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    Alla scoperta di "Amoris Laetitia" /3

    Come cambia

    il magistero

    e come si traduce

    la dottrina

    Andrea Grillo


    Di fronte alla Esortazione Apostolica Amoris laetitia solo uomini dalla esperienza troppo piccola e dalle paure troppo grandi potrebbero parlare di “fine del magistero” o anche solo di “magistero bisognoso di strutturazione teologica”! Non è certo il caso di lamentare una “indeterminatezza” o una “contorsione” o, peggio, una “ambiguità” del magistero qui esercitato! Di sicuro, sulla base del dettato della Esortazione, è del tutto comprensibile che si resti “spiazzati” da un “uso del magistero” al quale non eravamo più abituati, almeno da alcuni decenni. Perché si tratta di un esercizio del magistero allo stesso tempo più antico e più nuovo di quello che conoscevamo. È infatti concepito come un atto autorevole nel quale compaiono una serie di caratteristiche fondamentali delle prerogative del Vescovo di Roma, che la Chiesa ha conosciuto lungo la storia ma che – novissime – sembrava aver dimenticato. Proviamo a farne qui una breve esposizione, senza pretese di completezza:

    a) una autoriflessione del magistero su di sé
    Negli ultimi 20 anni, in modo insistito, abbiamo dovuto leggere molte proposizioni magisteriali che esercitavano l’autorità negando a se stesse ogni autorità! In altri termini, non riconoscevano a sé il potere di decidere alcunché e, per così dire, rivendicavano l‘autorità di non avere autorità: si additava, in questi casi, una “evidenza della tradizione” che sembrava imporre alla Chiesa – semplicemente e tout court – lo “status quo”, sottraendole ogni potere di mutare alcunché. C’era solo una grande fragilità da confessare e nessuna dinamica da promuovere: nessuna ordinazione sacerdotale di donne, nessuna amministrazione della unzione dei malati se non da parte di presbiteri e vescovi, nessuna esclusiva da riservare alla Riforma Liturgica che non potesse impedire al rito precedente di valere come se nulla fosse stato, nessuna possibilità di mediare la legge naturale, la legge divina o la parola di Cristo. Tutti erano “puri dati”, che si imponevano da sé, semplicemente da assumere, secondo il principio di autorità.
    Invece le parole che leggiamo all’inizio di AL suonano così:
    “Ricordando che il tempo è superiore allo spazio, desidero ribadire che non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero. Naturalmente, nella Chiesa è necessaria una unità di dottrina e di prassi, ma ciò non impedisce che esistano diversi modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano. Questo succederà fino a quando lo Spirito ci farà giungere alla verità completa (cfr Gv 16,13), cioè quando ci introdurrà perfettamente nel mistero di Cristo e potremo vedere tutto con il suo sguardo” (AL 3).
    È da notare che mentre la autolimitazione del magistero che abbiamo dovuto registrare sotto Giovanni Paolo II e sotto Benedetto XVI era incline a chiudere i dibattiti, a reprimere la libertà di parola, a emarginare il dissenso, in questo caso Francesco vuole quasi stimolare la discussione rinunciando a intervenire con un “pronunciamento dirimente”. Nel primo caso l’autorità è a protezione dello “status quo”, mentre nel secondo caso la autorità consente un mutamento e una variazione. In questo caso, potremmo dire, si assume la autorità di riconoscere altre autorità, per lasciare iniziare, nel tempo, processi autorevoli. Il principio della superiorità del tempo sulla spazio è in realtà una precisa e potente teorie dell’esercizio del magistero. Che riconosce la priorità paziente dell’iniziare processi inclusivi piuttosto che quella di occupare spazi escludenti ed esclusivi. “Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi” (Evangelii gaudium, 223).
    D’altra parte, al numero precedente, il testo di AL aveva affermato:
    “la complessità delle tematiche proposte ci ha mostrato la necessità di continuare ad approfondire con libertà alcune questioni dottrinali, morali, spirituali e pastorali. La riflessione dei pastori e dei teologi, se è fedele alla Chiesa, onesta, realistica e creativa, ci aiuterà a raggiungere una maggiore chiarezza” (AL 2)
    L’invito ad approfondire, il confronto augurabile tra pastori e teologi diventa “esercizio di magistero autorevole”. Questo è un cambiamento strutturale del modo di intendere la funzione magisteriale. Essa custodisce la Chiesa nella verità non attraverso un impedimento, ma piuttosto con il favorire l’ascolto reciproco, il confronto e il dialogo.

    b) una successione storica e argomentativa autorevole
    AL non piove certo dal cielo! Sta alla fine di un lungo sviluppo, che inizia già nel 1880, e poi giù giù, passando per Casti Connubii e Gaudium et Spes, arrivando infine a Humanae Vitae e a Familiaris Consortio. Ma riconoscere questo debito obiettivo non significa affatto capovolgere le priorità a tal punto da pensare che si debba interpretare la storia al contrario. Non si interpreta la Costituzione Italiana alla luce dello Statuto Albertino, né si legge Dei Verbum alla luce di Dei Filius, ma viceversa. Certo, senza quelle premesse, AL non avrebbe potuto esserci. Ma, normativamente, è AL a ridefinire il linguaggio e la disciplina di FC e non viceversa! Siccome non è mancato chi – in modo tanto arrischiato quanto sorprendente – ha osato provare a capovolgere le cose, occorre ribadire che, almeno su questo piano, AL è inserita nell’alveo normale del magistero ecclesiale, con la sua gerarchia delle fonti. Ed è singolare, in questo caso, che siano uomini della gerarchia a non riconoscere la gerarchia. Per contestare seriamente tutto questo si dovrebbe poter provare o che AL non è una Esortazione Apostolica Postsinodale (esattamente come FC, ma di 35 anni dopo) oppure che FC è in realtà un testo del 2019! Ma ci sarebbe una alternativa ulteriore: riuscire a dimostrare, con opportuna retrodatazione, che AL è un testo del 1980, di modo che FC, del 1981, possa risultare successiva e quindi superiore nella gerarchia delle fonti…Finzione per finzione, questa almeno avrebbe una sua parvenza di dignità.

    c) uso di registri diversi, nei diversi capitoli e all’interno dei singoli capitoli
    Occorre aggiungere, ad onor del vero, che il magistero di Francesco, assumendo la linea di un “pensiero incompiuto” – sulla scia di due “sinodi approssimati” – usa la “variatio” come metodo espositivo. Non solo assume i tratti della “dolce lunghezza” come una musica schubertiana, ma anche fa proprie le variazioni continue dello stesso tema. E così passa da un capitolo biblico-sapienziale ad uno descrittivo-ermeneutico, da un “trattatello sull’amore” ad una raffinata meditazione morale, da fini distinguo di teologia morale ad una parenesi spirituale sul generare o sulla spiritualità familiare. Insomma, chi coltiva nostalgie di definizioni dogmatiche e di canoni di condanna, dopo la grande delusione del Vaticano II, e dopo qualche sostanzioso recupero negli ultimi 30 anni, ora può dire sconsolato a se stesso: ma dove è finito il magistero che faceva paura? e questo magistero senza corruccio, ma così scandalosamente lieto e gioioso, è ancora magistero? Questo è il magistero della misericordia, con cui Giovanni XXIII ha iniziato in Concilio Vaticano II, con cui Paolo VI lo ha portato a termine e al quale Francesco si riallaccia con una nuova, coraggiosa e profetica continuità. Non ci sono definizioni. Non ci sono condanne. Anzi, l’unica proposizione che si possa e si debba condannare è l’esclusione stessa: “«la Chiesa ha la missione di annunciare la misericordia di Dio, cuore pulsante del Vangelo, che per mezzo suo deve raggiungere il cuore e la mente di ogni persona. La Sposa di Cristo fa suo il comportamento del Figlio di Dio che a tutti va incontro senza escludere nessuno ». (MV, 12)

    d) E la dottrina? cambia o non cambia?
    Da tutto quanto abbiamo detto fin qui deriva, anche, un modo di restare fedeli al “depositum fidei”, alla sostanza della antica dottrina, senza cambiarne il contenuto, ma offrendone una buona traduzione. La traduzione è servizio al contenuto mediante un altro “rivestimento”. Francesco traduce la tradizione. Sa che è l’unico modo per darle ancora vita, forza, impulso, freschezza. Tradurre non significa cambiare, ma significa trasmettere. Per comunicare la tradizione occorre tradurla. Ciò che il magistero ha accettato, in AL, è di tradurre la sostanza dell’antica dottrina del depositum fidei. La tradizione è fragile, certo, ma deve essere sempre dinamica. Muore nelle mani di chi non la sa trattare, ad es. mettendola sotto una teca; essa ha invece bisogno di essere resa dinamica, nella polarità tra Cristo e la Chiesa. In questo modo, tra fragilità e dinamicità, la tradizione dell’amore e del matrimonio, della famiglia e della generazione, non è più spazio da occupare, ma processo da accompagnare, su cui discernere e da integrare. Capolavoro di dottrina salvaguardata mediante una coraggiosa traduzione, compiuta dal Papa in comunione con il Sinodo dei Vescovi. Questo è ciò che ha la forza per “dare struttura teologica” al Magistero papale: rispetto a questo grande evento ecclesiale e collegiale, non ci si aspetterà certo che il Magistero papale possa ricevere una strutturazione adeguata dallo zelo ben intenzionato, ma solitario e unilaterale, di un pur valente Funzionario o di un super-attrezzato Ufficio di Curia!

    (Fonte: Pubblicato il 13 aprile 2016 nel blog: Come se non)



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