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    Una nuova rubrica di NPG

    PAROLE ADOLESCENTI

    Virginia e il professore


    10. Lettera sulla fragilità

    della poesia

    200vdvCaro Prof,
    oggi vorrei parlarle di una delle cose che più riempie la mia vita (e anche la sua, immagino). La poesia. So che ne parlerò in maniera ingarbugliata, perché mi vengono subito in mente tanti e poi tanti aspetti e cose che magari non riesco a fare un discorso lineare e logico. Ma anche se faccio un po' di confusione, le chiedo di ascoltarmi comunque.
    La poesia è per me la cosa più inspiegabile e più bella che ci sia.
    Ricordo come sono stata "folgorata" quando – in terza media – ho studiato l'Infinito di Leopardi, e forse qui è nato il mio amore per la poesia. Quelle parole scarne, essenziali, anche difficili, mi hanno trasportata dentro un mondo, quello che immaginava il poeta, ma anche dentro il suo stesso mondo interiore... e ho scoperto poi che quei versi parlavano anche a me, dicevano qualcosa che avevo dentro io stessa, e quelle parole lo dicevano benissimo. Non si stupirà al sapere che ne ho subito parlato con un mio amico (molto più grande) e volevo vedere come quella poesia parlava anche a lui...
    Qualche giorno fa, in un programma TV, ho sentito la poetessa argentina Alejandra Pizarnic sostenere che l’uomo avesse bisogno della poesia per poter essere ciò che non è.
    Questo pensiero mi ha colpito e mi ha fatto riflettere molto. In due parole, mi è stata offerta la chiave per capire ciò che io non riuscivo spiegarmi fin da quando ha cominciato a piacermi la poesia. Ho capito che, forse, il motivo per cui l’uomo trova qualcosa di indispensabile nella poesia, è il fatto che nelle poesie lui può cantare a ciò che gli manca. Può trarre qualcosa di bello anche dalle mancanze che lo fanno soffrire.
    Studiando letteratura, ho visto che i poeti più grandi hanno sempre sofferto molto. Penso ad esempio al mio "mito", Giacomo Leopardi. Durante tutta la sua travagliata esistenza ha amato, ha sofferto, e ha trasformato il suo dolore in arte. Non è un caso che Alessandro D’Avenia, altro scrittore che stimo e adoro, ha scritto un libro sulle poesie di Leopardi e l’ha intitolato L’arte di essere fragili. Strano questo abbinamento, vero? Arte e fragilità. Forse sono davvero due concetti profondamente collegati tra loro, come se si richiamassero a vicenda. L'arte è fragile (non ha la "solidità" delle scienze!) e la fragilità può condurre all'arte, come se solo vivendo appieno la fragilità questa si possa trasformare in arte.
    Se amare incondizionatamente e sinceramente a volte è sinonimo di essere fragili (perché esprime il bisogno assoluto che hai, e ti mette quasi in balia di altri), allora Leopardi ha vissuto questa fragilità. Ma è stato anche abbastanza forte da ammettere a se stesso di essere fragile e da scrivere poesie che, anche oggi nel 2020, aiutano i fragili a essere più forti.
    Ma penso anche che la poesia, oltre ad essere un privilegio quasi riservato ai più fragili, sia anche qualcosa che va al di là, appunto perché è un linguaggio universale. Posso dire che la poesia è dentro tutti noi, anche quelli che sembrano più superficiali. Chi riesce a tirarla fuori è semplicemente stato abbastanza forte (o forse abbastanza fragile) per farlo.
    E lei, caro prof, che è molto più esperto di me, può arricchire il mio piccolo bagaglio sulla poesia?
    Sua Virgy

    marcoCarissima Virginia, spero stia bene e tutto proceda il più possibile serenamente. Credo di sì, visto che la poesia ti riempie la vita! Non temere di essere ingarbugliata, poiché è proprio scrivendo che molti nodi si possono sciogliere, quelli della mente e quelli del cuore.
    Sono convinto che le parole abbiano un peso, per questo bisogna stare attenti ad adoperarle, tenersi per così dire con i piedi per terra; tuttavia quelle poetiche fanno l’effetto contrario, come vivere in assenza di gravità, cioè ci fanno volare! Vale per tutti, lo hai scritto anche tu, infatti tutti ci innalziamo quando vi entriamo a contatto consapevoli. Sì, perché, benché la poesia abbia spesso un’origine spontanea, sia quasi innata, va ricercata, conosciuta, frequentata, praticata, studiata, abbracciata. Purtroppo la scuola a volta ce la fa odiare, la rende insopportabile, quando rimane legata all’unico esercizio dell’imparare a memoria e basta, quando le si fa un’autopsia più che un’analisi del testo, quando la riassumiamo, la trasformiamo in prosa, la inseriamo nell’elenco delle opere di un Autore; ma senza la scuola difficilmente ci accosteremmo alla poesia, in fondo – pensaci – quando hai comprato di recente un libro di poesie o chi te l’ha regalato? Dunque, dentro la “fragilità” dello studio scolastico cogliamo la forza della poesia e ne saremo coinvolti come gli studenti della “Setta dei poeti estinti” nel film L’attimo fuggente: «La poesia è una scintilla di rivelazione… Il potente spettacolo continua e tu puoi contribuirvi con un verso! Quale sarà il tuo verso?».
    Già, il “tuo verso”, di cui tu non puoi fare a meno, ma di cui anche il mondo ha bisogno per rinnovarsi, visto che poesia – lo dice l’origine greca del termine – è creazione, personale e pure comunitaria, intima e collettiva. Ci sono tanti modi per abbracciarla, a partire dalla scuola, da un buon libro acquistato o ricevuto in dono, oppure cominciare a frequentare l’ambito dei concorsi poetici che sono tanti in Italia, promossi da piccole e grandi realtà; poi, se vuoi, ti metto in contatto con un mio carissimo ex allievo – Giuseppe Nibali - che mi onoro di chiamare “Poeta” per la sua passione, per le opere scritte e pubblicate, per la divulgazione.
    Prima di salutarti, però, desidero donarti qualche passo di un articolo-riflessione scritto da Sofia, una mia attuale allieva, per il giornalino del nostro istituto:
    Un giorno il mio professore d’Italiano, entrando in classe, disse: «In tutto c’è qualcosa di poetico, ma in poche cose c’è Poesia». Da lì iniziò la mia infinita ricerca della poesia in ogni sua forma e in ogni suo nascondiglio. In tutti i versi o parole che incontravo mi innamoravo sempre di più dell’immagine che pian piano nasceva nella mia mente. La poesia m’ha salvato da me stessa e dagli altri. La si può trovare in uno sguardo, nelle pieghe del cielo e nella pioggia. Anche nel buio più scuro trova il modo di vivere. È quello che la poesia restituisce che fa venire voglia di cercarla; è tutto quello che fa sfiorare l’anima, è l’emozione che lascia. Cercatela ovunque e sempre, nei posti che reputate più improbabili, negli angoli più remoti del mondo e nei gesti più semplici. Amatevi con lei e v’assicuro che ad ogni verso che leggerete o scriverete, amerete un po' più voi stessi e i giorni che scorreranno. Non abbiate paura di rifugiarvi in essa, poiché accetta ogni cuore sensibile e ogni anima in subbuglio, si nutre di passione e di sincera vitalità. È innamorata delle piccole cose ma vi farà sentire infiniti. Incateniamo, quindi, quello che sentiamo in ogni foglio bianco, cristallizzando un pensiero e rendendo ogni parola eterna. E non dimentichiamo mai le parole di Roberto Benigni: «Per fare poesia è necessaria una sola cosa: tutto».
    Carissima Virginia, grazie ancora di cuore per il confronto e non temere la fragilità, poiché ciò che è fragile spesso è unico e prezioso, e la Poesia ce lo insegna. Sii felice!
    Tuo Prof.
    P.S. Com’è andato il primo trimestre o quadrimestre?


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