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    La vita e il suo senso (Prima parte di: La vita del credente)


    Carlo Molari, LA VITA DEL CREDENTE. Meditazioni spirituali per l'uomo d'oggi, Elledici 1996



    DARE SENSO ALLA VITA

    Non sempre gli eventi della creazione e della storia hanno un senso. Ci sono infatti alcune situazioni insensate e assurde. Una certa teologia della provvidenza interpretava lo sviluppo della creazione e della storia come se tutto dovesse avere sempre un senso perché corrispondente a un superiore progetto divino. Richiamandosi ai misteriosi disegni di Dio, questa teologia suggeriva di vivere ogni situazione come espressione della volontà divina. Questo modo di interpretare la vita e la storia non sembra esatto. Ci sono nella creazione e nella storia situazioni insensate e assurde, dipendenti da almeno due ragioni: dalla condizione transitoria delle creature e dal peccato degli uomini.
    L'uomo, d'altra parte, non può fare a meno di vivere sensatamente, di avere sempre, cioè, una ragione per agire. Non essendo possibile trovare sempre un senso nelle cose che accadono, è necessario che l'uomo impari a dare un senso alle situazioni che si trova a vivere. Le situazioni, insensate non possono quindi essere vissute dall'uomo che alla condizione che egli riesca a introdurre senso dove non esiste senso. Per chiarire le diverse parti di questo assunto vorrei precisare perché esistono situazioni insensate, interrogarmi da dove venga il senso alla vita che conduciamo e vedere come sia possibile introdurre senso nelle situazioni che ne fanno difetto.
    Esistono situazioni assurde. Non è possibile trovare sempre senso compiuto negli eventi che accadono, perché in realtà essi possono non mostrare alcun senso in quanto contrari al progetto di Dio per l'uomo. La domanda che in queste circostanze si pone è: come sono possibili incongruenze e assurdità se la creazione è opera di Dio e se la storia è condotta dalla sua azione? Le situazioni insensate sono possibili, dicevano, per due ragioni fondamentali: perché la creazione è in processo verso un termine che per diverse ragioni può non essere raggiunto; e perché inoltre il peccato aggiunge insensatezza in molte situazioni della storia umana.
    Quando ci interroghiamo sulle ragioni di un evento della creazione o della storia che ci appare insensato, di fatto ci poniamo due domande: quali sono le cause che hanno provocato questo fenomeno e quale finalità può avere? La risposta alla prima domanda viene dalla scienza che considera le cause efficienti; la seconda risposta non sempre è possibile prima dell'intervento umano. Non sempre infatti un evento ha un suo perché o ha una finalità adeguata. Quando ci si interroga sul senso della vita abitualmente ci si riferisce a questo secondo aspetto del problema: per quale fine accade un evento, o a quale traguardo è diretta una esperienza, quale ragione può avere una situazione?
    Impostata così la domanda, è chiaro che il senso della creazione come della vita umana non deriva dalle cose che esse contengono o dalle realtà da cui sono costituite, ma dal loro futuro, cioè dal traguardo cui tendono. Non è perciò il presente a rendere ragione del futuro, ma è il futuro che dà senso al presente. Questo spiega perché ciò che l'uomo è non basti a dare senso alla sua esistenza, perché l'uomo tenda sempre oltre se stesso verso traguardi nuovi e perché la ragione adeguata di tutto ciò che egli fa non stia nel suo presente. Il che significa che il senso adeguato della vita l'uomo non lo può trovare nelle sue capacità o nelle sue azioni, e neppure nei beni che possiede, ma solo nel suo futuro.
    Ci sono tuttavia modi di attendere il futuro che non consentono di vivere adeguatamente il presente. Uno di questi è attendere il futuro come sviluppo armonico del presente. Se il futuro viene atteso come semplice sviluppo del presente, non introduce nessun elemento di novità, anzi egli mette in moto un meccanismo dell’assurdo e della insensatezza. La tensione che vive infatti è senza bersaglio e incongruente.
    Il senso della vita umana quindi sta nel suo futuro, ma non in quanto costituito possibile dal presente, bensì in quanto nuovo e offerto. Il cerchio del non senso viene spezzato solo quando si scopre una ragione del futuro che non sta nel presente pur essendo un Presente. Deve essere un presente perché deve rendere ragione di una azione che ora si svolge, ma non può essere nel presente storico perché è la ragione futura dell'azione che si compie. Solo chi crede in Dio, in una forza vitale che alimenta la storia, nello Spirito che sostiene la vita, nell'azione creatrice di Dio che rende possibile il futuro dell'uomo, è in grado di portare l'insensatezza e l'incongruenza del presente. Dio è infatti colto come un Presente che però non è identificato in ciò che il presente contiene, ma lo trascende.
    Un altro modo errato di attendere il futuro è quello di considerare una situazione parziale come senso compiuto e come soluzione definitiva dei problemi. L'esperienza ormai definitiva dell'umanità consente di poter dire che ogni soluzione storica è sempre provvisoria e parziale, e se viene attesa come soluzione definitiva introduce dinamiche idolatriche. Chi crede in Dio, anche in questo caso ha la possibilità di rompere il cerchio della idolatria, perché sa che ogni accoglienza della sua azione è sempre provvisoria e parziale, essendo Dio sempre più ricco di ogni realizzazione storica.
    Se le cose stanno così, il problema del senso della vita non è come trovarlo nelle cose o negli eventi, ma come introdurlo dove non esiste. Di fronte a fatti incomprensibili, la domanda da formulare e la soluzione del problema non stanno nel trovare senso in tutto ciò che accade, ma nell'introdurre senso in tutto ciò che l'uomo vive. L'uomo ha questa capacità, e in questo risiede la sua trascendenza: egli può modificare il valore delle situazioni storiche e può introdurre orientamenti nuovi negli stessi eventi della creazione. La ragione di questa possibilità sta nel fatto che il Bene, la Verità, la Bellezza, la Giustizia, la Vita esistono già e si offrono all'uomo in modo da assumere forme nuove nella storia. La condizione però perché la vita assuma forme nuove è che esistano persone aperte alla sua azione. Chi è consapevole di questa condizione sente l'urgenza di assumere atteggiamenti di fede per consentire a Dio di esprimersi in forme nuove nella storia umana.
    Gesù è stato esemplare in ordine a questa funzione creativa nella storia per l'atteggiamento di fede che egli ha vissuto in modo così perfetto da fare persino della sua morte, insensata e assurda, un evento di salvezza universale. La volontà del Padre non era che Gesù morisse ingiustamente, ma che egli continuasse ad amare, a perdonare, a rivelarlo anche all'interno di situazioni ingiuste. La morte di Gesù l'hanno decisa gli uomini con atto ingiusto e peccaminoso, e quindi contrario al volere di Dio. Gesù si è abbandonato con fiducia al Padre anche quando tutto si è fatto buio e non si intravedevano gli esiti sperati dalle imprese programmate. Questo è appunto l'oggetto della sua obbedienza: rendere presente il regno, manifestare cioè concretamente Dio dove gli uomini avevano realizzato l'annebbiamento della sua gloria. Secondo la legge di incarnazione, Dio è assente dove gli uomini odiano e uccidono. Gesù ha sperimentato questa lontananza, e la croce è una vera esperienza di abbandono. Ma il suo amore ha reso presente nuovamente l'amore di Dio e la sua fede ha reso possibile la misericordia là dove regnava l'odio. Dio era realmente assente, e fu solo l'amore incondizionato di Gesù a renderlo ancora presente nel luogo della desolazione e della morte. In questo modo egli ha introdotto senso dove non esisteva, ha messo in moto valore dove non c'era valore, ha reso presente Dio dove gli uomini l'avevano reso assente. Come nei campi di concentramento, come nei luoghi della abiezione e della violenza, anche sul Calvario fu formulata legittimamente la domanda: dov'è Dio? «Venga a liberarlo». E la risposta in quel caso era chiara: Dio pende dalla croce. Con il suo perdono e la sua misericordia Gesù aveva consentito a Dio di essere presente dove gli uomini lo avevano allontanato.
    Il riferimento a Gesù offre il criterio per capire con maggiore esattezza la distinzione tra la nostra realtà di creature e l'azione di Dio che rende possibile il nostro futuro. Occorre ricordare che tra l'azione divina e la nostra realtà c'è una netta distinzione: noi non siamo divini, né la nostra attività è semplice espressione della azione divina: noi siamo creature e solo Dio è creatore. In questo punto la prospettiva ebraico-cristiana è nettamente diversa da quella di altre religioni. Affermare la condizione di creatura significa sostenere che l'azione umana è sempre inadeguata e insufficiente al termine cui tende; che la speranza alimentata dalle cose è sempre più grande delle risposte che esse possono dare; che le realizzazioni umane saranno sempre inferiori ai progetti vitali che le suscitano. La storia, secondo questa prospettiva, appare come il luogo della offerta continua di cui l'umanità ha bisogno per svilupparsi e di cui ogni persona ha urgenza per diventare se stessa. Il dono della vita è troppo ricco e grande per essere accolto in un solo istante: l'umanità può raggiungere nuovi traguardi e ogni persona può interiorizzarne le acquisizioni vitali solo progressivamente, a frammenti, attraverso eventi storici successivi. Ciò significa che l'uomo sviluppandosi nel tempo può pervenire alla sua pienezza solo a condizione che si apra quotidianamente a un dono nuovo. Ogni giorno l'offerta creatrice di Dio, cioè le pressioni del Bene, del Vero, del Giusto sono necessarie all'uomo, ed esse potranno essere accolte in modo sempre più perfetto dall'umanità in cammino, a condizione che vi si sviluppi un adeguato atteggiamento di fede, cioè di accoglienza. Le novità della storia sono, in questa prospettiva, emergenza del Vero, del Bello, del Buono, del Giusto e del Vivente.

    RELIGIONE

    Non esiste vita senza fede e non esiste fede senza ritualità simbolica, dato che le realtà cui la fede si riferisce non possono essere espresse compiutamente né direttamente, essendo sempre più grandi delle situazioni in cui l'uomo si trova e quindi più ricche della portata delle sue forme espressive. Per questo ogni fede deve ricorrere a simboli per esprimersi, per mantenersi viva e per svilupparsi. La religione è il complesso dei riti simbolici con cui l'uomo esprime la fede in Dio e la vive. I simboli richiamano la memoria degli eventi attraverso i quali gli ideali sono emersi, ne anticipano nella speranza la piena attuazione e rinsaldano i rapporti fra i diversi soggetti che, insieme, debbono realizzarli. Ogni gruppo umano che abbia ideali, e quindi traguardi storici da raggiungere, ha necessariamente anche simboli e rituali per dire la fede comune, per evocarne le ragioni, per rinsaldare i rapporti in ordine alla loro realizzazione e per riordinare così le interpretazioni delle quotidiane esperienze della vita. Ogni comunità umana attraverso i suoi simboli vitali si caratterizza, si struttura e si rinsalda nell'unità.
    Anche per la fede in Dio i rituali sono momenti essenziali, i più espressivi ed efficaci. La religione è appunto il complesso dei simboli che richiamano gli ideali assoluti creduti già realizzati in Dio e che ne verificano il significato nelle diverse fasi della crescita personale, ed è l'organizzazione operativa di quelle comunità che nascono e si sviluppano attorno all'esercizio della fede in Dio. La verità di una religione non sta primariamente nelle sue dottrine, cioè nelle interpretazioni che offre del mondo o del presente e futuro dell'uomo, ma nei valori per cui sollecita fede e nella efficacia dei suoi rituali simbolici. Questi, per essere completi, debbono esprimere la precarietà della condizione umana, devono inquadrare e rendere sensata l'esperienza della morte, devono alimentare continuamente la tensione trascendente del cuore e indicarne il fondamento. Essi devono rendere capaci gli uomini di interpretare esaurientemente la propria condizione e di viverla con gioia.

    La condizione di creatura

    Una delle esperienze più drammatiche dell'esistenza è la scoperta della sua precarietà. Nessun uomo quando viene al mondo ha in se stesso le forze sufficienti per crescere. Egli può diventare persona solo attraverso le continue offerte vitali che gli pervengono e attraverso gli incontri che gli forniscono energia. L'equilibrio dell'uomo perciò è molto instabile, il suo è un ordine condizionato da offerte necessarie a livello fisico-chimico, biologico, psichico. Basta un semplice cambiamento nelle condizioni esteriori, nella pressione atmosferica, nella umidità dell'aria o nel rapporto tra i diversi gas che lo avvolgono, perché la sua esistenza sia messa in causa. Si pensi al cibo necessario, agli errori alimentari, ma più ancora alla urgenza di essere amati. Le forme di anoressia mentale che si moltiplicano nella nostra società sono l'espressione di una legge insopprimibile della vita umana: se l'amore degli altri non raggiunge un livello minimo l'uomo non può sopravvivere.
    Questa è la nostra condizione. Per essere in grado di vivere intensamente occorre prenderne coscienza ed accettarla senza riserva. I rituali di vita dovrebbero maturare questa consapevolezza ed esercitare gioiosamente l'accoglienza dei doni vitali.

    Chiamato alla morte

    La nostra forma attuale di esistenza è transitoria. Ogni sforzo che compiamo per eludere o dimenticare questa condizione, o peggio per rifiutarla, si traduce in una perdita di capacità vitale, in una stanchezza interiore, in un rifiuto di vivere. Tutto infatti nella nostra esistenza è segnato da questa tensione profonda verso la morte.
    In questa prospettiva la morte è il momento nel quale fissiamo per sempre la nostra identità personale, portiamo a compimento il cammino della nostra crescita storica. La morte quindi non è semplice conseguenza del peccato, ma è prima di tutto la ragione ultima di ogni nostra azione storica. La morte acquista un carattere drammatico che altrimenti non avrebbe, a causa dei frequenti rifiuti dell'uomo di fronte alle offerte di vita. Questo spiega le affermazioni della tradizione cristiana sul rapporto peccato-morte. Ma falsa completamente la comprensione della nostra condizione l'idea che l'uomo non sarebbe morto se non avesse peccato. Pure se la morte senza il peccato avrebbe un carattere diverso, noi in ogni caso saremmo morti. Come il feto è nel seno della madre per venirne fuori, così noi siamo in questa situazione per uscirne.
    Imparare a morire, perciò, amare questa nostra condizione, è l'unica possibilità che abbiamo per vivere intensamente ogni nostra giornata. I riti religiosi devono esprimere e alimentare questa consapevolezza dell'uomo di fronte alla sua morte.

    Chiamato alla trascendenza

    La tensione profonda che l'uomo sperimenta non trova corrispondenti adeguati nella creazione. Ci si può illudere che raggiunta una situazione, realizzato un progetto, terminata un'impresa, i nostri desideri definitivamente vengano acquietati. Ma poi ciò che prima sembrava definitivo, poco alla volta è apparso provvisorio e insufficiente. Il nostro cuore è diventato più grande delle persone incontrate e le nostre speranze più esigenti delle promesse realizzate. Noi siamo apparsi sempre emergenti da tutte le situazioni nelle quali ci siamo venuti a trovare.
    I rituali religiosi servono appunto per vivere senza drammi questa situazione. Essi dovrebbero riecheggiare la chiamata che ogni uomo avverte ad essere più grande di quello che è. E nello stesso tempo dovrebbero impedire illusioni e idolatrie indicando l'insufficienza di tutte le cose.

    Poggiato su un fondamento

    Ma perché questo accade? È una malattia mortale dell'uomo o è l'indicazione di una speranza non ancora realizzata? E una pazzia ingenita che esploderà con il fragore di bombe micidiali o è l'espressione di una chiamata ad una grandezza senza misura? L'amore dell'uomo è suscitato dai beni che incontra o da un Bene che non ha riscontri? La ricerca della verità è stimolata dalle piccole scoperte di ogni giorno o da una voce profonda che ripete echi di eternità? L'esigenza di giustizia è tutta racchiusa nei precari progetti della sua storia o è riflesso di un progetto che la storia non può contenere ma solamente prefigurare? La morte dell'uomo è il compimento di un cammino concluso o l'annuncio di una promessa da realizzare? L'uomo risponde ad una chiamata o affannosamente arranca per un cammino che non ha traccia e non avrà mai traguardo?
    La risposta a queste domande nasce dal profondo della storia umana e scaturisce dall'esperienza di ogni persona. Viene dalla storia perché nessun uomo basta a se stesso: egli deve avere riferimenti sicuri già consolidati dalla verifica delle generazioni precedenti. Ma nasce dall'esperienza perché non bastano le parole a farla scoprire. Quando attraverso gesti di un amore non interessato apriamo orizzonti nuovi all'esistenza, solo allora avvertiamo senza ombra di dubbio che il Bene fonda la nostra vita. Quando fidandoci della Giustizia compiamo le nostre scelte con rigorosa onestà, solo allora siamo in grado di cogliere il fondamento del nostro cammino. Quando abbandonandoci alla Verità superiamo compromessi ed evitiamo inganni, solo allora sperimentiamo con evidenza che la nostra ricerca ha una ragione reale.
    Che la vita umana sia fondata, abbia cioè una ragione, non lo si può dimostrare argomentando, ma lo si può scoprire nella profondità della propria esperienza intrapresa per l'influenza di una tradizione storica, e lo si può mostrare agli altri nelle scoperte vitali compiute. Non ci sono alternative praticabili per questa scoperta. Ogni situazione quotidiana può consentire questa scoperta: è sufficiente avere riferimenti ideali chiari per viverla intensamente cogliendo a piene mani ciò che essa offre.
    Il valore di una ritualità religiosa sta appunto nella ricchezza della tradizione che essa richiama, nella validità delle esperienze che può offrire attraverso i suoi simboli. Ogni rito religioso richiama figure di testimoni e invita ad una verifica per la scoperta del fondamento reale della nostra esistenza.
    Ogni espressione simbolica ha dunque due riferimenti essenziali: l'esperienza vitale, di cui parla, e l'orizzonte culturale, in cui è inserita come segno. I simboli, infatti, significano per il rapporto che hanno con le altre componenti del sistema espressivo (linguistico, rituale e iconico) e con le altre formule del complesso dottrinale cui appartengono. D'altra parte, l'orizzonte culturale, da cui trae significato ogni simbolo umano, è in continuo movimento. Le simbologie della vita perciò devono continuamente adeguarsi alla vita che si sviluppa e agli orizzonti culturali che la esprimono. Quando ciò avviene il rituale religioso alimenta la vita e permette lo sviluppo armonico delle società umane. Altrimenti si riduce a semplice formalità, a folclore, a tradizioni pie e facilmente prima o poi degenera in superstizione.

    LA FEDE

    In senso generale con il termine fede si indica un atteggiamento umano molto articolato che accompagna fin dall'inizio l'esistenza dell'uomo ed assume diverse forme nel processo di crescita personale. Proprio per la sua complessità il tema si presta a facili fraintendimenti. Ciascuno infatti interpreta i termini usati secondo le proprie esperienze e in riferimento ai contenuti della propria storia. Esistono poi alcune ambiguità terminologiche dovute alle deformazioni che le parole subiscono nell'uso continuo. Per chiarire il senso della fede è utile partire dall'uso più generale per cui, ad esempio, oltre che di fede religiosa si parla di fede politica o anche di fede sportiva. In questo senso la fede riguarda il complesso degli ideali che guidano un gruppo sociale o una comunità umana e per i quali ciascuna persona fidandosi di testimoni si impegna nella vita in una direzione piuttosto che in un'altra. La fede, quindi, comprende quei meccanismi fondamentali attraverso i quali una persona compie il suo processo di crescita e si identifica all'interno di una struttura sociale.
    Spesso, però, quando ci si riferisce all'ambito religioso, per fede si intende prevalentemente la credenza che consiste nella accettazione di verità non conosciute immediatamente, ma accolte per la fiducia posta in qualche persona autorevole. Anche il catechismo di Pio X presentava la fede come «la virtù soprannaturale per la quale crediamo alle verità rivelate da Dio non per la loro evidenza intrinseca, ma per l'autorità di Dio rivelante». Anche questo, certo, è un esercizio di fede, ma è solo un aspetto e per di più secondario e derivato della fede. Si possono avere, infatti, rette convinzioni e non esercitare la fede. La fede religiosa, infatti, non è semplice accettazione di verità rivelate, ma è l'esercizio di una fiducia in Dio che conduce poi ad accogliere come suo dono la verità emergente dalla storia e a volere il Bene che vi appare come sua volontà. In questa prospettiva si comprende la definizione che il Vaticano II ha dato di fede: «Abbandonarsi a Dio totalmente prestandogli l'ossequio dell'intelletto e della volontà» (DV 5). Questa concezione giustifica la possibilità asserita dal Concilio che anche un ateo, che non accetta verità rivelate da Dio, possa avere una certa fede salvifica e quindi possa pervenire al regno di Dio (LG 16). Allo stesso modo si comprende l'affermazione di san Giacomo che anche i demoni conoscono la verità, ma non hanno fede salvifica («Tu credi che esista un solo Dio? E giusto. Ma anche i demoni ci credono, eppure tremano di paura»: Gc 2,19). Nella declinazione religiosa, quindi, la fede è l'atteggiamento con cui l'uomo ascolta la Parola di Dio che si rivela ed accoglie la sua azione di salvezza.
    La fede è un processo, acquista cioè modalità diverse secondo le stagioni della vita e accompagna la crescita personale. Inizialmente la fede ha come oggetto le persone e le cose necessarie alla vita, e poggia esclusivamente sulla testimonianza di coloro che con amore comunicano vita. Ma, crescendo, la persona allarga e approfondisce il proprio orizzonte. La fede comincia a svilupparsi secondo dinamiche libere e ne orienta l'esistenza in modo consapevole. Finché ciò non avviene, la vita adulta si svolgerà tra entusiasmi e paure, tra risposte e rifiuti, tra speranze e delusioni, perché senza ideali personalmente accolti la vita è frammentaria e resta in balia degli eventi o dell'ambiente. La forma adulta della fede si ha solo quando la persona prende pieno dominio della sua interiorità, quando cioè riesce a penetrare nel suo profondo, ad attraversare tutto il groviglio di pulsioni, di immagini e di tendenze interiori intrecciato dagli altri attraverso i rapporti. Prendere il dominio della propria interiorità significa non essere più in balia del passato, né condizionati da meccanismi introdotti dagli altri, ma essere capaci di atti autonomi. La fede allora diventa abbandono in valori assoluti scoperti come ragione delle tensioni di vita, diventa fiducia in ideali supremi capaci di motivare tutta la nostra esistenza. Ciò avviene quando si è scoperto che nessuna persona, nessun oggetto e nessuna situazione della storia possono rispondere in modo definitivo alla tensione che l'uomo porta dentro. È allora abitualmente che comincia in modo autonomo la ricerca di Dio e la fede, qualsiasi sbocco questa ricerca abbia, acquista dinamiche religiose.
    La fede in Dio implica tre convinzioni profonde. Prima: la tensione vitale che l'uomo avverte è fondata, la vita cioè ha un senso; seconda: il senso non è dato da alcuna realtà creata, da alcuna persona che ci ama, da alcuna situazione della storia; terza: lo stimolo di vita ci perviene sempre nella storia attraverso persone ed oggetti, che sono quindi eco di Parola eterna, riflesso di un Bene assoluto. Ma finché queste convinzioni non diventano ragione delle scelte vitali, non si ha ancora esercizio di fede in Dio. Per passare dalle convinzioni alla fede è necessario cogliere il significato dei valori creduti attraverso gesti concreti di fiducia. Molti, infatti, sono convinti che Dio esista, ma solo pochi giungono a compiere scelte nella propria vita perché si fidavo di Lui: pochi riescono ad amare per la fiducia in un Bene già a disposizione dell'uomo e pronto ad entrare nella storia umana a condizione di trovarvi ambiti di accoglienza e di apertura; pochi ricercano la Verità o si impegnano per la Giustizia o si fidano della Vita al punto da saper agire anche quando vengono meno tutte le altre ragioni per farlo, mossi dalla certezza di una azione che stimola ogni tensione umana ed è capace perciò di darvi risposta in ogni circostanza. Solo allora la credenza in Dio diventa fede teologale. Quando questa manca, nonostante le convinzioni dell'esistenza di Dio, si innalzano idoli lungo i sentieri della storia e si passa da un altare ad un altro a deporre i propri sacrifici vitali.
    Perché si abbia una autentica esperienza di fede, quindi, sono necessarie alcune condizioni. La prima condizione è che ogni situazione venga avvertita e vissuta con il riferimento esplicito ad un Presente diverso dalle cose che si presentano, e vengano ascoltati i richiami ad un bene, ad una luce, ad una forza che si offrono nella storia, ma che rimandano sempre oltre le sue risposte. La seconda condizione, perché si possa parlare di fede in Dio, è che la propria azione si sviluppi con un particolare atteggiamento di accoglienza che induca completa fiducia alle promesse della vita come solide e definitive, fondate cioè in un Presente che non sollecita altri rimandi. La terza condizione è che la situazione venga assunta completamente e non scavalcata in nome della trascendenza intravista o di un futuro atteso. L'esperienza di fede in Dio, quindi, si ha quando, nella sua tensione di vita, l'uomo coglie un Amore che si offre dentro una situazione storica e, con atteggiamento di fiducia, ne accoglie il dono, mai in sé pienamente esauriente, ma sufficiente per intravedere la sua fonte e per rinnovare la speranza in una risposta definitiva.
    In conclusione: la fede è l'atteggiamento con cui ogni uomo comincia ad esercitare fiducia verso coloro che gli comunicano vita. Quando gli altri appaiono inadeguati alla tensione vitale dell'uomo e contemporaneamente si scopre un fondamento adeguato alle esigenze della vita, la fede raggiunge un fondamento assoluto e supera le contingenze della storia umana: comincia ad orientarsi in senso religioso. Quando, infine, l'uomo raggiunge la consapevolezza della propria condizione di creatura e scopre l'azione permanente di Dio soggiacente ad ogni sua azione ed assume corrispondentemente atteggiamenti di accoglienza radicale, la fede diventa teologale. Le diverse religioni sono sorte appunto come strutture simboliche attorno ad esperienze di fede autentiche.

    LA SPERANZA

    La speranza indica il complesso delle attese che l'uomo coltiva come ragione delle sue scelte. Ogni uomo che agisce alimenta speranze, persegue ideali, intravede traguardi da raggiungere. Quando le speranze vengono meno, scompaiono anche le ragioni di vita. Molti che hanno tentato il suicidio indicano come motivo del loro gesto il fatto di essere rimasti senza speranze e quindi di non avere più motivi per vivere.
    La speranza è anche il vincolo che lega le persone fra loro e costituisce i gruppi sociali. Una società, perciò, può essere valutata dalle sue speranze. L'attuale nostra società propone come ragione di comunione alcuni miraggi opportunamente reclamizzati: investimenti redditizi, lavori ben remunerati, carriere veloci, successi mondani, conquiste amorose, piaceri facili. Questi ed altri analoghi traguardi vengono proposti come situazioni ideali di vita. La felicità dell'uomo viene annunciata e perseguita sulle vie del potere economico e politico, del piacere sessuale a buon mercato, delle soddisfazioni derivanti dal possesso sempre più esteso. Sono gli ideali riconducibili ai tre «P» delle idolatrie consumiste: possesso, piacere, potere che la società industrializzata propone per mantenersi in vita. Essa diffonde la convinzione che la felicità dell'uomo viene dalla utilizzazione di beni sempre più numerosi, dalla acquisizione di potere sempre maggiore, dalla soddisfazione degli istinti sempre assecondati. In tale modo vengono indotti i meccanismi tipici della società dei consumi. L'Enciclica Sollicitudo rei socialis, a proposito del supersviluppo «consistente nell'eccessiva disponibilità di ogni tipo di beni materiali in favore di alcune fasce sociali», scrive che esso «rende facilmente gli uomini schiavi del "possesso" e del godimento immediato, senza altro orizzonte che la moltiplicazione o la continua sostituzione delle cose, che già si posseggono, con altre ancora più perfette» (Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, 30 dicembre 1988, n. 28).
    Le esperienze che tali atteggiamenti provocano sono legate alla scoperta della radicale insufficienza delle cose. «Effettivamente oggi si comprende meglio che la accumulazione dei beni e dei servizi, anche a favore della maggioranza, non basta a realizzare la felicità umana. Né, di conseguenza, la disponibilità dei molteplici benefici reali, apportati negli ultimi tempi dalla scienza e dalla tecnica, comporta la liberazione da ogni forma di schiavitù... Tutti noi tocchiamo con mano i tristi effetti di questa cieca sottomissione al puro consumo: prima di tutto una forma di materialismo crasso, e al tempo stesso una radicale insoddisfazione, perché si comprende subito che... quanto più si possiede tanto più si desidera, mentre le aspirazioni più profonde restano insoddisfatte e forse anche soffocate» (Id., ib.). Fenomeni sociali estesi come quelli della droga e la frequenza dei suicidi sempre più frequenti sono collegabili chiaramente alla ricerca di un benessere assoluto e alla scoperta di una insufficienza radicale delle risposte storiche e quindi alla caduta continua delle speranze da esse alimentate. Gesù aveva espresso questa verità fondamentale con formule molto chiare: «Anche se uno è nella abbondanza, la sua vita non dipende dai beni che possiede» (Lc 12,15);
    «Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero se poi perde o rovina se stesso?» (Lc 9,25).
    La ragione di questa affannosa ricerca dell'uomo sta nel fatto che egli è realmente chiamato alla felicità, al benessere e al dominio delle cose. Questa chiamata ha riflessi necessari nelle speranze istintive per cui l'uomo è proteso a raggiungere la massima gioia nella vita. La ragione della insoddisfazione sta in un errore di bersaglio e in una confusione di orizzonti. Le cose, le situazioni, le persone sono simboli di beni più grandi e definitivi che suscitano speranze assolute. Queste, perciò, non si esauriscono e non trovano piena soddisfazione nelle cose. E pacificamente riconosciuto che l'attuale modalità di progresso dei paesi industrializzati, imposta dalle esigenze del consumismo, non corrisponde al reale benessere umano. Il moltiplicarsi delle denunce rivela una esigenza reale, cui tutti debbono cercare risposta. La società dei consumi sviluppa con molta facilità dinamiche idolatriche appunto perché presenta beni, situazioni, persone come ragioni adeguate e risposte sufficienti ai desideri vitali e agli istinti ad essi corrispondenti. Anche in altri secoli queste dinamiche idolatriche erano frequenti, ma non offrivano le medesime possibilità, né avevano verifiche così frequenti. Lo sviluppo attuale della scienza e della tecnica ha reso molto più facile, ma anche molto più precario, il soddisfacimento di tutti i desideri istintivi. Lo ha reso più facile con lo sviluppo tecnico, la vertiginosa facilità di produzione e con la conseguente offerta sempre più larga di beni. Ma nello stesso tempo lo ha reso molto più precario, perché con l'accelerazione veloce dei processi storici ha favorito la saturazione dei desideri e ne ha mostrato le insufficienze. Ora, finché non scopriamo il termine reale di ogni speranza vitale, non siamo in grado di capire la nostra condizione di esseri creati e di godere pienamente la vita.
    La fede religiosa interpreta questa esperienza come la conseguenza di una dato fondamentale: l'uomo ha tensioni e aspettative più grandi delle cose che lo circondano e vive proiettato sempre oltre se stesso, perché la sua chiamata sta in una Parola divina e la sua tensione vitale è suscitata da Dio. L'azione creatrice di Dio soggiace ad ogni evento e ad ogni situazione storica, anche se inquinati dal peccato o segnati dalla violenza. L'azione divina tuttavia non può emergere nella storia se non attraverso creature, e diventa efficace solo nella loro azione. In questa prospettiva si può capire anche il significato dell'impegno storico dell'uomo. Quando noi operiamo nella storia permettiamo a Dio di esprimere il Bene che egli è, di rendere influente il suo amore che soggiace ad ogni creatura. Per questa presenza dell'azione divina, chi ha raggiunto un sufficiente grado di maturità è capace di accogliere vita in tutte le circostanze. Nessuno può più impedirgli di sperare, cioè di attendere un dono di vita, di aprirsi al futuro e quindi di crescere come figlio di Dio. La sua speranza non può mai venire delusa perché ha scoperto Dio. La speranza teologale è appunto l'attesa della venuta di Dio, cioè del suo dono in ogni evento. Ogni situazione storica può essere vissuta in modo da accoglierne una offerta vitale. Chi non impara ad attendere il dono di Dio non sa neppure riconoscerlo né accoglierlo.
    Non sempre quando si crede di avere fede in Dio si esercita in realtà la speranza teologale: è possibile infatti illudersi o sbagliare bersaglio. Perché anche quando aspettiamo Dio dobbiamo sempre incontrare creature. Questa è la ragione delle frequenti illusioni umane e delle conseguenti facili delusioni. L'esercizio della speranza teologale non avviene fuori della creazione e contro le speranze umane, ma al loro interno, nel seno profondo della storia. Questo è il modo specifico di vivere la speranza in prospettiva cristiana. La speranza che ci è offerta attraverso la fede in Cristo non è un'aggiunta alla realtà umana, ma è la sua fondazione. Non è un semplice diritto ad acquisire doni eterni, ma è già la loro introduzione nella nostra storia. La fede in Cristo offre un modo concreto di esercitare la speranza in Dio, come ragione di vita per ogni uomo. Chi crede in Gesù come incarnazione della Parola eterna sa che per incontrare Dio non è necessario aspettare che la storia finisca, né augurarsi che le creature scompaiano: infatti è solo incontrando le creature e vivendo gli eventi della storia che possiamo aprirci al dono di Dio. C'è un modo, quindi, di attendere le creature che consente di incontrare Dio e di accoglierne il dono di salvezza. La salvezza è il raggiungimento da parte dell'uomo della sua identità di figlio di Dio, attraverso l'accoglienza progressiva dei suoi doni. La salvezza o è già nella storia, o non sarà mai, perché solo nella storia l'uomo può raggiungere la sua statura di figlio. La speranza perciò è una virtù che si svolge nella storia anche se il suo oggetto la trascende.

    IMPARARE LA SPERANZA

    Imparare la speranza non è facile perché tutti, venendo al mondo, per necessità cominciamo a ricercare cose e persone in modo imperfetto, e spesso ci trasciniamo le abitudini degli inizi anche nella maturità. Nella prima fase le attese precarie non sono evitabili, e per questo ogni fanciullo ha bisogno delle presenza di adulti che suppliscano alle sue carenze. Ma imparare a gestire le proprie attese è necessario per crescere e raggiungere la maturità, altrimenti non si è in grado di vivere in modo autentico. La soluzione, però, non sta tanto nella eliminazione dei desideri, come alcuni suggeriscono, né in una fuga verso mondi eterei, come altri immaginano, quanto nell'apprendimento della speranza all'interno della storia.
    Quando ci accorgiamo che le cose attese nella prima parte della vita non bastano alle nostre esigenze, cadiamo alternativamente e con frequenza in tre atteggiamenti contrapposti: o moltiplichiamo gli oggetti delle nostre attese, o rinunciamo a sperare, o infine proiettiamo le nostre speranze in un futuro lontano ed evadiamo dalla storia. La moltiplicazione degli oggetti e dei beni non risolve il problema, ma esaspera le esigenze amplificando con ritmo frenetico le delusioni. La rinuncia della speranza affloscia la tensione vitale e sfocia nel variegato e molteplice rifiuto di vivere. La proiezione delle attese in un futuro trascendente non assume solo le forme delle spiritualità disincarnate o delle sette millenariste, ma può avere anche numerose declinazioni quotidiane, spesso inconsapevoli. Con frequenza molti si immergono in mondi di fantasia e si creano spazi illusori di vita, dove le nostre attese sono sempre realizzate e gli eventi corrispondono con perfezione alle nostre esigenze. Imparare a sperare significa sviluppare le proprie attese nella storia e non fuggire dalle sue durezze. Occorre individuare perciò gli oggetti adeguati delle nostre attese.
    La prima e più importante attesa riguarda la nostra identità personale e il compimento del nostro sviluppo o del progetto di vita che ciascuno porta con sé.
    Noi nasciamo senza nome: quello che ci viene imposto non indica una realtà, ma è una promessa. Nasciamo con molteplici possibilità che si contendono lo spazio della nostra esistenza per diventare la nostra persona. Nasciamo multiformi, ma di fatto senza volto e senza nome: non siamo ancora noi stessi, non abbiamo un'identità. Ciascuno di noi, per quello che era quando è nato, poteva diventare tante altre realtà, oltre a ciò che di fatto è diventato. Nasciamo vuoti di noi, riempiti solo di pulsioni, che in modo ancora confuso vengono eccitate dalle cose e ci orientano a nuovi traguardi. Tutto il processo della nostra esistenza è un cammino verso la nostra identità, che a un certo momento si configura in modo stabile e che la morte sigilla definitivamente. La maturità implica la piena consapevolezza delle componenti della propria identità, l'assunzione completa del proprio passato e il costante controllo di tutte le dinamiche personali. Ogni nostra azione porta con sé l'esigenza di questo compimento che costituisce la trama profonda di ogni nostra speranza.
    Ma per acquisire questa modalità di speranza occorre scoprire un fondamento oltre l'uomo, avvertire che una forza positiva ci sovrasta, scoprire che ci attraversa un'energia creatrice la cui fonte è inesauribile, e sperimentare che noi apparteniamo ad un'avventura più grande della nostra piccola storia. La crescita personale e il raggiungimento dell'identità sono appunto possibili perché il Bene attrae l'uomo e suscita in lui modalità gratuite di amore, perché la Verità lo sollecita alla ricerca e gli offre espressioni inedite di conoscenza, perché la Giustizia lo stimola all'uguaglianza e gli induce rigorose esigenze di condivisione, perché la Bellezza lo affascina e gli consente forme nuove. La fede in Dio è appunto il modo per vivere ed esprimere questa esperienza, che rende possibile la speranza e la alimenta oltre tutte le sconfitte. L'incontro con Dio consente il superamento delle illusioni e lo sfaldamento delle strutture di angoscia, e suscita la gioia dell'attesa concreta. Allora infatti si è certi che una persona matura può vivere in modo positivo tutte le situazioni storiche, ed è quindi in grado di crescere anche in condizioni negative. In prospettiva cristiana questo è il messaggio della croce: tutte le condizioni, anche la morte ingiusta, possono essere vissute in modo salvifico.

    INTERIORITÀ

    Possiamo distinguere tre ambiti diversi nella crescita della persona e nel suo sviluppo integrale: l'ambito fisico, quello psichico e quello spirituale. L'ambito fisico riguarda il corpo e tutte le sue esigenze biologiche. Già a questo livello le offerte necessarie (il cibo, l'aria, il vestito, la casa, ecc.) devono essere accompagnate dalla vicinanza amorosa di persone che stimolano la creazione di spazi vitali nuovi. Il mondo psichico si sviluppa appunto da queste stimolazioni affettive. Esse creano nella persona lo spazio delle conoscenze e delle libere scelte di vita. L'apprendimento di un linguaggio e il necessario inserimento in una tradizione culturale offrono gli strumenti per lo sviluppo degli ambiti conoscitivi e operativi della persona. Le conoscenze e le scelte ampliano il mondo psichico, ma esigono nello stesso tempo lo sviluppo di un altro spazio interiore che è quello spirituale. Gli orizzonti della fede o degli ideali perseguiti dalla persona costituiscono il nuovo ambito vitale nel quale cresce il figlio di Dio o l'uomo interiore.
    La vita spirituale è appunto la crescita dell'uomo interiore (2 Cor 4,16; Ef 3,16) fino alla identità personale, completa e definitiva, di figlio di Dio. Questi processi si sviluppano nella persona, ma suppongono una tradizione culturale e sono sostenuti da strutture comunitarie. La nostra identità ci è offerta dagli altri e non esistono altri canali attraverso i quali possano pervenirci doni di vita che i nostri rapporti, luogo esclusivo dell'azione creatrice. Ma le offerte vitali possono essere accolte solo attraverso processi attivi di assimilazione, che richiedono ampi spazi interiori. Crescere perciò è imparare a interiorizzare i doni degli altri, è intrattenere rapporti intensi per accogliere tutte le offerte vitali che ci fanno diventare persone. La vita spirituale è costituita quindi dai processi di interiorizzazione dei doni che la persona riceve nel suo cammino di crescita all'interno di una tradizione culturale e religiosa. L'interiorità è per questo la caratteristica della vita spirituale. Non solo si sviluppa nel cuore dell'uomo come la vita psichica, ma in più è segnata dalla coscienza di una forza che fluisce dal di dentro e si dipana attraverso le molte dimensioni della persona.
    Mentre l'ambito corporale è caratterizzato dalle leggi della fisica e della biologia, e l'ambito psichico è qualificato dalla coscienza di essere principio attivo di conoscenza e di decisioni, l'ambito spirituale si struttura secondo le dinamiche della vita teologale, secondo l'esercizio, cioè, della fede in Dio, della speranza e della carità. Mentre, quindi, nella vita biologica la persona si sente determinata dalle cose e dagli altri, e nell'ambito psichico si percepisce come soggetto attivo, nello spazio spirituale essa avverte una presenza altra da sé, che fonda la sua realtà e rende possibile la sua consapevolezza e la sua azione. Egli percepisce di non essere lui a conoscere, amare, agire, ma che una forza vitale lo pervade e in lui si esprime. Gli stimoli di vita e i doni di identità ci pervengono attraverso le altre creature, ma per l'uomo spirituale esse non ne sono la fonte, bensì lo spazio attraverso cui la vita si offre. Per questo i gesti delle creature appaiono come simboli: esprimono un'azione e richiamano realtà diversa dalla loro. La spiritualità di una persona è il complesso degli atteggiamenti e delle abitudini che consentono di intravedere la struttura simbolica delle cose e di mettersi in sintonia con loro in maniera tale che sono in grado di evitare, da una parte, la fuga dalla realtà e, dall'altra, l'idolatria di cose o di persone.
    L' interiorità di una persona è la misura della capacità di accoglienza dei doni vitali offerti dagli altri ed è quindi lo spazio della vita spirituale.
    Le ritualità religiose e sacramentali sono, invece, l'allenamento quotidiano o settimanale a vivere secondo la dimensione spirituale dell'esistenza, e quindi realizzano l'ampliamento progressivo della interiorità. Quando si trascura l'allenamento, la vita spirituale diventa pigra e superficiale, l'interiorità si contrae, e l'esistenza umana intristisce.
    Ci sono due modalità diverse per descrivere e quindi per vivere l'esperienza spirituale. Alcuni sottolineano la consapevolezza del soggetto al punto da dimenticare la trascendenza che la fonda e la illumina. Altri conferiscono tale importanza alla trascendenza da trascurare la componente soggettiva. Quando si accentua solo un aspetto della vita spirituale, necessariamente sorgono squilibri. O la persona si ripiega su se stessa dimenticando di essere creatura, o trascura la sua concretezza e fugge il reale per immergersi nell'immaginario. Una spiritualità armonica deve coniugare insieme queste sue due dimensioni essenziali. E il luogo di questo incontro è il cuore dell'uomo, la sua interiorità.

    TRASPARENZA

    Nella vita spirituale ha una notevole importanza il grado di trasparenza interiore che la persona raggiunge. In base ad essa si vivono i rapporti, si sviluppano le potenzialità, si utilizzano le cose, si incontra Dio. La trasparenza ha due dimensioni distinte, ma complementari: lo splendore interiore e l'apertura agli sguardi altrui. Essi procedono parallelamente nel loro sviluppo anche se a volte con ritmi diversi.
    La prima dimensione della trasparenza è data da un chiarore che progressivamente si diffonde all'interno della persona, per cui ne vengono illuminati anche i suoi angoli oscuri. Una fonte luminosa si sprigiona dentro di noi e un occhio nuovo si apre rivolto verso l'interno. A questo Gesù si riferisce quando, con una sentenza, che può sembrare un po' misteriosa, dice: «La lucerna del corpo è l'occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!» (Mt 6,22-23). Nel Vangelo di Luca è aggiunto il monito: «Bada dunque che la luce che è in te non sia tenebra» (Lc 11,35). La metafora usata da Gesù gioca sul rapporto tra occhio e luce che per mezzo suo entra nell'interiorità della persona e la fa risplendere. Gesù dunque parla di una luce che sopravviene, si insedia nel mondo interiore e lo rende brillante e trasparente. Avviene quello che l'Apocalisse dice della città di Dio: «Non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l'agnello» (Ap 21,23). «E non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli» (Ap 22,5). L'occhio diventa così il simbolo del mondo interiore o del cuore, come si esprimeva Gesù. Non servirebbe avere gli occhi se il cuore fosse cieco, perché allora non entrerebbe nessuna luce e nessun splendore si diffonderebbe nella vita. Allo stesso modo gli occhi diventano il segno della chiarezza interiore. Chi ha fissato gli occhi di chi è abituato alla contemplazione vi ha certamente intravisto lampi di un chiarore che si espande sul viso e rende tutta la persona luminosa. La trasparenza è appunto la vita che diventa luce e dal di dentro riflette il suo chiarore attorno a sé negli altri e nelle cose. Per questo, secondo la simbologia di Giovanni, i discepoli di Gesù devono «diventare figli della luce» (Gv 12,36) e Gesù stesso dice di essere venuto «perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre» (Gv 12,46).
    Al di là della metafora, la trasparenza è la semplicità o la mancanza di complicazione, che consente alla vita di espandersi in modo armonico. Noi nasciamo interiormente complessi perché siamo il risultato di molteplici fattori biologici e psichici di diversa provenienza, messi forzatamente insieme. La crescita personale si realizza attraverso l'unificazione di tali componenti in modo da pervenire alla identità. Il cammino spirituale è appunto il processo di unificazione del mondo interiore, le cui diverse componenti vengono progressivamente armonizzate o integrate in modo che non impediscano alla vita di espandersi in armonia.
    La metafora dell'occhio e della luce utilizzata da Gesù non vale solo per l'interiorità personale, ma indica anche l'incidenza che la persona esercita nei confronti degli altri. Chi è luminoso è visibile da tutte le parti e diventa trasparente agli sguardi altrui. Chi è diventato semplice non ha nulla da nascondere. Tutti i suoi rapporti con le persone e l'uso delle cose sono segnati dalla sua luminosità. Per questo Gesù parlava di una luce elevata sul colle, che viene osservata da tutti, e invitava i suoi a irradiare luce nel mondo (Mt 5,14-16). Non si tratta semplicemente di dare buon esempio o di suggerire comportamenti, ma di comunicare luce interiore e di indurre vita. La testimonianza è molto più che il buon esempio; essa non sollecita l'imitazione ma piuttosto stimola crescita attraverso offerte vitali. Non si può essere perciò di vero aiuto agli altri se non si è divenuti luminosi e trasparenti. Ampliando la stessa metafora Gesù diceva: «Come potrai dire a tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell'occhio tuo c'è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello» (Mt 7,4-5). La stessa missione di Gesù che, secondo Paolo, è annunziare «la luce al popolo e ai pagani» (At 26,23) e quella degli apostoli che è «aprire gli occhi agli ebrei e ai pagani» (At 26,18; cf Is 42,7.16), è riflesso di una luce interiore. Non per nulla, quando gli apostoli hanno ricevuto conferma definitiva della missione di Gesù, hanno visto il suo volto brillare come il sole e le sue vesti candide come la luce (cf Mt 17,2). E il simbolo con cui Paolo ha vissuto la conversione e la chiamata alla missione è stata la guarigione della cecità, indotta da un fulgore che lo aveva avvolto.

    TESTIMONIANZA

    Spesso si impoverisce il senso della testimonianza della Chiesa, quando la si considera come semplice attestazione di fatti storici o annuncio di verità rivelate. Gli equivoci sorgono dalla analogia con i testimoni dei tribunali. Essi debbono accertare la verità dei fatti cui hanno assistito, o delle parole che hanno ascoltato. In realtà, essere testimoni del Vangelo non significa attestare verbalmente un evento o enunciare verità note per rivelazione, ma significa mostrare nella propria esistenza la verità della storia salvifica, cioè l'efficacia dell'azione di Dio a favore degli uomini quale è apparsa attraverso Gesù di Nazaret.

    Testimoni di Dio

    Essere testimoni nella Chiesa significa, prima di tutto, accertare la verità di Dio. Non nel senso di annunciare conoscenze rivelate, ma nel senso di attestare la sua realtà. Essere testimoni di Dio significa mostrare nella propria esistenza che realmente il Bene esiste ed è più ricco dei nostri gesti, che la Verità è più luminosa delle nostre parole, che la Giustizia è più rigorosa dei nostri progetti, che la Bellezza è più splendida delle forme umane e che la Vita è più profonda della nostra piccola esistenza. Per questo noi possiamo crescere e raggiungere forme inedite di umanità. Gli ambiti di questa testimonianza sono i messaggi vitali che trasmettiamo con la nostra presenza. Messaggi che dipendono non tanto dai gesti o dalle parole quanto dagli atteggiamenti che assumiamo nell'azione e nei rapporti. Se infatti noi operando non riteniamo assoluti i nostri progetti, se parlando non consideriamo totalmente vere le nostre idee, se nei rapporti non valutiamo gli altri come necessari per noi, i messaggi che sgorgano dalla nostra presenza riguardano una realtà ulteriore e rivelano Dio. Gli adulti, ad esempio, che amano i piccoli in modo gratuito ed oblativo, fanno percepire la realtà del Bene più grande di loro e questa intuizione resterà nel fanciullo per tutta la vita, come il germe da cui si sviluppa la fede lungo il cammino sino all'esperienza di Dio.

    Testimoni di Cristo

    Essere testimoni di Dio è possibile sempre e solo attraverso una tradizione storica, perché l'azione di Dio a favore dell'uomo non si esercita che attraverso i profeti e i santi. Come cristiani abbiamo Gesù quale «iniziatore e consumatore della nostra fede» (Eb 12,2), «principio di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5,9), che vivono cioè la fede in Dio alla sua sequela.
    Per noi, quindi, essere testimoni di Dio significa assumere gli atteggiamenti di fede vissuti da Gesù, accogliere la sua testimonianza e svilupparla nei secoli secondo le esigenze nuove delle inedite situazioni personali e sociali. Essere testimoni del Vangelo di Cristo significa, perciò, mostrare nella propria carne che i valori da Lui vissuti e le proposte fatte conducono a vita piena.

    Testimoni dello Spirito

    La testimonianza di Dio assume la forma compiuta quando riguarda le modalità nuove di esistenza umana. Per questo Gesù ha promesso lo Spirito come Colui che avrebbe condotto alla piena conoscenza di tutte le cose (Gv 14,26; 16,12), o come l'altro Consolatore, principio di verità (Gv 14,16s). Non sono le idee a costituire la conoscenza che viene dallo Spirito, ma è la sintonia con le dinamiche vitali, è la verità della vita.
    Soggetto di questa testimonianza sono soprattutto le comunità nelle quali sbocciano forme nuove di fraternità, di giustizia e di pace e si inventano dimensioni inedite di umanità. Esse mostrano che la promessa fatta da Dio in Gesù non è illusoria, perché è realmente possibile pervenire alla vita piena. La salvezza che esse mostrano concretamente non è l'eliminazione del male o l'assenza di difetti nelle persone, ma la capacità degli uni di portare i limiti altrui e la forza per continuare il cammino integrandosi reciprocamente. Questo spiega perché la prima espressione dell'azione dello Spirito è stata la formazione delle comunità ecclesiali, e la prima testimonianza che esse hanno dato è stata una forma nuova di comunione.


    INTERMEZZO
    MEDITAZIONE

    Meditazione è un termine oggi di moda perché designa molte pratiche, di vago sapore religioso o di natura psicologica, sempre più diffuse. Molti vi ricorrono infatti come a soluzione dei problemi psicologici ed esistenziali che il ritmo frenetico della vita moderna causa in molte persone. Ma quando una parola viene utilizzata con frequenza, facilmente acquista significati molto diversi, secondo l'esperienza e la pratica di ciascuno. Per questo motivo è utile chiarire il senso che il termine ha nella tradizione cristiana, non solo monastica o religiosa ma anche laica.
    Nella Chiesa oggi si nota una ripresa della preghiera e delle pratiche di meditazione. A questo processo non sono estranei gli stimoli che vengono dalla spiritualità di religioni orientali, come l'induismo e il buddismo, che hanno conservato e sviluppato ampiamente alcune tecniche di meditazione. Per tale motivo le comunità cristiane dell'estremo oriente sono molto attente a queste problematiche. Si capisce, quindi, perché la conferenza asiatica sulla evangelizzazione, tenutasi nell'agosto 1988 e patrocinata dai Vescovi del Continente, abbia consigliato, quale mezzo privilegiato di evangelizzazione in Asia, la creazione di «centri di preghiera e di contemplazione dove le forme e le esperienze asiatiche di preghiera possano fiorire». In India i centri cattolici che hanno assunto uno stile di meditazione secondo le millenarie tradizioni indù sono più di quaranta. Alcuni di essi sono ecumenici, con monaci cattolici e protestanti, come quelli di Kurisumala nel Kerala (1956) e di Christa Prema Seva nell'India settentrionale. Anche in Giappone sono sorti centri di preghiera secondo lo stile della tradizione buddista, come quelli fondati dal gesuita P. Lasalle e, in tempo più recente, dal missionario saveriano P. Sottocornola. Queste iniziative hanno avuto una risonanza anche in Occidente, dove antichi Ordini religiosi stanno ritrovando ispirazioni originarie, trascurate in altri periodi storici, e dove sono tornate in auge alcune pratiche tradizionali dell'oriente cristiano, come la preghiera del cuore, propria dell'esicàsmo, che erano state per lungo tempo trascurate.[1] La Chiesa cattolica sta imparando di nuovo a «respirare pienamente con due polmoni, quello occidentale e quello orientale» secondo l'espressiva metafora di Giovanni Paolo II.[2]
    Per capire le ragioni di interesse per la meditazione e i motivi della sua diffusione, è utile considerare brevemente le sue funzioni. Semplificando al massimo le cose, potremmo dire che la meditazione serve all'uomo per realizzare l'unità interiore, per aprire varchi alla verità e per sintonizzare le sue scelte storiche con le dinamiche profonde della vita. In questo modo essa consente una particolare esperienza di Dio.

    Trovare il centro

    Quando la vita giunge a livelli umani, esige consapevolezza e sollecita coinvolgimento personale. Nelle forme inferiori di vita non sono richieste né coscienza dei processi vitali, né decisioni di sintonia, perché le dinamiche procedono in modo automatico ed istintivo. Lo sviluppo della persona umana, al contrario, è strettamente corrispondente alla acquisizione di consapevolezza e di libertà. Queste due dimensioni dell'interiorità sono le linee essenziali lungo le quali si sviluppa la crescita della persona e si struttura la sua identità. L'uomo infatti non nasce con identità già definita, ma come complesso di bisogni, di pulsioni e di energie vitali continuamente alimentate dall'amore di coloro che gli offrono vita. L'inizio e la prima parte dell'esistenza perciò si svolgono nella dipendenza totale dagli altri e dalle cose, mentre la maturità consente la piena autonomia, la capacità cioè di gestire la realtà interiore, così da vivere tutte le situazioni in modo positivo, senza essere bloccati nella crescita da nessuna circostanza. L'uomo resta sempre creatura e non diventa mai autosufficiente, ma nella maturità è in grado di acquisire l'identità personale con l'accoglienza di offerte vitali attraverso il controllo di tutte le componenti della sua realtà. Quando ciò non avviene, l'uomo corre il rischio di vivere illusoriamente, di lasciarsi trascinare dagli eventi senza controllare le reali spinte della sua vita, e incapace quindi di crescere dal di dentro. Ciò invece è possibile quando la persona entrando in se stessa raggiunge il proprio centro, è sempre presente a se stessa, vive ogni situazione secondo gli ideali che professa e i valori che percepisce, in modo da non consentire a spinte incontrollate di prendere il sopravvento o di determinare le sue reazioni. La meditazione è appunto l'allenamento per compiere gli atti di consapevolezza e di coinvolgimento che la vita richiede nelle diverse fasi dell'esistenza personale, per raggiungere così la sua identità definitiva. Quando la persona perviene a questo punto, tutte le sue dinamiche vitali sono coordinate e la sua vita si svolge in pace ed armonia. Nonostante tutte le difficoltà e i contrattempi che gli eventi possono provocare, la persona resta nella pace e nella serenità. Vive con senso di stabilità perché si possiede interamente. Qualsiasi cosa succeda può dire: io sono perché Dio è. In termini evangelici questo traguardo può essere chiamato la vita eterna nella sua espressione storica, cui corrisponde «il nome scritto nei cieli» (Lc 10,22) .

    Meditazione e sintonia vitale

    Percorrere il cammino dell'identità non conduce ad essere il centro di se stessi, ma ad essere centrati e ad essere sempre coscienti della propria esistenza. La consapevolezza è la presa di coscienza della nostra realtà personale, dei meccanismi che l'attraversano e delle reazioni che i fatti vi suscitano. E la trasparenza interiore perché la verità possa penetrare e la vita possa diffondersi in noi. Spesso abbiano la presunzione di essere noi il principio del nostro agire e del nostro volere, di essere noi a cercare la verità, a volere il bene, a creare il bello. In realtà la Verità è prima di noi e delle nostre invenzioni, il Bene è prima del nostro amore, la Bellezza è prima delle nostre creazioni e la Vita ci avvolge da tutte le parti prima che noi decidiamo di vivere. Le condizioni perché la Vita, il Bene, la Verità, la Bellezza possano emergere attraverso le trame della persona umana sono l'accoglienza e la trasparenza interiore. Meditare è allenarsi a prendere il controllo delle dinamiche personali perché la Verità possa trasparire, il Bene diffondersi, la Bellezza esprimersi e la Vita espandersi in noi. Meditare è liberare il nostro mondo interiore dalle opacità che oscurano il suo orizzonte e dalle resistenze che rendono impossibile il fluire armonico delle energie vitali o l'espansione della forza creatrice.
    Il controllo delle dinamiche vitali non riguarda solo l'ambito spirituale, ma anche la sensibilità e la corporeità, e le spinte che le attraversano. La consapevolezza, infatti, riguarda il contenuto delle idee, le esigenze degli istinti e le sollecitazioni dei sentimenti, ma anche le ragioni della loro genesi e le modalità del loro sviluppo. E possibile infatti che idee, sentimenti e pulsioni nascano, si stabiliscano nella interiorità e si strutturino quale sistema abituale di vita attraverso meccanismi non coscienti. E necessario perciò conoscere profondamente la propria realtà personale in tutte le sue dimensioni, per accogliere ogni flusso di vita senza deviarlo o inquinarlo. La meditazione è appunto l'allenamento per giungere al controllo delle idee e del loro sorgere, della sensibilità e delle sue pulsioni, della corporeità e delle sue varie reazioni.

    Meditazione tematica

    Le prime forme più semplici e più frequenti di meditazione sono quelle tematiche. Esse tendono a consolidare le idee e a rafforzare le convinzioni in modo che l'azione sia con loro armonica. Poiché le verità vitali emergono sempre attraverso esperienze ed eventi storici e non si acquisiscono per la semplice accettazione di dottrine, la meditazione tende a sintonizzare la persona con gli eventi fontali per coglierne il messaggio vitale. Questo può avvenire con visualizzazioni sensibili, suscitando armonie affettive, con la ripetizione dei racconti che trasmettono la memoria degli eventi o infine con la riflessione su dottrine che, nel passato, sono fiorite sul loro ricordo. Ci sono aspetti della vita che possono essere colti solo dopo aver vissuto esperienze corrispondenti e aver riflettuto a lungo sulle loro conseguenze. La meditazione è appunto l'esercizio molteplice per lasciarsi permeare dalla verità attraverso l'analisi dei fatti vitali e attraverso la riflessione sulle dottrine che li spiegano. Questa forma di meditazione segue il nesso delle idee e cerca di individuare le loro implicazioni operative.

    Meditazione verso il silenzio

    Non tutti i significati degli eventi possono essere tradotti in dottrine ed espressi in parole. Vi sono anzi molti aspetti della vita che superano le possibilità razionali dell'uomo e le sue capacità espressive. La riflessione intellettuale, infatti, comincia solo molto dopo la nascita e suppone ampi spazi di esperienza precedente che restano essenziali per lo sviluppo successivo della persona. Anche il rapporto con questi ambiti personali può e deve essere gestito con piena consapevolezza. Vi sono inoltre spazi immensi della realtà creata che non sono neppure supposti dall'uomo, ma con i quali egli è in relazione in un modo o in un altro e per i quali deve quindi mantenere aperti i canali di ascolto e di accoglienza. La comunione e la gestione di questi rapporti tuttavia non si realizzano secondo le regole della ragione e non possono essere espressi a parole, ma nell'esercizio silenzioso di altre facoltà interiori. Il silenzio al quale si perviene non è il silenzio di chi non sa parlare, ma di chi, condotto dai simboli, è passato oltre tutte le parole ed è giunto al reale, in un incontro che trascende tutti i modelli umani di espressione e sollecita ad andare sempre oltre.
    L'apofatismo non significa, perciò, che le parole non abbiano valore e non debbano essere utilizzate per dire la vita, ma che la loro funzione è come quella di una freccia proiettata in avanti. Il significato che esse esprimono conduce l'uomo al loro superamento, e quanto più le intuizioni sono impegnative e dense, tanto più ricco deve essere il silenzio che le accompagna. Il silenzio non è quindi sempre mancanza di sapere, ma anche impossibilità di dirlo. Il silenzio infatti si impone anche quando l'esperienza è tale che non può essere narrata. In questo caso c'è conoscenza indicibile anche se certa. I simboli sono ancora necessari a chi ha bisogno di segni per comunicare e di idee per capire. Ma il loro uso deve rendere sempre più consapevoli della trascendenza del reale rispetto alle formule umane e deve quindi guidare al loro superamento verso il silenzio della contemplazione. In questa prospettiva si comprendono le espressioni paradossali dei mistici e le esperienze liminari del vuoto al quale la meditazione conduce. A ben riflettere ogni esistenza umana è indirizzata al silenzio, come ogni parola acquista significato quando è terminata. Si potrebbe dire che nel silenzio il linguaggio umano esprime tutte le sue potenzialità ed esaurisce tutti gli spazi che gli sono consentiti. Quando è consapevole della sua insufficienza e del suo limite, ogni parola umana conduce alla contemplazione silenziosa del vero. Per questo la modalità più ricca della meditazione si svolge nel silenzio totale. Essa conduce alla consapevolezza di non sapere che cosa sia la vita e verso dove ci guidi. Anche questo sapere di non sapere è autentica conoscenza vitale, ma di carattere apofatico, perché esprime il silenzio che conviene a chi non sa dire che cosa sia il reale. Si è in grado di capire allora il senso dell'invito di un mistico buddista:
    «Parole e intelletto...
    più li utilizziamo, più ci perdiamo;
    allontaniamoci dunque da parole e intelletto,
    e non ci sarà luogo
    in cui non potremo liberamente passare».[3]

    Meditazione e rapporto con Dio

    Queste riflessioni valgono in modo particolare per coloro che credono in Dio e si affidano alla sua azione nella storia. La meditazione per loro diventa l'esercizio per l'ascolto di parole creatrici in tutte le loro risonanze e per accogliere le offerte di un amore eterno. Chi ha fede in Dio esercita la meditazione come approfondimento della sua rivelazione per coglierne tutte le valenze spirituali e divenire capace di eseguirne le molte indicazioni operative.
    La scoperta del centro personale diventa per l'uomo che crede in Dio l'esperienza di essere creatura, poggiato sulla solida roccia di un Bene incommensurabile, avvolto dallo splendore di un Verità insondabile e alimentato da una forza creatrice inesauribile: l'esperienza cioè di poggiare l'esistenza su un centro solido e sicuro. L'identità personale, di conseguenza, si configura come la percezione di essere alimentati da un amore fontale che genera figli per sempre. La consapevolezza di sé diventa certezza di una presenza che sovrasta ogni realtà e fonda ogni azione. Il silenzio, infine, diventa l'ascolto attento di echi storici di una Parola eterna e indicibile che contiene molte perfezioni non ancora accolte. Il silenzio si fa il clima abituale della vita.
    In particolare valgono per la conoscenza di Dio i limiti e le insufficienze del linguaggio umano. Noi non sappiamo che cosa sia Dio. San Tommaso diceva: «Il grado supremo della conoscenza umana di Dio è di sapere di non sapere che cosa è Dio, in quanto appunto ci si rende conto che "ciò che è Dio" supera tutto ciò che comprendiamo di lui».[4]
    Il silenzio della meditazione diventa allora l'espressione adorante della meraviglia di vivere e della gioia di essere amati.


    NOTE

    1 La pubblicazione dei Racconti di un pellegrino russo (in italiano a cura di C. Carretto, Cittadella, Assisi 19703) e della Filocalia (Gribaudi, Torino; brani in Piccola Filocalia, Paoline, Cinisello Balsamo 1992) che è una raccolta di scritti dei padri che hanno praticato e diffuso la preghiera del cuore, l'ha resa familiare anche in Occidente. (Cf anche Caritone di Valamo, L'arte della preghiera, Gribaudi, Torino 19802).
    2 Giovanni Paolo II, Al sacro Collegio, 26 giugno 1980 n. 14.
    3 Versi tratti da Sulla fede nel cuore, poema mistico composto dal terzo patriarca dello Zen, cit. in F.C. Happold, Misticismo. Studio e antologia, Mondadori, Milano 1987, p. 67.
    4 S. Tommaso, De Potentia, q.7, a.5, ad 14.


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