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    Etty e lo studio


    A leggere il Diario di Etty si rimane colpiti dalla sua passione per lo studio, il suo interesse e amore per alcuni campi in cui sente di dover conoscere e capire, sempre più approfonditamente: quasi un bisogno interiore, un senso profondo del dovere, e fino a comprendere l'insensatezza della distinzione tra studio e vita vera.
    A questo lo porta certamente la sua indole (soprattutto verso gli studi di psicologia e di letteratura, non certo verso le materie della sua prima laurea in giurisprudenza), e la guida di Spier, quasi come "fame di vita", per capire se stessa e la vita.
    Oggetto più volte richiamato del suo studio – elementi ricorrenti nel Diario – sono Jung, la lingua russa (forse per comprendere meglio "l'anima russa", quella così misteriosa e caotica che emerge dal carattere della madre, ma anche quella che apre a Dostoevskij e verso cui sente quasi la vocazione interiore per cucire il dialogo tra Russia e Occidente.
    E ovviamente Rilke, e tutti i poeti e filosofi o psicologi a cui invita Spier.
    Il suo studio è rigoroso, intenso, metodico; le sue mattinate sono capaci di concentrazione, anche se altre incombenze di vita quotidiana e relativa alla sua salute premono.
    Ma emerge anche la "relatività" dello studio rispetto alla conoscenza diretta delle persone, e forse anche in relazione al tempo difficile che sta vivendo.
    Ma il suo studio la abiliterà a inventare o cesellare per bene le parole con cui sarà capace anche di rendere testimonianza di questo tempo, perché nulla vada perduto.



    Sono una studentessa di lettere di ventisette anni che si è dedicata agli studi solo dopo aver svolto diverse attività lavorative.

    Voglio pulirmi dentro per far posto ai miei studi, piccoli e grandi.

    Devo promettere a me stessa che cercherò almeno di essere il più naturale possibile, perché con lui posso esserlo. Mi accorgo che in questo momento sto annotando tutto senza concentrazione e senza alcun piacere, a onor del vero anche senza alcuna necessità interiore. Continuo a essere attratta da Jung e lo studio assume per me sempre maggior importanza.

    L'inizio della predica recita così: non devi assolutamente chiederti se ami quella materia o meno, se per te ha un senso o no: fa parte dei tuoi studi, del lavoro che hai scelto, quindi non c'è proprio motivo di pensare se domani o “un giorno” lo svolgerai; devi iniziarlo oggi.

    Era un mondo a sé con una sua propria atmosfera: una piccola oasi di pace e rigenerazione, piena di rispetto per lo studio e di affetto per quella figura strana e solitaria, estremamente amabile eppure in un certo senso insondabile, proprio perché unica.

    Stasera il sole pendeva come una palla infuocata tra i due alberi neri di una nave. Un treno giocattolo scorreva in lontananza lungo il ponte ferroviario. C'era un glorioso cielo ricoperto di nubi. Stavo lì sul ponte ferroviario nel mio impermeabile, a guardare. Era così bello e anche tanto normale e buono. Sono una ragazza e studio cose differenti. Altre giovani lavorano in un ufficio per guadagnarsi da vivere o hanno un marito e dei figli. Ma anch'io ho molte ragioni per vivere. Perché mai non dovresti studiare russo e leggere le mani dei tuoi simili? Continua tranquilla a lavorare, continua a coltivare il campo dello spirito, vivi anche un po', e lascia che tutto sia in armonia. Prima, quando sedevo alla mia scrivania, ero spesso agitata e avevo paura di perdermi qualcosa della vita. E quando partecipavo alla cosiddetta “vita”, tra le persone e i loro divertimenti, mi sentivo sola e volevo ritornare al mio posticino dietro quella scrivania. Ed è ancora un po' così. Il vero scopo della mia vita sarà quello di trovare una reale armonia interiore tra quella “vita” e la scrivania.
    Una volta papà ha detto: Un uomo che sigilla buste in un ufficio postale è più utile di uno che studia filosofia. E molte altre saggezze di tal fatta, dette con convinzione e originalità. Forse simili espressioni si sono incise a fondo dentro di me, non so. Posso immergermi a lungo nei miei studi e poi d'un tratto chiedermi se quello che sto facendo non sia nient'altro che un'attività insensata. Eppure non è proprio questo a preoccuparmi. Ma, nutrendo me stessa costantemente con i beni dello spirito più alti e preziosi, ho probabilmente paura di allontanarmi troppo dalla grande massa che deve accontentarsi di un alimento ben più grossolano. E ovviamente non è neanche così; non riesco ancora a esprimerlo a parole.

    Sono sempre tesa e piena di attenzione, cerco qualcosa ma non so ancora cosa. Cerco una verità profonda, ma non ho ancora idea di che cosa si mostrerà. Rincorro alla cieca un fine determinato, sento che c'è un fine, ma ignoro dove e come. Anche il mio studio è altrettanto strano. Trascrivo brani dai libri, quasi in maniera istintiva: spesso mi soffermo su una sola frase, una parola, che mi pare di dover conservare per il futuro, così almeno penso in quel momento. Sto lavorando per qualcosa, lavoro in un contesto più ampio che però non è ancora delineato, eppure sento che mi conduce da qualche parte, alla ricerca di una sintesi.

    Mi sento come uno che si stia rimettendo da una grave malattia. Con la testa abbastanza leggera e con le gambe ancora un po' incerte. Era proprio brutto ieri. Non vivo abbastanza semplicemente. Mi abbandono troppo a “sfrenatezze”, a baccanali dello spirito. E forse m'identifico troppo con quel che leggo e studio: Dostoevskij mi distrugge ancora, in un modo o nell'altro. Devo proprio diventare più semplice. Lasciarmi vivere un po' di più. Non pretendere di vedere già dei risultati. Ora conosco la mia cura: accoccolarmi in un angolino e ascoltare quel che ho dentro, ben raccolta in me stessa. Tanto, col pensiero non ci arriverò mai. Pensare è una bella, una superba occupazione quando studi, ma non puoi “pensarti fuori” da uno stato d'animo penoso. Allora devi fare altro, farti passiva e ascoltare, riprender contatto con un frammento d'eternità.

    Che cosa voglio? In futuro, praticare la chirologia in Russia. Sarebbe una bella sintesi di tutto quello che faccio ora. Con il pensiero sto già scrivendo una lettera a Frans da una pittoresca strada di Mosca. Una lettera piena di nostalgia. La mia fantasia corre di continuo in maniera bizzarra. Povera Mosca, come starà andando adesso? Un domani dovrò farmelo raccontare direttamente dalla gente di lì. Quindi ho ancora molto da studiare.

    Sì, per un verso vorrei “studiare la letteratura scientificamente”, scrivere dei saggi, e per l'altro sento fremere in me tutta una serie di sorgenti grazie alle quali io stessa vorrei scrivere e creare. E allo stesso tempo mi chiedo addirittura se io sia capace di fare qualcosa, se non mi stia forse sopravvalutando. Ma che importanza ha, in realtà, piccola? Perché devi saper fare qualcosa?
    ...
    Ed ecco di nuovo i due ambiti: quello accademico, lo studio silenzioso di molti libri, il lavoro scientifico; e d'altra parte, il desiderio di lavorare con le persone, trattare, aprire gli animi, aiutare, rendere la vita degli altri più sopportabile grazie alle mie capacità. Ma, per converso, c'è anche un forte bisogno di solitudine, di lavorare raccolta e silenziosa per me stessa soltanto, di scandagliare, esprimere, dare forma, capire la mia interiorità. Pretendo troppo, forse?

    Non puoi neanche perdere troppo tempo tra tristezze e rimuginii, quando invece c'è ancora tanto da studiare e da elaborare. È vero, corro sempre il rischio di perdermi di nuovo nel caos, in una sconfinata tristezza, ma c'è anche qualcosa di forte e di inesorabile in me, di niente affatto sentimentale e molto concreto, lo sento con grande chiarezza. È qualcosa che mi aiuterà a dare forma e ordine alle mie idee, per cui un giorno riuscirò a maturare un giudizio obiettivo sulle cose.

    Coraggio, non lambiccarti il cervello troppo su queste cose, cercando di rielaborarle; devi risollevarti con le tue sole forze. Intendo dire questo: ormai sono finita nei meandri della psicologia, e così sia. In questo campo sono riuscita a sentirmi a mio agio, in un modo o nell'altro, nel giro di sei mesi, come non mi è riuscito con i miei studi di giurisprudenza in sei anni. Ma c'è un pericolo. In questo ambito posso tranquillamente andare per la mia strada, arenarmi, prendere posizione, formulare ipotesi, trovare rimedi, ma il modo in cui affronto questa materia a volte supera le mie forze. Devo procedere con più calma.

    Studio ancora troppo me stessa; questo, però, dipende, credo, anche dal fatto che ritengo di dover analizzare ogni vibrazione del mio spirito così incredibilmente unico, e di doverla registrare in vista dei capolavori che ancora penso di dover scrivere.

    Ciò a cui dovrò tendere adesso, e che voglio anche scrivere qui, sono le piccole cose quotidiane, concrete, i singoli gesti. Continuo a parlare della “vita”, della “sofferenza”, della “persona”. Un forte sentimento universalizzante. Le piccole cose, i gesti colti all'improvviso, osservati e studiati con pazienza e amore, ancora non riescono a esprimersi, ecc. - ecco cosa intendo con “richieste eccessive”.

    Voglio sicuramente guadagnarmi da vivere lavando i piatti se non si può fare altrimenti, diciamo occupandomi di cose nelle quali non sono mentalmente coinvolta, cercando però di tenere per me un campo di studi.

    Studierò e cercherò di capire, ma credo che dovrò pur lasciarmi confondere da quel che mi capita e che apparentemente mi svia: mi lascerò sempre confondere, per arrivare forse a una sempre maggior sicurezza. Fin quando non potrò più smarrirmi, e si sarà stabilito un profondo equilibrio - un equilibrio in cui tutte le direzioni saranno sempre possibili.

    Mi prendo ogni volta per mano e mi dico: adesso hai da preparare quella lezione per domani e stasera devi cominciare L'idiota di Dostoevskij - ma non come un capriccio, devi studiartelo pazientemente da cima a fondo. Come se fossi un salariato.

    Devo ricominciare daccapo. Studiare, con tutti i miei sensi, quel grande miracolo che è la lingua. E tentare, ogni tanto, di incidere un piccolo segno in quell'inflessibile blocco di granito.

    Amata stufa, giorno grigio, pancia mugolante, vestito di lana, mano piccola e forte: la realtà dietro questa realtà visibile, e poi un'altra realtà mai raggiungibile, sempre sfuggente. Devi comunque concentrarti e studiare, in modo da afferrare la realtà più visibile, costringendola a mostrare la realtà che nasconde.

    Ci si lamenta di come fa buio al mattino. Per me, invece, è spesso l'ora migliore del giorno - quando l'alba s'affaccia grigia e silenziosa alle mie pallide finestre. In quel grigiore e silenzio c'è allora una macchia luminosa e violenta, il piccolo abat-jour splendente che rischiara il grande piano scuro della mia scrivania. La settimana scorsa è stata proprio la mia ora migliore. Ero immersa nell'Idiota, traducevo solennemente qualche riga in un quaderno, aggiungevo una breve annotazione mia, e di colpo erano le dieci. Allora ho pensato: sì, così devi studiare, così assorta, così va bene.

    Questi cinque minuti sono ancora tutti per me. L'orologio ticchetta dietro le mie spalle. I rumori in casa e in strada sono come una risacca lontana. Una lampada rotonda bianca nella casa dirimpetto s'intravede nel livore di questa mattina piovosa. Mi sento, alla mia scrivania, con la sua grande superficie scura, come su un'isola deserta. La bruna ragazza marocchina guarda fuori nella mattina grigia, coi suoi seri occhi scuri che sono animaleschi e limpidi al tempo stesso. E che importa se studio una pagina di libro in più o in meno? Purché tu viva dando ascolto al ritmo che ti porti dentro - a ciò che sale dal fondo di te stessa.

    Nelle ragazze la maturazione emotiva e quella intellettuale procedono forse più in parallelo. Ora che sto raggiungendo la maturità spirituale, mi accorgo che sono più consapevole nei miei studi, quasi più creativa, anche se mi sembra di fare troppo poco e di lavorare troppo lentamente. La mia intuizione precede ancora di chilometri la mia conoscenza. Ma non posso forzare le fasi temporali, posso solo preoccuparmi di dividere il mio tempo nella maniera più disciplinata possibile.

    Quando penso a tutte le cose che voglio ancora studiare nella mia vita, sì, studiare ed esplorare in modo da rendere manifeste tutte le relazioni di cui ho solo una vaga intuizione, cristallizzandole nella loro specifica forma per poi poterle afferrare, talvolta ripeto a me stessa queste parole: salda, costante, paziente.

    Quando, in passato, sedevo alla mia scrivania, ero presa da irrequietezza al pensiero di perdermi qualcosa fuori, qualcosa della “vera” vita. E così non riuscivo mai a concentrarmi sui miei studi. E quando ero immersa nella “vita vera”, in mezzo alle persone, provavo sempre il desiderio disperato di tornare a quella scrivania e non ero affatto allegra insieme agli altri. Quella distinzione artificiale tra studio e “vita vera” adesso è scomparsa. Adesso “vivo” davvero dietro alla mia scrivania. Lo studio è diventato una “vera” esperienza di vita e non è più solo qualcosa che riguardi la mente. Alla mia scrivania io sono completamente immersa nella vita, e trasporto nella “vita vera” la tranquillità interiore e l'equilibrio che mi sono conquistata nell'intimo. Prima dovevo ogni volta ritirarmi dal mondo esterno, perché le molte impressioni mi confondevano e mi rendevano infelice. Dovevo rifugiarmi in una stanza silenziosa. Adesso quella “stanza silenziosa”, per dir così, la porto sempre con me, e mi ci posso ritirare a ogni istante, sia che mi trovi in un tram pieno di gente sia nel mezzo della confusione in città

    E d'un tratto ne ero di nuovo consapevole ed è tornata la pace e la serietà che comunque non mi abbandonano mai del tutto, come accadeva un tempo, neanche nei momenti più ricchi di emozione. Ho frugato sulla scrivania: c'erano un paio di raccolte di lettere di Rilke, le voglio leggere in maniera sistematica e approfondita in un lasso di tempo ragionevole. C'era un libro di Jung che avevo appena iniziato a leggere; poi L'idiota di Dostoevskij che dovrò studiare a fondo sia riguardo all'uso della lingua sia per il contenuto. Il numero sempre crescente di miei allievi mi costringe a conoscere sempre meglio e più approfonditamente la lingua. E poi c'è il lavoro di S.; devo stare costantemente pronta per S., tenermi aperta per lui e per vivere insieme a lui le esperienze, e c'è sempre da imparare, sempre, ma non voglio neanche trascurare il mio studio del russo. C'è sempre la mia seconda patria, la letteratura, in cui continuo a viaggiare liberamente. E le persone e gli amici, i molti amici: ormai non hai più con quasi nessuno di loro una relazione solo accidentale, anzi, con tutti una relazione delineata e sempre particolare; non si può essere infedeli all'una a vantaggio dell'altra. Non ci sono più momenti persi o morti, bisogna imparare sempre meglio a riposare tra due profondi respiri o in una breve preghiera di cinque minuti; nonostante le molte persone, le tante domande, lo studio eterogeneo, si deve continuare a portare in sé un grande silenzio nel quale potersi costantemente ritirare, anche nel cuore del caos più grande e della più intensa conversazione. Bisogna trarre forza da se stessi di volta in volta.

    Ieri mattina mi sono svegliata alle sei e la prima cosa che mi ha colpita è stato il pensiero che dovrei comunque ricominciare a studiare l'olandese e fare della lingua uno strumento. Forse ho troppa fiducia nel fatto che le parole verranno da sé, quando i tempi saranno maturi, ma può darsi che stia commettendo un grandissimo errore di valutazione. Io non sono niente e non posso fare niente.

    Studiare la grammatica e fare esercizi di traduzione è una mia passione.

    Dovrei chiudere del tutto con la chirologia e usare il tempo che si rende libero per lo studio del russo. Non devo suddividermi in cose che non sono essenziali per me.

    E adesso sono già passate le undici e mezzo e il resto del giorno deve essere dedicato allo studio della lingua materna di mia madre. So che, in questo ambito, ho una sorta di missione da svolgere nel mio futuro, una mediazione tra la Russia e l'Occidente. E all'interno del mio piccolo circolo di allievi cerco già di assolvere a quel compito nel migliore dei modi, trasmettendo loro, oltre alla grammatica, anche un'idea di quell'incomprensibile paese orientale. Ma per far ciò non dovrei sapere molto di più? Chiederò a Becker alcuni libri sulla storia culturale. Devo studiare ancora così tanto, e imparare così tanto, e lo voglio pure, che non capisco come possa permettere al mio proprio “io”, nel senso più ristretto del termine, di distogliermi ogni volta dalla mia strada. Ma ogni volta sgombererò di nuovo il cammino, lo devo a me stessa, e lo percorrerò davvero, fino in fondo.

    Devo di nuovo lasciar andare la presa sul mio giorno, che è stato un buon giorno. Ancora non riesco però a dedicarmi a uno studio davvero costante e approfondito. Ma verrà certo anche questo, perché il modo in cui, di giorno in giorno, cresco e divento sempre più forte, mi assicura la possibilità futura di uno studio assiduo e concentrato. In un giorno come questo mi sento di nuovo alla guida di molti cavalli imbizzarriti. Ma li tengo a freno: una sensazione di forza e pienezza e mobilità interiore, e al tempo stesso un grande autocontrollo.

    Ho amore per altre mille persone, per l'intero creato e per un'intera vita di studio e lavoro produttivo; non so come, ancora. Lui è un uomo vecchio. E io non voglio sposarlo per legare la mia vita alla sua, ma solo per superare uniti tempi come questi. Ci tocca viverli. E anche in modo sensato.

    Grazie a ciò io riesco a guardare nelle persone, posso vedere come sono dietro agli schermi della loro esteriorità, e imparo di più da questo che da molti libri e dallo studio.

    Tra le mie occupazioni principali c'è lo studio della lingua russa, e del grande e amato paese in cui si parla quella lingua. Il giorno in cui tu approderai qui, andrò a occhi chiusi alla stazione, e comprerò un biglietto che mi porti dritto nel cuore di quel paese. Che ne dici di tanto romanticismo infantile alla mattina presto, e in tempi come questi? Certo che mi vergogno, ma la verità è che talvolta vedo le cose così, nella mia fantasia.

    Il mio studio è più un'esperienza interiore che un avvicinamento attivo alla materia; un autentico possesso e una chiara visione d'insieme dei diversi ambiti devono ancora arrivare. Per ora trovo ovunque conferma delle mie vaghe intuizioni, e questo per il momento mi soddisfa. Tale conferma rafforza qualcosa in me, anche se non tutto rimane ancora così indefinito. Arriverà anche questo. Dovrà pur arrivare il momento in cui potrò esprimere con maggior nettezza quello che adesso sento ancora come un lavoro preparatorio.

    Qualche giorno fa scrivevo ancora: voglio star seduta per un pochino alla mia scrivania, e studiare per me. Questo non si fa più. Cioè: succederà un giorno, ma a questa pretesa bisogna rinunciare. Bisogna rinunciare a tutto per poter fare in un giorno le migliaia di piccole cose che vanno fatte per gli altri, senza smarrirsi.

    Ecco, ora si mette un coperchio sul chiasso di questa giornata, e questa sera, con tutta la pace e la concentrazione che sono in me, è mia. Una rosa tea gialla sta sulla mia scrivania, tra due vasetti di viole. L'ora dell'“amaro” è passata. S. chiedeva, del tutto esausto: Come resistono i Levie ogni sera, io non resisto più, mi sento a pezzi. E ora lascio dietro di me tutte le dicerie e tutte le realtà, ora si studia e si legge, per tutta una sera. E io, come sto? Nessuna delle preoccupazioni e delle minacce di questa giornata m'è rimasta attaccata, sto qui seduta alla mia scrivania così “vergine” e appena nata, così disposta a studiare, come se nel mondo non succedesse niente. Tutto m'è completamente caduto di dosso, nulla ha lasciato una traccia, mi sento così “ricettiva” come non mai.

    Il resto del giorno sarà tutto per me. Che possa essere produttivo; la mia voglia di studiare è più grande che mai.

    Io penso e penso, e mi rompo la testa, e provo a risolvere le preoccupazioni minacciose di ogni giorno nel minor tempo possibile - ho un groppo dentro che mi affatica il respiro, debbo fare i conti e darmi da fare e lasciar perdere lo studio per una parte della mattinata

    Voglio studiare intensamente per un'ora prima che cominci questa giornata, ne sento un gran bisogno e ho anche la concentrazione necessaria.

     

     


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