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     La ricerca di Dio

     


    M
    i impressionano le persone che parlano di Dio come se l'avessero in tasca. Lo mettono nel discorso come se si trattasse della cosa più innocua: senza esitazioni, senza pudore... L'hanno trovato, assicurano. Ora lo possiedono e così sia.

    Beati loro!

    Non pongo in dubbio la buona fede di nessuno. Ma occorre ammettere: per parlare così, si ha da essere santi o superficiali (stavo per dire: incoscienti). E poi, i santi accennano a Dio in modo diverso: con delicatezza, con sobrietà, senza vanti. Sanno che non loro possiedono Dio, ma Dio possiede loro. E sono umili, semplici; non tracotanti né sbrigativi.

    Non appaia questa osservazione una mancanza di fede. Si tratta di lealtà: di una impegnativa e ardua lealtà. È tanto difficile riconoscere quello che si è: le durezze, le resistenze che si portano dentro, anche nei confronti di Dio che pure dovrebbe essere l'aspirazione più profonda del cuore, la luce abbagliante dell'intelligenza, il Tu supremo della vita. È tanto arduo guardarsi nell'intimo senza veli, senza trucchi: in quei rari momenti in cui ci si prende - ci si accetta, se ci si riesce - per ciò che si è. Occorre coraggio. Se ne ha paura, orrore.

    Ebbene, si può anche parlare di Dio in termini un po' alati: come della luce per gli occhi, dell'aria per i polmoni, della pioggia per la terra riarsa... Cose vere, anche se un po' trite. Ma queste frasi riescono a tradurre un'esperienza senza finzioni?

    Non dubito che alla fine Dio sarà questa felicità. Alla fine... Ma quando ci si mette a ricercarlo?

    Vogliamo riconoscere una buona volta che Dio ci mette a disagio, ci disturba, ci incomoda? E che lo eviteremmo, se riuscissimo?

    Forse lo abbiamo anche evitato a lungo, e siamo giunti a Lui perché non ci è riuscito di far senza di Lui. Credenti quasi a malincuore: dopo tanti tentativi per non esserlo. Credenti quasi per forza: non perché qualcuno ci abbia costretti, ma perché la vita senza Dio ci appariva insopportabile. Tanto valeva... Ecco, poi iniziava l'esultanza. O una pace composta: pur tra tanti limiti e tanti peccati.

    Non è facile incontrarsi con Dio. Si parte con la pretesa di raggiungerlo - di conoscerlo, di incapsularlo nei nostri pensieri, di mettergli addosso le mani per possederlo - e ci si accorge via via che non lo si raggiunge se non ci si lascia raggiungere da Lui. Ci attendeva già quando noi ci mettevamo in cammino: era con noi nel cammino stesso. Ci aveva già trovati quando noi ci illudevamo di cercarlo.

    Una specie di lotta. Ci si avvia con l'animo gonfio di orgoglio, convinti di misurarsi con Lui, di carpirgli il suo segreto, di vincere il confronto; e ci si avvede a poco a poco che si vince soltanto se a Lui si concede di vincere. Se ci si mette in ginocchio a chiedergli la benedizione e il perdono. Allora lo si conosce - lo si intuisce almeno, lo si esperimenta in qualche modo - perché Egli stesso ci introduce nell'arcano del suo cuore; toglie il velo che lo nasconde e ci accoglie così: come poveri che dichiarano la propria incapacità, la propria dipendenza; ricevono, prima di dare.

    Altro modo non c'è per conoscere Dio. Ed è duro inginocchiarsi.

    Occorre cambiare vita. E soffocare la tentazione ultima - la più ostinata a morire - che ci portiamo dentro: l'illusione di costruirci da noi.

    È duro inginocchiarsi. Ma è splendido. La vita cambia anche perché ha un altro senso. La gioia nasce proprio da questo affidarci a...

    (Alessandro Maggiolini)


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