Una Chiesa giovane per i giovani
Paola Bignardi
Esposta in occasione di un corso di aggiornamento promosso dalla diocesi di Fiesole, la riflessione di Paola Bignardi ci aiuta a fare il punto sul rapporto tra la Chiesa e í giovani: una sfida che attende di essere accolta e vissuta da una parte e dall'altra.
Una Chiesa vecchia?
Davanti a questo titolo ho pensato alle opinioni dei giovani che nelle loro interviste hanno dichiarato senza mezzi termini che la Chiesa è vecchia; e quasi a rendere più esplicita questa idea, hanno aggiunto una serie di aggettivi che di `vecchio' sono quasi sinonimi o conseguenza: è lenta, è chiusa, è lontana. Sono le opinioni dei giovani che hanno abbandonato la Chiesa e che sono stati intervistati nel corso dell'indagine dell'Osservatorio Giovani dell'Istituto Toniolo. SI tratta di una ricerca qualitativa, realizzata attraverso 100 interviste a giovani di tutta Italia, di età compresa tra i 18 e i 30 anni. Gli incontri che vado facendo in questo periodo per presentare le opinioni dei giovani mi hanno dato un'altra consapevolezza, quasi una ricerca nella ricerca: moltissimi adulti pensosi, quelli per i quali la fede non è una stanca abitudine, si trovano d'accordo con i giovani, e dichiarano di riconoscersi in ciò che i giovani pensano e affermano. Non si tratta solo di adulti al confine tra fede e non fede, ma di adulti molto impegnati nella Chiesa, non solo per ruolo, ma per ministero e per condizione di vita: sacerdoti, consacrati e consacrate....
Dentro di me si fa strada una domanda inquietante: forse il popolo di Dio si è dissociato dalla Chiesa-istituzione? Forse nell'istituzione ecclesiale – nelle sue attività, programmi, iniziative, gerarchie... – la parte viva, le persone, non si riconoscono più nell'istituzione che ordina e dà forma al loro essere insieme? Si tratta di domande molto impegnative, che lasciano intravedere una crisi profonda. Alla quale occorre guardare con coraggio e sincerità, riconoscendo in essa l'azione dello Spirito che anche in questo modo le sta parlando, e la sta provocando a ritrovare la sua giovinezza. La cosa peggiore che potremmo fare è quella di trovarci in una crisi di questa portata e negarla, e tirare avanti aspettando che passi da sola. Accetto di stare sulla lunghezza d'onda suggerita dal titolo e di guardare alla Chiesa dal punto di vista dei giovani, con il loro sguardo, lasciandomi condurre dalle loro intuizioni. Del resto, ricordo che nella Scrittura si legge: «io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (Gl 3,1) E come riconoscere ai giovani uno sguardo profetico che ci aiuta a riconoscere nella situazione ecclesiale di oggi aspetti che forse il nostro sguardo di adulti o di anziani non riesce più o non riesce ancora a vedere.
La crisi della Chiesa vista dai giovani
L'aggettivo che più frequentemente i giovani associano alla Chiesa è vecchia. Qualcuno sentendo questo rimane sconcertato, ritenendo che questa valutazione dei giovani sia troppo severa ed eccessiva. In effetti, io ricordo che il card. Martini, poche settimane prima di morire in una intervista al «Corriere della Sera» disse che la Chiesa è «indietro di duecento anni». Mi pare un'opinione autorevole che non si discosta molto da quella dei giovani. Ciò che riconoscono di vecchio nella Chiesa è la sua proposta, che sembra non tener conto delle condizioni di vita delle persone di oggi, e non solo dei giovani; i temi che vengono citati in proposito sono quelli che riguardano la vita, la sessualità, la famiglia. Una morale quasi sempre non motivata nei suoi valori e nei suoi significati porta a non comprendere il significato delle posizioni della Chiesa e ad accostarsi al modo di pensare corrente su questi temi. Né giova a modificare la loro opinione la modalità moralistica, spesso ideologica, con cui molti cattolici sostengono l'insegnamento tradizionale della Chiesa.
Sono vecchi i linguaggi ecclesiali, astratti, definitori, senza riferimento alla vita concreta e quotidiana, tanto distanti dal linguaggio dei giovani, che anche quando parlano della fede e dei suoi contenuti sanno farlo ricorrendo alle parole della vita; spesso con caratteri metaforici, evocativi, simbolici... Qualche esempio. La propria situazione di fede: «sono in una stanza buia, in cerca dell'interruttore». Dio: «Dio è la malinconia»; «Dio è il vuoto». Ritorno alla fede? «No, ma non è scritto in grassetto pesante, è scritto in corsivo leggero». Del resto, il linguaggio evangelico parla di seme, di tesoro, di perla, di banchetti, di Dio come un padre di famiglia... I nostri linguaggi segnalano la distanza della cultura ecclesiale dalla cultura corrente.
La Chiesa è chiusa. Questa Chiesa vecchia non può che essere chiusa: all'oggi, alle presenze che non sono immediatamente o totalmente in sintonia con i suoi insegnamenti o con il suo stile. Chiusa significa non inclusiva dal punto di vista delle persone, non permeabile alla sensibilità che vive al di fuori dei confini ben netti della comunità cristiana, che non smette di chiamare a sé perché chi è 'fuori' entri, nonostante tutti gli insistenti slogan di una Chiesa in uscita, o di una Chiesa ospedale da campo...
La Chiesa è lontana. È chiaro che questa Chiesa sia percepita come lontana, e che sia escluso da parte dei giovani ogni desiderio di fare passi verso di essa. È sotto gli occhi di tutti l'allontanamento sempre più rapido dei giovani e delle giovani dalla comunità cristiana, o dalla Chiesa, o dalla fede (i tre soggetti non coincidono...). La rilevazione statistica che ogni anno viene effettuata dall'Osservatorio Giovani Toniolo su un campione nazionale di giovani tra i 18 e i 35 anni contiene alcune domande che riguardano la loro esperienza religiosa. Una in particolare, ripetuta di anno in anno dal 2013, permette di cogliere il trend di alcuni fenomeni interessanti e sfidanti. La domanda che viene posta è: «Credi a qualche tipo di religione o credo filosofico?». L'intervistato ha a disposizione 8 possibili risposte. Qui ho scelto di prendere in considerazione i dati che riguardano tre di esse. Nel 2013 i giovani che hanno dichiarato di credere nella religione cristiana cattolica sono stati il 56%; nel 2023 sono il 32,7%, con una discesa costante e un'accentuazione nel 2020. Le giovani donne che nel 2013 si sono dichiarate cristiane cattoliche sono state il 61%, nel 2023 il 33%. Credo che questo dato si commenti da solo. I giovani della fascia di età 18-22 nel 2023 sono il 28,2%, cioè circa 4 punti in meno rispetto alla media. Significa che la componente più giovane accelera il processo?
L'urgenza di una Chiesa e di una fede contemporanea
L'allontanamento dI molti giovani e di molte persone che giovani non sono più (questo sarebbe un capitolo molto importante da indagare) nella maggior parte dei casi non è di principio, ma ha ragioni storiche, concrete. È l'allontanamento da questa Chiesa, da questo modo di vivere la vita cristiana, da questo modo di credere. Non sono in discussione, in genere, né il valore della Chiesa né i contenuti essenziali della fede, ma il modo in cui la comunità cristiana li sta vivendo e proponendo. Anche in questo caso, niente di così straordinario nelle opinioni dei giovani. Non posso non ricordare a questo punto ciò che disse papa Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Concilio Gaudet Mater Ecclesia: lo scopo di questo Concilio non è quello di correggere errori o denunciare eresie, ma piuttosto quello di far incontrare il perenne insegnamento della Chiesa con l'uomo contemporaneo.
Oggi, a oltre sessant'anni dalla conclusione del Concilio, ci rendiamo conto che dobbiamo tornare lì; se non lo vogliamo fare per convinzione e per scelta, lo faremo perché costretti dalle necessità della storia. Se la Chiesa non vuole restare un'istituzione senza popolo di Dio deve tornare al Concilio: non ai dettagli di questo o di quest'altro insegnamento, ma al suo spirito: avvicinare la fede alle persone di questo tempo, che non sono come quelle di 50 anni fa, né di 5 anni fa. Questo è il tempo nel quale viviamo, e la Chiesa ha oggi l'urgenza di riconciliarsi con la contemporaneità, di essere Chiesa di oggi.
Una Chiesa giovane
La Chiesa che i giovani vorrebbero: eccola! «Vorrei una Chiesa come una cena a casa di amici, in cui sei libero di parlare di quello che vuoi... un luogo in cui stai bene, ti senti a tuo agio, in cui puoi parlare di cose belle, di cose brutte, di cose meno importanti, di cose più importanti, con una naturalezza e con una libertà che solo a casa con gli amici puoi avere». La comunione ecclesiale come esperienza di relazioni autentiche, calde, inclusive.
È una Chiesa spirituale. Molti giovani sostengono che l'esperienza ecclesiale che hanno incontrato non è spirituale: «secondo me, di spirituale, ad oggi, nella comunità cristiana, c'è ben poco. C'è tanta aziendalità, e poca spiritualità, poca cura dello spirito, delle persone. E quindi mi tocca dire che non c'è tanta spiritualità. Quindi il bisogno di spiritualità rimane inespresso, non accolto, e si rimane in ricerca». Alcuni di loro l'hanno lasciata proprio per questo motivo: perché in essa non hanno trovato la proposta di spiritualità che cercavano. Naturalmente, l'idea di spiritualità che i giovani hanno non corrisponde a quella tradizionale, ma è sganciata dalla fede e dal dato religioso. Per i giovani spiritualità è un viaggio alla ricerca di sé stessi, è guardarsi dentro, lavorare su sé stessi, è introspezione. Una testimonianza tra le molte possibili: «Per me spirituale è quando una persona riesce a entrare in sé stessa, a lavorare su sé stessa, per cercare di migliorarsi, tramite la meditazione, indipendentemente dal fatto che tu sia o meno credente in un Dio. Il fatto di voler lavorare su sé stessi è cercare di mirare alla propria esistenza, che non è legata solo alla realtà, solo a ciò che ci circonda di puramente fisico, ma è andare oltre, porsi la domanda "C'è qualcos'altro oltre a questo tavolo, a questo computer? Qualcosa che mi porta a provare certe emozioni, o sono solo cellule che reagiscono tra le altre?" È cercare di porsi anche dei dubbi, e di lavorare su questi dubbi. È cercare di ritrovare quello spirito che risiede in ognuno di noi, in ogni essere umano, per cercare di tirarlo fuori, nel senso di sentirsi più appagati dalla vita, di non aver più bisogno di cose materiali per essere felici. Sei felice anche solo con te stesso, con quel poco che hai, ma ti senti ricco dentro. È la sensazione di essere felici e immersi in una pienezza».
Il percorso oggi non è più dalla fede alla spiritualità, ma dalla spiritualità (forse) alla fede. All'origine, la spiritualità dei giovani è senza Dio; che non significa una spiritualità atea, ma semplicemente pensata e vissuta nella distinzione dei piani: quello spirituale e quello religioso. E, tuttavia, «dello Spirito di Dio è piena la terra», leggiamo e preghiamo nel salmo 103. Non solo il cuore dei credenti o i luoghi del culto religioso, ma la terra: luoghi, storia, storie, cuori credenti e non credenti. Ogni cuore umano, sappia o non sappia di Dio, è pieno dello Spirito di Dio.
Si tratta di un'impostazione che apre a una sensibilità universalistica e aperta di intendere la spiritualità: per chi non crede, ricerca dentro la propria umanità; per il credente, ricerca e riconoscimento dello Spirito che opera nel cuore dI ogni uomo e di ogni donna. La spiritualità non è, all'inizio, un modo personale di vivere la fede – come siamo abituati a pensare tra credenti –, ma un modo personale di vivere la propria umanità, dentro la quale si apre la ricerca di Dio. La quale si conduce quasi inevitabilmente dentro questo percorso interiore. Ed è, per la maggior parte dei giovani, una ricerca solitaria, nell'assenza di luoghi stabili non confessionali dove portare le proprie domande esistenziali. La ricerca di Dio fa i conti con le grandi domande, con le inquietudini, con il dubbio, con le solitudini, con le lusinghe di un contesto accomodante.
I tratti di una Chiesa rinnovata
È una Chiesa dell'umano, cioè che ha stima dell'umano, ne riconosce il valore, non lo ritiene la base su cui porre altro, ma sente che vale in sé. Non sempre questa visione, nel concreto, trova riconoscimento nelle comunità cristiane dove un eccesso di sacralizzazione porta a sminuire l'umano come profano. Eppure, la nostra è fede in un Dio che si fa uomo e che parla del valore dell'umanità. L'umano poi si manifesta soprattutto nella qualità delle relazioni: vicinanza, accoglienza, ascolto, solidarietà, rispetto dell'altro... Una cena in casa di amici! La ricerca spirituale dei giovani mi pare che faccia appello a un nuovo umanesimo. Che il cristianesimo ha un'anima umanistica sembra essere una convinzione che è rimasta per lo più nei libri degli intellettuali cattolici, poco praticata nelle comunità cristiane e nelle loro proposte, soprattutto spirituali e formative, ancora impregnate di una mentalità dolorista e sacrificale che sembra negare la domanda di vita piena che il Signore è venuto ad annunciare; che continua a offrire una proposta che trasforma il cristianesimo in una morale, svuotando di senso la buona notizia, l'offerta di una salvezza e di una relazione nuova con Dio. La domanda spirituale dei giovani chiede ai cristiani di dire chi è l'uomo, chi è la donna, quali sono gli orizzonti di senso di una vita che, pur nella fede, ha il coraggio delle domande, anche di quelle che non hanno risposta. È la domanda di un umanesimo reale, non proclamato in astratto, ma vissuto e testimoniato nelle scelte quotidiane di una Chiesa inclusiva, aperta al dialogo, e di comunità cristiane calde, accoglienti, rispettose, umili.
Una Chiesa umana è attenta al mondo, di cui ha stima e che ama di amore evangelico. Significa accorgersi che esiste, che vi è una realtà esterna alla Chiesa che non solo chiede alla Chiesa attenzione come se ne fosse il dirimpettaio, ma è l'habitat di cui la Chiesa fa parte. Non crediamo in un mondo diverso da quello di tutti. Attenzione al mondo non è solo attenzione ai grandi problemi del mondo: la pace, l'ambiente...; non solo attenzione alla storia, ma alle storie, alle biografie personali... è attenzione alla realtà di cui siamo parte nelle sue dimensioni prossime e quotidiane; è cercare di essere attenti e di capire che cosa sta accadendo attorno e dentro di noi. Oggi direi che vi è una dimensione di necessaria attenzione da parte della cultura dei cristiani: sono i cambiamenti antropologici che sono in atto e che molto influiscono sulle forme del nostro modo di credere. Una Chiesa così è disposta e capace di stare in ascolto: della Parola e della realtà, in un continuo reciproco dialogo che avviene dentro di noi e nelle nostre comunità. Naturalmente, un ascolto gratuito, fine a sé stesso, libero dalla tentazione di commentare, di correggere, di rispondere...
La Chiesa dell'essenziale. Mi colpisce sempre la semplicità con cui i giovani si muovono, si mettono in viaggio, si spostano: poche cose, zaino in spalla, sacco a pelo, e sono pronti! Sono viandanti, o pellegrini, che hanno il senso dell'essenziale. Che sanno togliere dallo zaino ciò che lo rende troppo pesante e conservano solo quello che è strettamente necessario. Tutti dovremmo imparare da loro, anche la comunità cristiana, oggi appesantita da programmi eccessivi, proposte che raccolgono sempre meno consensi e che tuttavia sono tenute in vita per l'impressione che ci danno di essere ancora vivi, che ci parlano del coraggio di mantenere in vita le nostre tradizioni... Non perché non siano buone, ma si tratta di capire quanto parlano ancora alle generazioni di oggi; e quale rapporto esiste tra queste iniziative e l'impiego di energie, soprattutto umane, che richiedono. Più che decidere di aggiungere, penso che occorra decidere di togliere..., non per lavorare di meno, ma per concentrarci sull'essenziale, che talvolta rischia di essere soffocato dal nostro eccesso di attivismo, che ci fa sentire protagonisti dell'azione ecclesiale, oltre che della nostra vita cristiana e spirituale. La Chiesa dell'essenziale è quella che torna, direi ogni giorno, a ricentrarsi sul Vangelo, sulla fede, sull'Eucaristia, e cerca di renderne trasparente il senso attraverso una concreta vita di fraternità, dai confini universali.
E infine è una Chiesa che ha il coraggio di mettersi in discussione e di guardare in faccia la sua crisi. Non per lasciarsene deprimere, ma per cercare in essa il coraggio della novità. In fondo, se ci pensiamo bene, questa crisi è una bella opportunità: ci offre la possibilità di andare oltre quella Chiesa che a noi tutti non piace, quella che si è irrigidita, che mostra i segni del tempo, che non ci dà entusiasmo... è avere la possibilità di credere ancora alla Chiesa che tutti noi abbiamo sognato e forse ancora sogniamo. In fondo, la crisi spezza la crosta che sembrava rendere immobile una Chiesa In cui i segni del passato sembravano essere destinati a restare per sempre. Certo mettersi in discussione, guardare nella verità la propria condizione è un'operazione dolorosa; eppure è generativa, ci fa credere in una novità possibile, dà un orientamento e una direzione al nostro vivere e al nostro cercare. È già mettersi sulla strada per uscirne nuovi! Credo che sia questo l'esercizio di speranza che il Giubileo ci permette e ci chiede di fare.
Che cosa lo Spirito ci sta dicendo?
Che cosa lo Spirito ci sta dicendo? Ci chiede di fare lo sforzo di capire, di pensare, di studiare... per intuire quello che Lui, che parla nella vita e nella storia e non con il megafono, ci sta dicendo. Nei giovani e nelle loro posizioni critiche lo Spirito ci sta parlando. Bisogna non smettere di interrogarci, e soprattutto di stare in ascolto. Nella sensibilità spirituale delle nuove generazioni riconosciamo alcuni tratti del nostro tempo. E in questo possiamo, vorremmo riconoscere, da credenti, la presenza dello Spirito. Lo Spirito ci sospinge sempre oltre. Un oltre che è anche temporale, storico, e ci permette di interpretare, in un oggi inedito, la grazia perenne del Vangelo, la forza del Regno, la sua Presenza. Nella sensibilità spirituale che cambia dunque riconosciamo il soffio, il respiro dello Spirito.
Occorre riscoprire la fede nella sua essenzialità; una fede che sa camminare nell'oscurità fidandosi del Signore; che sa rinunciare alla fede della consolazione per la fede dell'abbandono; che si libera della cultura dolorista che ancora la caratterizza in nome di una cultura della vita, amica della vita, e che al tempo stesso si libera dal fideismo e si affida al Signore della Pasqua, al Signore che conosce la durezza delle relazioni, della sconfitta, della fragilità... e da esse emerge in una novità di vita. I giovani non sono fotocopia della generazione che li ha preceduti, i figli assomigliano ai padri e alle madri, ma non sono identici a loro. Così, la Chiesa che uscirà da questa crisi non sarà uguale a quella che abbiamo conosciuto. Avrà dei tratti inediti che oggi non riusciamo a immaginare; ma dobbiamo fidarci dello Spirito e non smettere di stare in ascolto di ciò che, quasi in un sussurro, ci sta dicendo.
Lo Spirito ci dà qualche segnale: sono piccole esperienze che assomigliano ai germogli di un grande albero; mi piace pensarli come la novità che, fragile, si affaccia ai piedi di alberi stabili e antichi. Non sono l'albero, sono una vita nuova, eppure sono generati dalla radice di quell'albero, anche se sono un'altra cosa. «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa» (Is 43,18-19).
Nel frattempo...
È il nostro tempo, quello di una Chiesa a due, o più, velocità... Penso che oggi dobbiamo vivere la tensione di una Chiesa a due "velocità": quella istituzionale, rigida, ingessata, afona... e quella dei piccoli germogli vitali, che stanno spuntando accanto – ma non contro – quel tronco invecchiato che non ha più la forza di rinverdire. Questo genera una tensione molto dolorosa, che io sento dentro di me, ma alla quale ci si sottrae o chiamandosi fuori o stando solo in una delle due posizioni. Ma mi pare impossibile. Ci sono dei momenti nella storia personale in cui ci sentiamo schiantati dalla vita: possiamo ribellarci, urlare, oppure stare sulla croce con il cuore e lo stile con cui vi è rimasto il Signore. A me pare che oggi viviamo uno di questi momenti nella vita ecclesiale.
La nostra messa in gioco è nella consapevolezza che a questo dolore non è possibile sfuggire, se non rinnegando l'amore che ci ha dato da vivere. È lasciare che la storia faccia il suo corso, che ci passi sopra, che ci faccia soffrire, ma senza spegnere la decisione di voler bene, di stare, di credere che da questa fatica usciranno nuovi germogli di vita. Nuovi, sconosciuti oggi: il rischio è che l'abitudine ai nostri vecchi sguardi ci impedisca di riconoscerli nella loro novità. E la fede pasquale cui siamo chiamati e che ci è stata donata genera dentro di noi speranza, leggerezza; e al tempo stesso audacia. Stiamo celebrando un Giubileo. Il Giubileo, nella storia biblica, era il tempo in cui i debiti venivano condonati, gli schiavi liberati... era il tempo di un nuovo inizio, la possibilità di ricominciare nella fedeltà al disegno di giustizia e di fraternità che Dio aveva consegnato al suo popolo; il segno distintivo dell'essere popolo suo! Forse è tempo di grazia perché anche noi possiamo ricominciare, nella nostra vita di fede, nella nostra esperienza ecclesiale; perché le nostre comunità possano ricominciare, rinnovarsi, riprendere entusiasmo che non è generato dai risultati, ma dalla promessa del Signore... Ricominciare, provocati dalle opinioni un po'ruvide dei giovani, che però hanno sapore di autenticità e ci richiamano, tutti, alla verità profonda di noi stessi e della nostra vocazione.
Siamo alla ricerca di una Chiesa giovane; i giovani ce ne stanno facendo intravedere il profilo, perché possiamo sognarla con loro e con loro metterci in gioco per realizzarla. Una Chiesa giovane ha bisogno dI una fede giovane. La questione della Chiesa è in fondo questione della fede dei cristiani. Nel modo di fare Chiesa si specchia la qualità dei discepoli e delle discepole di oggi. Credo che sia abbastanza evidente che queste considerazioni fanno appello a un modo nuovo di vivere la fede, a una metamorfosi del credere che è già in atto e si muove alla periferia delle comunità cristiane. Credo che occorra fare chiarezza su un'ambiguità: quella tra i contenuti della fede e il modo di viverli nel tempo. Noi crediamo allo stesso Vangelo di Benedetto, o di Agostino o di Teresa di Calcutta, eppure loro hanno vissuto la stessa fede in forme molto diverse. Questo vale anche per noi. Se abbiamo il coraggio di non chiuderci al tempo e di credere che in esso "respira lo Spirito", allora sperimentiamo la bellezza di una fede contemporanea; forse sperimentiamo anche la marginalità, ma insieme la forza della vita cristiana che pulsa anche nell'oggi.
Bibliografia essenziale
M. BENASAYAG-T. COHEN, L'epoca dell'intranquillità. Lettera alle nuove generazioni, Vita e Pensiero, Milano 2024
L. BERZANO, Spiritualità senza Dio?, Mimesis Edizioni, Milano 2014
O. DE BERTOLIS, La solitudine dei giovani, «La Civiltà Cattolica», quaderno 4170, pp. 521-531, 2024
L. DIOTALLEVI, La Messa sbiadita. La partecipazione ai riti religiosi in Italia dal 1993 al 2019, Rubbettino, Soveria Mannelli 2024
E GARELLI, Piccoli atei crescono, il Mulino, Bologna 2016
TH. HALIK, Pomeriggio del cristianesimo. Il coraggio di cambiare, Vita e Pensiero, Milano 2022
A. MATTEO, La prima generazione incredula, Rubbettino, Soveria Mannelli 2010
B. SALVARANI, Senza Chiesa e senza Dio. Presente e futuro dell'Occidente post-cristiano, Laterza, Bari 2023
L. VANTINI-L. CASTIGLIOLI-L. POCHER, "Smaschilizzare la Chiesa?", Edizioni Paoline, Milano 2024
(FONTE: FEERIA, 2025/2 - n. 66; pp. 45-50)















































