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    Etty e la poesia

    Sabato mattina [3 ottobre 1942]
    «In me non c'è un poeta,
    in me c'è un pezzetto di Dio che potrebbe farsi poeta.
    In un campo deve pur esserci un poeta,
    che da poeta viva anche quella vita e la sappia cantare».


    Qui alcune citazioni sparse, là dove semplicemente appare ‒ nelle maniere più diversificate e con diversi significati ‒ la parola "poesia" o "poeta".
    Scorrendo anche solo velocemente il Diario, il poeta che maggiormente ricorre ed è esplicitamente citato è certamente Rilke, con due suoi libri: Il libro d'ore e Lettere a un giovane poeta

     

    Una poesia di Rilke è altrettanto reale e importante di un ragazzo che cade dall'aeroplano, ricordatelo bene. Sono tutte cose che fanno parte di questo mondo e non si può ignorarne una per favorirne un'altra. Va' a dormire. Le numerose contraddizioni della vita devono essere accettate, tu invece vorresti fonderle in un unico insieme e in qualche modo semplificarle dentro di te, così ti semplificheresti pure la vita. Ma il fatto è che la vita è composta di contraddizioni, che queste vanno accettate tutte come sue parti integranti, e che non si può accentuarne una a spese di un'altra. Lascia che il tutto giri e forse diventerà ancora un unico insieme. Come ti ho già detto, dovresti andare a dormire, invece di scrivere cose che non sei ancora in grado di formulare.

    Me ne sono resa conto solo stamattina, ripensando a una piccola passeggiata intorno all'IJsclub qualche sera fa. Era il crepuscolo: tenere sfumature nel cielo, misteriose sagome delle case, gli alberi vivi con il trasparente intreccio dei loro rami, in una parola: incantevole. Mi ricordo benissimo di come “sentivo” una volta. Trovavo tutto talmente bello che mi faceva male al cuore. Allora la bellezza mi faceva soffrire e non sapevo che farmene di quel dolore. Sentivo il bisogno di scrivere o di far poesie, ma le parole non mi volevano mai venire. E mi sentivo terribilmente infelice. In fondo io mi ubriacavo di un paesaggio simile, e poi mi ritrovavo del tutto esaurita.

    È codardo e disgustoso da parte tua e ricorda il tuo periodo peggiore: ti rifugi di nuovo nei libri e nelle raccolte di poesia, raccontando a te stessa la commovente storiella secondo cui nessuno ti capisce; dici che vorresti fare poesia, ma soffri per il fatto di non riuscirci, poltrisci sul divano lasciando che Käthe, la quale negli ultimi tempi è stata molto male, vada a fare la spesa sotto la pioggia; filosofeggi di nuovo sul suicidio, che sarebbe solo una pura scelta di comodo e codardia, sei una vera disgraziata. E giustifichi te stessa dicendo: Sono così disperata, non ci riesco proprio. Hai anche saltato le lezioni stamattina. Mi vergogno di te.

    Ma trovo anche interessante il fatto che, proprio mentre aleggia in me la più aulica poesia, che ancora non so come esprimere, io mi senta all'improvviso spinta a dedicare alcune parole al mio stomaco e a ciò che lo riguarda

    E l'unica cosa che mi fa sentir realizzata in questa vita è perdermi in un pezzo di prosa, o in una poesia che io mi sia conquistata con fatica, parola per parola. Un uomo non è la cosa più importante per me. Forse perché ho sempre avuto tanti uomini intorno? A volte mi sento proprio come se fossi sazia di amore, in senso positivo voglio dire. La vita è stata davvero molto buona con me, sempre e anche ora. A volte è come se io fossi già passata attraverso lo stadio dell'“Io” e del “Tu”. È facile dire queste cose dopo una notte simile. E ora mettiamo nell'acqua i miei cari piedini. Persino questo traffico con un bambino non nato è una cosa impossibile per me. Ma finirà bene, vedrai.

    Mi sembrano le parole più belle che conosco, probabilmente perché, con la loro completezza e perfezione, riescono a rendere esattamente quello che con sempre maggiore intensità sto vivendo. Ho appena riletto alcune poesie di Rilke: non vi si dovrebbero aggiungere altre parole, adesso che le parole stanno avvicinandosi un po' ai miei sentimenti.

    Di una cosa sono sempre più certa: il verso di una poesia è altrettanto reale di una tessera per il formaggio o dei geloni. Altrettanto concreto. Dato che spesso, nella luce gelida del giorno, percepiamo i nostri momenti lirici, sognanti e creativi come irreali, finiamo a volte con l'esiliare troppe cose oltre il confine della nostra personalità, e soffriamo di una dissociazione, il che non deve necessariamente accadere, se cerchiamo di ampliare quei confini per accogliere ogni cosa. Bah, che vaghe ciance!

    “Perdermi” per una persona è sparire dalla mia vita; forse mi è rimasto il desiderio di “perdermi” per Dio, o per una poesia.

    Ma forse è questa la ragione per cui sono stata tanto irrequieta e ribelle per l'intero giorno, a causa della realtà di queste, già, poesie (la parola “poesia” è di per sé uno strumento troppo grezzo e al contempo abusato per racchiudere simili espressioni) lette su una sedia rivestita di velluto viola, nella sala d'attesa di un dentista.

    Mentre facevo i piatti: e all'improvviso sei lì, rispecchiata dalla testa ai piedi in una breve poesia.

    E stasera S. che si è messo, di punto in bianco, a leggermi per telefono alcuni frammenti del diario di Rilke; dopo di che mi sono all'improvviso ricordata che lui voleva dettarmi una lettera al telefono, e allora gli ho consigliato di assumere una segretaria a parte per le lettere e di riservare a me la lettura delle poesie, aggiungendo che forse in tal caso mi sarei licenziata, eccetera.

    Cosa significa una poesia per la signorina X: un peccato segreto e un piacere ingovernabile, con cui non sa come comportarsi nella luce fredda del giorno. Ma perché ne è così imbarazzata?

    Ieri pomeriggio mi sono di nuovo inginocchiata sulla stuoia color oro (che è una copertura simile a un campo di grano), con la testa nascosta nel blu luminoso del plaid sul divano, e ho cercato di rinchiudere nuovamente i miei pensieri e sentimenti, che si agitavano davanti e attorno a me come orde/greggi selvagge, nella gabbia della mia interiorità. A volte le porte si spalancano per il vento - e lei procede ricolma di poesia nella sua meditazione mattutina - e ogni cosa infuria all'esterno, e di volta in volta ci si deve raccogliere di nuovo attorno al proprio centro. Pascolare, come un buon pastore, il gregge indisciplinato dei pensieri, delle sensazioni, delle emozioni, delle impressioni, delle esperienze, delle reazioni: datemi una sola parola che esprima tutto questo. Mi sento proprio come un buon pastore. Sto diventando sempre più tranquilla, e mi ritrovo seduta, sì ancora seduta accanto a questa fidata lampada, sentendomi indicibilmente pacificata e serena. Percorrerò il sentiero di questa giornata con calma, prendendomi una piccola vacanza: gli occhi e la testa sono leggermente tesi e affaticati. Devi anche avere la pazienza di agire un po' di meno. Ferma e costante.

    Non c'è nient'altro più di quello che c'è. Possiamo orientarci in base a ciò che ha preso forma in noi, a ciò che ha raggiunto la nostra coscienza dagli abissi più profondi, e poi ha assunto una forma. Un paio di battute su Beethoven grazie alle quali egli s'invola verso il cielo come su una slitta, e un altro paio di battute che lo portano diritto in mezzo al cielo. E poi i suoni monotoni di una melodia araba nel deserto. E Nietzsche e Dostoevskij, un edificio e una breve poesia.

    "Ho sempre scritto molto in fretta," mi diceva Rilke "come se improvvisassi percepivo un ritmo che, attraverso di me, cercava di mantenere una forma viva. Quando in noi c'è questo movimento, descrivere vuol dire semplicemente obbedire. Così ho scritto l'Alfiere in una sola notte, mentre - obbedendo a una necessità insopprimibile - riproducevo le immagini che il riflesso del sole al tramonto disegnava sulle nuvole di passaggio davanti alla mia finestra aperta. Molte delle mie Nuove poesie si sono per così dire scritte da sole, finanche nella loro forma definitiva, e spesso parecchie in un giorno soltanto; anzi, quando scrivevo Il libro d'ore, la facilità avuta nell'attacco mi dava l'impressione che non sarei più riuscito a smettere di scrivere. D'altronde Il libro d'ore non è una raccolta, dalla quale poter estrapolare una pagina oppure una poesia, così come si raccoglie un fiore. Più di qualsiasi altro mio libro è un canto, un poema, nel quale non una strofa può essere cambiata di posto, al pari delle venature di una foglia o delle voci di un coro".

    Ci sono momenti in cui d'un tratto, quasi fisicamente, capisco come un artista creativo possa cadere nel bere, abbandonarsi agli eccessi, smarrirsi completamente, ecc. ecc. Un artista ha veramente bisogno di un carattere molto forte per non sfasciarsi moralmente, per non cadere in abissi senza limiti. Non saprei proprio descrivere questo fenomeno. A volte mi capita con molta intensità: tutta la mia tenerezza, le mie forti emozioni, quel mare dell'anima molto mosso, lago dell'anima o oceano dell'anima, come dir si voglia, vorrei poterli riversare in un'unica piccola poesia, ma sento pure che, nel caso ci riuscissi, vorrei immediatamente buttarmi a rompicollo in un abisso, vorrei ubriacarmi. Dopo un'azione creativa uno dovrebbe esser trattenuto dalla propria forza di carattere, da una morale che offra un appiglio, da non so che cosa, per non cadere Dio sa in quali profondità. E per quale oscuro impulso? Io lo sento in me, nei momenti interiori più fecondi e creativi - quando dentro di me si alzano dei demoni, e forze distruttive e autodistruttive stanno in agguato. Non è neppure il normale desiderio che si ha dell'altro, dell'uomo, è qualcosa di più cosmico, universale, inarrestabile. Sento però che anche in quei momenti io comincio a controllarmi. Allora provo di colpo il bisogno di inginocchiarmi in un angolino tranquillo, di tenermi a freno e ben raccolta in me stessa, di vegliare a che le mie forze non si disperdano in una regione senza limiti.

    Adesso devo ancora trascrivere questo passo di Rilke:
    “... in una poesia che mi riesce c'è molta più realtà che in ogni relazione o affetto che provo; dove creo, io sono vero, e vorrei trovare la forza per fondare la mia vita interamente su questa verità, su questa infinita semplicità e gioia che talvolta mi sono concesse”.

    Sono le nove e mezzo, devo assolutamente mettere un po' di ordine nel guazzabuglio di questa scrivania, cacciare Han dal suo letto e riordinare la stanza e anche preparare qualcosa per il consigliere antirivoluzionario che impara il russo. Ma voglio anche trascrivere alcune parole di una lettera di Rilke che ho letto ieri sera: sono tratte dalla stessa lettera a Lou Andreas-Salomé nella quale scrive anche che, quando riesce a scrivere una poesia, quella contiene più realtà che qualunque relazione o affetto che possa provare nei confronti delle persone, aggiungendo: “dove creo, sono vero, e vorrei trovare la forza per fondare la mia vita interamente su questa verità, su questa infinita semplicità e gioia che talvolta mi sono concesse”.

    “... alcuni giorni fa mi son capitate fra le mani le traduzioni di meravigliose poesie cinesi. Li Tai Pe e altri. Che grandi poeti erano! Essi fanno un cenno, ed ecco qualcosa che va e che viene; dopo un millennio lo si sente attraverso quella lingua straniera sopraggiunta così tardi; com'era lieve ciò che essi evocavano, andava e veniva; e come ogni gravità si trasformava in assenza di peso, così da permanervi...”.

    E non ho forse avuto delle ore di cui ho detto: se dovessi morire tra poco, quest'ora mi è valsa una vita? Ho' avuto spesso delle ore simili. E perché poi non dovrei vivere in cielo? Il cielo esiste, perché non ci si potrebbe vivere? O piuttosto: il cielo vive dentro di me. Devo pensare a un'espressione di una poesia di Rilke: “spazio interiore del mondo”.

    Vedi, adesso mi sono lavata, ho scritto una lettera che mi è parsa necessaria, ho fatto un giro nella casa e messo un po' in ordine la mia cameretta e adesso, Dio - tanto per dirla in maniera banale -, ora mi dirigo alla Tua cassa e cambio molti spiccioli tintinnanti e grevi con una sola banconota vergine e liscia. Che ne dici di tanta poesia a stomaco vuoto? Già vengo a scambiare le mie molte piccole preoccupazioni con una grande pace.

    L'ordine gerarchico all'interno della mia vita è un po' cambiato. “Una volta” preferivo cominciare a stomaco vuoto con Dostoevskij o con Hegel e, a tempo perso, quand'ero nervosa, mi capitava anche di rammendare una calza, se proprio non si poteva fare altrimenti. Ora comincio con la calza, nel senso più letterale della parola, e poi pian piano, passando attraverso le altre incombenze quotidiane, salgo verso la cima, dove ritrovo i poeti e i pensatori. Bisognerà che mi sforzi di eliminare queste espressioni patetiche, se vorrò mai fare una figura decente, però credo che si tratti soprattutto di pigrizia nel cercare le parole giuste.

    A volte mi sento responsabile per ogni soldato morto in Europa, e ieri sera d'un tratto mi sono ritrovata a piangere, ma forse non erano nient'altro che lacrime poetiche. Mettiti a lavorare adesso; ti ci vorrà ancora molto tempo prima di riuscire a scrivere tutto quello che vorresti su questo tema.

    È un bene avere simili momenti poetici e sognare, ma non bisogna lasciarsi andare, perlomeno non io, non ancora. A fronte di ciò ci deve essere concentrazione e lavoro disciplinato, altrimenti ci si indebolisce e si diventa fiacchi.

    Ieri sera, subito prima di andare a letto, mi sono trovata improvvisamente in ginocchio nel mezzo di questa grande stanza, tra le sedie di acciaio sulla stuoia chiara. Un gesto spontaneo: spinta a terra da qualcosa che era più forte di me. Tempo fa mi ero detta: mi esercito nell'inginocchiarmi. Esitavo ancora troppo davanti a questo gesto che è così intimo come i gesti dell'amore, di cui pure non si può parlare se non si è poeti.

    Ieri sera, Betz su Rilke:
    “Su FA., un poeta, Rilke scrisse: Era un poeta e odiava il pressapochismo“.

    Stamattina un paio di stelle erano appese al cielo come lucidi frutti ai rami, scuri e spogli, dell'albero fuori dalla mia finestra.
    Vincent van Gogh, il grande cercatore del sole. Romain Rolland, il grande mediatore. I politici: coloro che dividono e dominano; i poeti: mediatori e servitori.

    E più tardi, ho fatto la strada con Aimé, zaino in spalla e suola rotta, con un foulard di lana bianca sulla testa contro il freddo. Siamo finiti nel Café de Paris, dove lui, grazie al suo profilo da zingaro, poteva facilmente infiltrarsi. Abbiamo parlato intensamente di poesia, dei nostri giovani poeti, degli “Ottantisti”, di Baudelaire, dei russi e di Dostoevskij; di forma e metro, delle basi psicologiche e “filosofiche”. In simili conversazioni, mi rendo conto di quanto tutte le mie concezioni siano diventate più chiare, più delineate e marcate e come io non tragga più le mie opinioni da fonti esterne, ma dalle mie più profonde e proprie.

    Ora mi sento vicina a colui che sta parlando al giovane poeta. E solo ora, ora che comincio a “vivere le domande”, capisco quelle parole. Nel periodo in cui dovevo ancora “viverle”, non ero assolutamente in grado di capire. Devo regalare questo libriccino a persone molto giovani per aiutarle a capire. Si può aiutare solo quando si vive in sintonia con ciò che si desidera chiarire agli altri; sento crescere in me, sempre più, la forza per dare una mano agli altri, anche semplicemente spiegando loro che nessun altro può davvero aiutarli, e che questo va accettato, e non come un qualcosa che renda di necessità infelici, bensì come un mezzo per diventare più consapevoli delle proprie forze e della propria interiorità, e chiarendo che bisogna ascoltare con pazienza la propria voce interiore fino ad acquisire delle certezze. Ma occorre pazienza.

    Quell'uomo sulla Beethovenstraat, oggi pomeriggio, è degno di nota. Proprio un giovane croco fiorente che si guarda con ammirazione: indossava trionfante una grossa stella d'oro sul petto; era in se stesso una parata e una dimostrazione, per quel suo modo di pedalare felice. E tutto quel giallo - mi è balenata d'un tratto una visione poetica in cui il sole gli sorgeva sopra, tanto era raggiante, giallo e felice. Va bene, ragazzina, così soddisfacenti le cose non sono affatto, e sembra che tu riesca a creare immagini poetiche su qualunque cosa.

    Dio, certe volte non si riesce a capire e ad accettare ciò che i tuoi simili su questa terra si fanno l'un l'altro, in questi tempi scatenati. Ma non per questo io mi rinchiudo nella mia stanza, Dio: continuo a guardare le cose in faccia e non voglio fuggire dinnanzi a nulla, cerco di comprendere i delitti più gravi, cerco ogni volta di rintracciare il nudo, piccolo essere umano che spesso è diventato irriconoscibile. In mezzo alle rovine delle sue azioni insensate. Io non me ne sto qui, in una stanza tranquilla ornata di fiori, a godermi Poeti e Pensatori glorificando Iddio, questo non sarebbe proprio tanto difficile, né credo di esser così “estranea al mondo” come dicono inteneriti i miei buoni amici. Ogni persona ha la sua realtà, lo so, ma io non sono una visionaria, persa nei sogni, una “bell'anima” ancora un po' adolescente (Werner diceva del mio “romanzo”: “Da una bell'anima a una grande anima”). Io guardo il Tuo mondo in faccia, Dio, e non sfuggo alla realtà per rifugiarmi nei sogni - voglio dire che anche accanto alla realtà più atroce c'è posto per i bei sogni -, e continuo a lodare la Tua creazione, malgrado tutto!

    Il mio più grande maestro in questo momento, oltre a S., è Rilke. Non rappresenta un'occasione di riposo per qualche ora, quando il lavoro è finito, ma riempie i miei giorni ed è parte integrante del mio essere. Un'intera generazione dovrà riscoprirlo. Ed è proprio vero quanto Lou Andreas scrisse del suo amico: “Per certi aspetti questo poeta della delicatezza estrema era anche vigoroso”.

    Abbiamo vissuto insieme il principio di un giorno ed è stata una cosa molto bella, una carica d'energia. E di nuovo quella stupida fitta al cuore quando ha detto che andava a far ginnastica e a vestirsi: come se, dovendo ritornare di sopra, io mi sentissi abbandonata e sola al mondo. Una volta ho scritto: vorrei poter condividere il mio spazzolino da denti con lui. Quanto bisogno di essere vicina a una persona fin nei suoi più piccoli gesti quotidiani! Però questa distanza è fruttuosa: ci si ritrova poi sempre, e tra poco verrà su a chiamarmi per far colazione alla sua piccola tavola rotonda, vicino al geranio che si dissangua ogni giorno di più. Oh, quegli uccelli e quel sole sul ghiaino del tetto. Ho nell'anima tanta calma e dolcezza, e un senso di appagamento che riposa in Dio. Che forza primordiale vien fuori dall'Antico Testamento e che radice “popolare”, anche. Magnifiche figure, forti e poetiche, vivono in quelle pagine. Un libro davvero avvincente, aspro e tenero, ingenuo e saggio, interessante non solo per ciò che dice, ma anche perché permette di conoscere chi lo dice.

    Vorrei poter avere letto tutto di Rilke, prima che arrivi il giorno in cui forse non potrò più leggere, per molto tempo. M'immedesimo molto intensamente nel piccolo gruppo di persone che ho conosciuto per caso da Werner e Liesl, e che la prossima settimana sarà deportato per lavorare in Germania sotto la sorveglianza della polizia. Stanotte ho sognato che dovevo preparare la valigia. Era una notte inquieta, soprattutto le scarpe mi facevano male. Come si doveva fare con la biancheria e il cibo per tre giorni e le coperte, tutto in una valigia o in uno zaino? Però rimarrà ancora posto per la Bibbia in un angolino. E se possibile per Il libro d'ore, e per le Lettere a un giovane poeta di Rilke. E mi piacerebbe tanto portare con me i vocabolarietti russi e L'idiota, per non perdere l'esercizio della lingua. Questo mi può naturalmente succedere - e sarà un caso molto curioso - se io dichiaro alla nostra registrazione: insegnante di lingua russa: sarà un caso unico e le conseguenze non si possono prevedere facilmente. Dio sa per quali vani giri finirò ancora per andare in Russia, una volta che abbiano messo le mani sulla mia conoscenza delle lingue e del resto.

    Mi chiedo che cosa farei effettivamente, se mi portassi in tasca il foglio con l'ordine di partenza per la Germania, e se dovessi partire tra una settimana. Supponiamo che quel foglio mi arrivi domani: cosa farei? Comincerei col non dir niente a nessuno, mi ritirerei nel cantuccio più silenzioso della casa e mi raccoglierei in me stessa, cercando di radunare tutte le mie forze da ogni angolo di anima e corpo. Mi farei tagliare i capelli molto corti e butterei via il mio rossetto. Cercherei di finire di leggere le lettere di Rilke. Mi farei fare dei lunghi pantaloni e una giacchetta con quella stoffa che ho ancora per un mantello d'inverno. Naturalmente vorrei ancora vedere i miei genitori e racconterei loro molte cose di me, cose consolanti - e ogni minuto libero vorrei scrivere a lui, all'uomo che - già lo so - mi farà morire di nostalgia. Certe volte mi sembra di morire sin da adesso, quando penso che dovrò lasciarlo e che non saprò più niente di lui. Tra qualche giorno andrò dal dentista per farmi otturare tutti quei buchi nei denti: sarebbe proprio grottesco che mi venisse mal di denti. Mi procurerò uno zaino e porterò con me lo stretto necessario, poco, ma tutto di buona qualità. Mi porterò una Bibbia e quei due libretti sottili, le Lettere a un giovane poeta e, in qualche angolino dello zaino, riuscirò a farci stare Il libro d'ore? Non mi porto ritratti di persone care, ma alle ampie pareti del mio io interiore voglio appendere le immagini dei molti visi e gesti che ho raccolto, e quelle rimarranno sempre con me.

    Una volta ho scritto in uno dei miei diari: vorrei poter toccare con la punta delle dita i contorni di quest'epoca. Ero seduta alla mia scrivania, allora, e non sapevo bene come accostarmi alla vita perché non l'avevo ancora toccata dentro di me. Ho imparato a farlo mentre ero seduta qui. Poi, d'un tratto, sono stata scaraventata in un centro di dolore umano - su uno dei tanti, piccoli fronti di cui è disseminata l'Europa. E là - sui volti delle persone, su migliaia di gesti, piccole espressioni, vite raccontate - su tutto ciò ho improvvisamente cominciato a leggere questo tempo come un insieme compiuto, e non solo questo tempo. Avevo imparato a leggere in me stessa e così ero in grado di leggere anche negli altri. Era proprio come se le mie dita sensibili sfiorassero i contorni di questo tempo, e di questa vita. Com'è possibile che quel pezzetto di brughiera recintato dal filo spinato, dove si riversava e scorreva tanto dolore umano, sia diventato un ricordo quasi dolce? Che il mio spirito non sia diventato più tetro in quel luogo, ma più luminoso e sereno? A Westerbork ho letto un tratto del nostro tempo che non mi sembra privo di significato. Ho amato tanto la vita quand'ero seduta a questa scrivania ed ero circondata dai miei scrittori, dai miei poeti e dai miei fiori. E là, tra le baracche popolate da uomini scacciati e perseguitati, ho trovato la conferma di questo amore.
    La vita in quelle baracche piene di correnti d'aria non contrastava affatto con la vita in questa camera protetta e tranquilla. Non sono mai stata tagliata fuori da una vita per così dire “passata”, per me esisteva solo una grande, significativa continuità. Come potrò descrivere tutto ciò? E far sentire quanto la vita sia bella e degna di esser vissuta e giusta, sì, proprio giusta? Forse Dio mi concederà quelle poche, semplici parole? Parole che siano anche colorite, appassionate e serie, ma soprattutto semplici? Come posso rappresentarlo con poche, tenere, leggere e robuste pennellate, il piccolo villaggio di baracche tra cielo è brughiera? Come posso far sì che anche altri leggano dentro a tutte quelle persone - persone che devono esser decifrate come geroglifici, tratto dopo tratto, finché non ci si trova davanti a un unico, grande e comprensibile insieme, incorniciato da cielo e brughiera?

    (Sabato mattina [3 ottobre 1942]
    In me non c'è un poeta, in me c'è un pezzetto di Dio che potrebbe farsi poeta. In un campo deve pur esserci un poeta, che da poeta viva anche quella vita e la sappia cantare.


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