Pastorale Giovanile

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    LETTERA 6

    Il vangelo e le buone ragioni

    per vivere

    La fede non è mai verità scontata ma un cammino affascinante e contagioso.
    Un’idea di Gesù (e anche di Dio)

    lettera 6


    Dal sussidio:
    «Di felicità, d'amore, di morte e altre storie (Dio compreso)»
    Libero carteggio tra una giovane millennial e un vecchio parroco di periferia
    Chiara - don Massimo
    https://www.notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=17987

     


    TESTI DI AVVIO E DI APPROFONDIMENTO

    Ero colpito da colui che essi seguivano. Le parole del vangelo imparato a memoria avevano inoculato in me una passione per il suo modo di andare e venire, di fermarsi, di rimettersi in strada, di parlare, di ascoltare, di guardare alla vita, di credere ai più piccoli, di immaginare il Padre, di stanare gli ipocriti. Sapevo che avrei amato per sempre il suo modo di andare incontro agli esseri umani così come si accoglie un nuovo giorno. Gesù mi rivelava implicitamente l’umanità profonda di Dio. Quel pellegrino infaticabile mi prendeva per mano e mi attirava nel suo mistero. Ero conquistato. La sua compassione mi appariva come una chiave che apre le porte dell’essenziale. La sua straordinaria umanità. Mi lasciava intravedere in profondità un Dio amante, una sorgente, un abisso infinito.
    (Raphaël Buyse, Un Dio diverso)

    “Ciò che Gesù ha di eccezionale non è di ordine religioso, ma umano: proprio perché porta in se stessa l’immagine eterna del Dio invisibile, a somiglianza del quale siamo stati creati e diventiamo uomini, ci è dato di vedere la luce di Dio riflettersi dalla sua figura umana su ogni volto umano e possiamo lasciarci guidare da essa fino a Dio sulle vie di umanità che Gesù ha tracciato” (Joseph Moingt, L’umanesimo evangelico) Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi –, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena
    (Prima Lettera di Giovanni 1,1-4)

     

    LA LETTERA DI CHIARA

    Bergamo, martedì 5 luglio 2022

    Caro don Massimo,
    forse questa è la lettera che mi obbliga a cercare il più possibile di fare ordine all’interno dei miei pensieri. Spero quindi di risultare abbastanza chiara e lineare nell’esprimermi.
    Una premessa in merito al mio rapporto con la fede credo sia dovuta.
    Ho sempre frequentato l’oratorio, il catechismo; ho iniziato a fare la chierichetta in prima elementare e l’ho fatta fino alla terza media (e prima di prestare servizio alla messa delle dieci e mezza dovevamo fare almeno un mese di messe feriali come si deve); ho frequentato il gruppo adolescenti e una volta diventata maggiorenne ho continuato gli incontri in oratorio come educatrice. A 21 anni ho deciso di fare un’esperienza di volontariato di cohousing con minori stranieri non accompagnati e tendenzialmente la domenica vado a messa. Ovviamente tutto questo resoconto non te lo scrivo perché voglio una pacca sulla spalla ma giusto per inquadrare il corretto background all’interno del quale avanzo i miei ragionamenti.
    In conclusione possiamo dire che sono una giovane abbastanza atipica, almeno per quello che dicono le statistiche. Partiamo quindi che la fede cristiana per me è sempre stata una cosa normale: come andavo a scuola durante i giorni della settimana così il sabato a catechismo e la domenica a messa. La fede è quindi da sempre nella mia routine. Lo so che utilizzare il termine routine magari non è super appropriato però per un po’ questo è stato così. Poi ovviamente crescendo mi sono posta dei dubbi, degli interrogativi, del perché e come mai io continuassi a credere e seguire questa fede. Per quanto riguarda le risposte, beh sono proprio a meno di zero.
    Premetto anche che all’interno dei miei studi più volte mi sono dovuta rapportare con le differenti tesi riguardanti la dottrina cristiana e la sua storia, anche se non è proprio dell’alta teologia o dei problemi che la Chiesa secondo me dovrebbe affrontare per essere maggiormente inclusiva, quello di cui vorrei discutere poiché non credo di avere né le competenze né tanto meno gli strumenti adatti per criticare. Vorrei invece raccontarti la mia piccola dimensione della fede e di come io cerchi di viverla.
    La mia fede è una fede del dubbio. Mi sono trovata molto in questa frase del premio Nobel José Saramago nel libro Il vangelo secondo Gesù Cristo (tra l’altro libro spettacolare per me): “Capita spesso che non facciamo le domande perché non saremmo ancora pronti per udire le risposte, o semplicemente perché ne avremmo paura. E quando troviamo il coraggio di formularle, non è raro che non ci rispondano, come farà Gesù quando, un giorno, gli domanderanno, Che cos’è la verità. Allora tacerà fino a oggi”.
    Ho un sacco di domande e zero risposte a livello teoretico. Ho da subito capito che domandarmi se davvero Dio esistesse o meno non faceva per me, non l’ho mai ritenuta una questione importante e fondante per il mio credo (l’ho sempre lasciata ai filosofi medievali). Piuttosto mi ha sempre incuriosito la pratica di questo credo. Come scrivevamo nelle lettere precedenti arriva un certo punto della vita in cui devi decidere che tipo di uomo o donna vuoi essere su questo mondo. Bisogna decidere per essere davvero uomo e donna che stile di vita adottare nei confronti dell’incontro dell’Altro. L’Altro è chiunque sia altro-da me.
    Come decido di accogliere lo straniero? Come decido di testimoniare che la vita vale la pena di essere vissuta davvero e appieno? La risposta l’ho sempre trovata nell’uomo di Nazareth.
    L’unica risposta che sono riuscita a darmi con il tempo la ritrovo nella prassi. La testimonianza nella quotidianità di un certo stile di vita come quello di Gesù Cristo l’ho quindi sempre trovata come la giusta soluzione a tutti i miei dubbi in merito.
    Lo so forse la faccio troppo semplice ma per me un po’ lo è, nel senso non sto a chiedermi se è giusto o meno, quale sia l’obiettivo e l’arrivo finale o come sia possibile che Dio sia uno e trino. Onestamente sono questioni che non mi interessano, mi interessa l’approccio all’incontro dell’altro che prima di tutto è un uomo. Questo è ciò che succede anche nel mio quotidiano, anche io incontro l’altro, anche io incontro chi ha più bisogno, i poveri, gli ammalati etc. e allora è lì che mi domando che stile di vita voglio assumere per essere donna? L’accoglienza, l’ascolto, il mettersi al servizio di, l’amare il prossimo sono tutti quegli elementi che riscontro nell’uomo di Nazareth e che ho deciso (forse perché mi sono state instillate dalla famiglia e dal contesto socio-culturale nel quale vivo però… va beh! non mi sembrano dei brutti valori da buttare via… o no?) anche io di provare a indossare per poter testimoniare un’idea di vita degnamente vissuta.
    Per me la questione finisce qui. Lo so che c’è tutto un altro mondo che si dovrebbe esplorare ma a me per ora basta questo. Per farti capire meglio, ti faccio questo esempio: quando si è in una relazione ci sono due strade, secondo il mio punto di vista, che si possono percorrere: la prima è continuare a rimuginare sulle tue scelte e se la persona accanto è davvero quella migliore adatta a te rischiando quindi di compromettere poi la relazione perché più ci pensi meno ti vivi lo stare accanto all’altro; la seconda è un atto di fiducia (di fede potremmo poi parafrasare parallelamente?) verso l’altro, scegliendo di non metterlo costantemente in discussione. Visto che si è felici perché continuare a domandarsi se ci potrebbe essere altro di meglio? Non considero questa seconda prospettiva come un accontentarsi o farsi andare bene qualcosa imposto ma è invece una scelta che fa parte del mio stare bene.
    Mi fa star bene credere e cercare di professare uno stile di vita che sia autentico (nel libro di Foucault Il coraggio della verità si parla proprio di questo, della parresia), dove la teoria si compia nella pratica del quotidiano e credo proprio che sia quello di Gesù. Un credo che prevede un Dio che ha deciso di inviare suo figlio, di farsi uomo, del verbo che si è fatto carne, di toccare con mano e di vivere sulla propria pelle tutto ciò che la società di oggi vorrebbe eliminare: la fragilità, la paura, l’errore, la morte.
    Ho paura di essere un po’ troppo ridondante quindi mi sa che siamo 104 105 alle conclusioni. Un ultimo passaggio te lo voglio lasciare e consiste nel perché io decida ancora a 27 anni di andare a messa la domenica.
    Prima di tutto perché sono fermamente convinta che i riti servano, permettono soprattutto di unire e creare comunità e di dare anche un senso ai gesti che si compiono nella quotidianità. In secondo luogo perché trovo la chiesa un luogo del silenzio. Un luogo sacro per il mio animo, un luogo che mi permette di ascoltarmi senza troppe distrazioni attorno (i riti servono anche a questo o no?), dove possa trovare pace dalla confusione del mondo esterno e fare ordine tra i miei pensieri. Ho voluto sottolineare questo passaggio del silenzio perché ho constatato che quando entro in edifici silenziosi – tendenzialmente avviene nelle biblioteche o nelle scuole quando stanno per chiudere – sovrappensiero mi viene da fare il segno della croce. Lo so fa ridere, però mi ha fatto riflettere su come i luoghi che per me sono significativi immersi nel silenzio li viva in maniera simile e mi facciano sentire protetta e un po’ più rilassata.
    Concludo questa lettera scusandomi se non ho introdotto i grandi temi della chiesa, o come la chiesa dovrebbe approcciarsi in merito ai temi della quotidianità, non ho voluto scrivere queste lettere per fare polemica ma piuttosto per cercare di esprimere il mio pensiero a te in merito ai grandi temi che alcune volte non mi fanno dormire la notte.
    Una battuta al riguardo, immagino la chiesa come una sala piena zeppa di adulti, alcuni anche adulti vecchi, che sono anche loro incastonati in un periodo storico con credenze e pregiudizi (come tutti noi d’altronde).
    Anche in quella sala i cambiamenti arriveranno, ne sono fiduciosa.
    Ma come tutti gli adulti che credono di sapere cosa è meglio per chi è più giovane, sbagliando a volte, anche questa sala dovrebbe ascoltare davvero un po’ di più non chi è adulto e la pensa come loro ma chi è più giovane, accettandolo in tutta la sua unicità. Non credo che l’obiettivo finale debba essere quello di avere più fedeli tra le file dei banchi in chiesa ma testimoniare quanto valga la pena assumere uno stile di vita autentico e di amore nell’incontro con l’Altro.
    Ho terminato. Grazie per l’ascolto e per le risposte a questi miei pensieri confusi. A questo cammino che è continuato non più fianco fianco ma ognuno di fronte al proprio computer. Per concludere, ti lascio con un’ultima frase di una canzone dei Baustelle “Resta poco tempo per capire / Il significato dell’amore / Idiozia di questi anni / il vangelo di Giovanni / La mia vera identità”. La trovo sempre attuale e calzante (anche un po’ come risposta risolutiva a differenti questioni).
    Un abbraccio e un grande saluto,
    Chiara.

     


    LA RISPOSTA DI DON MASSIMO

    Bergamo, giovedì 7 luglio 2022

    Carissima Chiara,
    può darsi tu sia una giovane atipica, anzi di sicuro lo sei visto che la maggior parte dei ragazzi della tua generazione ha rottamato da tempo il discorso religioso liquidandolo come qualcosa di infantile e relegandolo nel sottoscala della cultura ancien régime. Mi rallegra molto sapere che una ragazza come te a 27 anni abbia ancora voglia di capire qualcosa della vicenda cristiana che apparentemente non sembra interessare più a nessuno (nemmeno agli adulti). In effetti, sei un po’ niccianamente “inattuale”. Quindi, atipica sei tu, atipico è il nostro carteggio.
    E, per questo, io intendo mettere a nudo la mia poca fede.
    Mi pare che tu abbia intuito quello che i tuoi coetanei non riescono più ad afferrare e che noi qui sottolineiamo senza alcun giudizio ma soltanto per registrare un dato di fatto. Chi si prende la briga di spiegare loro le ragioni universali della singolarità cristiana come qualcosa di pertinente l’esistenza? E cioè che la vicenda dell’uomo di Nazareth vissuto duemila anni fa non è questione di archeologia culturale, né solo un fatto storicamente interessante o un capitolo tra i molti dell’ampia e complessa storia delle religioni, ma un evento “contemporaneo” che può realmente avere a che fare con la ricerca di senso e la qualità dell’umanità che sono chiamati a vivere. Non è un guadagno scontato visto che il cristianesimo è la religione di un uomo singolare che a ben guardare non ha monetizzato grandi successi, anzi, e quindi non si vede perché gli si dovrebbe dar retta. Per lo più la figura di Gesù rimane sullo sfondo del sentimento sociale, secolarizzato e agnostico, o in un qualche cassetto dei ricordi natalizi: è stimata per la sua statura morale, d’accordo, ma non parla più. Di tutto il discorso religioso cristiano rimane un’immaginetta devozionale sbiadita. Un souvenir.
    La cultura contemporanea ha scelto altri canoni stilistici per le proprie prassi comportamentali, altre narrazioni per raccontare la propria visione della vita. Eppure vorrà pur dire qualcosa se icone pop come Achille Lauro non si sono fatte problemi a esibirsi a Sanremo inscenando antichi riti della tradizione cattolica, come per esempio il battesimo.
    Non penso che sia tutta una strumentalizzazione, anche se il mercato pubblicitario (dall’estetica alla cosmesi, dalla tecnologia alla moda) ha da tempo fiutato il religious affair a beneficio di finanza ed economia. Ma non credo nemmeno che possano bastare queste ospitate televisive per affermare che il mondo giovanile sia ancora attratto dalla figura evangelica di Gesù. D’accordo, c’è nell’aria molta voglia di religione, mai come oggi il desiderio di sacro registra un’impennata di quotazioni nel listino borsistico della spiritualità (tutto mescolato in un frappé dove il bisogno religioso va a braccetto con le battaglie per i nuovi diritti individuali): questo non significa tout court che l’umanità di Gesù dia forma alla coscienza contemporanea giovanile, cioè che si faccia del vangelo – che non è un testo ma uno stile di vita – la forma della propria libertà. Non mi convince del tutto nemmeno la posizione nostalgica di quei maîtres à penser, romanzieri bestseller, quando scrivono: “Adesso mi considero un ateo praticante. Continuo a non credere in Dio e non faccio mai la comunione. Ma andare in chiesa mi piace.
    I vespri cantati sono la mia funzione preferita. [...] oggi sono di nuovo uno che va in chiesa, non regolarmente, ma neppure in modo troppo discontinuo. [...] Perché ci vado? L’architettura, la musica, le parole della Bibbia di re Giacomo, e il senso di condividere qualcosa con chi mi sta accanto: tutto questo conta. Quel che ne deriva, per me, è un sentimento di pace spirituale. Andare in chiesa consola la mia anima.
    E, come alla fine sono riuscito a comprendere, questo è esattamente ciò che si suppone debba fare. Quanto tempo ci occorre, spesso, per capire le verità più semplici” (Ken Follett, Cattiva fede).
    Un pastore della chiesa riformata di Francia, un certo Antoine Nouis che non conoscevo, scrive a suo nipote scienziato Lettera a un giovane sulla fede, un po’ come stiamo scrivendoci noi due, io parroco e tu neolaureata in filosofia. Il dialogo si apre così: “Oggi più nessuno contesta l’esistenza storica di Gesù di Nazaret. Gli storici concordano nel dire che è vissuto all’inizio della nostra era, ha raccolto dei discepoli intorno a sé, ha parlato alle folle ed è morto crocifisso a Gerusalemme, abbandonato da tutti. Punto e basta. Al momento della sua morte, la vicenda di Gesù non merita una riga in un’enciclopedia di storia dell’umanità.
    La grande singolarità di Gesù di Nazaret rispetto agli altri fondatori di religioni consiste nel fatto che al momento della sua morte il bilancio della sua vita somiglia a un fallimento clamoroso. [...] Gesù muore giovane, rifiutato dalla folla, tradito e rinnegato dai suoi discepoli, condannato dalle autorità civili e religiose, abbandonato dagli uomini e da Dio. Inoltre, muore per mezzo di un supplizio tra i più orribili e barbari inventati dalla crudeltà umana. Ecco dunque l’enigma annunciato: come ha fatto a nascere da questo nulla il movimento che, forse, ha influenzato maggiormente la storia dell’umanità degli ultimi due millenni? È un caso improbabile, una di quelle astuzie della storia che fanno accadere un’idea quando può essere accolta, o questo Gesù di Nazaret era qualcosa di più di quel che la sua biografia lascia intendere?”. Ecco, Chiara, tra le righe della tua lettera percepisco un movimento di domande che si agita davanti all’“enigma” Gesù (anche Gesù come Dio rimane un enigma?). La preoccupazione non è sciogliere dogmi, definire morali, quanto cogliere la carica sovversiva esistenziale di uno stile umano che quando c’è fa la differenza. Non si tratta semplicemente di saper dire qualcosa di quell’uomo che ha attraversato per una manciata di anni il nostro pianeta per affidarsi soltanto alla memoria di un manipolo di improbabili amici ma di trovare in quella singolare umanità le ragioni della nostra stessa fede. Che, poi, sono anche le ragioni del nostro stesso vivere.
    La tua lettera mette pace anche se i pensieri che proponi sono pregnanti.
    Mi rincuora e si consolida in me l’idea che le nuove generazioni non abbiano mandato all’ammasso il cervello (quello forse l’abbiamo pensionato più noi adulti) ma sanno cogliere la sfidante “fatica del pensiero”.
    Sento il peso di non essere stato sufficientemente testimone della bellezza del credere. E penso sempre che se il mondo giovanile se ne sta lontano dai discorsi religiosi che si fanno nelle nostre chiese è perché forse non hanno mai incontrato testimoni credibili. E penso che la chiesa c’entri eccome in questo distacco. Se volessi fare il bilancio dei miei anni a Longuelo dovrei considerare anche questo capitolo. Forse le generazioni più giovani non sono avverse alla parabola esistenziale di Gesù ma sono certamente distanti dalla narrazione che la chiesa fa di lui. Noi uomini di chiesa avremmo dovuto parlare dell’autenticità della vita, e invece abbiamo soltanto imposto una morale. Dovevamo confermare la bellezza di una rivoluzione umanistica e invece abbiamo solo spacciato verità catechistiche per lo più incomprensibili. Per di più, il vocabolario cristiano rimane oggi inaccessibile. Categorie come grazia, peccato, redenzione, salvezza, risurrezione, suonano nelle orecchie del popolo giovanile come parole dal significato inafferrabile.
    I giovani riescono a decifrare soltanto i labiali negativi sulle labbra di madre chiesa. Non è sterile polemica, la mia, ma l’evidenza dell’iceberg.
    Vedi, il punto non è se i giovani frequentano o meno la chiesa, se vengono a messa o no, come da statistica; sappiamo che è anche sano prendersi un po’ di distanza dai discorsi cattolici. Il punto è che della narrazione cristiana non sanno più che farsene, perché non la sentono vera. Il cristianesimo è diventato mediamente una religione per vecchi bacucchi (poi ci sono le buone eccezioni, d’accordo). Ed è quello che pensano. E noi adulti parrocchiali siamo sprovvisti di parole che parlino loro della vita. I giovani non li trovi nelle nostre chiese, semmai frequentano le piazze dei Fridays For Future, qualche anno fa rinfoltivano il popolo delle sardine, oggi scendono in strada per affermare i diritti delle coppie omosessuali e Lgbtq+ o dei malati terminali. Ma non in chiesa, perché in chiesa non c’è la vita. E come dar loro torto? Sono capaci di lanciarsi in esperienze socio-caritative – come del resto hai fatto anche tu, Chiara, no? – spendono magari un anno o due in missione in Africa, Sud America, o nelle periferie estive dell’Est. Ma in chiesa nemmeno l’ombra. Dovrei stracciarmi le vesti? Cero che no, ma non posso però non interrogarmi e dirti che non so nemmeno immaginare uno straccio di alternativa per contenere l’inverno giovanile della fede.
    Forse non siamo nel tempo delle facili soluzioni. Dovrei invece essere contento perché i giovani anche se non li vedo più in chiesa li sento impegnarsi nel mondo, e senza che nessuno si renda conto, loro, il domani, lo stanno costruendo. E so che hanno a cuore la realizzazione di una “vita autentica”, perché sono – siete – autentici: “L’uomo autentico è l’uomo libero, anzitutto da se stesso, è l’uomo che vive per la giustizia, il bene e la verità” (Vito Mancuso).
    Non penso che l’uomo del vangelo possa lasciarci indifferente con quel suo stile umanissimo di vita intonato alla prossimità, alla ricerca della giustizia di tutti, senza affidare il senso del proprio essere all’accumulo e agli averi, libero di possedere, libero dai legami, libero dall’abbraccio mortale di qualche amico potente, fraterno ospite con e di tutti (stranieri e prossimi, vicini e lontani), con un’idea precisa di perdono che scusa e salva ogni uomo, comunque, inequivocabilmente dalla parte degli ultimi e dei fragili, senza l’arroganza dei perfetti e dei violenti, capace di amare la vita fino al punto da non volerla trattenere per sé e consegnarla liberamente così come si offre un dono, gratuitamente e senza interessi di bottega. “L’uomo che cammina è quel folle che pensa che si possa assaporare una vita così abbondante da inghiottire perfino la morte”, secondo la bellissima espressione di Christian Bobin (L’uomo che cammina). Come non potrebbe convincerci una vita che entra nella morte con un ampio abbraccio di perdono, salvando tutti (“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” [Luca 23,24]), senza maledire Dio che egli si ostina a chiamare papà e rivolgendosi a Lui, spogliato di tutto, delle certezze e colmo di dubbi ma con una fiducia da spostare le montagne, con il grido lancinante “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” (Marco 15,34). Che dici, Chiara, non sono queste parole “la sola prova dell’esistenza di Dio: non ci si rivolge così al nulla. Non si lanciano rimproveri al niente. C’è qualcuno dietro questo grido, c’è un viso dietro l’abisso” (ancora Bobin).
    Ed è nella morte – ricordi quando parlavamo del come morire? – che il figlio dell’uomo si rende fratello universale: là dove la sua morte diventa condivisione radicale della morte di ogni essere umano. Gesù è un uomo – totalmente uomo – che fa vedere come nella sua umanità si muova quel Dio che si fa prossimo all’umana sofferenza di tutti. Lui che non ha la pretesa di salvarci dalla morte ma nella morte, perché la morte e la passione di ciascun uomo egli la fa essere sua, come nel finale bellissimo del romanzo di Mario Pomilio Il Natale 1833. Lo cito spesso. Che dici, Chiara, non ti sembra che sia proprio un’umanità così quella che potrebbe farci innamorare della vita? O, dimmi, ci stiamo, mi sto completamente confondendo? Ha ragione il caro amico Sergio che prima di lasciare questo mondo confidava con la sua solita tenerezza: Massimo, che fine farà il cristianesimo e l’umanesimo evangelico in cui abbiamo tanto creduto e per il quale abbiamo persino provato a spendere la nostra vita? Mi commuove ancora ricordarlo.
    Non è detto, Chiara, che il cammino – ognuno davanti al proprio pc – sia meno avvincente di quello fatto fianco a fianco. In fondo questo lungo carteggio epistolare è nato quasi per caso mentre all’abbazia di Montecassino mi parlavi proprio del “vangelo” di Saramago. E ricordo perfettamente l’obiezione alla testimonianza di un monaco sull’umanità di Gesù e di quanto fosse proprio quest’ultima a convincerti. Forse bisogna ripartire da qui. La fede non è mandare a memoria qualche nozione catechetica, non è assimilare verità dogmatiche, sciogliere prove teologiche o nodi filosofici sull’esistenza, praticare qualche buona morale.
    Certo, per carità è anche tutto questo, ma forse il cristianesimo al netto di tutto è semplicemente l’incontro con l’umanità di Gesù di Nazareth, la custodia della relazione con una persona che ha la sfacciata “pretesa” di cambiare la vita, la prospettiva con cui guardare la vita, il mondo, gli esseri umani. Non tanto o soltanto pratiche religiose, ma legame evangelico. “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”. Trovo ancora oggi le parole di Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est molto appropriate. E non sono vere perché le ha scritte un papa. Ma perché quel papa ha individuato la verità e il cuore dell’esperienza cristiana.
    Parli della tua fede come “fede del dubbio”. Vale la pena soffermarsi su quest’espressione perché rivelativa di quella tendenza culturale che immagina la fede come l’acquisizione di certezze granitiche. Non l’ho mai pensato. La fede non scioglie i nostri nodi problematici e può andare benissimo a braccetto con il dubbio nel momento stesso in cui impariamo a considerare la fede come un cammino – a tratti inquieto (ma beata inquietudine quella di chi non dà mai per scontato i risultati delle proprie ricerche) – e non come il guadagno di verità apodittiche. Da giovane liceale avevo letto per conto mio (perché quella non era letteratura che il convento passava) Lode al dubbio del grande commediografo tedesco Bertolt Brecht, avevo fatto di quella lunga poesia una sorta di bandiera libertaria (era il mio momento da seminarista trasgressivo e barricadero). Il dubbio non si oppone alla fede – anche se Brecht lo oppone, eccome – ma a chi crede di dover rinunciare all’espressione razionale della propria libertà. La fede non si oppone né al dubbio né alla ragione. La fede è atto razionale, perché è anche sapere, ha le sue ragioni quando indaga il mistero del mondo e di Dio. Di contro mi pare che sia un pregiudizio banale – vetero-illuminista – pensare che la ragione possa spiegare e comprendere tutto. Nessuno più si permette di ragionare in questo modo. Piuttosto, torna alla mente l’acuta riflessione del cardinale Martini che – aprendo a Milano la Prima cattedra dei non credenti – non temeva di affermare che nel profondo del suo cuore convivevano il credente e il non credente: “Io ritengo che ciascuno di noi abbia in sé un non credente e un credente, che si parlano dentro, si interrogano a vicenda, si rimandano continuamente interrogazioni pungenti e inquietanti l’uno all’altro”. Quindi, il dubbio ci sta eccome.
    Il dubbio come inquietudine che non si accontenta di qualche formuletta: “Dubitare è soltanto uno dei tanti modi che esistono per arrivare a Lui – scrive il prete protagonista del romanzo di Marco Onnembo Il metro del dolore –. Senza rinunciare ad assecondare la ragione”. La fede non si oppone al dubbio, alla ricerca personale, alla curiosità intellettuale (siamo pur esseri pensanti, no? Fragili canne al vento, direbbe Pascal, ma pensanti, gli unici che possono coltivare il pensiero del senso delle cose); non si sottrae agli interrogativi pungenti, semmai alla paura. La fede è innanzitutto fiducia complessiva nella vita, dare credito all’avventura umana come promessa, è coraggio di prendere passione per questa umanità e per tutto ciò che di buono realizza. Per meno di una fede così non si può nemmeno vivere; ricordi che già lo sottolineavamo in una precedente lettera? Poi certo la fede è anche l’adesione libera all’umanità di Gesù che risultando credibile ai nostri occhi ci spinge a vivere come lui. L’esperienza cristiana è vivere la vita come l’ha vissuta lui, fare nostri i suoi stessi sentimenti (Filippesi 2,5), dare ragione della speranza (Prima lettera di Pietro 2,15) che sostiene il nostro incedere umano. Ancora una volta è il come a fare la differenza.
    Non poniamoci troppe domande su Dio non per non sembrare arroganti razionalisti ma perché di un mistero così non ne verremo mai a capo. Con tutto il rispetto per secoli e secoli di manuali e summae teologiche, di prove filosofiche dell’esistenza di Dio, abbiamo compreso che Dio è un grande mistero che non possiamo sciogliere con qualche definizione. Solo la grande poesia – e la mistica – ci può aiutare a entrare nei meandri dell’indicibile, dell’ineffabile e dell’indisponibile.
    Per il resto, forse ha ancora ragione Ludwig Wittgenstein: con il noto aforisma conclusivo del suo Tractatus logicus-philosophicus asseriva che “di ciò di cui non si può parlare si deve tacere”. Mi spingo oltre, senza pretese filosofiche, bilanciando l’asserzione: è proprio perché di Dio non si può parlare che noi umani dobbiamo continuare a parlarne, nonostante il linguaggio in proposito abbia i suoi limiti. Con caustico realismo Stefano Levi Della Torre spiazza tutti: “Dio è una domanda, anche se si vorrebbe che fosse una risposta”; “La questione di Dio riguarda la forma complessiva della conoscenza e del pensiero. È una questione troppo serie per lasciarla ai soli credenti” (Dio). La questione oggi non è più provare a dimostrare o meno l’esistenza di Dio – gli strumenti concettuali che abbiamo sono troppo inadeguati – quanto rendere praticabile nel nome del vangelo la scommessa di una vita autentica (che tu ed io ravvisiamo nella vicenda di Gesù, e che non diamo mai per scontato). Soprattutto sapendo che il nuovo dibattito filosofico si è spostato dalle cattedre dell’ontologia e della metafisica per frequentare i nuovi affascinanti meandri della scienza e della fisica. Per la fisica quantistica e la scienza evoluzionistica la domanda su Dio appare irrilevante.
    Non sanno che farsene dell’ipotesi Dio, non rientra nei parametri scientifici. Dio è inverificabile, non spiega il mondo. Non regge nemmeno più la teoria del Big Bang (per altro ormai rottamata), non sappiamo nulla delle origini del mondo e dell’universo, dei buchi neri, della causale combinazione degli atomi e delle particelle. Cosa c’entra Dio in tutto questo guazzabuglio di problemi cosmici? Nel frattempo, messa tra parentesi la narrazione mitologica biblica (con Genesi non si dimostra nulla), noi dobbiamo confrontarci con le grandi domande poste dai nuovi saperi che ci avvertono della totale precarietà dell’esperimento umano, della vita umana apparsa casualmente sulla terra senza ricorrere ad alcun progetto o disegno originario: siamo figli del Caso, proveniamo dal Nulla e non sappiamo in quale angolo dell’universo andremo a rannicchiarci. Può bastare all’uomo un’ipotesi così o come dicevamo altrove il desiderio dell’uomo è uno sguardo sull’infinito Grembo-Essere al quale non possiamo sottrarci e al quale approderemo? Capisci che il problema non è da poco. Ma non c’è anche un che di affascinante in questa immensa precarietà? Come scrive con efficace lucidità il grande intellettuale francese, scrittore e giornalista, Jean d’Ormesson, scomparso nel 2017: “È possibile per gli uomini capire qualcosa in questo niente che sfugge alle leggi che ci governano. E che, per noi – fantasmi smarriti nell’orgoglio e sul nostro misero pianeta sperduto in una periferia lontana dell’universo e costretto a girare per miliardi di anni prima di sparire per sempre – non può essere, per definizione, che un insolubile enigma. Ci è soltanto permesso di aggrapparci, nel delirio della ragione e nella disperazione, a questa folle speranza: Dio non esiste, ma è. Non è nient’altro che niente – cioè tutto”. Ho tratto molto beneficio da suoi titoli come Il mio canto di speranza e altri.
    Per cui, sì, ti dò ragione: non cerchiamo di risolvere enigmi più grandi di noi. Mi basta rimanere – ancora una volta – nella fiducia di Gesù che ci ha invitato a chiamare Dio con il termine padre e credere che una affermazione così pur non avendo la pretesa di dimostrare nulla è tuttavia un atto ragionevole. Ed è importante non pronunciare a vanvera la parola Dio (anche per via del comandamento originario). Affidarsi alla parola “padre” significa riconoscere una relazione, la possibilità di “abitare” questa relazione. “Padre” è un nome, il Nome, è sostanza dell’Essere e non un qualsiasi aggettivo qualificativo (Leonardo Paris, L’erede). Padre annuncia lo spessore di una verità: quella del legame del padre con il figlio, e viceversa. Non è, dunque, soltanto una mera categoria parentale. Stabilisce un rapporto con dei confini precisi. Mi convince l’espressione proposta da don Giuliano: “Per parlare di Dio bisogna credere in Gesù”. Quindi l’ancoraggio di tutti i nostri possibili discorsi non può che essere l’umanità dell’uomo di Nazareth. Da qui non mi schiodo. Punto tutto sulla ragionevolezza della umanità del maestro, anche se ai Soloni illuminati potrebbe suonare come una follia ingenua. I cristiani non sono semplicemente quelli che credono vagamente in un dio, che nemmeno loro possono nominare, ma fanno affidamento a una radicale convinzione: se esiste un Dio questo Dio coltiva il desiderio di venirci a trovare, di parlarci, di entrare come noi nella storia. La maniera con cui il Dio cristiano è entrato nella storia è l’umanità di quel figlio dell’uomo. Dio – ineffabile e indicibile – ha deciso di farsi dire da un uomo, riconoscendosi pienamente proprio in quell’umanità. I credenti non possono rinunciare a questo singolare e unico passaggio che ha le sembianze perfino della “pretesa”. Infatti, che pretesa ha il cristianesimo di affermare che nella particolare umanità di Gesù riluce l’infinità di Dio? Il tutto si è reso visibile nel frammento e noi abbiamo potuto toccarlo. Questo è il grande teologo Hans Urs Von Balthasar, ma questo è soprattutto l’annuncio delle scritture neotestamentarie: “Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi –, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena” (Prima Lettera di Giovanni 1,1-4). E nel prologo del vangelo di Giovanni l’espressione è inequivocabile: “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (Giovanni 1,18).
    È soltanto attraverso la sua umanità “scandalosa” e “paradossale” che Gesù, “la figura dell’uomo uscito dalla religione” (Joseph Moingt, L’umanesimo evangelico), è in grado di consegnarci un’idea radicalmente altra di Dio, al di fuori perfino dei confini della religione, in grado di scavalcare i recinti del sacro, ospitare i reietti e i peccatori, abbattere i muri tra il sacro e il profano, rendere religiosa ogni azione umana dell’uomo vissuta nella pienezza: “La sua divinità si rivela proprio nella grandezza della sua umanità: egli è l’uomo che si confronta con Dio”.
    La maniera umana con cui Gesù è stato interamente e pienamente umano rivela la sua stessa divinità. La sua natura divina coincide con la pienezza con cui è stato umano. Non c’è nulla in Gesù di quell’altisonante onnipotenza con cui gli uomini devoti al sacro rivestono Dio: “Ciò che Gesù ha di eccezionale non è di ordine religioso, ma umano: proprio perché porta in se stessa l’immagine eterna del Dio invisibile, a somiglianza del quale siamo stati creati e diventiamo uomini, ci è dato di vedere la luce di Dio riflettersi dalla sua figura umana su ogni volto umano e possiamo lasciarci guidare da essa fino a Dio sulle vie di umanità che Gesù ha tracciato”. Eccezionale qui non sta per chissà quale potenza sovrumana ma “per la capacità, tutta ‘connaturale’, di sentire le ferite degli uomini e guarire coloro che ne soffrono”. “Nel mondo di oggi, in una frastornante fioritura di forme di religiosità dalla quale la religione si sta ritirando, Gesù appare, senza fisionomia religiosa, come Salvatore universale, uno che può essere riconosciuto, anche senza essere chiamato per nome, da uomini di tutte le confessioni così come da uomini privi di qualsiasi appartenenza, perché è capace di accogliere come fratelli coloro che sanno riconoscersi reciprocamente, con qualsiasi volto, come guidati dalla fede nella verità dell’uomo, una verità che lo trascende infinitamente”.
    Perdonami, mi sono lasciato andare e l’ho buttata in teologia.
    In questi anni, soprattutto longuelesi, mi hanno tenuto compagnia pagine di buona letteratura. Ti confesso che mi è piaciuto andare alla scoperta di autori che accettassero la scommessa di misurarsi con l’evento evangelico. La loro ricerca mi ha rassicurato nella convinzione – spero non testarda – che la questione cristiana come questione dell’umano non è morta ma ha ancora qualcosa da dire. Non posso convocarli tutti (e non tornerò su Saramago, che pure ci appartiene). No, scelgo di citare, su tutti Sandro Veronesi e il francese Emmanuel Carrère. Il primo abbiamo avuto il piacere di averlo come ospite in comunità. Nel 2015 decide di rilasciare alle stampe la sua particolare interpretazione del vangelo di Marco (dopo averne ricevuto copia omaggio nientepopodimeno che dal papa Giovanni Paolo II nell’anno del Giubileo del 2000) dando voce al disagio e alla ricerca dell’ascoltatore “laico”, “forestiero”, “lontano” davanti alla personalità enigmatica di Cristo, tra segreto e manifestazione. Veronesi potrebbe essere un uomo, anzi è un uomo del nostro secolo che davanti al vangelo deve fare i conti con un “finale strepitoso: aperto, paradossale, sconvolgente, rivoluzionario”. Lo scrittore toscano registra il lato spiazzante di Marco: da quella parte si mette lui – lettore attento –, da quella parte mette noi. All’inizio il due volte vincitore del Premio Strega svela le sue intenzioni. Vale la pena ascoltarle: “La prima ragione si chiama entusiasmo, dato che per me il Vangelo di Marco è un testo letteralmente entusiasmante: è l’invenzione stessa del Vangelo, un raggio di luce gettato a intensità crescente sul personaggio Gesù, che rende via via sempre più chiara la sua potenza e costringe il lettore, ora come duemila anni fa, a mantenere lo sguardo fisso su di lui, impegnando tutta la propria intelligenza sull’evento della sua morte e della sua resurrezione. La seconda ragione si chiama Dei Verbum, cioè il documento più autenticamente rivoluzionario prodotto dal Concilio Vaticano II – se, come l’ho inteso io, esso rappresenta l’apertura della tradizione cristiana a chiunque senta di avere qualcosa da aggiungervi, indipendentemente dai titoli che possiede, dal ruolo che ricopre e addirittura dal fatto che creda o no in Dio”.
    L’altro testo, avvincente e insieme spiazzante, è Il Regno di Carrère.
    Area e respiro francese. Una confessione voluminosa, potente, scarnificante.
    Scritta da un credente che diventa un non-credente. E viceversa? “‘Cristo è risorto?’, ma non ci crederò più – scrive lo scrittore francese –. Ti abbandono, Signore. Tu, non abbandonarmi”. Carrère, come un novello Renan, autore di una famosissima Vita di Gesù alla fine dell’ottocento, ci introduce in una affascinante inchiesta sulle origini del cristianesimo, sulla nascita dei vangeli, sulla teologia di Paolo, sul passaggio da Gesù alla chiesa. Il primo è l’emblema dell’era fanciulla del cristianesimo. La seconda tradisce le rughe della vecchiaia. Ci preme evidenziare non tanto i guadagni storico e filo-teologici dell’inchiesta in cui altalenano intuizioni illuminanti e dubbi angoscianti (oltre che crocifiggenti) quanto la posizione dalla quale l’autore guarda il “fatto” cristiano. Uno sguardo mai distaccato e sempre disincantato.
    Onesta dichiarazione di amore e riconoscimento dell’impossibilità di accesso alla fede. Si badi bene: andata e ritorno. Cioè, tutto quello che potrebbe accadere nella vita di un’intelligenza umana che voglia essere onesta con se stessa e con il lettore, oltre che con la materia “indisponibile” e “inconoscibile” che tratta. Si tratta, infatti, di raccontare la crisi dell’interrogante e di documentare la sua critica, a volte senza troppi complimenti. L’obiettivo del Regno potrebbe essere anche solo narrare quello che non è impossibile pensare: l’evento come qualcosa di indimostrabile ma impossibile da derubricare alle voci ingenuità e invenzione: “Nessuno sa che cos’è successo il giorno di Pasqua, ma quel che è certo è che è successo qualcosa. […] No, non credo che Gesù sia risorto. Non credo che un uomo sia tornato dal mondo dei morti. Ma il fatto che lo si possa credere, e che io stesso l’abbia creduto, mi intriga, mi affascina, mi turba, mi sconvolge – non so quale sia il verbo più adatto. Scrivo questo libro per non pensare, ora che non ci credo più, di saperne più di quelli che ci credono e di me stesso quando ci credevo.
    Scrivo questo libro per cercare di non essere troppo d’accordo con me stesso”. Basterebbe questo dettaglio per invogliare la lettura dell’intero saggio. Carrère si affida alle vigorose sferzate al cristianesimo di Nietzsche e riconosce il fascino del cristianesimo misericordioso di Jean Vanier, fondatore delle comunità dell’Arca, perché – scrive Carrère – “questo è il Regno. Tutto ciò che è debole, disprezzato, menomato, ed è la dimora di Cristo”. E “i clienti di Cristo non sono soltanto gli umili […] ma anche, e soprattutto, quelli che sono odiati e disprezzati, quelli che odiano e disprezzano se stessi e hanno buoni motivi di farlo. Con Cristo […] niente è perduto”. E se “Cristo è questo, posso anzi dire che ci credo ancora”. Il cristianesimo credibile, originario che esce dalla carne del maestro più che dalla sistematizzazione teologica dell’apostolo Paolo, è qualcosa di semplice: “… anche voi dovete lavare i piedi gli uni gli altri. Se lo farete sarete beati […] mi sembra bello che della gente si riunisca per stare il più vicino possibile a ciò che c’è di più povero e vulnerabile nel mondo e in se stessi. Mi dico che è questo, il cristianesimo.” Il racconto di Carrère inanella disarmanti aperture di credito e altrettante disillusioni: “Fra la parola di Dio e la mia capacità di capire, è la parola di Dio che conta, e sarebbe assurdo se ne prendessi soltanto quello che è alla portata del mio povero comprendonio. Mai dimenticarlo: è il Vangelo a giudicare me, non il contrario. Tra ciò che penso io e ciò che dice il Vangelo, ci guadagnerò sempre a scegliere il Vangelo”.
    E un’idea di religione e di Dio? “… certo, è ovvio, possiamo dire che Dio è la risposta che diamo alla nostra angoscia, ma possiamo anche dire che la nostra angoscia è il mezzo che usa Dio per farsi conoscere da noi. Certo, è ovvio, possiamo dire che mi sono convertito perché ero disperato, ma possiamo anche dire che Dio per convertirmi mi ha fatto la grazia della disperazione. È quello che voglio pensare, con tutte le mie forze: l’illusione non è la fede, come crede Freud, ma ciò che fa dubitare di lei, come sanno i mistici”.
    Come vedi Chiara non smetterei di scrivere, ma sono andato troppo per le lunghe ed è proprio ora di chiudere. Lascio la chiusura a un altro francese che mi ha toccato profondamente nel tempo della pandemia più dura in cui ciascuno di noi ha fatto i conti con quello che davvero credeva o credeva di credere. Lui è Raphaël Buyse e il suo Un Dio diverso è un bellissimo inno all’umanità di Gesù, quella che continua ad affascinare un vecchio parroco come me e che spero continui a innamorare te giovane donna che si avventura nella vita tenendo sullo sfondo la bellezza di questa umanità. “Ero colpito da colui che essi seguivano.
    Le parole del vangelo imparato a memoria avevano inoculato in me una passione per il suo modo di andare e venire, di fermarsi, di rimettersi in strada, di parlare, di ascoltare, di guardare alla vita, di credere ai più piccoli, di immaginare il Padre, di stanare gli ipocriti.
    Sapevo che avrei amato per sempre il suo modo di andare incontro agli esseri umani così come si accoglie un nuovo giorno. Gesù mi rivelava implicitamente l’umanità profonda di Dio. Quel pellegrino infaticabile mi prendeva per mano e mi attirava nel suo mistero. Ero conquistato.
    La sua compassione mi appariva come una chiave che apre le porte dell’essenziale. La sua straordinaria umanità. Mi lasciava intravedere in profondità un Dio amante, una sorgente, un abisso infinito. Più lo guardavo, più intuivo che non avrei mai potuto conoscere Dio con un approccio intellettuale: da Gesù – e solo da lui – ne avrei avuta la rivelazione.
    Gesù è entrato nella mia storia. Non ha mai smesso di commuovermi di fronte a lui. Non mi sono mai stancato di vederlo camminare verso gli esseri umani senza mai mancare l’incontro. Vede un uomo emarginato, che è stato lasciato sul ciglio di una strada, abbandonato dai suoi? Gli si avvicina. Con delicatezza. Senza grandi discorsi. Si inginocchia e lo rialza. Resto affascinato da questo. Vede una donna braccata come una bestia da vecchi maniaci, che non sanno vivere in prima persona la morale che vogliono difendere? Lui la accoglie in silenzio.
    Non la guarda per non farle provare vergogna. Le sue dita che giocano con la sabbia sembrano dire la vacuità della violenza dei presenti. Con una domanda impertinente rimette a posto i viziosi battitori: sono in trappola! Gesù riporta quella donna terrorizzata sulla soglia del suo fu120 121 turo: ‘Va!’. Vede in un cimitero un essere umano che vaga tra le tombe, sfigurato dalla follia e da una rabbia che si ritorce contro di lui? Va incontro a quel morto vivente. Lo riporta alla ragione. Lo rimette in piedi. Quell’uomo di Galilea mi affascina. Lo accolgono? Si ferma, si mette a tavola. Si lascia coinvolgere nella vita dei presenti. Lo adulano? Lo corteggiano? Fugge via. Un povero grida? Lui lo sente subito. Dei ragazzini fanno baccano? La cosa lo diverte e li chiama a sé. Mi commuove vederlo soddisfare le attese più essenziali delle persone. Il suo sguardo raggiunge ciò che vi è di più umano: ricostruisce la fiducia perduta, l’autostima schernita, il piacere di stare con gli altri, che così spesso dimentichiamo”.
    Un abbraccio e un grazie enorme. Chi l’avrebbe detto che questi dialoghi ci avrebbero coinvolti così? Nessuno. E forse ci hanno pure cambiato. Chi può dirlo, chi può negarlo? So solo che sono stato contento di aver speso un bel po’ di tempo a dialogare attraverso lettere che ogni padre (e madre) vorrebbe ricevere. Ne sono certo.
    Il solito vecchio parroco che ti saluta con grande stima e affetto e ti augura buona vita!

    PS: avremmo ancora molti temi da affrontare e che qui abbiamo soltanto accennato o neppure sfiorato per mancanza di tempo. Penso alla crisi climatica, all’emergenza idrica, alla salvaguardia del creato: voi giovani dovete spingere il pedale sull’acceleratore, assumere ruoli di governo, le vecchie generazioni come la mia non cambieranno granché. Era chiaro inoltre che dietro ad alcuni argomenti sensibili come le relazioni, l’amore, i figli e la morte avremmo potuto o dovuto toccare questioni spinose legate all’etica della vita. Insomma, non perdiamo il gusto di scriverci. Che dici?


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