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    Note di pastorale giovanile
    via Giacomo Costamagna 6
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    La mia collaborazione

    con NPG

    Giannino Piana


    Questo scritto che non ha nessuna pretesa di esaustività, ma intende offrire semplicemente una testimonianza del percorso compiuto dalla rivista in quegli anni intensi del postconcilio vissuti con grande fervore all’insegna del rinnovamento ecclesiale e del dialogo con il mondo. A segnare questa doppia svolta avevano concorso, da un lato, i documenti del Concilio – in particolare le costituzioni Lumen gentium e Gaudium et spes – e, dall’altro, il clima di apertura che si respirava, grazie al pontificato di papa Giovanni XXIII, dopo anni di pesante ripiegamento della chiesa su se stessa e di mancato confronto con la modernità.
    La caduta di queste barriere, che sembravano insormontabili, dava l’avvio ad una nuova (promettente) stagione di ritorno alle sorgenti evangeliche, al di là delle impalcature spesso fittizie che si erano create nel corso del tempo, e di grande attenzione nei confronti della cultura contemporanea e delle sollecitazioni che da essa provenivano. In questo contesto si collocava l’esigenza di una profonda riforma della pastorale giovanile, nella prospettiva – come spesso amava ricordare Riccardo Tonelli – della fedeltà a Dio, riscoperto nell’evento-persona di Gesù di Nazaret, e di fedeltà all’uomo visto nella sua concretezza storica. “Note di pastorale giovanile” diveniva, in questo modo, uno degli strumenti al servizio di un progetto di riforma dell’azione pastorale della chiesa con una immediata forte risonanza nazionale, in particolare presso gli operatori della pastorale giovanile.
    In questo cammino già da qualche anno avviato si inseriva il mio contributo, che si è protratto per più di venticinque anni – il mio primo articolo è del 1974 – con una partecipazione diretta, nella prima fase, agli incontri redazionali, quando la redazione era a Torino e si trattavano questioni che avevano importanti risvolti etici. Ricordo ancor oggi con nostalgia quei lunghi intensi pomeriggi trascorsi in una sala della parrocchia di Maria Ausiliatrice, in cui ci si confrontava con passione attorno a temi come la sessualità e l’affettività, la religiosità, la vita di gruppo e l’impegno sociopolitico. La diversità delle competenze e talora delle opinioni su fenomeni complessi non ostacolava certo il dibattito ma lo rendeva anzi vivace, arricchito dall’apporto dei diversi punti di vista, con l’impegno a ricercare la convergenza attorno a orientamenti comuni, che consentissero di tradurre in chiave pastorale  secondo la finalità della rivista  la riflessione condotta insieme.
    I profondi e rapidi mutamenti socioculturali in corso in quegli anni – si pensi soltanto alla rivoluzione studentesca e operaia del sessantotto – che si riflettevano (e non potevano che riflettersi) immediatamente sulla coscienza del mondo giovanile provocando una vera e propria svolta antropologica, costituivano l’oggetto del confronto. La possibilità di offrire criteri adeguati di analisi e di interpretazione della situazione esigeva la messa in atto di un approccio interdisciplinare, con il contributo di esperti, che mettessero a fuoco le dinamiche sottese ai processi in via di sviluppo – da quelle sociologiche, a quelle psicologiche e antropologiche – fornendo significative chiavi di lettura e precisi indirizzi all’azione pastorale. Il gruppo redazionale si avvaleva, a tale proposito, della presenza al proprio interno di persone competenti nelle diverse discipline segnalate, ma non esitava anche a richiedere il contributo di esterni, quando si trattava di affrontare tematiche che esigevano di essere accostate a partire da una serie di dati che comportavano per il carattere che rivestivano il contributo di particolari specialisti.
    Tutto questo mentre si assisteva al compiersi, in tempi brevi per il ritmo accelerato assunto dalla storia, di profonde trasformazioni socioculturali, che rimettevano continuamente in discussione le categorie interpretative acquisite, aprendo nuovi spazi inesplorati di ricerca, con un forte stimolo alla creatività personale. Si pensi soltanto al rapido passaggio dalla stagione della proiezione di sé nell’impegno politico, che ha caratterizzato la prima metà degli anni settanta con gli esiti contrastanti ben noti – dalla messa sotto processo del sistema autoritario dominante e dall’impegno a cambiarlo con lo sviluppo di nuove forme di partecipazione nei vari settori della vita sociale, fino al tragico epilogo del terrorismo – al riflusso nel “privato” con il ripiegamento dell’individuo su se stesso e l’affermarsi di stili di vita nei quali un ruolo di prim’ordine veniva assegnato a istanze strettamente legate al mondo della soggettività, quali la soddisfazione del bisogno e del desiderio, la ricerca della realizzazione personale, con la riscoperta della corporeità e della sessualità, avendo di mira come obiettivo il conseguimento della felicità. Alla “cultura del sociale”, che aveva avuto talora come esito la proiezione dell’uomo al di fuori di sé dando vita a pericolose forme di alienazione, subentrava dunque una “cultura del privato” con il pericolo (non puramente ipotetico visto quanto si è successivamente verificato) della caduta in una forma di individualismo autoreferenziale ed egocentrico.
    Il compito di “Note di pastorale giovanile” era dunque quello di trovare un equilibrio tra le istanze del “personale” e quelle del “sociale” nella prospettiva di una mediazione aperta al dinamismo di una situazione in costante evoluzione, che rendeva necessario un permanente atto di discernimento volto a cogliere i “segni del tempo” e ad adeguare in conformità ad essi il proprio progetto. Non sono mancate in quegli anni serie analisi delle possibili derive di quanto andava accadendo senza mai indulgere tuttavia in giudizi apocalittici, con la chiara consapevolezza del carattere ambivalente di ogni processo storico e con l’attenzione a cogliere in ciascuno di essi i risvolti positivi come stimolo a un rinnovamento dell’azione pastorale. Non posso dimenticare, a tale riguardo, per il carattere emblematico che rivestiva, la lunga e articolata riflessione sulla crisi delle grandi narrazioni religiose e metafisiche, nonché sulle ideologie che hanno caratterizzato il secolo breve dando vita a regimi autoritari con conseguenze tragiche; e non posso che segnalare, accanto a una evidente (e salutare) sdoganamento dell’assolutezza della verità – di qui aveva origine l’autoritarismo – la preoccupazione diffusa per il pericolo dell’affermarsi di spinte nichiliste.
    Lo sviluppo di forme alternative di pensiero, che facevano i conti con la crisi denunciata, individuando nuove modalità di interpretazione della realtà – è di quegli anni la pubblicazione per i tipi di Garzanti del libro sul “pensiero debole” di Vattimo e Rovatti – in grado di cogliere la complessità dei vissuti dovuta alla differenziazione sociale e alla moltiplicazione delle appartenenze con riflessi inevitabili anche sul modo di accostarsi alla tematica religiosa e di vivere la fede. La domanda di senso, che si riteneva in passato affiorare immediatamente alla coscienza del mondo giovanile e che costituiva il presupposto da cui partire per dare fondamento alla risposta della fede, non poteva più essere data per scontata; occorreva risuscitarla partendo dai vari significati dell’esperienza quotidiana ed evidenziandone il limite e il bisogno di un approfondimento più radicale, che affondasse le radici nella interiorità dell’umano e fornisse un orientamento di fondo all’esistenza.

    Entro questo orizzonte variegato trovava spazio anche il mio contributo di carattere etico incentrato sulla ricerca di un modello che saldasse insieme le istanze della situazione descritta, andando, da un lato, oltre la formulazione di un astratto (e sterile) quadro valoriale ed evitando, dall’altro, il ricorso a una casistica normativa arida perché senz’anima. Si trattava dunque di assumere la dinamica del desiderio ma di porre, nello stesso tempo, un limite alla sua espansione incondizionata mediante il ricorso a una precisa definizione del bene. La consapevolezza fornita dall’analisi fenomenologica che il valore morale affiora all’orizzonte della coscienza come desiderabile e insieme come obbligante, come bene che soddisfa le aspirazioni umane e al tempo stesso come dovere che si impone fissando un argine a tali aspirazioni, rendeva ragione della necessità di dare vita a un modello etico duttile, attento cioè alla connaturale storicità dell’agire umano, e nel contempo fondato su valori perenni.
    La ragione di tale argine trovava giustificazione nell’impianto stesso dell’etica, nella costitutiva struttura relazionale che è alla radice della sua identità. Il superamento dell’individualismo viene infatti dall’acquisizione del concetto di “persona”, che unisce in sé la singolarità (e dunque l’unicità e l’irripetibilità) di ciascun soggetto umano e la sua connaturale apertura all’altro. “Personale” e “sociale” sono così inseparabili e costituiscono il tessuto della vita morale. Detto, in altri termini, si rende in tal modo trasparente ciò che qualifica e specifica la verità morale, la quale comporta la mediazione tra ordine soggettivo e ordine oggettivo, tra l’individualità – l’individuo non è cancellato ma arricchito dalla presenza dell’altro che non è esterno (e dunque estraneo), ma che gli appartiene non in senso possessivo ma in quanto fattore integrante del proprio sé – e la socialità, il cui campo di azione ha oggi una dimensione universalistica con l’estensione della responsabilità verso l’intera famiglia umana non solo di oggi ma anche delle generazioni che verranno alle quali va consegnato un mondo abitabile.
    Ma l’etica non si esaurisce nella definizione del suo impianto strutturale e non va ristretta al solo campo della valutazione delle scelte messe in atto. Esige che si individuino precisi contenuti valoriali – questo è stato il secondo mio contributo alla riflessione comune – che orientino positivamente il cammino dell’agire quotidiano. Gli elementi che definiscono l’identità della “persona” – individualità, relazionalità e trascendenza – delineano il campo degli atteggiamenti e dei comportamenti, degli stili di vita in cui i valori acquisiscono reale concretezza. Nella prima area – quella dell’individualità – un ruolo fondamentale riveste il ricupero della vita interiore. La cultura dominante con gli strumenti di comunicazione di cui già allora disponeva (e che ha ricevuto un ulteriore enorme impulso negli ultimi decenni), produceva (e produce oggi con un’intensità assai più consistente) massificazione sociale e omologazione culturale. Si rendeva dunque necessaria l’attivazione di un processo di interiorizzazione, che esigeva la creazione di condizioni specifiche, come il ritagliarsi momenti di silenzio, il disporsi all’ascolto di sé e la coltivazione della ricettività, superando la tentazione del ridurre tutto al “fare” e al “dare” – la fede presuppone la presenza di tale attitudine: non siamo noi ad andare anzitutto incontro a Dio ma è lui che ci viene incontro e che dobbiamo disporci ad accogliere – e dando all’altro, soprattutto al povero, la soddisfazione e la gioia di darci qualcosa.
    Quest’ultima condizione ci proietta nella seconda area – quella della relazionalità – in cui i valori dell’ospitalità, della condivisione (anche dei beni economici) e della compassione – la pietas non ostentata ma vissuta con semplicità e discrezione è il perno attorno a cui deve ruotare la relazione con l’altro nel rispetto del mistero di ciascuno e con il pudore che non deve mai violarlo – vengono proposti come i cardini che vanno posti alla base della costruzione di una convivialità la quale, nel rispetto delle differenze, concorra a dar vita a una positiva convivenza civile e spinga a sviluppare un impegno sociale e politico di portata universalistica sviluppando il dialogo tra i popoli e concorrendo alla edificazione di un ordine mondiale giusto.
    Si apre allora qui un varco alla terza area – quella della trascendenza – che coinvolge direttamente la proposta etica evangelica. Il discorso della montagna, che costituisce soprattutto nella versione di Matteo il messaggio morale del Nuovo Testamento – Gesù si propone come il nuovo Mosè – non si oppone alla “legge antica”, ma la assume, radicalizzandone e interiorizzandone le istanze e portandola al pieno compimento. I valori umani, quelli veri, ricevono qui conferma e vanno incontro ad un ulteriore approfondimento. Le beatitudini evangeliche e i “ma io vi dico”, che trovano piena espressione nella legge dell’amore, hanno come fondamento e come modello la persona di Gesù, la cui sequela diviene il compito fondamentale del discepolo. Ma tali valori affondano le loro radici in un umanesimo, che può essere anche laicamente condiviso perché volto alla vera promozione umana. È sufficiente richiamare qui l’attenzione, a titolo di esempio, sulla povertà, la prima beatitudine, la quale concorre, per un verso, alla realizzazione della giustizia favorendo una equa distribuzione dei beni e diviene, per altro verso, grazie all’abbandono della logica del possesso esclusivo e totalizzante, una via obbligata per cambiare la qualità della vita, assegnando il primato ai beni relazionali.
    Questa è stata la mia esperienza di partecipazione alla redazione della rivista e il mio contributo personale alle tematiche che venivano di volta in volta affrontate. Lo spostamento della redazione da Torino a Roma ha segnato la fine della mia partecipazione diretta alla compilazione dei vari quaderni, ma non è cessata per un lungo periodo la collaborazione – l’ultimo articolo risale al 2001 – soprattutto perché ho sempre considerato la rivista come un importante strumento per gli operatori della pastorale giovanile.
    Auguro a tutti di proseguire ancora a lungo il cammino iniziato nel postconcilio, offrendo nuove piste di analisi e nuove prospettive di impegno ecclesiale: stimoli preziosi di riflessione in un momento di non facile lettura della situazione culturale e religiosa e di faticosa individuazione delle piste da percorrere.


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