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    La vocazione (Seconda parte di: Trenta storie)


    Riccardo Tonelli, TRENTA STORIE da meditare e raccontare per un progetto di pastorale, Elledici 1999

     

    Ogni buon progetto nasce e si sviluppa in clima di convergenza di intenti ed energie.
    La sua costruzione e la sua realizzazione sono sempre un'azione di collaborazione. Assieme cresce la consapevolezza di avere problemi gravi e inquietanti da affrontare, assieme ci si chiede come intervenire, in solidarietà profonda vengono selezionate e organizzate le risorse che permettono di operare trasformazioni.
    In un progetto pastorale c'è una ragione più profonda di solidarietà: ci sentiamo chiamati dal Signore Gesù, come «amici suoi», per condividere la sua passione per la vita e la speranza di tutti e per realizzare, con coraggio e competenza, la sua causa.
    Alla radice della disponibilità a collaborare sta quindi una vocazione apostolica.
    La consapevolezza e la qualità va continuamente verificata, per non ridurre ad una semplice prestazione d'opera la consapevolezza di essere «soltanto servi» di progetti più alti, che attingono al mistero di Dio e dell'uomo.
    Per convalidare tutto questo, propongo il confronto con alcune delle storie che stanno alla radice della vocazione dei primi discepoli di Gesù.

    La gioia di seguire Gesù
    Gesù chiama amici suoi coloro cui affida il servizio alla causa del regno di Dio. La disponibilità a collaborare, in un progetto di pastorale, è risposta personale ad una vocazione esigente.

    A proposito di progetti raffinati
    Fare progetti è un'impresa impegnativa: richiede competenza, coraggio e fantasia. Tutto questo, però, non basta. Gesù aggiunge: è indispensabile almeno un po' di fede quanto un piccolo granello di senapa.

    La fedeltà alla causa
    Di solito partiamo tutti con un entusiasmo ammirevole. Poi, il peso dei giorni e dei problemi frena e ridimensiona. Maria ci propone la sua fedeltà... per scoprire una esigenza impegnativa: la realizzazione del progetto sta prima delle logiche della carne e del sangue.


    LA GIOIA DI SEGUIRE GESÙ

    Gesù era una di quelle persone rare che quando hanno un progetto in testa, ci pensano giorno e notte e s'impegnano fino all'ultimo respiro per realizzarlo.
    Le sue parole non lasciavano dubbi.
    Molte volte, chi lo ascoltava aveva sentito pronunciare frasi di questo tenore: «Io sono venuto perché tutti abbiano la vita e ne abbiano in abbondanza. Purtroppo c'è ancora tanto da fare per realizzare quest'obiettivo. Non riesco davvero a stare in pace».
    Un giorno ha tirato fuori un paragone, che valeva più di lunghi discorsi: «Io sono come quel tipo che va in giro alla ricerca di perle preziose. Corre di qua e di là, senza pace, perché la sua passione lo scuote dentro. Se viene a sapere che, da qualche parte, ce n'è una rarissima, si precipita per arrivarci per primo; vende tutto quello che possiede per avere un capitale a disposizione; poi compra felice la perla che cercava, senza badare a spese».
    I fatti poi bruciavano le ultime incertezze, come un sole caldo scioglie le ultime chiazze di neve. Ogni giornata era una corsa continua e la notte non bastava mai per completare le imprese. Spesso, lui e i suoi amici, erano costretti a mangiare un boccone per strada. Era continuamente assalito da persone che soffrivano nel corpo e nello spirito. Per tutti aveva una parola buona. Molti ritornavano a casa guariti. E poi... i discorsi che non finivano mai, le polemiche infuocate, le lunghe veglie di preghiera.
    Un po' alla volta, i discepoli avevano capito molto bene il tenore di questa passione e la ragione di una esistenza bruciata in un impegno senza pause: la causa della vita e della speranza della gente nel nome di Dio. Il Padre gliela aveva affidata; lui era venuto proprio per questo. Niente e nessuno riuscivano a fermarlo.
    Le cose da fare erano tantissime. I suoi giorni, invece, erano ormai contati. Sapeva di essere come una lampada che attenua la fiamma perché l'olio incomincia a scarseggiare.
    Una mattina sveglia presto i suoi discepoli. Se li raccoglie d'attorno. Veniva da una notte di preghiera. Lo sapevano bene tutti: non l'avevano più visto, appena terminata la cena. Chiede il silenzio e l'attenzione.
    Sono curiosi e impazienti. Chiedono a Pietro e a Giovanni, che di solito conoscevano le cose con un po' d'anticipo: «Cosa capita?». «Non lo sappiamo... stiamo a vedere»: la risposta è pronta e sincera.
    Gesù prende la parola. Va subito al centro della questione.
    «Il Padre mi ha affidato una causa, grande e impegnativa: vuole che tutti gli uomini abbiano vita e speranza nel suo nome.
    In questi anni; assieme abbiamo fatto tante cose. Ce ne sono ancora tantissime per aria. Dobbiamo continuare. Ecco... questo è il punto. Voi siete miei amici. Vi ho scelti personalmente, uno ad uno, e ho condiviso con voi tutto quello che mi sta a cuore. Siete miei amici... davvero.
    Bene... ci state a caricare sulle vostre spalle la mia causa? Non si può tentennare. Non si può davvero cercare il trucco di servire a due padroni. Di fronte ad una causa tanto impegnativa, bisogna scegliere: o tutto o niente. Scegliete.
    Vi assicuro: ne vale la spesa.
    Ma... parliamoci chiaro. Non posso assicurarvi nulla di buono. Avrete tribolazioni. Vi farete un sacco di nemici. Il lavoro e la fatica vi toglieranno il sonno e la fame. La croce diventerà la compagna quotidiana della vostra esistenza.
    L'abbiamo sperimentato assieme in questi anni. Quando c'è di mezzo la vita degli altri nel nome di Dio, non siamo più padroni di nulla: né del tempo, né dei rapporti personali, né delle cose. La meta è affascinante: la vita, piena e abbondante. Pensate ad una mamma che sta per dare alla luce un figlio. Soffre terribilmente.— ma pensa alla vita che sta per nascere... ed è felice. Lo sguardo alla vita fa dimenticare tutto. Delle sofferenze si perde persino il ricordo, appena la nuova vita lancia il primo grido.
    Siete miei amici. Mi fido tanto di voi da affidarvi la mia passione più grande. Ci state? Questo mi aspetto dai miei amici».
    Sono rimasti di sasso. Speravano... qualcosa di meglio. Erano disposti a rischiare... alla condizione che fosse chiaro il guadagno e che si potesse incominciare a toccare con mano qualcosa di concreto.
    Le uniche cose tangibili che Gesù promette fanno accapponare la pelle: dolore, fatica, persecuzioni. Sul resto, chiede fiducia: la felicità che scatenerà la nuova vita... quando verrà.
    Qualcuno tenta la via del compromesso. Gioca a fare il furbo.
    «Gesù, io ci sto... prima però lasciami qualche giorno per pensarci. Mi chiedi un gesto così radicale... lasciami il tempo di fare qualche verifica».
    «Gesù, vengo. Mi hai convinto. Sai, però, mio padre sta male... Faccio un salto al paese. Lo saluto. Prendo qualche cosa e torno. Due o tre giorni al massimo... te l'assicuro».
    «Gesù, hai ragione. La tua proposta è bella e seducente. Sarei sciocco a tirarmi indietro. Dimmi la verità: è tutto così nero il futuro come ci hai fatto intendere? Qualche cosina... la possiamo sperare anche per l'oggi?».
    Il volto di Gesù si rattrista: «Possibile? Siete stati con me per tanti mesi... e non vi siete ancora liberati dei vecchi schemi. Non ci siamo davvero. Con questa mentalità non possiamo metterci a servire la causa della vita: non possiamo assolutamente».
    Ribatte puntualmente le richieste. «Vuoi sapere cosa ti aspetta? Presto detto: le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo il nido... io non ho dove posare il capo. Tutto il mondo è mio... perché tutti hanno una grande fame di vita e di speranza e Dio ama tutti e regala a tutti il sole e la pioggia. Ma non possiedo niente. Quando andate in giro, non portatevi niente di scorta. Chi serve la vita, vive del rischio del suo servizio».
    Poi, con lo stesso tono, se la prende con quelli che vogliono rimandare la decisione: «Non possiamo aspettare.
    Non possiamo chiedere a chi si dibatte nell'onda della morte... di avere ancora qualche giorno di pazienza, mentre noi andiamo a salutare gli amici o a seppellire i cari defunti. La causa è prima di tutto: persino prima della carne e del sangue». Lo dice con forza. Qualcuno pensa a Maria, la sua mamma, mescolata tra la folla nell'attesa di Gesù, disposta ad aspettare... il suo momento, lei che aveva il cuore pieno del desiderio di buttargli le braccia a collo, dopo quei lunghi mesi di silenzio.
    «Signore, mi hai convinto. Io vengo. Non ti conosco. Ma uno che parla come te, lo si segue dappertutto. Finalmente ho incontrato quel pezzo della mia vita che stavo cercando e non ero capace di chiamare per nome». Si voltano tutti verso lo sconosciuto che si era infilato nel gruppo senza essere invitato. «Chi sei?». Risponde, senza ombra di vergogna: «Mi chiamo Levi ed esercito un mestiere non troppo bello: esattore delle tasse. Ti ho sentito parlare mentre stavo aprendo bottega. Ti ho ascoltato: la curiosità si è trasformata subito in ammirazione. Io vengo subito...». Si ferma un attimo. Riprende la parola: «Subito subito no. Mi chiedi una cosa terribile: abbandonare tutto, soldi amici mestiere, per venire con te a servire la causa della vita. Non mi prometti nulla di buono. Eppure vengo. Se ti fidi di me e hai il coraggio di chiamarmi amico, ci sto.
    Oggi mi è capitata l'avventura più grande della mia vita. Sono felice, come un ragazzo al primo innamoramento. Voglio gridarlo a tutti i miei amici. Guarda... faccio così: un gran pranzo di festa. Invito tutti i miei compagni d'avventura e di noia... per dire a tutti la gioia di abbandonare la mia fortuna per stare con te. Posso?».
    I discepoli guardano Gesù. Si aspettano un no deciso. Aveva proibito la visita ai parenti e il ritorno a casa per un funerale. Vediamo come se la caverà adesso?
    La risposta di Gesù non si fa attendere: «D'accordo. Vieni con me... dopo il pranzo d'addio. Non voglio persone che mi seguano con il muso lungo. Voglio gente felice. La pausa del pranzo di festa va benissimo. Subito dopo, partiamo assieme».
    «Grazie, Gesù. Vengo. È inteso: al pranzo d'addio siete invitati tutti. I miei amici lo devono scoprire chi è quel Gesù che ha preso tutta la mia vita».
    I discepoli rimangono sorpresi. Che Gesù fosse un po' strano..., l'avevano già sperimentato altre volte. Ci prendeva un gusto matto a buttare all'aria il loro modo di ragionare, da persone per bene, devote ed osservanti della legge fino allo scrupolo. Questa volta, però, ha esagerato: prima dice di no a chi chiedeva un piccolo rimando per salutare i parenti e per piangere il padre defunto, e poi concede tutto a chi propone un pranzo d'addio.
    Gesù glielo legge negli occhi. Riprende la parola: «Lo capisco... non vi sembra logico quello che è capitato. E non avete tutti i torti.
    Una cosa però mi sta a cuore e ve la voglio dire, chiara e tonda, perché rappresenta lo stile con cui v'invito a servire con me la causa della vita».
    Ritorna il silenzio.
    «Provate a pensare a quello che i servi sono chiamati a compiere nella casa del loro padrone. Alla fine di una giornata di lavoro, a tavola, per primo, siede il padrone, i servi invece sono indaffarati su mille compiti. Preparano la tavola, cucinano la cena, offrono l'acqua per le abluzioni... e poi portano in tavola il cibo... sparecchiano e riordinano la casa. Finalmente, alla fine di queste nuove fatiche, possono mangiare anch'essi un boccone, magari in fretta perché si fa notte e l'indomani l'alba sorge presto... almeno per loro».
    Il paragone è chiaro... ma cosa c'entra?
    Gesù continua: «Chi è più importante: il padrone o il servo?». Non ci sono dubbi: «Il padrone... ha diritto di comportarsi così».
    Gesù li guarda negli occhi. Dopo un attimo di silenzio, riprende deciso: «Mi chiamate maestro e signore... e fate bene, perché lo sono davvero. Che cosa sto facendo con voi? Faccio come i servi nella casa del padrone. Io sono in mezzo a voi come uno che serve.
    Sapete perché? Non voglio farvi prediche... vi chiedo solo di costatare dei fatti importanti.
    La causa della vita sta a cuore prima di tutto a Dio: è la sua passione e il suo impegno. Lui la realizza. Lui però l'ha affidata a me; io l'ho affidata a voi, perché siete miei amici.
    Quando abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare, dobbiamo avere il coraggio di riconoscerci soltanto dei servi... senza eccessive pretese. È chiaro adesso il paragone del padrone e del servo?
    Per la vita e la speranza... solo Dio è padrone. Noi siamo soltanto servi... preziosissimi perché la causa della vita è affidata a noi, ma soltanto servi, perché il progetto appartiene a Dio».
    Hanno capito il paragone e la conclusione. Qualche dubbio resta ancora... sul pranzo di Levi.
    Gesù non vuole lasciare in sospeso un argomento tanto importante. Riprende la parola: «Volete sapere perché ho permesso a Levi di ritardare la partenza per organizzare un pranzo di festa?
    Due ragioni mi hanno spinto a questa scelta. Ve le dico: tra amici non ci possono essere segreti.
    La prima è la più evidente. Organizzando la festa, Levi vuole esprimere la sua gioia di abbandonare tutto per seguirmi. Questo è bellissimo... ha capito fino in fondo la storia della perla preziosa.
    Anche la seconda ragione è importante. Provate a pensarci.
    La causa della vita è immersa nel mistero di Dio. Siamo sicuri dei risultati... solo nella fede. La festa è l'espressione più bella della nostra fiducia in lui... Chi fa festa, riconosce di essere soltanto servo... tant'è vero che affida il risultato della sua fatica al mistero di Dio».
    Vada per la prima ragione... ma la seconda è troppo sibillina per il modo di pensare di gente che era abituata a fare i conti su dati concreti e verificabili. I discepoli lo scopriranno solo quando incominceranno a considerare anche la morte di Gesù (e la loro stessa morte... violenta) una grande festa per la vita e la speranza.


    A PROPOSITO DI PROGETTI RAFFINATI

    Gesù aveva spiegato ai suoi discepoli tutto quello che era necessario per andare in giro per il mondo, con passione e competenza, a predicare il Vangelo.
    Aveva detto loro quello che dovevano annunciare e la prospettiva da cui farlo. «Vi affido una bella notizia. Raccontatela a tutti. La gente ne ha bisogno e l'aspetta con ansia. Sono stanchi ormai di sentire lunghe prediche, piene di ordini e di divieti. Dite: il Regno di Dio è vicino... anzi, è già in mezzo a voi. Si tratta di scoprirlo, imparando a guardarsi d'attorno. Le parole che pronunciate devono servire a far sperimentare che Dio è un padre buono che vuole la vita di tutti».
    Qualcuno gli aveva chiesto: «Da chi dobbiamo incominciare?». E Gesù: «I poveri sono quelli che hanno il diritto di ricevere per primi questa bella notizia. Di solito sono gli ultimi. Le belle notizie le ricevono solo dagli altri... se qualcuno ha compassione di loro e racconta ciò che gli altri, quelli che contano, sanno già a memoria. Per favore, non fate così anche voi. Incominciate proprio dagli ultimi. Questo modo di fare è stato inaugurato nel giorno della mia nascita. L'avete sentito dire, spero. Gli angeli hanno trattato prima di tutto con i pastori. Gli altri, una volta tanto, hanno dovuto informarsi da loro».
    Gesù, nel corso accelerato di formazione ai suoi discepoli, aveva insegnato anche qualche tecnica. Voleva diffondere la convinzione che la buona volontà da sola non basta. Aveva raccomandato: «Attenzione a non moltiplicare le parole... I fatti sono la parola più convincente. Incominciate con i fatti: fate camminare gli zoppi, ridate la vista ai ciechi e l'udito ai sordi». Poi aveva aggiunto, subito subito: «Fidatevi di chi vi manda. Non portatevi troppe provviste. Quando entrate in una casa, salutate chi ci abita e fatevi invitare a pranzo: è una specie di compenso per il servizio che gli fate. Anche voi, infatti, siete degli operai che hanno diritto ad una paga giusta: operai del Regno... ma sempre operai, che mangiano quello che hanno guadagnato, con il sudore della propria fronte. Se qualcuno vi caccia... ci rimette lui. Voi, tranquillamente, cambiate alloggio».
    Gesù aveva spiegato tutto ai suoi discepoli, come un buon maestro, contento di condividere la propria sapienza con gli amici, per coinvolgerli totalmente nella sua causa.
    Sono pronti a partire: in giro per il mondo per annunciare la bella notizia. Gesù fa un ultimo gesto d'affetto nei loro confronti. «Vi accompagno per un pezzo di strada... volete?».
    Erano felici. La compagnia con Gesù dava sicurezza... anche se pensavano di sapere tutto, gli imprevisti sono sempre imprevedibili.
    Arrivano nella piazza principale del primo paesetto che era sulla loro strada. S'accorgono subito di un crocchio di persone, al centro della piazza.
    Gesù non ci fa caso e tenta di procedere avanti, per la sua strada, come se quella gente non dovesse preoccuparlo più di tanto. Con lo sguardo penetrante che viene dall'amore e dalla passione per la vita, si era già accorto di tutto. Fa l'indifferente per mettere alla prova la preparazione dei suoi discepoli.
    La lezione di Gesù l'avevano imparata proprio bene. «Gesù, fermati... dobbiamo andare a vedere. Ci hai insegnato ad essere curiosi per la vita e la speranza della gente. Non possiamo procedere, senza prima verificare se qualcuno, là tra quella folla, ha bisogno di noi».
    «Bravi», dice Gesù. «D'accordo... i miei discepoli non camminano con gli occhi bassi, come se nulla dovesse interessarli... perché hanno ben altre preoccupazioni».
    Due partono decisi. Vanno a vedere di persona. Tornano dopo pochi secondi, con il fiatone. «Dobbiamo fermarci e intervenire subito. Tra quella gente c'è un povero ragazzo che sta uccidendosi con le sue mani. Sbava... batte con il capo sul selciato della piazza, grida come un ossesso. Il padre è lì impotente. Gli altri sono spaventati... e non sanno che fare. Andiamo noi... sei d'accordo, Gesù? Ce l'hai insegnato tu: il buon pastore lascia nell'ovile le pecore brave e corre disperato dietro quella che è fuggita».
    Altra gran consolazione per il cuore di Gesù. Pensa: sono proprio bravi i miei discepoli... posso fidarmi di loro. Con gente così, cambiamo la faccia della terra. Avevano capito bene che non possono essere discepoli di Gesù e annunciatori del Regno quelli che non hanno passione, forte e intensa, per la vita e per tutte le sue manifestazioni.
    Arrivano i discepoli di Gesù. Si fanno largo tra la folla. Prendono per mano il ragazzo che sta per morire.., lo chiamano per nome... fanno i gesti che avevano visto fare spesso da Gesù. Niente. Anzi, peggio di prima. La gente li guarda minacciosa. Poi, qualcuno alza la voce: «Sparite... c'è già abbastanza confusione. Fuori dai piedi. Tornate da dove siete venuti».
    Tornano da Gesù. Sono distrutti. Sembrava tutto così facile. Si aspettavano l'applauso riconoscente della folla e l'abbraccio del padre. E invece si sono presi insulti.
    «Gesù.., che facciamo? Vai tu, per favore. Fallo per quel povero ragazzo. Solo per lui».
    Gesù interviene. Chiama per nome il ragazzo. Lo solleva con una mano. Non sbava più. E tranquillo. Sorride. È guarito. Si butta tra le braccia del padre. La morte è stata sconfitta. Ancora una volta la vita ha vinto, grazie a Gesù.
    La gente applaude. Il padre ringrazia Gesù. Gli chiede indicazioni su dove rintracciarlo, più avanti, con calma, per dirgli la gratitudine di tutta la sua famiglia.
    Gesù parla del Regno di Dio vicino, presente tra loro. Accenna al Padre che sta nei cieli. Poi, saluta e torna dai suoi discepoli. È felice. Anche oggi ha annunciato il Regno di Dio con parole convincenti.
    Assieme, Gesù e i discepoli, stanno per riprendere il cammino. Ma non poteva finire così. Ritorna, in primo piano, il corso di formazione per diventare buoni evangelizzatori. Se non l'avessero sollecitato i discepoli, sarebbe di sicuro intervenuto direttamente Gesù. Il pezzo che mancava era troppo importante, per lasciarlo in sospeso.
    Qualcuno prende il coraggio a due mani e butta lì la questione principale: «Senti, Gesù... ci hai insegnato tante cose, ma qualche segreto te lo sei tenuto. Ci dispiace... ma non è serio. Se vuoi che siamo discepoli tuoi a tempo pieno e non ti facciamo fare la figura barbina che abbiamo fatto oggi, devi svelarci questo segreto. Come mai a te ha funzionato e a noi no? Abbiamo fatto di tutto per guarire quel povero ragazzo, ma non ci siamo riusciti. Sei arrivato tu e, in quattro e quattr'otto, l'hai restituito vivo all'abbraccio del padre. Perché? Dove abbiamo sbagliato? Quale tecnica ci manca ancora?».
    Fanno eco tutti: «Dai, Gesù, insegnaci anche l'ultimo trucco... per favore».
    Risponde Gesù senza mezzi termini: «Vi ho insegnato tutto... non mi sono tenuto nessun segreto. Credetemi. Perché, allora, risultati tanto diversi? Avete ragione a lamentarvi... Qualcosa vi manca ed è la cosa più importante. Non si aggiunge alle competenze che avete già acquisito, perché non è una tecnica in più, disponibile solo agli iniziati.
    Sapete cosa vi manca?».
    Tutti restano a bocca spalancata, in attesa.
    Gesù si ferma un attimo, per costringerli a pensare e ad ascoltare fuori d'ogni interesse d'efficienza. Poi aggiunge, con quel pizzico di fantasia con cui diceva le cose più importanti: «Vedete quella montagna là...». Tutti si girano, con un punto interrogativo disegnato sul volto. «Bene, se voi aveste tanta fede quanto un granello di senapa – e lo sapete che è il più piccolo dei semi –, potreste dire a quella montagna: spostati da là a qua... e la montagna si sposterebbe, pronta e obbediente.
    Vi mancava la fede... l'unica tecnica che, alla fine, sposta davvero le montagne».
    Non ce ne vuole tanta: Gesù non raccomanda una montagna di fede per spostare un granello di senapa. La fede ci vuole però... anche poca opera in grande: fa passare da morte a vita.
    La scuola di formazione di Gesù è terminata. Ha insegnato i contenuti, la prospettiva e le tecniche: tutte cose importanti... insufficienti per far passare da morte a vita. Non sono inutili: anzi, non se ne può proprio fare a meno. Solo che non bastano a risolvere i problemi. Ci vuole la fede: la decisione di immergersi nel mistero di Dio, perché solo Dio fa passare davvero da morte a vita e noi, con tutta la nostra competenza, siamo «soltanto servi».
    Ora i discepoli sono pronti a partire, con il diploma di evangelizzatori in tasca.


    LA FEDELTÀ ALLA CAUSA

    Trent'anni passati con Gesù vicino, condividendo, giorno dopo giorno, lo stesso ritmo di vita, non erano, di certo, pochi. Maria si era abituata. Ed era felice.
    Era ormai lontano il ricordo di quanto era successo tanti anni prima a Gerusalemme, in quel viaggio organizzato per festeggiare il dodicesimo compleanno di Gesù. Maria ogni tanto ci ritornava nella sua preghiera; lo temeva un presagio di qualcosa che doveva capitare. Man mano che il tempo passava, però, la preoccupazione si faceva sempre meno inquietante. Gesù stava, buono e tranquillo, in casa con sua mamma. Niente sembrava turbare la gioia della convivenza.
    All'inizio era lei che gli insegnava i segreti dell'esperienza religiosa. Gli raccontava le storie gloriose del suo popolo. Approfittava di qualche pagina meno felice per fargli le raccomandazioni di cui ogni mamma circonda il figlio.
    Un poco alla volta, però, si sono invertiti i ruoli. Gesù aveva troppe cose importanti da dire. Sembrava conoscere, quasi d'esperienza diretta, qualche segreto del mistero di Dio. Ogni tanto gli scappava persino di chiamarlo «Padre» con un tono originale che lasciava stupiti.
    Ad un certo punto qualcosa cambia. Prima con qualche battuta e poi con un tono sempre più deciso, Gesù incomincia a parlare di un suo progetto, grande e impegnativo. Diceva: «Sai, mamma, come si comporta chi cerca perle preziose? Guarda dappertutto, con ansia; si informa; la pensa di giorno e di notte. Poi, quando viene a sapere dell'esistenza di una perla dal valore inestimabile, vende tutto per comprarla. Quella perla è il sogno della sua vita. Tutto il resto conta meno: è bello, interessante, gradevole... ma la perla... gli toglie il sonno e spegne ogni altro desiderio». Aggiungeva subito, trasognandosi in volto: «Io ho trovato la perla preziosa. Devo andare. Presto abbandonerò tutto. Il Padre mi ha affidato un compito che è come la perla preziosa». Maria ascoltava e pensava. Sperava che quel giorno non venisse mai. Se lo augurava lontano.
    Un giorno, quasi all'improvviso, Gesù abbraccia sua mamma, saluta gli amici, organizza le sue poche cose, e parte, con l'entusiasmo di chi ha trovato finalmente la perla preziosa attorno cui gira tutta l'esistenza.
    I primi giorni sono stati duri per Maria. Senza Gesù accanto tutto le sembrava triste. La casa era vuota. Mille cose le ricordavano il figlio lontano, perduto dietro una passione strana e un poco pericolosa.
    Maria sapeva pregare. L'aveva insegnato lei a Gesù. Così, anche questa volta, ha ripensato, meditato e pregato. Nella preghiera scopre che il progetto di Gesù non riguarda solo suo figlio. Era anche suo: un pezzo decisivo della sua vita. Gesù le aveva regalato la passione per la perla preziosa.
    Passano lunghi mesi.
    Ogni tanto, le arrivano, a ondate successive, espressioni e ricordi che le riempiono il cuore di gioia. Gesù parla parole di pace e di speranza. Si impegna per la vita di tutti. Sa resistere persino ai farisei e ai sommi sacerdoti che la facevano da padroni nel nome di Dio. Glielo confidano quelli che passavano da Nazareth e avevano incontrato Gesù da qualche parte. Qualcuno, ogni tanto, le portava persino i saluti del figlio in missione.
    Un'ombra attraversava, qualche volta, il suo cuore di mamma: speriamo in bene... toccare i potenti è sempre pericoloso.
    Un giorno incontra per strada una donna. La stava cercando. «Tu sei Maria? Sei la mamma di Gesù?». Non fa a tempo a rispondere di sì. Le butta le braccia al collo e le stampa un bacio sulla fronte. «Maria, grazie per averci regalato Gesù... Mio figlio era morto per una malattia misteriosa e incurabile. Pensa: dieci anni, strappato violentemente dalla morte; e io sono vedova. Ero disperata. Lo stavano già portando alla tomba. È arrivato Gesù come un raggio di sole nella notte. Ha fermato il funerale e ha chiamato per nome mio figlio. Ora è vivo. Sta bene. Maria, grazie...». E giù un altro bacio, più solenne del primo.
    Maria si commuove. Condivide la causa di suo figlio con la stessa ardente passione. Se lo sente vicino, nei segni di vita che la sua presenza ha seminato tutt'attorno.
    Però... quanta nostalgia di Gesù. Possibile che non passi mai da queste parti?
    Finalmente arriva la volta buona. Un'amica, un giorno, entra in casa di Maria come un fulmine. «Sai, Maria, Gesù è da queste parti. Sta predicando nel villaggio vicino. Andiamo a salutarlo. Vieni?».
    Qualche preparativo alla veloce; una raccomandazione ai vicini di casa... e via di corsa verso il villaggio dove c'era Gesù.
    Nella piazza principale una grande folla è radunata. In mezzo c'è Gesù. Sta parlando. Maria si ferma ai bordi della folla. Vede lontano Gesù. Lo scruta con lo sguardo di mamma. Si è un po' sciupato. Ma gli occhi e la voce... è sempre lui. Quanta gente lo ascolta, con gioia e interesse. È bello... la lontananza è ripagata dal bene che sta facendo.
    Maria aspetta. Forse Gesù non si è accorto di lei. Aspetta. Appena smetterà di parlare e avrà un po' di pace, l'abbraccio ripagherà l'attesa.
    Tra la folla, c'è anche la donna di qualche giorno prima. Con lei c'è il figlio: un bel ragazzo, che scoppia di salute.
    La donna la guarda. Si fa avanti. «Maria, Gesù non ti ha visto. Chiamalo. Va' in prima fila. Se non ti vede, Gesù continua a parlare. Sai... mi hanno riferito che qualche volta si fa notte. Lui parla benissimo. Tutti lo ascoltano volentieri. Ma il tempo passa inesorabile. Fatti avanti».
    «Sta' buona. Aspetto. Non ho fretta. Mi basta vederlo da lontano. Gesù ha i suoi impegni. Non posso interromperlo». Nel suo cuore pensava alla perla preziosa, di cui tante volte Gesù le aveva parlato negli ultimi tempi.
    Ci pensa, con gioia e timore, mentre la voce di Gesù risuona lontana.
    Si rifà avanti la donna di prima: «Maria, chiamalo. Non avere paura. È tuo figlio. Qui ci sono tante mamme. Ti capiranno».
    «No. Aspetta. Lascialo finire», insiste Maria. La donna non ne può più. Ci pensa lei adesso: sa cosa vuol dire essere madre. «Gesù», grida, facendosi coraggio «qui c'è tua madre... una donna fortunata ad avere un figlio come te. C'è tua madre, Gesù».
    Gesù si interrompe per un attimo. Tutti si voltano verso Maria. Qualcuno accenna ad un applauso. Maria se lo merita proprio... con un figlio così.
    La risposta di Gesù non si fa attendere: «Maria, mia mamma, ha capito benissimo la storia della perla preziosa. La causa della vita di tutti sta prima della carne e del sangue. Maria lo sa e l'ha scelto. Continuiamo...».
    Sembrano dure e implacabili le parole di Gesù. Maria le comprende benissimo. Le ha vissute per tanto tempo. Ora deve scegliere: riafferma con forza la sua scelta di fedeltà. E aspetta, tranquilla.
    La storia della fedeltà di Maria alla causa di Gesù ha un epilogo triste e violento: la croce. Ai piedi della croce, Maria riafferma, nel pianto, la sua fedeltà. Lo fa anche per noi. Per dichiarare l'esigenza e per assicurarci sull'esito.
    Questa è la fedeltà che il servizio alla causa del Vangelo chiede a coloro che Gesù invita a collaborare con lui: la vita e la speranza di tutti stanno prima di tutto, persino prima dei diritti della carne e del sangue.


    T e r z a
    p a g i n A


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