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    Presentazione di: Dire Dio ai giovani


    Juan E. Vecchi, DIRE DIO AI GIOVANI, Elledici 1999


     

    TRINITÀ, GIOVANI, EDUCAZIONE

    Dio Uno e Trino: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo; il Principio, la Storia, la Coscienza sotto il segno dell'Amore.
    Siamo in tempi di riflessione trinitaria. E uno dei segni della spiritualità cristiana del nuovo millennio: il mistero trinitario ha smesso di essere esclusività dei circoli teologici e dei cenacoli mistici ed è «passato» al vissuto del semplice fedele. Ha contribuito a diffonderla la riflessione sulle singole Persone che Giovanni Paolo II ha proposto a tutta la Chiesa: per il Figlio Gesù Cristo, nello Spirito, verso il Padre. Un percorso che segue l'itinerario della rivelazione: il Verbo che interpella la coscienza nella quale agisce lo Spirito per renderci consapevoli di quello che siamo, da dove veniamo e verso dove andiamo.
    A mano a mano che lo meditiamo, il mistero diventa più ricco e più reale. E capiamo perché l'apostolo abbia asserito che chi vuole salvarsi deve confessare che «Dio esiste, che è Uno e Trino e che giudicherà il mondo» (cf Rm 1,1-5; 2,16).
    Ma come offrire ad adulti e giovani in un primo annuncio, poi per un approfondimento adeguato, poi ancora per un vissuto concreto, questo mistero vitale del Dio vero, Uno e Trino?
    Areopago è ormai una parola entrata nel vocabolario pastorale. Non mancherà certamente nei prossimi dizionari. E la cifra di una situazione in cui parlare del Dio di Gesù Cristo e una maniera di farlo.
    La situazione è data dalla mancanza di ogni notizia, di un'attesa esplicita del Vangelo e dal prevalere di un'idea confusa su Dio. Vi sono però spazi fisici e umani dove se ne può parlare; c'è gente disposta ad ascoltare riservandosi di discutere, esprimere un'opinione e tirare le proprie conclusioni. «Per tutti i cittadini di Atene e per gli stranieri che vi abitavano il passatempo più gradito era ascoltare e raccontare le ultime notizie» (At 17,21): insomma gente da telegiornale, curiosa quanto basta e non molto interessata.
    La forma dell'annuncio è quella tentata da Paolo: farsi presente e accettare il confronto, partire dai desideri anche generici e inespressi, valorizzare i semi di religiosità, esprimersi con gli elementi della cultura, sfidare con la novità che viene incontro ad una ricerca quasi inconsapevole, ma che va oltre.
    Tutta l'evangelizzazione si svolge oggi in un areopago: quello della cultura secolare, multimediatica, globale, post-ideologica, segnata dal valore della soggettività. Ma ci sono alcuni gruppi e realtà dove l'immagine dell'areopago appare più attinente. La gioventù è certamente uno di essi.
    I dati sui giovani per i quali il riferimento cristiano o religioso si è offuscato scoraggiano ogni possibile illusione. Le statistiche non lasciano spazio a dubbi. Lontananza, abbandono prematuro e irrilevanza segnano il rapporto di una grande fetta di gioventù con le istituzioni, temi e persone religiose.
    Ci si trova di fronte a giovani che non hanno mai avuto contatto personale con il fatto religioso; che l'ebbero, ma insufficiente a far capire la serietà della questione su Dio; che si sono allontanati dopo un'esperienza iniziale piena di promesse.
    Il cammino per il Figlio nello Spirito verso il Padre lo si può fare, solo in parte, in ambienti predisposti per il discorso religioso. Comporta invece di uscire verso spazi e temi di vita non confessionali dove i giovani si trovano come a casa propria.
    Il mondo giovanile è terra di missione per il numero di soggetti che debbono riascoltare il primo annuncio, per gli dèi sconosciuti che lo abitano, per le forme di vita e i modelli culturali ai quali non è ancora giunta la luce del vangelo, per il linguaggio verbale, mentale ed esistenziale che non combacia con quello della tradizione.
    Chi ha fatto una prima esplorazione di questa terra arriva però alla stessa conclusione dell'Apostolo: «Vedo che siete gente molto religiosa da tutti i punti di vista» (At 17,22).
    Va preso atto che Dio interessa i giovani. Ogni ricerca lo conferma. Un'alta percentuale dichiara di sentire in qualche modo bisogno di Dio e di essere convinta della sua esistenza. Non ne consegue però l'obbligo del culto e di una morale coerente, e nemmeno ci si lega alla «verità» che su Dio propone qualcuna delle Chiese.
    L'immagine che di Dio hanno i giovani è diversificata, quasi a caleidoscopio. Ma sarebbe affrettato bollarla come falsa. Piuttosto è incompleta e sfuocata, a volte parecchio. Affermatasi una certa diffidenza riguardo alle istituzioni e all'immagine di Dio che esse presentano e dati come scontati alcuni principi di verifica tipici del pensiero attuale, non rimangono criteri per valutare obiettivamente la validità delle diverse rappresentazioni di Dio.
    Nell'assumerne qualcuna prevale dunque la scelta soggettiva. Non è totalmente male: la fede è un atto libero della volontà, mossa dalla grazia e illuminata dalla ragione. Ma certamente risultano immagini sbilanciate. Dio ne risulta un oggetto, un'immagine, un interlocutore, un rapporto e una scoperta a misura del singolo. Ne deriva una concezione notevolmente vaga di Dio stesso.
    Ci sono giovani nei quali l'immagine di un Dio personale è quasi scomparsa. E così pure qualsiasi interrogativo su Dio. Immagini e interrogativi rimangono tra le pieghe della coscienza, come in un angolo di essa non più visitato.
    In questo contesto, più paragonabile a una piazza che a una chiesa, si pone la domanda su quando e come parlare di Dio, verso quale immagine di lui orientare esperienze e messaggi. È chiaro che come Dio si è rivelato attraverso fatti e parole, anche il nostro parlare avviene mediante fatti e parole, avvenimenti e illuminazioni.
    Paolo si appellò al sentimento religioso. Autentica e consapevole o meno, la religiosità dei suoi ascoltatori supponeva un'attenzione alla divinità e includeva un rapporto con essa.
    Fece leva sulla loro intuizione del dio ignoto: un dio che si aggiungeva agli altri, rappresentati in qualche effigie, o forse era l'inconoscibile che stava dietro a tutte le immagini insufficienti ad esprimerlo. Era questa una intuizione feconda su Dio, che non può essere rinchiuso nei templi, raffigurato in effigie e nemmeno interpretato adeguatamente mediante concetti.
    Riprese ancora la testimonianza dei loro poeti sul riflesso di Dio nel nostro essere (cf At 17,28). E l'unica citazione di autori non sacri che si trova nelle lettere e discorsi dell'Apostolo. L'areopago la suggeriva, così come la sinagoga portava a riprendere l'esperienza religiosa di Israele citando la Sacra Scrittura. Una cosa infatti è dire Dio nel contesto di una conoscenza religiosa diffusa, un'altra è nominarlo là dove i riferimenti mentali sono impliciti, confusi o addirittura assenti. È il caso di non pochi giovani del nostro contesto secolarizzato. Chi ne ha fatto l'esperienza ne sa qualcosa.
    In un convegno sull'evangelizzazione dei giovani d'Europa si invitava a ricuperare almeno i frammenti dell'immagine di Dio che i giovani possiedono, prima di tentare l'annuncio di Cristo. Senza di essa, si diceva, la presentazione di Gesù veniva inquadrata dagli ascoltatori in un orizzonte temporale. Risultava loro difficile vederlo come Testimone e Figlio di Dio, quando di questo Dio non avevano la minima rappresentazione. Tale è stato per molto tempo l'itinerario catechistico che partiva con le domande: Esiste Dio? Chi è Dio, nostro Signore?
    L'indicazione è certamente utile e ragionevole. Appare invece discutibile se la si volesse erigere a regola universale dei percorsi verso la fede. Questa ha punti di partenza e snodi molto vari. Gesù, bisogna ricordarlo, è rivelazione di Dio. La sua umanità è sacramento del Padre. Per non pochi Egli è stato «via» verso un Dio al quale noi non pensavamo affatto. La storia di Gesù può diventare dunque per molti la prima parola ascoltata e capita su Dio. Cosa analoga si può dire dello Spirito che si fa sentire nella coscienza, nell'intelligenza e nella volontà.
    Il pensiero, la coscienza, la vita, la storia, l'esperienza religiosa, i testimoni sono piste di decollo e di cammino. Gesù è la parola definitivamente vera e completa. In tale itinerario della mente verso Dio, «educazione» è una parola chiave. Essa, si sa, è un processo totale di crescita che ha luogo nel soggetto conformemente alle risposte che egli va dando, in forma consapevole e libera, a proposte esterne o che sorgono nella sua coscienza e che sono portatrici di senso, di valori, di qualità di vita. A servizio di questo processo si collocano iniziative, interlocutori, istituzioni e contenuti. Non è per caso di questo tipo la rivelazione stessa di Dio e l'invito alla risposta dell'uomo?
    Queste prospettive, cioè ricchezza del mistero trinitario, luoghi dell'annuncio, condizione giovanile, criterio educativo, hanno guidato gli spunti offerti durante tre anni ai lettori di «Note di pastorale giovanile» e ora raccolti in questo volume.


    T e r z a
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