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    Le parabole

    della misericordia

    (Lc 15,1-32)

    Claudio Doglio


    Fra i testi più caratteristici dell'evangelista Luca ci sono le parabole della misericordia che occupano il capitolo 15. Siamo proprio nel contesto del viaggio verso Gerusalemme e quindi Luca ha inserito queste parabole come una catechesi fondamentale per mostrare l'insegnamento di Gesù sulla misericordia e l'accoglienza dei peccatori.
    Luca è particolarmente sensibile a questo tema, gli interessa la tematica della conversione soprattutto perché ritiene che la Chiesa abbia bisogno di conversione. Non sta scrivendo un discorso per i lontani, sta parlando ai discepoli e si rende conto - un po' amaramente - che il peccato è dentro la Chiesa. Noi ci siamo ormai abituati a questa idea, ma all'inizio della comunità cristiana c'era stato un entusiasmo e un cambiamento di vita così radicale che i primi cristiani avevano davvero sperimentato una vita di santità lasciando alle spalle la vecchia vita e iniziando uno stile nuovo.
    Qualcuno dice che quell'entusiasmo iniziale fosse dovuto all'idea che la venuta del messia glorioso fosse imminente e quindi si trattava di scegliere un comportamento eroico per qualche tempo, qualche mese, massimo qualche anno perché, dopo, tutto sarebbe cambiato nella gloria. Le cose andarono invece per le lunghe e il Messia glorioso non veniva; ad un certo punto l'entusiasmo degli inizi andò scemando, pian piano molti si ripresero quello che avevano dato e ritornarono al comportamento di prima.
    Quando Luca scrive ormai la Chiesa ha una cinquantina di anni, sono già morte le prime generazioni e comincia a subentrare la stanchezza, la delusione, l'adattamento al mondo e Luca - con amarezza - si rende conto che la conversione serve ai cristiani. Se in un primo tempo era una predicazione da rivolgere ai non credenti perché diventassero cristiani, adesso sono i cristiani che hanno bisogno di cambiare mentalità, la metànoia, per aderire veramente al Signore Gesù.
    Così le parabole della misericordia mostrano l'atteggiamento del Signore Gesù nei confronti dei peccatori.

    Una accoglienza "contestata"

    Leggiamo il testo notando che i primi due versetti sono una introduzione che l'evangelista compone per inquadrare i racconti.

    15,1 Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 21 farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro».

    Due atteggiamenti differenti; ci sono dei peccatori che si avvicinano a Gesù con l'intenzione di ascoltarlo e Gesù accetta questa vicinanza condividendo addirittura il pasto con loro. È un atteggiamento che i farisei e gli scribi osservanti non approvavano; mangiare assieme a dei peccatori è decisamente sconveniente, una persona per bene non deve farlo.
    Notiamo quindi come la cornice del racconto sia una situazione concreta della vita di Gesù, una contestazione del suo stile e una particolare attenzione al mangiare. Gesù viene criticato perché mangia con i peccatori.
    Dietro a questa allusione c'è un problema della Chiesa primitiva che si dibatteva sulla questione dei cibi puri e impuri e sulla possibilità di mangiare o no con i greci. Nelle lettere di Paolo ricorrono frequentemente queste problematiche. Avevano deciso una apertura, una possibilità di mangiare qualsiasi alimento e di mangiare con chiunque, pur tuttavia qualcuno faceva ancora resistenza. Ecco perché Luca mette queste parabole nella cornice di un pasto problematico: mangiare o non mangiare con i peccatori?

    3 Allora egli disse loro questa parabola:

    Notate che c'è il singolare "questa parabola", ma poi ne seguono tre:
    • prima quella della pecora perduta,
    • poi quella della moneta perduta e quindi
    • quella del figlio perduto.
    Non ci sono altre introduzioni. Si è sbagliato Luca ad usare un singolare quando in realtà riporta ben tre parabole? Forse non si è sbagliato, ma ha voluto lasciare un indizio al lettore perché capisse che si tratta di una unica parabola in tre formulazioni differenti.
    La prima è raccontata anche in Matteo al capitolo 18. Parla di un pastore che ha cento pecore e, perdendone una, lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta finché non la ritrova.

    La pecora perduta (15,4-7)

    Dice il testo di Luca:

    4 «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? 6Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, Eva a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta.

    Prima conclusione:
    'Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.
    Partiamo da questa conclusione: il rapporto di peccatori e giusti è di 1 a 99; l'uno per cento dell'umanità è peccatore; il restante 99 è fatto di giusti che non hanno bisogno di conversione.
    Questo vi risulta? Corrisponde ai dati della realtà? Ma allora, siete sicuri che quei 99 giusti che non hanno bisogno di metànoia, di conversione, di cambiamento di mentalità, siano degli uomini? E difatti lo schema narrativo non parla di tanti uomini
    che non hanno bisogno di Dio e di salvezza, perché tutti ne hanno bisogno. Allora si parla di qualcos'altro.
    In genere il numero "nove" nella tradizione giudaica richiama gli angeli. Quell'unica pecora perduta è l'umanità, è sempre quell'uomo che incappò nei briganti, è Adamo e Dio è venuto a cercare la pecora perduta – una – che rappresenta tutta l'umanità. Ha lasciato i cori degli angeli a cantare tranquilli ed è venuto a cercare l'uomo perduto, se lo è messo in collo e lo ha portato alle altezze del cielo; lo ha riportato a casa. È l'immagine dell'opera di salvezza compiuta dal Cristo che ha preso su di sé l'umanità decaduta per riportarla alla santità della prima origine.
    Matteo racconta questa parabola con un linguaggio più ecclesiale. Parla infatti di una pecora smarrita, vagante e inserisce questa parabola nel contesto della correzione fraterna; come dire: aiutatevi l'un l'altro a correggere i difetti. L'andare a cercare il fratello errante è una esemplificazione di questo aiuto vicendevole. Ma questo è Matteo che inserisce la parabola nel contesto del discorso ecclesiale. Luca, invece, parla di una pecora perduta, di una pecora rovinata, parla di una situazione universale e – proprio per generalizzare il discorso – raddoppia la parabola e, come è solito fare, ad una figura maschile ne fa corrispondere una femminile.

    La moneta perduta (15,8-10)

    Così la stessa parabola viene raccontata nella prospettiva di una donna, una padrona di casa che ha dieci monete. La parola dracma indica un tipo di moneta antica, penso che sia proprio il caso di tradurre moneta per semplificare la comprensione. Anche in questo caso il rapporto è molto sbilanciato anche se inferiore al caso precedente; su dieci monete ne perde una.
    Ecco il testo di Luca:

    8 O quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova? 9 E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la moneta che avevo perduta.

    Stessa conclusione:

    10 Così, vi dico, c'è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
    Avete visto che l'evangelista vi ha offerto la chiave di lettura? Nella seconda narrazione, infatti, sostituisce i novantanove giusti con gli angeli. In cielo fanno festa e sono contenti per quel peccatore che si converte; parlando di uno si intende parlare di tutti. La moneta è un altro modo per evocare l'umanità; è la Sapienza divina che cerca la sua moneta, cioè cerca l'Uomo su cui è impressa l'immagine del Creatore (cf. Gn 1,26).

    Due figli "perduti" (15,11-32)

    Poi arriva la terza parabola che non è un semplice sviluppo delle altre due.
    Mentre queste due sono gemelle – semplicemente al maschile e al femminile, ma tutto il racconto è parallelo – il terzo racconto è diverso. Non potremmo neanche intitolarlo "Il figlio perduto" perché la parabola parla di due figli.
    In genere l'abbiamo intitolata "Il figliol prodigo" utilizzando un aggettivo un po' strano e raro. Prodigo vuol dire "sprecone" e quindi si vuole mettere in evidenza il fatto che ha sciupato il patrimonio, ha dilapidato il capitale che ha ereditato dal padre. Questo però non è l'elemento fondamentale. Da qualche tempo si preferisce utilizzare un altro titolo, "Il padre misericordioso", che mette in evidenza il ruolo paterno; non dobbiamo però perdere di vista il fatto che – protagonisti del racconto –sono due figli e le parabole sono due. Due infatti sono le storie – tenute insieme dal padre – ma esemplari sono due vicende di due figli molto diversi fra di loro, ma tutti
    e due relativi allo stesso padre. Mi sembra, quindi, che il titolo più coerente col racconto si ancora quello della parabola de "I due figli".
    Un'altra parabola dei due figli è presente nel vangelo di Matteo e comincia proprio nello stesso modo:

    «28 Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, và oggi a lavorare nella vigna. 29 Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. 30 Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. 31Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?. Dicono: L'ultimo. E Gesù disse loro: In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. 32 È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli» (Mt 21,28-32).

    Penso che all'origine ci sia uno stesso racconto di Gesù e che Matteo abbia conservato uno schema primitivo e semplice della parabola: il padre dà lo stesso ordine a due figli e i due figli si comportano in modo diverso; tra l'altro c'è differenza tra il dire e il fare. Uno dice: non ne ho voglia, ma poi ci va; l'altro dice: va bene, ma poi non fa quello che ha detto. Il problema è appunto il cambiamento.
    Questa parabola, come la racconta Luca, è molto ampliata, è un racconto che è diventato quasi un romanzo ed è probabile che il responsabile di questo ampliamento sia s. Paolo. Luca ha accompagnato per anni Paolo e ha imparato la teologia di Paolo. Paolo con questa parabola parla di sé, ma andiamo per ordine, cerchiamo di capire l'insieme del discorso.

    Non erano figli, ma servi!

    Al centro di questo racconto c'è il tema della figliolanza. «Un uomo aveva due figli»: no! Veramente quell'uomo non ne aveva neanche uno di figlio perché quei due non si comportano da figli, ma hanno una mentalità servile; si comportano da servi, da schiavi - non da figli - però in modi differenti.
    Il minore è ribelle, contesta il padre e se ne va di casa; prende con sé la parte di beni che gli spetta e sciupa tutto, va in un paese lontano. S. Agostino dice: nella "regio dissimilitudinis", nella regione della dissomiglianza, dove ha perso la somiglianza con il padre; Agostino commenta la propria esperienza. È in un paese lontano da Dio e vive in modo dissoluto. Ecco da dove abbiamo preso l'aggettivo "prodigo": un modo di sprecare tutto.
    Più avanti, nel racconto, il fratello maggiore dirà che si è mangiato tutto con le prostitute. È un commento dell'altro, deve saperne parecchio, ma non dimentichiamo che questo riferimento ha un valore simbolico. Nella tradizione biblica, infatti, l'immagine della prostituzione indica l'infedeltà, il tradimento dell'alleanza e vedete che ricompare il problema del magiare: si è mangiato tutto con le prostitute. Il fratello maggiore è rimasto a casa, il fratello minore è andato via.
    Grazie ad un famoso discorso di Giovanni Paolo II abbiamo imparato l'uso simbolico di "fratello maggiore". Chi è? È il popolo ebraico. Certo! Il fratello maggiore in questa parabola rappresenta il popolo ebraico e il fratello minore? Gli altri, gli altri popoli. Nello schema paolino sono i greci, è l'umanità fuori dell'alleanza, fuori della legge di Mosè, è il figlio ribelle che si è allontanato e si è mangiato tutto. Il patrimonio ce l'ha, gli è stato dato da Dio, ma lo ha dilapidato con le prostitute, cioè in una relazione non di autentico amore, ma di prostituzione. È l'idolatria, è un atteggiamento religioso sbagliato. Il figlio minore sbaglia relazione; dopo che ha speso tutto viene la carestia e si trova nel bisogno, si mette al servizio.

    Il figlio minore: fu vera conversione?

    In partenza era un signore e alla fine è diventato un servo ed è all'estero, altrimenti non ci sarebbero maiali. In terra di Israele non si allevano suini, quindi è andato lontano ed è finito nel peggior modo possibile, è finito guardiano di porci ed è finito ad invidiare le carrube che mangiavano i maiali. Avrebbe voluto saziarsi con quel cibo da porci, ma nessuno gliene dava. Lui è trattato peggio di un porco. Un proverbio rabbinico dice: "Quando gli Israeliti sono costretti a mangiare carrube, si convertono"; secondo quel proverbio, dunque, il fatto dovette essere decisivo. Si è mangiato tutto e non ha più da mangiare, allora rientrò in se stesso, si rese conto della situazione in cui era giunto e disse:
    Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!
    Il problema è "mangiare". Gli torna in mente la casa di suo padre perché i servi mangiano.

    18 Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; 19 non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi servi.

    Notate il rapporto tra figlio e servo? «Non sono più degno di essere chiamato figlio», ho perso la dignità del figlio; trattami come un servo... ma dammi da mangiare. Non è un modello di pentimento e di conversione anche se lo abbiamo spesso usato a catechismo come esempio.
    Nel racconto non è un modello ideale, è uno che torna non per amore del padre, ma per fame. Non torna per essere integrato nella dignità di figlio, ma torna volgarmente per mangiare. Dice: trattami pure male, ma dammi da mangiare.

    20 Partì e si incamminò verso suo padre.

    Abbiamo evidenziato la mentalità del servo e la perdita della dignità filiale.

    Il figlio maggiore

    Il fratello maggiore, che è rimasto a casa, è il popolo giudaico osservante della legge, è quello fedele, ma anche lui non è in una relazione di figlio. Quando protesta con il padre, che cosa gli dice infatti?
    Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici.
    Vedete che la questione è sempre il "mangiare"; rinfaccia al padre di non aver potuto fare una festicciola con gli amici come aveva fatto il pastore quando torna con la pecora perduta, come aveva fatto la donna che chiama gli amici e i vicini per far festa insieme. Qui il fratello maggiore dice: io ti servo da tanti anni
    Non è un figlio, è un servo; ha la mentalità del servo, dello schiavo, del dipendente e la parabola vuole mettere in evidenza come i due figli in realtà siano dei servi.
    Nella prospettiva di san Paolo vuol dire che giudei e greci hanno perso la dignità di figli, non lo sono di fatto; sono servi, hanno una mentalità servile, hanno una relazione con Dio di tipo economico-commerciale; vogliono essere pagati per le loro prestazioni. Sia i giudei, sia i greci hanno una idea sbagliata di religione,.
    L'attenzione della parabola non è però tanto rivolta al figlio minore, quanto piuttosto al maggiore; è lui che fa problema perché la storia si orienta poi proprio su di lui. Anche lui è fuori casa e non vuole entrare. Non vuole entrare a far festa e a mangiare con suo fratello.
    Vedete il problema? Ci sono dei farisei che non vogliono entrare in casa dei peccatori e criticano Gesù perché mangia con i peccatori e Gesù esce a parlare con i farisei facendo capire che invece è importante l'accoglienza di questi lontani. Nello stesso tempo fa capire ai farisei che anche loro sono fuori della grazia di Dio e sono fuori perché non vogliono entrare. Sono due modi di essere religiosi, sono due modi sbagliati di religiosità.

    L'accoglienza dei peccatori

    Il fratello minore, il mondo pagano che arriva a conoscere il vangelo, viene accolto; sono i greci di Antiochia, è il greco Luca che viene accolto dalla misericordia di Dio. Si accontenterebbe di fare il servo e invece...
    Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso
    In greco c'è il verbo splanchnizomai, che indica il movimento delle viscere: l'abbiamo già incontrato nella parabola del samaritano (10,33). Si sentì muovere le viscere materne,

    gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.

    Non lo lasciò parlare, lo fermò alla parola figlio, la parola servo non gliela lasciò pronunciare.

    21 Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio.
    D'accordo, non sei degno, ma io ti faccio diventare figlio per grazia, non per conquista.
    22 Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. 23 Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.

    Come in cielo fanno festa gli angeli per il peccatore pentito.
    Notiamo alcuni particolari descrittivi: al v. 15 si dice che «Si unì ad un cittadino di quella regione». Il verbo kollào è significativo - anche in italiano - di una unione stretta: condivise la stessa vita dello straniero, diventa straniero come lui, perde la sua identità e, forse, anche la sua dignità di uomo.
    Nella frase «Si mise in cammino», c'è anche letteralmente "essendosi alzato": il verbo è anístemi, il verbo della risurrezione. Il suo uso in questa circostanza è molto significativo: lo stesso verbo, infatti, è usato al v. 24 a proposito del padre che spiega l'evento del figlio tornato come la sua risurrezione.
    «Il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò» (v. 20). Secondo il costume del tempo per un padre - oltretutto di una certa età e di una certa posizione sociale - questo atteggiamento è sicuramente poco dignitoso. Ma la dignità, ciò che possono pensare gli altri, cede sempre il passo di fronte all'amore. Gli ordini rivolti ai servi sono dettati dall'impazienza: «presto» (v. 22). L'amore non tollera indugi e quel figlio tornato deve subito capire che nulla è cambiato: per il padre è ancora figlio - come sempre - e quella casa è rimasta la sua.
    «Il vestito più bello»: letteralmente in greco si dice "il vestito primo" tèn stolèn tèn próten, la stola prima. Il primo vestito? C'è un ordine di importanza nei vestiti? Il primo vestito richiama la dignità delle origini, è il vestito perso, è la nudità di Adamo che ha perso la gloria. Il primo vestito è la santità della prima origine che abbiamo perso e che ci viene restituita per grazia; la veste battesimale diventa il segno di questa grazia che ci riveste, che ci viene nuovamente donata.
    «L ' anello» evoca la dignità regale, è simbolo di autorità, è il sigillo, è il segno del figlio che ha il potere come il padre ed è un simbolo nuziale, è l'umanità sposa.
    «I calzari ai piedi» servono per camminare, perché c'è ancora un cammino da fare; i calzari sono anche simbolo di libertà, gli schiavi infatti stanno a piedi nudi.
    Poco contento per il ritorno del figlio minore fu invece il vitello grasso, che ci ha lasciato la pelle! Quel vitello preparato e ucciso per fare festa è più di un qualsiasi vitello. Luca dice infatti: «Il vitello quello ingrassato» (v. 23); è quindi un vitello particolare, unico fra i tanti, quello destinato esclusivamente alle grandi occasioni. C'è un riferimento al sacrificio: il Miserere finisce con l'immagine dei vitelli, anche se in italiano la traduzione ha semplificato con vittime:

    Sal 51(50),21 Allora gradirai il sacrificio prescritto, l'olocausto e l'intera oblazione,
    allora immoleranno sopra il tuo altare i vitelli (vitulos).

    Nella tradizione patristica il vitello grasso che il padre sacrifica per festeggiare il ritorno è Gesù Cristo stesso. È una immagine sacrificale della croce: il Padre per redimere lo schiavo ha sacrificato il Figlio; è l'immagine del banchetto, del nuovo banchetto, un banchetto unico, specialissimo, come, appunto, quel vitello particolare. È l'immagine dell'Eucaristia, della Messa, della mensa cristiana alla quale il fariseo non vuole partecipare.

    Un racconto "paolino"

    Paolo - io mi immagino - raccontava la sua esperienza di giovane fariseo ostile che ha fatto polemica contro Gesù. Nella parabola non si dice come va a finire: entra o non entra? I greci sono entrati e ci sono invece degli ebrei che stanno fuori e che non accettano il banchetto messianico. Paolo invece racconta di sé che ha accettato. Così Paolo scrive a Timoteo: «Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io» (1Tm 1,15). Da giovane una frase del genere non l'avrebbe mai detta! Da giovane avrebbe detto: sono irreprensibile in quanto alla legge, ho sempre fatto tutto quel che dovevo. Paolo aveva la stessa mentalità che troviamo nelle parole del figlio maggiore, avrebbe infatti risposto in modo simile:

    29 Ecco, io ti servo da tanti anni...
    Da vecchio, però, ha capito che il primo dei peccatori è lui. Ha capito il discorso del padre perché la frase più bella e importante della parabola è ciò che il padre dice al fratello maggiore:
    31 Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo;

    «Io ti servo da tanti anni» gli ha detto il figlio, ma il padre risponde in modo del tutto diverso collocandolo immediatamente nella posizione di figlio: "non servo, ma figlio". Gli risponde infatti: « Figlio, tu sei sempre con me » è la definizione della persona religiosa; "io sono con te" corrisponde a "tu sei con me" sempre e condividiamo tutto. «Quello che è mio è tuo»: non c'è retribuzione, ma il principio della condivisione.
    «Figlio, tu sei sempre con me». È la stessa idea che Dio comunicò a Mosè sul Sinai (Es 3,14). «Io sono» - «Tu sei»: sono l'espressione della relazione, mentre la preposizione «con» indica l'unione e la compagnia. Parole diverse che, con identico significato, rimandano alla caratteristica della figliolanza: la novità è il Cristo, il Figlio che ci rende figli. Simili sono anche le ultime parole del Cristo risorto nel vangelo secondo Matteo:

    Mt 28,20 Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

    Devi diventare figlio e superare la mentalità del servo. Il Padre non ci chiama servi, ci chiama figli, ci ha fatti diventare figli, chi ha dato lo spirito da figli adottivi.
    Paolo ha accettato di diventare figlio, ha capito di essere peccatore e, proprio riconoscendo il suo limite, è entrato alla mensa dei figli ed è diventando figlio superando la propria cattiva religiosità.

    Gesù aveva l'abitudine di mangiare con i peccatori e non l'ha ancora persa quella abitudine. Pensate che tutte le domeniche viene a Messa con noi; vuol dire che noi abbiamo accettato di entrare, come figli minori o come figli maggiori, ma in ogni caso come peccatori che accettano di essere salvati e mangiano colui che ha dato la vita perché noi potessimo diventare figli.
    Riflettiamo sulle tre figure della parabola, attualizzando per noi quegli atteggiamenti: pensiamo - ad esempio - se anche noi abbiamo assunto verso chi ci ha fatto dei torti la misericordia del Padre, se abbiamo veramente il desiderio di ritornare a godere della paternità piena del Padre e se riusciamo a non vedere con un occhio critico tutti coloro che, secondo il nostro giudizio, non meriterebbero il perdono.



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