetto. Così cominceremo a porre un segno chiarissimo – anche polemico e conflittuale, se necessario – della società diversa che vogliamo creare», Pertanto, il compito educativo è legato alla costruzione di una società e di un futuro insieme come popolo. E ciò implica lavorare per l’integrazione e per il riconoscimento delle diversità come ricchezze da non omologare o appiattire, ma da valorizzare per il bene di tutti.

    Affrontare il cambiamento antropologico

    Il grande sfondo sul quale si proietta il compito educativo è il cambiamento antropologico. Bergoglio è stato sempre consapevole che l’uomo e la donna oggi stanno interpretando se stessi in maniera diversa dal passato, con categorie diverse anche da quelle a loro familiari. L’antropologia a cui la Chiesa ha tradizionalmente fatto riferimento e il linguaggio con il quale l’ha espressa sono una base solida, frutto anche di saggezza ed esperienza secolare. Tuttavia, sembra che l’uomo a cui la Chiesa si rivolge non riesca più a comprenderli come una volta. La Chiesa dunque è chiamata a confrontarsi con l’enorme sfida antropologica. Paolo VI, tanto stimato da Francesco, aveva scritto che evangelizzare significa «portare la Buona Novella in tutti gli strati dell’umanità che si traslormano»; altrimenti, egli proseguiva, l’evangelizzazione rischia di trasformarsi in una decorazione, in una verniciatura superficiale. Francesco ha confermato questo atteggiamento nella sua conversazione con i Superiori generali degli ordini religiosi, poi pubblicata su La Civiltà Cattolica. In quella sessione di domande e risposte egli ha affermato che l’educatore «deve interrogarsi su come annunciare Gesù Cristo a una generazione che cambia». Questo è il punto: «Il compito educativo oggi è una missione chiave, chiave, chiave!». Per essere più chiaro, ha portato alcuni esempi, citando alcune sue esperienze da vescovo a Buenos Aires sulla preparazione che si
    richiede per accogliere in contesti educativi bambini, ragazzi e giovani che vivono situazioni di disagio in famiglia. In particolare, ha fatto questo esempio: «Ricordo il caso di una bambina molto triste che alla fine confidò alla maestra il motivo del suo stato d’animo: “La fidanzata di mia madre non mi vuol bene”. La percentuale di ragazzi che studiano nelle scuole e che hanno i genitori separati sono elevatissime». Sono due situazioni differenti, ma che pongono chiaramente sfide complesse: quella dei figli di genitori divorziati, e quella dei figli che si trovano a vivere avendo come riferimento domestico due persone dello stesso sesso. Francesco sa perfettamente che le sfide educative oggi non sono più quelle di una volta. Sa che – sono parole sue – «le situazioni che viviamo oggi pongono sfide nuove, che a volte sono persino difficili da comprendere». Occorre annunciare il Vangelo a una generazione soggetta a rapidi mutamenti, a volte troppo complessi e difficili da accettare o da capire. Ecco le sue domande: «Come annunciare Cristo a questi ragazzi e ragazze? Come annunciare Cristo a una generazione che cambia?». E infine il suo appello: «Bisogna stare attenti a non sommini- strare ad essi un vaccino contro la fede».
    Bergoglio afferma una cosa fondamentale: la sfida educativa si lega alla sfida antropologica. Non si può assumere l’atteggiamento dello struzzo e fare «come se» il mondo fosse diverso. Questo approccio realista caratterizza tutta la riflessione pedagogica di Bergoglio, che parte sempre dal dato concreto, dalla persona che ha davanti con la sua storia.

    L’inquietudine come motore educativo

    Un quarto aspetto centrale nel poliedro educativo di Bergoglio è senz’altro l’inquietudine, intesa come motore dell’educazione. In un’omelia egli interroga i suoi interlocutori, che sono educatori, con una raffica di domande appuntite. È il caso di leggerle di seguito: «Il ragazzo sa riconoscere il patrimonio che ha ricevuto? [ … ] Oppure il ragazzo è stato “addomesticato” dalle situazioni contingenti e non sa riconoscere in questo orizzonte ciò che ha ricevuto e vive come se non avesse avuto nulla? D’altra parte, ciò che ha ricevuto non deve essere custodito in una scatola, conservato, ma deve essere vissuto e trasformato oggi! Questi ragazzi, questi giovani sanno trasformare oggi ciò che hanno ricevuto? Sanno accogliere questo patrimonio? […] Questi ragazzi elaborano progetti? Hanno sogni?». Qui c’è un chiaro rifiuto dell’educazione intesa come «addomesticamento». Come è anche chiaro che l’eredità che passa all’interno dell’educazione non è un tesoro in scatola. Non è un passaggio di scatole. Tutt’altro. Bergoglio afferma che l’unico modo per riguadagnare l’eredità dei padri è la libertà. In definitiva, ciò che ricevo è mio solamente se attraversa la mia libertà. E non c’è libertà se non c’è l’inquietudine. Nulla è mio se non attraversa la mia inquietudine e tocca il mio cuore. Per Bergoglio, la maturità non coincide con l’adattamento. «Lo stesso Gesù – egli afferma in modo provocatorio – per molte persone del suo tempo sarebbe potuto rientrare nel paradigma dei disadattati e quindi immaturi». Nello stesso Messaggio, argomenta: «Se la maturità fosse un puro e semplice adattamento, la finalità del nostro compito educativo consisterebbe nell’ “adattare” i ragazzi, queste “creature anarchiche”, alle buone norme della società, di qualunque genere siano. A quale costo? A costo della censura e dell’assoggettamento della soggettività o, peggio ancora, a costo della privazione di ciò che è più proprio e sacro della persona: la sua libertà». Ciò che ho ereditato mi appartiene, perché si è avvicinato alla mia inquietudine e l’ha attraversata, impastandosi con me e lanciandomi verso un futuro da costruire. Se l’eredità non passa per l’inquietudine, si pietrifica, diventa un museo di ricordi. Mahler diceva che fedeltà a ciò che ci è stato tramandato significa tenere vivo il fuoco, e non adorare le ceneri. Tenere vivo il fuoco significa alimentarlo, ripensando e ripescando la forza vitale. Altrimenti cadiamo nel moralismo, nel formalismo, e dunque nella noia. Bergoglio ama la posizione esistenziale di Agostino, e più volte ha parlato della «pace dell’inquietudine». In particolare, ricevendo in udienza gesuiti e collaboratori della nostra rivista, aveva chiesto: «Il vostro cuore ha conservato l’inquietudine della ricerca? Solo l’inquietudine dà pace al cuore di un gesuita. Senza inquietudine siamo sterili». L’inquietudine agostiniana e ignaziana ci rende generativi.
    Ciò che noi ereditiamo dai nostri padri è innanzitutto questo: la saggezza di una inquietudine che ci porta a cercare, a uscire da noi stessi, a vivere una trascendenza. «Dove c’è vita c’è movimento, dove c’è movimento ci sono cambiamenti, ricerca, incertezze, c’è speranza, gioia e anche angoscia
    e desolazione». Scriveva ancora Bergoglio in un Messaggio agli educatori: ‘Un ragazzo “inquieto” […] è un ragazzo sensibile agli stimoli del mondo e della società, uno che si apre alle crisi a cui va sottoponendolo la vita, uno che si ribella contro i limiti e, d’altra parte, li reclama e li accetta (non senza dolore), se sono giusti. Un ragazzo non conformista verso i cliché culturali che gli propone la società mondana; un ragazzo che vuole imparare a discutere». Quindi, occorre «leggere» tale inquietudine e valorizzarla, perché tutti i sistemi che cercano di «acquietare» l’uomo sono pericolosi: conducono, in un modo o nell’altro, al quietismo esistenziale.

    Una pedagogia della domanda

    Una forma specifica di anarchismo e irrequietezza è quella che Bergoglio attribuisce al bambino. Ma essa appare significativa per l’educatore. La vitalità di un bambino è in prima istanza una sfida che misura la capacità di chi gli sta accanto di uscire da schemi troppo rigidi. Questo sguardo trasmette in un cuore giovane o adolescente «il calore che nasce da un cuore maturo per memoria, per lotta, per difetti, per grazia, per peccato». Se questo sguardo ha forza, ha tenuta, allora il giovane potrà soffrire nella vita sì, ma in tempo di crisi non impazzirà, perdendo il «nord», l’orientamento. Questo sguardo è anche capace di imparare a «scoprire», «contemplare» e «intuire» le domande dei più giovani, che a volte non riescono a esprimere in maniera compiuta e con chiarezza le loro necessità e i loro interrogativi. «Non bisogna mai rispondere a domande che nessuno si pone», ha scritto il Papa nell’Evangelii gaudium (n. 155). Questo resta un criterio fondamentale per l’educazione e la pastorale. In tal senso, la catechesi non deve mai correre il rischio di trasformarsi in un indottrinamento insipido, in una frustrante trasmissione di norme morali.
    Questo porta Bergoglio, nell’omelia della Messa per l’educazione del 18 aprile 2007, a porre domande da leggere integralmente, perché aiutano a fare un’importante verifica, quasi un «esame di coscienza» dell’educatore: «Abbiamo il cuore abbastanza aperto da lasciarci sorprendere ogni giorno dalla creatività di un bambino, dalle speranze di un bambino? Mi lascio sorprendere dai pensieri di un bambino? Mi lascio sorprendere dalla sincerità di un bambino? Mi lascio sorprendere anche dalle mille monellerie di un bambino, dei tanti ineffabili “Pierino” che si trovano nelle nostre classi? Ho il cuore aperto o l’ho già chiuso, sigillato in una specie di museo di conoscenze acquisite, di metodi assodati, in cui tutto è perfetto e devo applicare questi contenuti, ma non devo ricevere nulla? Ho un cuore ricettivo e umile per vedere la freschezza di un bambino? Se non ce l’ho, può incombere su di me un rischio molto serio: il mio cuore può diventare stantio. E quando il cuore di un genitore, di un educatore, diventa stantio, il bambino rimane con i cinque pani e i due pesci, senza sapere a chi darli; le sue speranze rimangono frustrate, la sua solidarietà è vanificata».
    Di qui l’appello agli educatori a essere «audaci e creativi». Non solamente a resistere davanti a una realtà avversa, dunque, né tantomeno a diventare funzionari fondamentalisti, legati a rigide pianificazioni. L’appello è a «creare», a «posare i mattoni di un nuovo edificio in mezzo alla storia», a esprimere il genio e l’anima. La creatività infatti è la «caratteristica di una speranza attiva», perché si fa carico di ciò che c’è, della realtà, e trova «la via per manifestare qualcosa di nuovo a partire da là».
    A questa impostazione aperta e di largo respiro corrisponde una concezione inclusiva della «verità». In un discorso agli educatori molto illuminante, Bergoglio afferma: «Dobbiamo avanzare verso un’idea di verità sempre più inclusiva, meno restrittiva; almeno, se stiamo pensando alla verità di Dio e non a qualche verità umana, per quanto solida possa apparirei. La verità di Dio è inesauribile, è un oceano di cui a stento vediamo la sponda. È qualcosa che stiamo cominciando a scoprire in questi tempi: a non renderci schiavi di una difesa quasi paranoica della “nostra verità” (se io “ce l’ho”, lui non “ce l’ha”: se lui “può averla”, allora sono io che “non ce l’ho”). La verità è un dono che ci sta grande, e proprio per questo ci ingrandisce, ci amplifica, ci eleva. E ci fa servitori di un simile dono. E questo non comporta relativismi: la verità invece ci obbliga a un continuo percorso di approfondimento della sua comprensione».
    Ritroviamo un’applicazione concreta di questa pedagogia in un passaggio chiave di un suo discorso alle scuole cattoliche, che tutto devono essere tranne che scuole di «ideologia». Dichiara Bergoglio: «Le nostre scuole non devono affatto aspirare a formare un esercito egemonico di cristiani che conosceranno tutte le risposte, ma devono essere il luogo dove vengono accolte tutte le domande; dove, alla luce del Vangelo, s’incoraggia giustamente la ricerca personale e non la si ostruisce con muri verbali, muri del resto piuttosto deboli e che cadono irrimediabilmente poco tempo dopo. La sfida è più grande: richiede profondità, richiede attenzione alla vita, richiede di guarire e di liberare da idoli».
    C’è in questo appello una sintesi piena e matura della visione di Bergoglio. La strada della ricerca e della domanda aiuta a formare una personalità adulta, capace di fare scelte con discernimento e di aderire alla fede con piena maturità.

    Non maltrattare i limiti

    Una sesta colonna dell’edificio educativo che Bergoglio ha costruito nei suoi anni di episcopato argentino è una chiara consapevolezza dei limiti. La dimensione dell’inquietudine e della tensione verso l’oltre deve accompagnarsi a questa necessaria consapevolezza. Parlando agli educatori nel 2003, Bergoglio affermava l’esigenza di «creare a partire da ciò che esiste», e dunque senza idealismi. «Ma questo comporta – scriveva – che si sia capaci di riconoscere le differenze, i saperi preesistenti, le aspettative e finanche i limiti dei nostri ragazzi e delle loro famiglie». Più direttamente, alcuni anni dopo, egli sottolineava che «l’accompagnamento si risolve nella pazienza, nella hypomoné, che accompagna processi senza maltrattare i limiti».
    Questo atteggiamento di non maltrattare o di «accarezzare» i limiti è un altro aspetto essenziale della pedagogia di Bergoglio. Nella sua esortazione apostolica Amoris laetitia (AL) che può e deve essere letta anche come un testo di pedagogia – il Papa afferma che la tenerezza «si esprime in particolare nel volgersi con attenzione squisita ai limiti dell’altro, specialmente quando emergono in maniera evidente» (AL 323).
    Andare al di là dei limiti implica sempre un processo di sviluppo, nel quale coesistono una fiducia innata nella grazia che cresce da sola e una cura attenta delle piccole cose. Più che a un atteggiamento di ottimismo, qui siamo davanti a un atteggiamento di fiducia che punta sul processo possibile nel tempo più che sulla staticità della condizione. Non si può essere educatori se non si ha un’apertura fiduciosa, capace di «prendersi cura».

    Vivere una fecondità generativa e familiare

    Questa pedagogia vivace, che fa leva sull’inquietudine e sulle domande, ha una concezione inclusiva della verità e un’impostazione di largo respiro: si fonda sul fatto che l’educazione non è una tecnica, ma una fecondità generativa. È questo un aspetto fondamentale della visione educativa di Bergoglio. La dimensione generativa e genitoriale innerva dalle radici la sua concezione del compito educativo, che deve essere forgiato da uno sguardo di famiglia. L’attuale Pontefice parlava proprio di uno sguardo di padre e di madre, di fratello e di sorella.
    Colpisce in particolare una sua espressione: «Dialogare è avere capacità di lasciare eredità». L’eredità è una cosa che passa di mano in mano all’interno di una famiglia. Specifica Bergoglio: «Nel dialogo recuperiamo la memoria dei nostri padri, l’eredità ricevuta … per farla crescere con noi … Tramite il dialogo prendiamo coraggio … spunta il coraggio di lanciare questa eredità impegnata con il presente verso le utopie del futuro e di compiere il nostro dovere di far crescere l’eredità ricevuta attraverso impegni fecondi di utopie future». Da queste parole trapela tutta la ricchezza propria del dialogo di esperienze e di atteggiamento nei confronti della vita.
    Dagli scritti di monsignor Bergoglio si comprende inoltre che egli crede molto nelle narrazioni. Solo nel racconto è possibile passare cose da una generazione all’altra. In questo senso, uno dei temi fondamentali trattati è il rapporto familiare tra giovani e anziani, i due «scarti» delle nostre società attuali. I giovani sono il futuro, l’energia. Gli anziani sono la saggezza. Il figlio assomiglia al padre, ma è diverso. Un figlio non è un clone.
    L’educazione è un fatto familiare che implica il rapporto tra le generazioni e il racconto di un’esperienza. C’è un ponte che va stabilito tra le generazioni. Ed è questo ponte a essere il contesto di un’educazione intesa come il passaggio di un’eredità viva.
    L’eredità si accompagna sempre a un brivido, perché lega passato e futuro. Il Papa ha detto di recente a un gruppo di ragazzi di scuola media: «Dobbiamo imparare a guardare la vita guardando orizzonti, sempre più, sempre più, sempre avanti». E questo dà un brivido. Ecco dunque il consiglio agli educatori: «Sfidiamoli più di quanto loro ci sfidano. Non lasciamo che la “vertigine” la ricevano da altri, i quali non fanno che mettere a rischio la loro vita: diamogliela noi. Ma la vertigine giusta, che soddisfi questo desiderio di muoversi, di andare avanti».
    Comprendiamo allora che l’eredità, che si trasmette di padre in figlio, è un’eredità di inquietudini. Ecco il punto: per Bergoglio, i padri, gli anziani sono coloro che «sognano». Egli infatti ha meditato a lungo sul libro di Gioele, là dove si dice: «Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo […]; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (Gl 3,1). Le visioni sul futuro che i giovani riescono a elaborare si fondano sul sogno di chi li ha preceduti. Non è il giovane a essere sognatore, dunque, ma l’anziano! Il giovane invece ha «visioni», immagina il futuro, e così lo costruisce in speranza.
    La mancanza di padri «capaci di narrare sogni non permette alle giovani generazioni di “avere visioni”. E rimangono ferme. Non permette loro di fare progetti, dal momento che il futuro genera insicurezza, sfiducia, paura». Che cosa aiuta ad alzare lo sguardo? Solo la testimonianza dei padri, «vedere che è stato possibile lottare per qualcosa che valeva la pena».
    Questa dinamica non permette di strutturare la vita come una «bottega di restauro», come vorrebbero i tradizionalisti, e neppure come un «laboratorio di utopia», come vorrebbe chi cerca di restare sempre sulla cresta dell’onda. Il compito educativo è, dunque, un impegno per la storia. Un popolo è una realtà storica, si costituisce nel corso di molte generazioni.

    Tre parole chiave

    Abbiamo presentato rapidamente sette “colonne” del pensiero educativo di papa Francesco così come si è formato fino all’elezione al pontificato. La riflessione su di esse può aiutare a comprendere meglio il magistero educativo che il Papa ha sviluppato nei cinque anni compiuti dal giorno della sua elezione al soglio di Pietro. Abbiamo individuato sette elementi fondamentali: l’educazione come fatto popolare che aiuta a costruire il futuro di una nazione; la necessità di accogliere e integrare le diversità come ricchezza; la lungimiranza e il coraggio di affrontare le nuove sfide antropologiche, anche quelle che facciamo fatica a comprendere; l’inquietudine come motore educativo; la domanda e la ricerca come metodo; la consapevolezza e l’accoglienza dei limiti; la dimensione familiare e generativa del rapporto educativo. Se verifichiamo i titoli dei volumi nei quali l’allora monsignor Bergoglio aveva raccolto alcune sue riflessioni pedagogiche, troviamo tre parole chiave che connotano l’educazione: scelta, esigenza e passione.
    Ma vi è un’espressione estremamente sintetica che Bergoglio ha scritto agli educatori e con la quale possiamo rilanciare a questo punto la nostra azione: «Educare è una delle arti più appassionanti dell’esistenza, e richiede incessantemente che si amplino gli orizzonti».

    (Avvenire - 30 agosto 2018)


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