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    Imparare a sperare: contro la rassegnazione giungere alla resa


    Il coraggio dell’aurora /6

    Un percorso di spiritualità per i giovani sulle tracce di Etty Hillesum

    Fabiola Falappa

    (NPG 2013-07-46)


    Sognare qualcosa di improbabile
    ha un proprio nome.
    Lo chiamiamo speranza.
    (Jostein Gaarder) [1]

    Avvicinarsi alla sensibilità e alla spiritualità di Etty Hillesum contribuisce, tra i numerosi doni che da lei scaturiscono, a favorire profondamente la rinascita di una cultura della speranza, a partire dal vissuto personale fino ad espandersi all’intera società.
    Mi sembra comunemente noto quanto nell’attuale panorama nazionale, e non solo, una cultura della speranza sia spesso abbandonata, dal momento che la mentalità più diffusa è impastata di depressione, rassegnazione, scoramento, cinismo e disperazione.
    Probabilmente gli stessi cristiani non fanno grande eccezione; se vivessimo davvero coerentemente ciò che professiamo con la nostra fede saremmo già testimoni e portatori di semi di speranza in atto.
    La fiducia è la luce di ogni relazione: con noi stessi, con gli altri, con la vita, con Dio, per chi crede in Dio. La fiducia è l’energia per vivere, la speranza è l’energia per orientare la vita in una certa direzione di bene e di valore.
    Possiamo anzitutto verificare se siamo abituati a considerare un atto di fiducia come se fosse niente di più che un’illusione. In tal caso siamo anche noi già pericolosamente vicini allo scoramento, alla durezza di cuore e al cinismo.
    Non c’è niente di male se ci siamo messi dentro questo sistema difensivo, il male sta nel restarci, perché se ci restiamo ne saremo soffocati. La paura taglia infatti le gambe alla speranza e le toglie il respiro.

    Nessuna speranza senza fiducia

    Per tornare alla libertà di fidarsi, perché potersi fidare è una delle più grandi libertà dell’essere umano, occorre avere un riferimento attendibile, credibile. Di solito non ci basta un’idea, e forse neppure un ideale. Occorre che possiamo guardare con fiducia a una persona: un compagno, un amico, un collega. Forse lo stesso Dio, se si ha questa apertura di fede.
    A questo punto a qualcuno sembrerà di non trovare nessuno che sia così affidabile. Ma forse per fare questa verifica bisogna prima uscire dall’atteggiamento del giudizio: quante persone giudichiamo senza nemmeno rendercene conto. Se togliamo questa abitudine al giudizio, lasciando che ognuno sia quel che è, vedendo che è di più di quello che noi pensiamo di lei o di lui, sarà più facile capire che esiste qualcuno di cui possiamo fidarci. O almeno qualcuno con cui possiamo provare a costruire una fiducia reciproca.
    Ma ogni sforzo verso gli altri sarà vano se intanto non cresce la fiducia in se stessi, di cui la presunzione, ovviamente, è soltanto una caricatura. La fiducia in sé deriva dall’essere stati amati, o dal sentirsi amati oggi, comunque dal riconoscere che, seppure con tutti i nostri difetti, siamo una persona unica al mondo, abbiamo una dignità che non possiamo disprezzare e possiamo essere per altri una fonte magari piccola ma reale di luce, di bene, di speranza a nostra volta.
    Le due cose procedono insieme: la fiducia in noi stessi ci aiuta a stabilire relazioni di fiducia con gli altri, così come il fatto che altri contino su di noi fa crescere la nostra fiducia in noi stessi. Per entrare in questo circolo virtuoso non si tratta di mettersi a «fare» qualcosa, basta esporsi alle relazioni togliendosi la corazza del sospetto, della diffidenza, della previsione negativa per scegliere di andare invece verso l’altro con fiduciosa speranza.
    Probabilmente è utile oggi tornare a chiedersi di che cosa è fatta la speranza, qual è il suo fondamento e verso chi o che cosa protende?

    Il dinamismo sapiente della speranza

    Sperare non si riduce mai ad un mero o superficiale ottimismo né solamente a un sentimento perché, in realtà, è un dinamismo specifico dell’esistenza responsabile. Non si spera mai solo per sé, ma lo sperare è autenticamente in atto quando è uno sperare per sé con altri.
    «E persino nella sofferenza si può attingere forza. E con l’amore che sento per lui (per S.) posso nutrirmi una vita intera, e altri insieme con me. Bisogna essere coerenti sino alla fine. Si può dire: fin qui posso sopportare tutto, ma se gli succede qualcosa, o se devo lasciarlo, allora non posso più continuare. Anche in quel caso bisogna proseguire. O l’uno o l’altro, ora: o si pensa soltanto a se stessi e alla propria conservazione, senza riguardi, o si prendono le distanze da tutti i desideri personali, e ci si arrende. Per me, questa resa non si fonda sulla rassegnazione che è un morire, ma s’indirizza là dove Dio per avventura mi manda ad aiutare come posso – e non a macerarmi nel mio dolore e nella mia rabbia. Sono ancora in uno stato d’animo singolare. Potrei dire: è come se mi librassi invece di camminare, come se non vivessi dentro alla realtà, come se non sapessi cosa sta succedendo».[2]
    Dall’ascolto delle parole di Etty Hillesum ritengo possano essere messi in evidenza almeno tre caratteri fondamentali della speranza.
    Il primo ha a che fare con il suo essere già sempre una forza comunitaria. L’abbandonare le nostre preoccupazioni, non lasciare che queste soffochino il nostro respiro e il nostro sguardo tanto interiore quanto esteriore, si declina nell’abbandonare forme di puro egoismo e convertirle in forze di cooperazione e condivisione fiduciosa. Si spera, in tutti i sensi, per gli altri. Perché altri ci hanno insegnato a farlo e sono ragione di speranza per noi. Perché desideriamo una salvezza e un compimento comuni, non certo esclusivamente privati. Perché la speranza genuina non si decide, non si inventa, non è il risultato della nostra volontà, ma nasce come risposta ad una chiamata, a un invito che ci viene da un Altro.
    Il secondo aspetto riguarda la radicalità della speranza: dinanzi a qualsiasi evento, di fronte ad ogni «se» la speranza è tale quando non riduce mai, neppure di una virgola, il suo potere. O la speranza è piena e totale o non è speranza. Per questo scrive Etty, riconoscendo la coerenza che la speranza stessa richiede, «anche in quel caso bisogna proseguire». E nel verbo «bisogna» è nel contempo implicato il senso sia del dovere sia dell’urgenza. È come se lei ci consigliasse di agire nella seguente direzione: nella sofferenza non puoi e non devi sostare inerme, ma è necessario che tu reagisca con rapidità e premura, perché c’è un’azione che spetta solo a te compiere e che non puoi trascurare, altrimenti genererai disperazione anziché contribuire ad irradiare speranza!
    Un’altra caratteristica della speranza, secondo la spiritualità di Etty, può essere ravvisata nel suo reagire arrendendosi. Dove è chiaro che la resa non è neanche lontanamente accostabile all’essere dimessi, nel sopportare le avversità, ma piuttosto possiede tutto il valore della re-azione fondata sulla fiducia. Arrendersi non perché rassegnati, ma piuttosto perché si sperimenta un senso di abbandono fiducioso, certi che non sprofonderemo nel buio, dal momento che c’è comunque e sempre «una mano» che ci sostiene, anzi ci guida, nell’abbandonarci.
    La risposta secondo speranza non ammette et et, ma è il frutto di una scelta radicale e senza mezze misure. Quest’ultime, infatti, a volte generano depressione e scoramento: «da una parte farei, dall’altra però» e ci chiudiamo in un circolo pericoloso che porta solo a concentrarsi sul nostro personale interesse, senza neanche immaginare di alzare il naso e guardare avanti, al futuro, e a chi ci sta dinanzi. Il «come se», al termine del brano scelto, mi sembra possa essere considerato in questo modo solo agli occhi di chi non ha maturato la stessa sapienza di Etty: la sapienza che scaturisce dall’abbandono fiducioso in Dio, la sapienza della speranza, appunto. È lei che ci fa vivere nella realtà «come se» non fossimo di questa realtà, ma solo a partire da una visione superficiale, perché senz’altro la speranza ci sprona ad impegnarci a fondo, in prima persona, con il sorriso però che nasce dalla lucida consapevolezza che il dolore non riesce ad oscurare la bellezza della condizione umana né possiede l’ultima inesorabile parola.

    La resa come autentica reazione

    Vorrei ancora brevemente sostare sul significato di «resa» per liberare tale parola da ogni pregiudizio che finisce per accostare tale termine alla costellazione semantica della facile e vile rinuncia rassegnata. Per aiutare a delucidare più profondamente la realtà che Etty desidera introdurre con «resa» faccio riferimento ad un passaggio centrale dell’opera, a mio avviso. più preziosa di Dietrich Bonhoeffer perché le loro due anime sembrano procedere di concerto e le loro voci si sovrappongono e si intrecciano perfettamente.
    L’essenza dell’ottimismo non è guardare al di là della situazione presente, ma è una forza vitale, la forza di sperare quando altri si rassegnano, la forza di tener alta la testa quando sembra che tutto fallisca, la forza di sopportare gli insuccessi, una forza che non lascia mai il futuro agli avversari, ma lo rivendica per sé.
    «(…) Ci sono uomini che ritengono poco serio, e cristiani che ritengono poco pio, sperare in un futuro terreno migliore e prepararsi ad esso. Essi credono che il senso dei presenti accadimenti sia il caos, il disordine, la catastrofe, e si sottraggono nella rassegnazione o in una pia fuga dal mondo alla responsabilità per la continuazione della vita, per la ricostruzione, per le generazioni future. Può darsi che domani spunti l’alba dell’ultimo giorno: allora, non prima, noi interromperemo volentieri il lavoro per un futuro migliore».[3]
    Ciò che Bonhoeffer riferisce all’ottimismo sapiente e lucido, non certo quello superficiale e illusorio, credo possa essere ricondotto al coraggio che in Etty sorge grazie alla forza della speranza. Il maturare nella speranza orienta l’essere umano, facendolo tendere verso una meta di senso; quando l’uomo, la donna, i giovani riconoscono la forza che in loro nasce dallo sperare e non si spaventano di vivere secondo il suo respiro profondo la loro anima diventa realmente intera, senza più scissioni. E per far questo non ci si può sentire schiacciati dal carattere angoscioso e incerto del reale, né rassegnarsi all’ansia insoddisfatta della pienezza non ancora realizzata, ma si è consolati dalla certezza che abbiamo tempo, siamo nel tempo. La speranza è mescolata tanto con la promessa quanto con il sogno, per questo chiede di essere non dimenticata o soffocata, piuttosto condivisa, incarnata e realizzata nella vita.


    NOTE

    [1] J. Gaarder, Appelsinpiken, Oslo 2003; tr. it. di L. Barni, La ragazza delle arance, Longanesi, Milano 2004, p. 180.
    [2] E. Hillesum, Diario 1941-1942. Edizione integrale, Adelphi, Milano 2013 (II ed.), pp. 697-698, i corsivi e la parentesi sono stati da me inseriti.
    [3] D. Bonhoeffer, Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1988, pp. 72-73.


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