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    Etty e il lavoro


    "Domani si lavora di nuovo, alla scienza, alla casa, e a me stessa;
    non si può trascurare nulla e non si può neppure prendersi troppo sul serio,
    buona notte".


     

    Lavoro e studio (quest'ultimo anche come forma di "lavoro", almeno nella sua concezione di sé e della vita) formano per Etty un binomio inscindibile, e avremmo dovuto trattarli insieme, ma le ricorrenze dei due lemmi (e derivati) sono troppe per lasciarle in un unico praticabile file.
    Tentiamo qui una sintesi, partendo dall'errata (e consapevole) prospettiva di un pensiero organico, e non invece di un cammino faticosa e di scoperta anche per lei.
    Etty ama il lavoro (e anche lo studio, che qui intendiamo come "suo" lavoro), lo dice espressamente più volte, lo ritiene non solo parte importante del ritmo della sua giornata ma anche quello che le offre gli strumenti per diventare se stessa, per preparare un futuro, per essere "seria" nella vita, e per essere una autentica professionista (nei vari ambiti in cui si sta preparando, come vedremo).
    Sotto questo profilo il suo è anche "lavoro" su se stessa, perché strumento importante di identità e di conoscenza della sua interiorità.
    In effetti tornano sovente riflessioni come "dissodare" il terreno interiore, ascoltarsi dentro (il suo amato verbo tedesco: hineinhorchen), e anche rendere gli altri consapevoli della loro vita interiore, per cui sente di poter/dover "lavorare" a un'amicizia
    Esso è comunque sempre un lavoro preciso, "vero", su materie e con obiettivi precisi (psicologia, letteratura, esercizi di grammatica, trascrizione e commento di brani dei suoi autori preferiti, soprattutto Jung e Lermontov, lezioni di russo e traduzione dal russo...)
    Il suo atteggiamento verso il lavoro è quasi "calvinista", con il senso di un preciso obbligo e dovere, che comunque non le pesa affatto, a meno che non si ritrovi con problemi di salute.
    Anche il suo metodo è rigoroso e stringente: esige concentrazione, intensità o immersione, costanza, dimenticanza di sé, utilizzo pieno del tempo senza distrazioni, serietà, disciplina...
    e qualche volta si lamenta con se stessa per rimandarlo al giorno dopo.
    Nel suo metodo c'è anche la "preparazione" al lavoro: la meditazione e il "guardarsi dentro".
    Ma è un lavoro comunque con le sue fatiche, le sue stanchezze, e anche le sue distrazioni, soprattutto il pensiero per Spier e i volti delle persone care
    A volte, scherzando, per motivarsi, afferma di lavorare per "salvare l'umanità", e non scherzando afferma anche di lavorare con Dio (concetto che emergerà ancor più nella sua preghiera in cui dice di voler aiutare e salvare Dio).
    Il suo sogno è poter "lavorare e studiare insieme", e "sognare e lavorare insieme".
    Perlopiù è soddisfatta del lavoro compiuto: "Stasera ho lavorato abbastanza bene... Sono già due giorni che lavoro senza lasciarmi andare ai miei umori. Brava ragazza!
    In tanti momenti del suo Diario compare l'invito a se stessa di tornare al lavoro... basta fantasticare, anche con espressioni colorite /"E adesso, maledizione, ti metterai a lavorare"), dandosi la carica ("Coraggio adesso, continua a lavorare. Creare! Creare! «Dare forma»”).
    Negli ultimi quaderni entra sempre più spesso l'accenno ai lavoratori ebrei, a quelli che sono costretti a lavorare in Germania, e ai "campi di lavoro", inizio della fine sempre più avvertito.

     

    Ma oggi so benissimo di non essere pazza, è solo che devo lavorare ancora molto con me stessa per diventare una persona adulta, una persona al cento per cento. E lei mi aiuterà, vero?

    Cara mia, o tu ti metti a lavorare, oppure la vedrai. E non tirarmi fuori che qui hai un po' di mal di testa, lì un po' di nausea e che adesso non stai bene. Sarebbe del tutto fuori luogo: devi lavorare e basta. E niente fantasie e “altissimi” pensieri e profonde intuizioni. Portare a termine una traduzione e trovare le semplici parole giuste è molto più importante. Dovrò impararlo e mi batterò fino in fondo, voglio cacciar via quei sogni e quelle fantasticherie, voglio pulirmi dentro per far posto ai miei studi, piccoli e grandi. In fondo non ho mai lavorato bene.

    Devi metterti al lavoro e riesci persino a concentrarti e a studiare una poesia di Lermontov. Lavorare con concentrazione è la cosa più bella che ci sia, ma, santo cielo, quanto bisogna ancora lottare, e ora a lezione. Saprò starci con un altro animo

    Non devi sempre chiederti come ti senti adesso; limitati a lavorare finché, a un certo punto, il lavoro prenderà il posto delle tue spiacevoli sensazioni, ed è così che deve andare.

    Chiunque intraprenda un lavoro importante, deve dimenticare se stesso. Ebbene, ovviamente non possiamo, ogni giorno e ogni ora della nostra vita, riflettere sullo stato d'animo con il quale svolgiamo un lavoro o una data azione e su quale sia il significato più profondo della nostra attività. Di tale significato, tuttavia, noi pedagoghi e psicologi dobbiamo aver consapevolezza, almeno ogni tanto...”. Tutti coloro che intraprendono un lavoro importante devono dimenticare se stessi.

    Non riesco a spiegare la terribile inibizione che ho nei confronti del mio lavoro. Resto a guardarlo per mesi e nel momento in cui, finalmente, mi immagino di riprendere in mano quell'antico bulgaro, sento una sorta di groppo alla gola, palpitazioni, e mi assalgono una tale svogliatezza e una tale paura che mi dedico subito a qualcos'altro, e mi tengo calma con la promessa di cominciare “domani”. Va così per mesi...
    Non devi assolutamente chiederti se ami quella materia o meno, se per te ha un senso o no: fa parte dei tuoi studi, del lavoro che hai scelto, quindi non c'è proprio motivo di pensare se domani o “un giorno” lo svolgerai; devi iniziarlo oggi.

    In alcuni momenti quasi euforici mi ritengo in grado di fare cose straordinarie per poi perdermi nuovamente nel più profondo pozzo dell'incertezza. Succede perché non lavoro ogni giorno e con regolarità a ciò che nutre, così credo, il mio talento, ovvero la scrittura.

    Martedì mattina, studiando Lermontov, scrivevo che dietro la sua testa spuntava sempre quella di S., che avrei voluto rivolgermi a quel caro viso, parlargli e accarezzarlo, che così non riuscivo a lavorare. È passato molto tempo da allora, è già tutto un po' diverso. Il suo volto c'è ancora, mentre lavoro, ma non mi distrae più; è diventato come un paesaggio amato e familiare che sta sullo sfondo, i suoi tratti sono sfumati, non vedo più un volto preciso: s'è dissolto in atmosfera, spirito, o chissà che altro.

    La giornata odierna si è costruita come un edificio, ma ora si sta sgretolando lentamente dall'alto. D'altronde non è proprio una sorpresa: negli ultimi due giorni ho vissuto e lavorato così intensamente da poter ora provare una certa stanchezza. E poi ci sono le persone, che costano molta energia.

    Al momento non riesco neanche a lavorare: la mia tranquillità è svanita, vorrei piuttosto correre da lui e parlargli e dirgli che non voglio avere nulla a che fare con lui e che mi deve lasciare in pace, ma nel profondo del mio cuore io desidero comunque qualcosa. Del resto, la vita è una battaglia.

    Adesso i rami di castagno sono sul piccolo tavolo bianco. Dai rametti più scuri e spogli fiorirà la vita più radiosa e gradevole. E poi c'è il sorriso infinitamente dolce di Tideman, che sboccia sul suo viso scialbo ogni volta che comincia a cantare; e, ancora, gli occhi brillanti e limpidi di Han, e il viso segnato dal tempo e affascinante, eppure anche tanto indifeso.

    Oggi non ho fatto altro che lavorare su me stessa, ma domani dovrò ricominciare con il lavoro vero, altrimenti tutto quello che faccio non avrà più alcun senso. Tieni duro, ragazza!

    Domani si lavora di nuovo, alla scienza, alla casa, e a me stessa; non si può trascurare nulla e non si può neppure prendersi troppo sul serio, buona notte.

    Penso che lo farò comunque: “mi guarderò dentro” per una mezz'oretta ogni mattina, prima di cominciare a lavorare: ascolterò la mia voce interiore.

    Quando una persona ha imparato a immergersi in se stessa, riuscirà anche a immergersi completamente in un'altra o nel suo lavoro; si diventa più calmi e meno frammentati, o almeno così credo.

    Non devi pensare, ma ascoltare quello che c'è dentro di te: se lo fai ogni mattina per un po', prima di metterti al lavoro, acquisirai una sorta di calma che illumina l'intera giornata. Dovresti davvero cominciare ogni giorno in questo modo, fino a che tutti i frammenti di preoccupazione e tutti i piccoli pensieri saranno stati spazzati via dalla tua testa.
    Proprio come al mattino spazzi via dalla tua camera la polvere e le ragnatele, così ogni mattina dovresti ripulire te stessa all'interno. Solo a quel punto puoi cominciare il tuo lavoro.

    Talvolta le forze del mondo interiore si fanno avvertire, dando alle persone in alcuni istanti una certa sensazione di ampliamento e un assaggio di un qualcosa di più rilevante, ma tutto è troppo disorganizzato, troppo caotico, a malapena consapevole. Quel mondo interiore è un terreno a maggese, incolto, che gli individui non fanno la fatica di lavorare. Non è riconosciuto come un luogo reale. In tali casi avverto la tentazione di dare inizio al lavoro di dissodamento, di metter ordine e di rendere gli altri consapevoli. Chissà, forse questo diventerà il lavoro della mia vita a lungo andare?

    Ciò che conta è abbandonare il tuo piccolo ego per il tuo lavoro e per gli altri.

    La stretta al cuore si è un po' allentata, mentre scrivo, ma mi fido molto poco di me stessa negli ultimi tempi, per quanto riguarda il mio equilibrio interiore. Del resto, dopo aver scribacchiato un po' in questo quaderno e aver vagato per casa in modo sconsolato, sono pronta a rimettermi al lavoro, cioè a fare quel che stamattina proprio non mi riusciva.

    Ho ancora tanto lavoro da fare, non devo sprecare il mio tempo con cose senza senso.

    Quello che faccio è hineinhorchen (mi sembra una parola intraducibile). Hineinhorchen, “prestare ascolto” a me stessa, agli altri, al mondo. Ascolto molto intensamente, con tutto il mio essere, e cerco di tendere l'orecchio fin nel cuore delle cose. Sono sempre tesa e piena di attenzione, cerco qualcosa ma non so ancora cosa. Cerco una verità profonda, ma non ho ancora idea di che cosa si mostrerà. Rincorro alla cieca un fine determinato, sento che c'è un fine, ma ignoro dove e come. Anche il mio studio è altrettanto strano. Trascrivo brani dai libri, quasi in maniera istintiva: spesso mi soffermo su una sola frase, una parola, che mi pare di dover conservare per il futuro, così almeno penso in quel momento. Sto lavorando per qualcosa, lavoro in un contesto più ampio che però non è ancora delineato, eppure sento che mi conduce da qualche parte, alla ricerca di una sintesi. A volte, seduta a questa scrivania, mi sento un'avventuriera e talvolta, alla fine della mia giornata, mi sento un paziente contadino che ha di nuovo coltivato un appezzamento infinitamente piccolo del grande campo dello spirito. E poi ecco, di nuovo, la pazienza contadina che lascia spazio allo scatenato desiderio di avventura. E poi, di nuovo, arriva lo sconforto, il senso di insicurezza, l'incapacità di dare forma a ciò che si ha dentro.

    Devo cercare di essere più semplice e meno involuta, anche nel mio lavoro.

    Non credo di aver lavorato su me stessa con la necessaria serietà negli ultimi tempi.

    Sì, “riposare in se stessi”: ma a questo bisogna lavorare di continuo.

    Anch'io ho i miei alti e bassi, momenti in cui mi annullo nel lavoro e in cui non sono affatto “femminile”, mentre poi viene fuori di nuovo la donna in me, d'un tratto, nei momenti più inattesi;

    Appena comincio a sentirmi affaticata e incapace di ascoltare dentro, sono tentata di “trasferire” quella sordità a tutto il mondo esterno, alle persone, al lavoro che svolgo. Devo riuscire a guardare con sobrietà anche a questo aspetto. Se si è stanchi, si è stanchi, dovrai pur imparare ad andare a letto presto. Il resto probabilmente verrà da sé.

    Ho la sensazione che la psicologia, per un verso o per l'altro, si adatti perfettamente alla mia personalità, che sia un campo in cui io potrei lavorare proficuamente. Ed ecco di nuovo i due ambiti: quello accademico, lo studio silenzioso di molti libri, il lavoro scientifico; e d'altra parte, il desiderio di lavorare con le persone, trattare, aprire gli animi, aiutare, rendere la vita degli altri più sopportabile grazie alle mie capacità. Ma, per converso, c'è anche un forte bisogno di solitudine, di lavorare raccolta e silenziosa per me stessa soltanto, di scandagliare, esprimere, dare forma, capire la mia interiorità.

    La tristezza che provo non ha niente a che vedere con le cose esteriori. Penso che tutto quello che faccio sia sbagliato, che mi sono sforzata oltre le mie capacità, che ho scelto il lavoro sbagliato. Questo però non dipende dal lavoro, è un punto dolente nella mia attitudine nei confronti della vita, per cui cresce in me la paura di non riuscire a fare le cose e insieme a essa anche l'avversione.

    Al massimo potrei usarla come scusa per non fare proprio più niente, ma il mio senso del dovere me lo impedisce. Quel maledetto senso del dovere. A volte è come se volessi abbandonarmi a sogni di ogni tipo, come se i doveri quotidiani fossero solo degli ostacoli. Ma nei momenti migliori, si sogna e si lavora contemporaneamente, c'è spazio e posto per tutto dentro di sé.

    Ciò si aggiunge, nel mio caso, una potente oggettività: tutto mi interessa tanto, quasi con un intenso trasporto passionale. Persino nella tristezza. Anche in quei momenti sono incuriosita, per così dire, da come andrà avanti con i miei umori, ed è una curiosità quasi scientifica, pure nei confronti di me stessa. Ma che tu finisca a lavorare nella psicologia o con la letteratura, in un ufficio o come giornalista presso un rotocalco di bassa lega, la cosa ti deve lasciare indifferente. E adesso a lezione.

    Stasera ho lavorato abbastanza bene. A letto presto. Andrà tutto a posto. Oh, Signore, fa' che io sia un po' meno complicata.

    Mettiti al lavoro, vecchia noiosa. Lavorando ti tieni in piedi di fronte al mondo esterno e giustifichi la tua esistenza. Eppure quel po' di lavoro infelice me lo devo sempre conquistare in me stessa con sacrificio. Dai, non lamentarti.

    Sono già due giorni che lavoro senza lasciarmi andare ai miei umori. Brava ragazza!

    Devi vivere e respirare con la tua anima, e lavorare e studiare con la mente. Se vivi solo attraverso il tuo intelletto, la tua sarà una ben misera esistenza.

    Il principio “Tutto o niente”, che hai difeso nella tua gioventù (ma sentila!) con tanta passione e orgoglio, in fondo è sbagliato. È solo una fase che devi superare. Quando il “tutto” appare impossibile, ti ritiri spesso, piena di amarezza e vergogna, nel niente, sia nell'ambito dell'amore sia in quello delle aspettative che hai nei confronti del tuo lavoro.

    Riesco a sentirne il meraviglioso effetto in questo momento, seduta alla mia scrivania, mentre mi getto con energia nella nuova giornata di lavoro... Coraggio adesso, continua a lavorare. Creare! Creare! “Dare forma”.

    Un ultimo barlume prima di addormentarmi. È proprio vero, ne sono sicura: io lavoro molto duramente. I miei cari e le persone a me più vicine ne riderebbero, se mi sentissero parlare così. Ma c'è un'officina straordinaria in me, nel mio cervello, e lì si lavora e si forgia, ansimando, soff

    Oggi allento un po' le redini. Oh, non è la pancia a buttarmi giù, e neanche quelle 12 aspirine o mio padre, ma comincio pian piano a riconoscere la sotterranea influenza reciproca tra lui e me, di cui lui probabilmente non è consapevole. E il lavoro di rendere se stessi consapevoli di qualcosa è molto impegnativo.

    Continua a lavorare tranquilla, non sprecare le tue forze.

    Programma (a parte tutto il nobile lavoro da fare per salvare l'umanità)...

    Mi rendo conto d'un tratto di quanto mi siano comunque care queste mattine grigie. Scivolo dolcemente attraverso la giornata e il mio lavoro, perlomeno adesso. E non a strattoni, ma come se non ci fossero resistenze da sconfiggere.

    Dio, credo di collaborare bene con Te, noi lavoriamo bene insieme. Ti sto offrendo uno spazio sempre più ampio in cui vivere, e comincio anche a esserTi fedele. Non ho quasi più bisogno di ripudiarTi. Non devo più rinnegare, piena di vergogna, la mia vita profonda nei momenti più frivoli e superficiali. Il centro forte irraggia il suo influsso fino alle più lontane periferie. Non mi vergogno più dei miei momenti più intimi, non fingo più, di tanto in tanto, di non riconoscerli.

    Credo di non vivere ancora in maniera abbastanza regolare; in realtà non bisognerebbe perdere un solo minuto: se non c'è il lavoro, ci sono le persone che richiedono attenzione e comprensione, e questa comprensione può essere data pienamente solo se si ascolta con costanza se stessi e si lavora su se stessi. Insomma, non si deve mettere troppa carne al fuoco, ma essere fedeli a tutti e a tutto, portando a termine quanto si comincia. Nelle relazioni umane non si può essere volubili, e quando si accoglie qualcuno nel profondo, bisogna lasciarlo lì e continuare a lavorare su di lui.
    Perché anche questa è una nuova verità per me: non si deve “lavorare” solo alla propria vita interiore, ma anche a quella di coloro che si è voluto accogliere in se stessi.

    Ma si deve anche “lavorare” a un'amicizia, “lavorare interiormente”. È ancora solo un procedere per tentativi, un tastarsi a vicenda, e quel che più conta è trattarsi reciprocamente con rispetto.

    Mercoledì mattina [1° aprile 1942]
    Essere molto, molto umile e infinitamente piccola, e poi ancora umile, cercando di essere sempre più semplice. Diventare ed essere estremamente semplice, e anche vivere in semplicità. Sentire la semplicità e l'ampiezza non solo per te stessa e nei tuoi migliori momenti, quelli di pace, ma anche nella vita quotidiana; non diffondere attorno sensazioni e non cercare sempre di renderti interessante; prendi distanza, onestamente e forse anche combattendo, dal desiderio di essere considerata a tutti i costi interessante dal mondo esterno. Cerca invece di trovare e realizzare davvero la semplicità nella tua vita e in ciò che ti circonda. Sul serio: sii umile e semplice, aspetta, rimani aperta, lascia crescere e lavora! Sì, lavora. Nel tuo caso, non importa neanche cosa fai, non hai ancora trovato una dimora stabile per il tuo lavoro, ma, che si tratti di scrivere in russo o di leggere Dostoevskij o Jung o di una conversazione, tutto questo può essere sempre lavoro. E devi anche aver fiducia nel fatto che un giorno tutto si amalgamerà in una grande sintesi e credere che stai costruendo qualcosa. In questo credo infatti da molto tempo: credo nel lavoro e nelle azioni che si uniscono, trovando una giusta collocazione e mai un vuoto in mezzo; nel tanto lavoro regolare e costante. Ed essere molto, molto modesta.
    ...
    Me lo ricordo ancora dai miei primi anni di studio: come passeggiavo per le strade notturne, le mani chiuse a pugno nelle tasche del giaccone, la testa profondamente incassata nel collo, dicendo tra me e me: Voglio lavorare, lavorerò. E così arrivavo a casa stremata, per via di tutto quel pensare di dover lavorare, tanto che non avevo più la forza per mettermi realmente al lavoro. È andata così per anni. Ricordo che Adpana, una volta, ha anche gridato questa frase al treno in partenza che mi stava portando a Deventer: “Lavora, piccola, lavora, lavora sempre”. E in quel momento sentivo nelle ruote del treno il ritmico suggerimento arbeiten, arbeiten, arbeiten. E su questo tema gli ho scritto una lettera commovente, ma neanche quell'anno ho lavorato davvero. Perché non ci riuscivo. Adesso, a ripensarci, posso capire come andavano le cose allora. E ora? Ora, oltre alla volontà, c'è anche la possibilità di realizzare concretamente il lavoro e la volontà fluisce così senza intoppi nell'azione; le barriere, che in passato non riuscivo ad attraversare, sono state abbattute. E non dico neanche più: Già, ma non ho ancora trovato il “terreno” in cui radicarmi, e non soffro per il fatto di non aver ancora trovato uno strumento e neanche un argomento, come una volta ha detto S. Si tratta ancora solo di “essere profondamente concentrati per dar forma” e poi se riuscirò pure a “dar forma” non lo so ancora. Ma credo che si possa costruire anche senza mai scrivere una sola parola o dipingere un solo quadro, fosse solo la propria vita interiore. E anche questa è un'azione.

    La mia pazienza deve crescere ancora. Ne ho già conquistata abbastanza per aspettare quello che verrà, per avere fiducia che qualcosa verrà. Non so se avrò la pazienza di camminare per ore da sola attraverso un paesaggio solitario, di vivere da sola per settimane in un villaggio di pescatori sul mare, paga dei miei pensieri. Non ho ancora abbastanza pazienza per occuparmi di fiori, ascoltare musica, guardare dipinti e leggere la Bibbia. Tutto questo devo ancora impararlo, e va imparato per un'intera vita. Credo però di essere all'inizio. E ogni tanto sopraggiunge una grande pazienza, quella che alla lunga sarà la sorgente interiore da cui potrò attingere per il lavoro creativo. Ma sono sicura che quella pazienza sarà ancora interrotta, sul più bello, da una tensione; devo imparare a raccogliere tutta la pazienza che c'è in me, mettere insieme tutti i frammenti di pazienza per formare un'unica grande pazienza.

    26 maggio [1942], martedì
    Io posseggo in realtà pochissime parole per tutto quello che vorrei dire. Potrei forse allargare il mio vocabolario? Penso che sia possibile. Significa lavorare duro, è un mestiere. Credo di contare ancora troppo sul fatto che la “grazia” mi investirà, e che a quel punto tutte le parole e le immagini appariranno da sé.
    A volte mi rimprovero perché non lavoro, non lavoro seriamente, anche se sono impegnata tutto il giorno. Allora penso, e temo, di lasciar passare il tempo senza lavorare, con ogni mia fibra, alle cose che veramente contano. Mi dico anche, in tono consolatorio, che deve ancora arrivare il mio momento e ho fiducia nel fatto che arriverà, ma non sono forse in qualche modo pigra e vanitosa, o meglio, riluttante nei confronti delle cose che contano davvero? Perlomeno che contano per me.
    Non sto ancora lavorando a ciò che, nei miei momenti più ispirati, sono certa costituirà in futuro la mia principale occupazione, ma sicuramente, ogni tanto, si svolge un duro lavoro dentro di me e io lascio fare. Sì, in quei frangenti sono l'officina nella quale la vita produce importanti progetti, il più delle volte ignoro addirittura quali, ma sento che qualcosa cresce e lavora dentro di me; non faccio neppure lo sforzo di scoprire cosa sta accadendo, anche se so benissimo che prima o poi lo verrò a sapere, per ora lascio che si lavori tranquillamente.

    9 giugno [1942], martedì sera, le dieci e mezzo
    Stamattina alla prima colazione notizie più o meno circonstanziate dal ghetto. Otto persone in una cameretta, con la comodità che si può immaginare. Non si capisce, non si riesce a concepire che tutto questo succeda a poche strade da qui, che possa diventare il tuo stesso destino. Stasera, tornando dall'amico vegetariano svizzero verso casa sua - dove il geranio continua a proliferare - gli ho chiesto d'un tratto: dimmi una buona volta, che debbo fare dei miei sensi di colpa quando vengo a sapere che otto persone sono costrette a vivere in una cameretta, mentre io ho quella gran stanza piena di sole, tutta per me? Lui mi ha guardata di traverso con un'espressione piuttosto diabolica e ha risposto: o tu lasci quella stanza (e ha fatto una faccia ironico-interrogativa, come se dicesse: ti ci vedo proprio!), o tu cerchi di capire cosa c'è dietro quei sensi di colpa; forse pensi di non lavorare abbastanza? A quel punto ci ho visto chiaro: è vero, ho detto, il mio lavoro mi permette di rimanere sempre nei mondi elevati dello spirito; e quando vengo a sapere di situazioni come questa, mi domando inconsciamente, o - come ora - consciamente: riuscirei a mandare avanti il mio lavoro con la stessa convinzione e dedizione se abitassi insieme ad altre sette persone affamate in una camera sudicia? Per me, questo lavoro spirituale, questa intensa vita interiore hanno valore soltanto a condizione che possano essere proseguiti in qualsiasi circostanza: e se non è possibile nella pratica, almeno nel pensiero. Altrimenti, tutte le cose che faccio ora sono solo “belle lettere”. Forse quel che mi paralizza un po' è proprio il timore di non poter rimanere me stessa in quelle condizioni, è l'insicurezza di non poter superare quella prova (una volta sarei potuta restare bloccata per settimane, ma probabilmente non credevo ancora nella necessità del mio lavoro). Dovrò ancora dimostrare la validità di quel modo di essere, se continuerò a vivere come faccio ora: io non so fare l'operaia socialista o la rivoluzionaria politica, questo posso togliermelo dalla testa, anche se i miei sensi di colpa potrebbero ugualmente spingermi in quella direzione.

    A volte mi sento proprio come una grande officina in cui si lavora duramente, si picchia col martello, o chissà che cosa. Altre volte mi sento come se dentro fossi di granito, un pezzo di roccia battuto senza posa da forti correnti - una roccia di granito sempre più scavata, i cui contorni e le cui forme si cesellano col passar del tempo. Forse verrà un giorno in cui quelle forme saranno bell'e pronte, ben nette nei loro contorni, e allora mi toccherà semplicemente registrarle così come le ho trovate in me stessa. Sto semplificando troppo? Ho troppa fiducia in un lavoro che, in questo momento, viene fatto per me? Voglio metterci tutto il mio impegno e la mia attenzione, ed essi assisteranno al “lavoro” a nome mio: saranno i miei rappresentanti in quell'officina, ma assisteranno semplicemente, senza fornire alcun aiuto effettivo.

    Quando noi soffriamo, non dobbiamo per forza far soffrire anche gli altri, no? Se solo l'educazione dell'uomo intervenisse su questo punto. È un processo di presa di coscienza, che ciascuno deve portare avanti da solo. Ma coloro che hanno già iniziato quel processo, devono dare il primo impulso agli altri, che sono ancora “non nati”. Sarà questo alla lunga il mio modo di “lavorare socialmente”, sono inadatta a qualunque altro metodo.

    Bisogna pure che la smetta con il raffreddore e il malessere: consumano la mia energia e la mia voglia di lavorare. Devo togliermi questa idea: che solo perché patisco tanto il freddo e il raffreddore, e mi sento la testa chiusa, io abbia il diritto di lasciarmi un po' andare, di lavorar meno bene; dovrebbe quasi essere il contrario.

    La libertà di comunicare presenta tuttavia due forme, che mi sembrano le sole possibili: quella nei confronti della cosa realizzata e quella nell'ambito dell'autentica vita quotidiana, là dove mostriamo ciò che siamo diventati grazie al lavoro.

    Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato, anche se non ho quasi più il coraggio di dirlo quando mi trovo in compagnia.

    Stasera ho pensato d'un tratto: sto cercando d'armonizzare tutte le contraddizioni che ho dentro, vivo le mie difficoltà e le porto a una soluzione; molte cose diventano sempre più semplici e chiare per me, mi sto dedicando a un'opera “formativa”, per dir così, a un lavoro artistico sulla mia psiche. Ma questo non avrà come conseguenza il fatto che sarò piena di equilibrio e armonia tanto che - e a volte succede già - non farò più il lavoro creativo e che non ne avrò più bisogno? È l'una e un quarto e devo andare a dormire.

    Ora mi metto la mia vestaglia colorata e scendo di sotto per leggere la Bibbia insieme a lui. Passerò tutto il giorno in un angolino di quella gran sala silenziosa che ho dentro di me. Io conduco una vita davvero privilegiata. Oggi non devo lavorare, non ho compiti casalinghi e non ho da far lezione. La mia colazione è pronta in un cartoccio e Adri ci porterà il nostro pranzo caldo. Così, stanca, posso restar seduta nell'angolino del mio silenzio, accoccolata come un Buddha e anche col suo sorriso - interiormente, s'intende. Bello per le persone che lavorano tanto duramente dover guardare una tale boccaccia ghignante! Non mi è chiaro perché sia di nuovo necessaria quell'improvvisa rozzezza. Oggi devo scrivere molto, moltissimo.

    Ormai da un anno intero sto lavorando al silenzioso spazio dentro di me, tanto che adesso si è esteso fino a diventare una sala, tangibile nella sua presenza.

    Ogni giorno mi sembra di non aver lavorato con sufficiente concentrazione e intensità. Ho davvero degli obblighi, degli obblighi morali.

    Con me vivrai anche tempi magri, mio Dio, tempi scarsamente alimentati dalla mia povera fiducia; ma credimi, io continuerò a lavorare per Te e a esserTi fedele e non Ti caccerò via dal mio territorio.

    Sono tanto stanca oggi, in tutto il corpo, non ho molto coraggio per affrontare il lavoro di questa giornata. Non credo molto in questo lavoro, se dovesse continuare a lungo penso che diventerei completamente fiacca e rassegnata. Eppure Ti sono grata perché non mi hai permesso di rimaner seduta a questa tranquilla scrivania, ma mi hai portato in mezzo al dolore e alle preoccupazioni di questo tempo. Un idillio con Te in una stanza da studio ben protetta non sarebbe proprio tanto difficile, ora invece è importante che io Ti porti con me, intatto attraverso tutte queste vicissitudini, e che Ti rimanga fedele così come Ti ho sempre promesso.

    27 luglio 1942, lunedì mattina, le otto
    Bisogna essere sempre disposti a rivedere la propria vita, a ricominciare tutto daccapo in un luogo diverso. Sono viziata e indisciplinata. Forse voglio ancora godermi troppo la vita, in tutte le esperienze che faccio. Nello stato d'animo in cui mi trovo da ieri sera, non posso che dire a me stessa: in fondo sei molto ingrata. Ci sono state tante cose buone in questo fine settimana. Tante cose che potrebbero nutrirmi per giorni, anche se non dovessero toccarmi altro che disgrazie. Ho uno spirito ben poco collegiale verso quelle signorine dattilografe. Trovo che il nostro lavoro è stupido e assurdo e cerco di schivarlo il più possibile. Sono così scontenta e triste e irrequieta stamattina presto come non lo ero da tempo e non si tratta in questo caso del “grande dolore”, ma di piccole scontentezze personali e del mio disadattamento. E sono tanto triste che tutte le cose buone e preziose di questo fine settimana siano morte e sepolte per colpa di una piccolezza; perché una dattilografa un tantino volgare che vuol fare da padrona mi dice alle cinque di pomeriggio, quando cerco di andarmene alla chetichella: eh no, non puoi andar via adesso, c'è ancora da battere a macchina quel prontuario, è molto poco riguardoso da parte tua. E siccome con la mia macchina si possono battere solo cinque copie alla volta e ce ne volevano dieci, ho dovuto battere tutto due volte. Ma tu vuoi tanto andare dai tuoi amici e hai male alla schiena e ogni cellula del tuo corpo si ribella. Hai un atteggiamento sbagliato. Devi pensare che è proprio grazie a quel lavoro che puoi rimanere ad Amsterdam, vicino a coloro che ti sono cari. E te la passi già abbastanza bene.
    Ieri pomeriggio mi sono resa conto di quanto quell'insieme sia tetro, sconfortante, indegno e senza sbocchi: “Chiedo cortesemente di essere esonerato dal servizio di lavoro in Germania, perché lavoro già qui con impegno per la Wehrmacht e sono insostituibile”. È sconfortante. Eppure io sostengo che se noi non opponiamo a tutto ciò un'alternativa forte e luminosa con cui si possa ricominciar daccapo in un luogo del tutto diverso, allora siamo perduti, definitivamente e per sempre. Saprò ben riscoprire l'accesso a questa nuova, radiosa sorgente. Sono stanca e depressa. Ho ancora una mezz'oretta e potrei scrivere per giorni, fintanto che non mi sia liberata da tutto ciò che all'improvviso mi angoscia. Ma ora devo andare: dovrò percorrere molte gallerie sotterranee strette e buie, per ritrovarmi d'un tratto in un luogo aperto e luminoso. Ieri pomeriggio mi trovavo in un corridoio stretto e affollato, dove per un'ora e mezzo ho aspettato Werner: ero seduta su uno sgabello contro il muro, la gente mi veniva addosso da tutte le parti, tenevo il libro di Rilke sulle ginocchia e leggevo. Leggevo per davvero, con la massima concentrazione, ci ho trovato delle cose che mi sarebbero potute bastare per parecchi giorni e le ho subito copiate. Più tardi, nel piccolo spiazzo dietro il nostro ufficio, ho trovato un bidone della spazzatura al sole, mi sono seduta là e ho letto Rilke.
    E sabato sera: l'anello della nostra relazione si è chiuso, così semplicemente e così naturalmente. Come se di notte non mi avesse mai ricoperta nient'altro che la sua coperta a fiori.
    E poi ci sono ancora i canali lungo cui cammino, e che imprimo via via di più in me stessa in modo da averli sempre con me. E può una semplice ora di lavoro in più - sia pure di lavoro stupido e insopportabile - privarti di tutto ciò e annullare ogni cosa? Le mie paure sono più profonde e credo che potrei anche rintracciarle, ma ora non ho tempo.

    Mio Dio, è un bene che Tu abbia fatto fermare il mio corpo. Devo guarire completamente per fare ciò che devo. Ma forse, anche questa è un'idea convenzionale. Lo spirito non dovrebbe forse continuare a lavorare e a essere creativo anche quando il corpo è malato? E amare e hineinhorchen, “prestare ascolto dentro” di sé, dentro gli altri, all'interno del contesto di questa vita, e dentro Te.

    Ma mentre me ne sto seduta a questa scrivania, alla sera tardi, sento che in me c'è anche una grande, crescente serietà, una forza che spinge e indirizza, una tacita voce che mi dice cosa devo fare e che mi fa scrivere molto schiettamente: ho mancato in tanti modi, il mio vero lavoro deve ancora cominciare. Finora è stata soprattutto Spielerei.

    Se solo si potesse far capire alla gente che si può “lavorare” alla propria pace interiore, e continuare a essere produttivi e fiduciosi dentro di noi malgrado le paure e le voci che circolano. Che possiamo costringerci à inginocchiarci nell'angolo più remoto e tranquillo del nostro essere, e rimanerci fintanto che su di noi non si stenda nient'altro che un purissimo cielo.


    T e r z a
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