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    I nuovi volti della fede

    Franco Garelli


    La diminuzione della pratica religiosa (in particolare di quanti frequentano in modo regolare i riti religiosi comunitari) è uno dei fenomeni su cui più si riflette in questo periodo in Italia, per ciò che esso ha da dirci circa le forme dell'espressione religiosa nell'epoca attuale. A detta di vari osservatori, si tratta di una tendenza di carattere generale, riscontrabile anche tra le minoranze religiose storiche presenti nel nostro Paese (come, ad esempio, i protestanti e i cristiani ortodossi), che tuttavia si manifesta con grande evidenza nella componente cattolica della popolazione, ancora maggioritaria nel Paese.
    Perché dunque (con particolare attenzione a quel che succede in ambito cattolico) si è prodotta questa nuova situazione? Il cattolicesimo italiano sta perdendo il senso della 'domenica'? La riduzione dei praticanti regolari è una nuova tappa del processo di secolarizzazione delle coscienze? Oppure la disaffezione dalla pratica religiosa ha perlopiù cause interne, è dovuta ad una liturgia ormai diventata afona,
    non più in grado di attrarre e interpellare i credenti? Inoltre, si tratta di una tendenza destinata ad inasprirsi o ad ammorbidirsi nel tempo?

    UN PRIMO APPROCCIO: DATI E COMMENTI

    Le rilevazioni dell'Istat (svolte ogni anno su un campione assai ampio e rappresentativo di popolazione italiana) ci offrono la portata del fenomeno. Si tratta anzitutto di un trend che viene da lontano. Dal 2000 ad oggi, i praticanti regolari (per i cattolici la messa alla domenica) si sono dimezzati, mentre il numero dei 'mai praticanti' si è di fatto raddoppiato. Ieri la presenza settimanale in chiesa o in luogo di culto coinvolgeva il 36% degli italiani, mentre oggi (dati del 2023) interessa circa il 17% della popolazione. Per contro, in questo arco di tempo, gli italiani che non entrano mai in chiesa o in un luogo di culto (se non per eventi particolari, quali i battesimi, i matrimoni, i funerali) sono passati dal 16% a oltre il 30% dei casi.
    Tra questi due poli, troviamo oggi circa la metà della popolazione, che frequenta un luogo di culto in modo discontinuo (una volta al mese o più volte l'anno) o occasionale, magari nelle grandi festività (a Natale o nella Settimana santa, più ancora la domenica delle Palme che il giorno stesso di Pasqua).
    In questo quarto di secolo, il trend al ribasso della pratica religiosa è stato perlopiù progressivo, di anno in anno, fino al periodo in cui è esploso il Covid-19, quando si è avuto un drastico calo dei praticanti regolari, che dura tuttora.
    Da queste indicazioni empiriche emerge anzitutto che "l'appuntamento settimanale in un luogo di culto, attrae sempre di meno gli italiani" (M. Ventura, Chiese deserte ma la fede è più consapevole, in "La Lettura", 8.1.2023, pp. 8-9), nonostante che il dato sulla appartenenza religiosa si mantenga ancora su livelli elevati. Per cui emerge che un ampio gruppo di credenti/cattolici si sta disaffezionando dall'idea di santificare le feste con un rito comunitario, non ritenendo che un appuntamento settimanale di questo tipo sia rilevante per la propria vita di fede.
    Tra i soggetti che più mancano all'appello (che più si sono allontanati dalla pratica religiosa assidua) spiccano soprattutto i giovani e gli adolescenti, il cui trend negativo sembra estendersi negli ultimi anni anche ai bambini. Va da sé che il distacco di questi soggetti dalla pratica religiosa è in parte dovuto al lockdown.

    RILEGGENDO E INTERPRETANDO

    Se dall'analisi delle statistiche si passa a valutare la situazione sul territorio emergono altre indicazioni. La crisi della pratica religiosa ordinaria non ha coinvolto allo stesso modo l'insieme dei cattolici e delle parrocchie italiane, ma ha interessato più alcuni soggetti di altri. Guardando alle persone, sono soprattutto quelle con una religiosità labile e abitudinaria che col passare degli anni (o a seguito di un evento particolare come la pandemia, che ha sconvolto il vivere individuale e collettivo) riducono la loro presenza ai riti comunitari, mentre i fedeli più convinti e attivi rimangono maggiormente ancorati a questo tipo di impegno. In parallelo, le parrocchie e le comunità di fede più feconde e vivaci dal punto di vista umano e spirituale non sembrano aver patito nel corso degli anni delle sensibili riduzioni dei praticanti, mentre ciò è avvenuto nelle realtà ecclesiali meno dinamiche e più anonime.
    Si apre a questo punto il discorso su quanto la partecipazione al culto da parte dei fedeli possa oscillare in rapporto al tipo e alla qualità dell'offerta che essi incontrano negli ambienti religiosi. È questo un tema poco considerato dalla dottrina cattolica del passato, incentrata sull'idea che i riti e i sacramenti agiscono "ex opere operato" (per il fatto stesso di essere svolti), per la potenza di Dio che in essi si manifesta e non per la giustizia dell'uomo che li conferisce o che li riceve. Oggi, per contro, la maggior parte fedeli non solo ignora tale principio religioso, ma tende a valorizzare i rituali che più rispondono ai criteri della significatività personale e spirituale; capaci dunque di parlare alla mente e al cuore delle persone, di far loro vivere a questo livello un'esperienza coinvolgente sia dal punto di vista umano che religioso.
    Di qui la grande domanda - che oggi sta emergendo nelle parrocchie e comunità religiose di base - di un culto di qualità, connessa all'idea che una delle cause maggiori della crisi della partecipazione della gente ai riti comunitari sia individuabile proprio nella 'stanchezza' della liturgia standard perlopiù offerta nelle situazioni ordinarie.
    Non per nulla, la "revisione del linguaggio e della liturgia" è stato uno dei temi più dibattuti al Sinodo della Chiesa italiana che si è da poco concluso, a seguito delle molte segnalazioni giunte dall' `ascolto capillare del Popolo di Dio' (cfr. F. Garelli, Una liturgia che non parla più? in "Credere oggi", 3/2023, pp. 9-20). Sul banco degli imputati c'è infatti una liturgia "sentita come fredda, astrusa, difficilmente comprensibile", "lontanissima
    dalla sensibilità culturale odierna", "che sul piano esistenziale nulla dice e nulla evoca", "incapace di comunicare la bellezza della Buona Novella", "non in grado di parlare agli uomini e alle donne di oggi, siano essi credenti o non credenti, per non parlare dei giovani e dei bambini"; e ancora, un linguaggio liturgico/ ecclesiale "ancorato a vecchie visioni teologiche", un "flusso di parole che non toccano né i cuori né i cervelli", dove "i simboli diventano puri simulacri", dove "manca l'esperienza del mistero di Dio", con "le omelie che spesso sono piatte e noiose, lontane dai problemi quotidiani, mentre dovrebbero essere fondate su che cosa la Parola dice oggi a noi"; tutte condizioni che "più che avvicinare, possono allontanare le persone dall'esperienza cristiana".

    `COMUNITÀ DI ELEZIONE' E TERRITORIO

    I fermenti ecclesiali in questo campo non si fermano alla denuncia di condizioni liturgiche incapaci di interpellare la coscienza contemporanea. Da tempo i credenti più impegnati attuano sul territorio una mobilità religiosa che li porta ad ancorarsi a comunità spiritualmente più coinvolgenti ed affini, dove i rituali sono più esigenti e il cristianesimo più elaborato; magari con l'intento di alternare la presenza in queste 'parrocchie di elezione' con la partecipazione nelle parrocchie del proprio normale ambiente di vita, per non correre il rischio di vivere un cristianesimo elitario.
    Sempre nel campo dei rituali, vi è poi un'altra mobilità religiosa a cui in genere si presta scarsa attenzione. Si tratta delle chiese che - soprattutto nelle località montane - si riempiono di fedeli nei mesi più turistici, sia d'inverno che d'estate, raccogliendo in questi casi anche persone che nella vita ordinaria non partecipano più di tanto ai rituali, ma che possono ritrovare in un tempo e in un habitat più propizi condizioni migliori per coltivare i valori dello spirito.

    FONTE: ROCCA 2/2025 15 GENNAIO 2025, pp. 42-44



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