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    Il Vangelo della famiglia

    secondo Francesco

    Intervista a Bruno Forte

     

    «La Chiesa non ha fatto un Sinodo per dare o non dare la Comunione ai divorziati risposati. Pensarla così è riduttivo. Lo scopo è stato quello di poter crescere nella capacità di essere una Chiesa madre che accompagna e integra, aiutando ciascuno a trovare il suo posto nella volontà di Dio».
    Monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, è stato segretario speciale del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, nei due appuntamenti del 2015 e del 2016. A poche ore dalla presentazione in Vaticano dell’esortazione apostolica Amoris laetitia, dialoghiamo con lui su quali siano state le novità emerse nei lavori sinodali che possono avere avuto influenza nella stesura del documento di Francesco. E la principale innovazione, a suo parere, «è l’apertura, uno stile di accoglienza rispetto a tutti, quindi non soltanto in chi è in situazione “irregolare”. Anche la famiglia più riuscita, infatti, ha bisogno di essere accolta, accompagnata e stimolata a riscoprire sempre di nuovo la volontà di Dio per ogni suo membro. La sfida è di largo respiro».

     

    Quali sono i capisaldi che secondo lei hanno ispirato papa Bergoglio nella stesura dell’esortazione?
    «Quegli aspetti che lo hanno caratterizzato in tutto il suo magistero: fedeltà al Vangelo; grande apertura all’umano in tutta la sua complessità; spinta a essere una Chiesa “in uscita”, in cammino, che si sforza di coniugare la fedeltà al cielo e alla terra, a Dio e agli uomini».

    Nel Sinodo c’è stata in particolare una grande atmosfera di apertura al soffio dello Spirito, che probabilmente ha aiutato a maturare i frutti sintetizzati nell’esortazione.
    «Come diretto testimone delle due assemblee, condivido l’osservazione di molti padri sinodali che hanno affermato di aver respirato un’atmosfera che richiamava quella della grande primavera ecclesiale che fu il concilio Vaticano II. Un clima favorito dalla ferma volontà di Francesco di lasciare completa libertà di parola a tutti i partecipanti. Non che nei precedenti Sinodi tale libertà fosse mancata, però mai come in questa occasione non si sono posti limiti di espressione alle differenti sensibilità pastorali, che la Chiesa vive nei più diversi contesti riguardo al tema della famiglia. La ricchezza degli apporti e la vivacità della riflessione comune hanno aiutato a creare un clima di grande vivacità».

    Tutto ciò porta a concrete conseguenze nella quotidianità della vita ecclesiale?
    «Papa Francesco insiste molto sui valori della collegialità e della sinodalità. La “collegialità” è l’esercizio della comune responsabilità dei vescovi, in quanto pastori, su tutto il popolo di Dio. Per “sinodalità” si intende, invece, la più larga partecipazione di tutte le componenti della comunità ecclesiale – e quindi di tutti i battezzati – alla vita e alle decisioni nella Chiesa. Il Sinodo stesso, nelle due sessioni in cui si è svolto, ha visto, da un lato, la partecipazione attiva e libera di tutti i padri, espressione di tutte le Chiese del mondo; dall’altro, si può affermare che la più ampia sinodalità è stata favorita dai due questionari mediante i quali tutti, anche singoli fedeli, hanno potuto dare il loro contributo al discernimento comune. Tutto questo è motivo di fiducia per il futuro della Chiesa».

    Dunque, quale volto di Chiesa sta emergendo a suo parere?
    «Uso tre aggettivi: una Chiesa viva, libera e fedele. “Viva” perché è risuonata nel Sinodo la vivacità e la grande ricchezza che tutte le Chiese locali apportano in virtù della loro specificità. “Libera” perché la diversità di parole e accenti è stata grande e ha saputo convergere verso l’unità. “Fedele” perché i padri si sono posti all’ascolto e in obbedienza alla parola di Dio, sotto la guida del successore di Pietro».

    Quali le sembrano gli esiti più immediati della riflessione sinodale, che possono esser stati travasati nell’esortazione del Pontefice?
    «Innanzitutto la consapevolezza della ricchezza di ciò che possiamo chiamare il “Vangelo della famiglia”: la famiglia è la buona novella per l’uomo di oggi, una scuola di umanità e di socialità, dove si impara a vivere le relazioni umane, e luogo primo e privilegiato dove si apprende la fede, vissuta nella Chiesa e come Chiesa. Inoltre si è manifestato lo “stile di Chiesa” che sogniamo con papa Francesco: una Chiesa dell’accoglienza, dove nessuno si senta escluso; una Chiesa dell’accompagnamento, che offra alle persone la possibilità di un cammino di lungo termine, fedele nel tempo; una Chiesa del discernimento, in cui grazie proprio all’accompagnamento si sia in grado di comprendere in profondità la volontà di Dio per le diverse situazioni che i fedeli vivono; una Chiesa dell’integrazione, dove ognuno possa trovare il suo posto».

    Questo vale anche per i divorziati risposati?
    «Certamente. Anche per loro c’è spazio nella Chiesa, con un discernimento da fare in vista di una loro integrazione, che può arrivare in certi casi – dove c’è una fede intensa, un cammino di conversione sincera, una situazione oramai irreversibile e una testimonianza della propria fedeltà al Signore – alla partecipazione ai sacramenti».

    Come può avvenire questo?
    «Attraverso l’adozione di uno stile di Chiesa accogliente e sinodale. Penso ad esempio ai sacerdoti: occorre che siano persone dal cuore aperto, che non si risparmino nell’accompagnare i fedeli, che abbiano grande fede, umanità e coraggio per discernere la volontà di Dio nelle diverse situazioni di vita delle persone».

    Quale tipo di presbitero emerge da questa visione di Chiesa?
    «Penso a tre caratteristiche: prima di tutto, un presbitero che possegga una grande capacità di accogliere e di amare le persone, rinunciando a uno stile “autoreferenziale” di conduzione della vita della parrocchia. Quindi, un presbitero che si sforzi di discernere il posto giusto che Dio ha pensato per ogni persona a lui affidata, alla luce della particolare storia di ciascuno. E, infine, un presbitero che sia presente accanto a ogni persona per offrire, come compagno di viaggio, la freschezza del Vangelo e della libertà che Dio ci dona. Occorre passare, per dirla con una espressione plastica, dalla “pastorale del campanile” alla “pastorale del campanello”. Capire che si è passati da un tempo in cui la maggioranza andava in chiesa, a uno in cui è la Chiesa a doversi porre “in uscita”, alla ricerca degli uomini e delle donne di oggi, là dove vivono. Questa è la “conversione pastorale” a cui ci chiama papa Francesco».

    Da alcuni questa apertura voluta da Francesco non è compresa...
    «Alcuni non lo capiscono perché lo ritengono forse un “cedimento” al mondo attuale, altri preferirebbero soluzioni generiche, astrattamente valide per tutti. In realtà il Papa ci sta educando a uno stile di Chiesa in uscita, in cammino, che si mette in gioco per ogni situazione umana, cercando sempre di discernere la volontà del Signore. È qualcosa che appare semplice, ma che è anche molto complesso».

    Che tipo di ruolo ha la donna in questa Chiesa “in uscita”?
    «Come Giovanni Paolo II, anche Francesco ha una grande stima delle donne. Chi meglio di una donna sa vivere la dimensione dell’accoglienza? L’uomo a volte si fossilizza su schemi e pregiudizi, le donne sono in genere più pronte a comprendere il concreto vivente. Secondo un bel proverbio arabo, gli uomini guardano la foresta, le donne guardano le foglie. L’accoglienza è proprio guardare ai dettagli delle cose, alle foglie. La donna accoglie la vita nel grembo, l’accompagna... La donna è madre. Tutti, anche i pastori, devono andare a scuola da loro. Anche per questo abbiamo auspicato che nella formazione dei futuri presbiteri abbiano un ruolo sempre più importante le famiglie e le donne».

    (Fonte: Famiglia cristiana on line)



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