Prima catechesi
Saldi nella fede
Domenico Mogavero, Vescovo di Mazara del Vallo
1. Siamo qui a Madrid per una forte, significativa e originale esperienza di Chiesa, onorando un invito e un appuntamento che a tutti noi è stato rivolto da Benedetto XVI. Il ritrovarsi in occasione delle Giornate mondiali della gioventù appare a taluni come un’occasione di grande visibilità giovanile, che ha delle componenti aggregative ed emotive abbastanza marcate, ma che non comporta ricadute proporzionate nella vita quotidiana delle persone e nella qualità maturità della loro fede.
Personalmente sono persuaso che questa felice intuizione del beato Giovanni Paolo II non abbia perso nel tempo la sua valenza ecclesiale e i risvolti di apostolicità e missionarietà offerti al mondo giovanile, a condizione che voi stessi diate buona testimonianza di ciò che in queste giornate avete visto, fatto, pensato e deciso in maniera che non si abbia la percezione che tutto si consumi inesorabilmente come fuoco di paglia nell’arco di una settimana o poco più.
In questo contesto assumono un valore particolare, perciò, le catechesi come momento nel quale ripensare la propria fede per per raggiungere la misura della pienezza di Cristo (cfr Ef 4,13).
2. Il clima di cristianità diffusa, vissuto in Italia fino agli anni ’70, probabilmente ha illuso un po’ tutti, inducendo a pensare che fede e mondo, cristiano e cittadino, Chiesa e mondo fossero termini equivalenti. Nessuno si sognava di pensare al cristiano nei termini che descrive la lettera agli Ebrei: “Secondo la fede tutti questi morirono, pur non avendo ricevuto le promesse, ma avendole viste e salutate di lontano, e riconoscendosi stranieri e pellegrini sulla terra”(11,13). Il cristiano è straniero e pellegrino su questa terra, piaccia o non piaccia, perché così la sua condizione è delineata nel Vangelo, a partire dall’esperienza del Signore Gesù: “Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che gli appartiene. Poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho eletti dal mondo, per questo il mondo vi odia” (Gv 15,18-19).
Dunque, delle due l’una: o siamo di Cristo e dobbiamo accettare l’antipatia e l’ostilità del mondo; oppure, non siamo di Cristo e possiamo contare sul favore del mondo. A noi la scelta di campo.
3. Ma se siamo di Cristo, come dovremmo senza possibilità di alternativa, non possiamo, per un verso, scandalizzarci se oggi, in una sorta di incompatibilità sempre più marcata, il nostro tempo propone una sorta di alternativa tra civile e religioso; se il religioso si tenta di farlo percepire come un optional da relegare nell’ambito del privato, negando rilevanza pubblica alla religione.
A questo punto, non si può eludere un interrogativo: quali cause hanno potuto determinare una simile situazione? E soprattutto, c’è qualche responsabilità di noi cristiani in questo stato di cose? Tento di proporvi qualche chiave di lettura che possa consentire di farsi una ragione di questo stato di cose.
Io penso che un primo dato da considerare sia il modo con cui il cristiano ha vissuto il suo rapporto con il mondo. Da un lato, da parte di taluni il mondo è stato demonizzato (non mi riferisco, ovviamente, a quanti hanno scelto di abbandonare il mondo per seguire Cristo in modo più radicale attraverso la professione dei consigli evangelici nella vita monastica) e identificato, quindi, con il peccato. È chiaro che un tale atteggiamento mentale e pratico ha consequenzialmente determinato un simmetrico rifiuto della religione e del cristiano.
Un secondo elemento è diametralmente opposto ed è il caso del cristiano che si è identificato con il mondo, rinunciando alla sua diversità. In questa ipotesi proprio la mancanza di alterità ha potuto determinare il rifiuto nei confronti di qualcuno che non teneva egli stesso alla sua specifica originalità e condizione e non meritava, pertanto, l’apprezzamento di chi gli stava di fronte.
In ogni caso ci troviamo in una situazione che non è secondo la linea della profezia cristiana che a me pare mirabilmente delineata da un grande testimone del dialogo, quale Paolo VI. Mi piace riportare qui un pensiero del grande Pontefice, tratto dalla sua prima enciclica, che teorizzava il dialogo della Chiesa con il mondo in questi termini: “Questa forma di rapporto indica un proposito di correttezza, di stima, di simpatia, di bontà da parte di chi lo instaura; esclude la condanna aprioristica, la polemica offensiva e abituale, la vanità d'inutile conversazione. Se certo non mira a ottenere immediatamente la conversione dell'interlocutore, perché rispetta la sua dignità e la sua libertà, mira tuttavia al di lui vantaggio, e vorrebbe disporlo a più piena comunione di sentimenti e di convinzioni” (Ecclesiam suam, 6 agosto 1964, n. 81). In queste parole c’è il segno del realismo cristiano, originato e fondato sulla speranza, espressione di una concezione del mondo che risulta evidente e, forse, sconvolgente, nell’incredibile Pensiero alla morte: “Questa vita mortale è, nonostante i suoi travagli, i suoi oscuri misteri, le sue sofferenze, la sua fatale caducità, un fatto bellissimo, un prodigio sempre originale e commovente, un avvenimento degno d’essere cantato in gaudio e in gloria: la vita, la vita dell’uomo! Né meno degno d’esaltazione e di felice stupore è il quadro che circonda la vita dell’uomo: questo mondo immenso, misterioso, magnifico, questo universo dalle mille forze, dalle mille leggi, dalle mille bellezze, dalle mille profondità. È un panorama incantevole. Pare prodigalità senza misura”.
Peraltro, questa visione delle cose è stata recepita dai padri del Vaticano II ed espressa incisivamente nell’incipit della costituzione pastorale Gaudium et spes: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. […] Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia (GS 1). Per non dire della valutazione rasserenante e per nulla vittimistica che viene data delle traversie che hanno segnato e continuano a segnare la storia della Chiesa, la quale “confessa che molto giovamento le è venuto e le può venire perfino dall'opposizione di quanti la avversano o la perseguitano” (GS 44).
In una parola, la Chiesa, e in essa e per essa il cristiano, non è e non può essere in guerra con nessuno, neanche con quelli che la vorrebbero finita. In conseguenza di ciò, spetta al cristiano fare in modo che il messaggio evangelico giunga agli uomini del nostro tempo nella sua luce corretta, non come una imposizione, o una limitazione della libertà e dignità della persona, ma come “un di più” qualitativo che giova alla stessa causa dell’uomo.
Nel messaggio a voi indirizzato da Benedetto XVI in preparazione a questa GMG la dialettica che ho cercato di delineare è così esposta: “La cultura attuale, in alcune aree del mondo, soprattutto in Occidente, tende ad escludere Dio, o a considerare la fede come un fatto privato, senza alcuna rilevanza nella vita sociale. Mentre l’insieme dei valori che sono alla base della società proviene dal Vangelo – come il senso della dignità della persona, della solidarietà, del lavoro e della famiglia –, si constata una sorta di “eclissi di Dio”, una certa amnesia, se non un vero rifiuto del Cristianesimo e una negazione del tesoro della fede ricevuta, col rischio di perdere la propria identità profonda” (n. 1).
4. Alla base di questa ipotizzata relazione nuova tra mondo e religione ci deve stare una autentica esperienza di fede, che mi piace proporvi in strettamente connessa con la libertà, per sottolineare che il terreno di coltura della fede deve essere proprio l’adesione libera a Dio e alla verità da lui rivelata.
Nel Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica fede e libertà così vengono definite. “La fede è la virtù teologale per la quale noi crediamo a Dio e a tutto ciò che egli ci ha rivelato e che la Chiesa ci propone di credere, perché Dio è la stessa Verità. Con la fede l’uomo si abbandona a Dio liberamente” (n. 386). La libertà “è il potere donato da Dio all’uomo di agire o di non agire, di fare questo o quello, di porre così da se stesso azioni deliberate. La libertà caratterizza gli atti propriamente umani. Quanto più si fa il bene, tanto più si diventa liberi. La libertà raggiunge la propria perfezione quando è ordinata a Dio, sommo Bene e nostra Beatitudine. La libertà implica anche la possibilità di scegliere tra il bene e il male. La scelta del male è un abuso della libertà, che conduce alla schiavitù del peccato” (n. 363).
Da queste due articolate descrizioni si possono trarre delle implicanze di grande interesse. Con riferimento alla fede si sottolinea che essa se non è libera non è neanche fede perché non è un atto propriamente umano. Conviene, a questo riguardo, aggiungere anche qualche altro elemento di riflessione, suggerito dalla frase conclusiva: “Con la fede l’uomo si abbandona a Dio liberamente”. Il senso di queste parole è molto espressivo: da un lato dice una scelta libera autonoma dell’uomo che si fida di Dio e si abbandona a lui; dall’altro che la fede non è un percorso umano unilaterale, ma coinvolge una correlativa iniziativa divina che accetta l’abbandono confidente dell’uomo. In altre parole, la fede consente l’incontro di due libertà: quella dell’uomo e quella di Dio, convergenti verso la realizzazione di un rapporto interpersonale nel quale i due soggetti si conoscono e si fanno conoscere e questa conoscenza diventa progressivamente, per parte dell’uomo, esperienza d’amore. Questo sconfinamento dal piano dell’intelligenza, al quale notoriamente è riferito ogni discorso sulla fede come processo di conoscenza, al piano volitivo al quale appartiene il tema del voler bene, non sembri un azzardo dialettico. Infatti, nella Bibbia il conoscere non è assunto come attività teoretica, ma come immedesimazione e scambio, tanto che il rapporto coniugale, la massima espressione di unione e comunione tra i due sposi, è espresso appunto con il verbo conoscere. Spero che risulti chiaro, allora, che la riflessione sulla fede esige necessariamente un contesto di libertà perché attività che coinvolge le dimensioni più alte della persona, determinando la stessa identità del soggetto credente; che ogni discorso sulla fede non può ignorare la sua prospettiva relazionale finalizzata a dare sostanza di rapporto d’amore al legame Dio – uomo, fondato appunto sulla fede, via conoscitiva e via oblativa.
5. Una seconda considerazione nasce dalla descrizione di libertà, della quale il Compendio del Catechismo dà una lettura non funzionale, ma sostanziale, in quanto la vera libertà è quella che garantisce l’orientamento della persona verso il bene, cioè verso la sua piena realizzazione. Questa visione, direi, trascendente della libertà trae origine dal fatto della creazione. Il libro della Genesi, a proposito della creazione dell’uomo, afferma: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò” (Gn 1, 27). E siccome Dio possiede e vive la libertà in maniera unica come orientamento esclusivo al bene, anche la libertà dell’uomo deve essere vista in tale dinamica per rispettare il modello, come incisivamente espresso dall’inciso: “Quanto più si fa il bene, tanto più si diventa liberi. La libertà raggiunge la propria perfezione quando è ordinata a Dio, sommo Bene e nostra Beatitudine”.
A ben vedere la prospettiva del Catechismo rappresenta una esplicitazione, motivata e ragionata, di alcune parole del Nuovo Testamento, che contengono gli elementi essenziali e significativi di questa tematica.
Nel vangelo di Giovanni si legge: “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (8,32); e nella lettera ai Galati Paolo scrive: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della servitù» (5,1). Dunque, c’è una libertà che ha diretta connessione con la fede perché dice conoscenza della verità e dice anche liberazione da tutte quelle prescrizioni che, imprigionando l’uomo, gli impediscono di realizzare la sua vocazione all’amore.
6. Se così stanno le cose, fede e libertà non possono essere considerate fini, ma valori funzionali alla crescita e alla piena realizzazione della persona in una relazione imprescindibile che li configura come i due binari che tracciano il cammino per giungere a una maturazione integrale della persona. Ancora s. Paolo: “Fratelli miei, noi abbiamo ricevuto una vocazione alla libertà; solo facciamo attenzione che questa libertà non si muti in pretesto per la carne; mettetevi invece per la carità al servizio gli uni degli altri” (Gal 5,13).
7. È chiaro, allora, che una riflessione su fede e libertà non può rimanere al semplice livello di indagine teoretica neutrale, ma coinvolge l’esperienza vitale di chi affronta la questione e, senza rischiare di inciampare nella sfuggente insidia del relativismo soggettivistico, risente decisamente di questo contesto esistenziale nei suoi esiti speculativi e pratici.
La libertà che nasce dalla fede e dalla carità si dà quindi, nel concreto dell'esistenza cristiana, solo come radice di liberazione progressiva, una liberazione che è dono e impegno nello stesso tempo. Del resto, la fede stessa è dono da accogliere e sviluppare. Fede e libertà sono, pertanto, dinamismi da portare a compimento, germi soggetti a una maturazione mai pienamente compiuta in questa vita. Giovanni Paolo II, nell’enciclica Fides et ratio (14 settembre 1998), premesso che l’uomo percorre un cammino di ricerca della verità, osserva che la fede cristiana gli offre “la possibilità concreta di vedere realizzato lo scopo di questa ricerca. Superando lo stadio della semplice credenza, infatti, essa immette l’uomo in quell’ordine di grazia che gli consente di partecipare al mistero di Cristo, nel quale gli è offerta la conoscenza vera e coerente del Dio Uno e Trino. Così in Gesù Cristo, che è la Verità, la fede riconosce l’ultimo appello che viene rivolto all’umanità, perché possa dare compimento a ciò che sperimenta come desiderio e nostalgia” (n. 33).
A mo’ di sintesi, vi affido ancora una parola di Benedetto XVI, dal Messaggio per la GMG: “La fede è innanzitutto un’adesione personale dell’uomo a Dio; al tempo stesso ed inseparabilmente, è l’assenso libero a tutta la verità che Dio ha rivelato» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 150). Così potrete acquisire una fede matura, solida, che non sarà fondata unicamente su un sentimento religioso o su un vago ricordo del catechismo della vostra infanzia. Potrete conoscere Dio e vivere autenticamente di Lui, come l’apostolo Tommaso, quando manifesta con forza la sua fede in Gesù: «Mio Signore e mio Dio!»” (n. 4).
8. Per favorire la vostra revisione personale di vita vi offro qualche spunto di riflessione.
- Occorre prestare molta attenzione alle proprie scelte di vita, considerando che spesso ci viene chiesto di uscire allo scoperto e di manifestare sempre e davanti a tutti il coraggio di quello che si è e delle proprie idee, senza nascondersi dietro bugie di comodo.
- Non possiamo sfuggire all’assunzione delle nostre responsabilità, manifestando senza tentennamenti una rigorosa coerenza tra i valori accettati e professati, con particolare riguardo a quelli religiosi e spirituali, e i comportamenti adottati, e senza indulgere al comodo compromesso.
- Non è facile ammettere i propri errori e pentirsene; riconoscere di avere sbagliato e chiedere scusa. Eppure, una delle risorse che fanno veramente grande e ammirevole una persona è proprio l’ammettere la propria fallibilità e i propri limiti, non per farsene scudo, ma per rendere un servizio alla verità.
- Trovare modi e opportunità per riparare i danni arrecati è un obbligo risarcitorio ma è anche segno di nobiltà d’animo e di grande dignità umana. E se l’arrogante che non riconosce le sue manchevolezze e non vi pone riparo è malvisto; colui che non dissimula la propria fragilità e si adopera per limitarne i danni è apprezzato come persona corretta e come persona veramente libera.
- Essere cristiani non è una condizione di favore o di privilegio, ma una scelta ardua e impegnativa nella quale non ci si possono attendere sconti o saldi di fine stagione. Siccome “un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha inviato” (Gv 13,16), vista la sorte toccata a Gesù e a coloro che nei due millenni di cristianesimo gli sono stati fedeli seguaci, non possiamo farci illusioni sulla nostra vita e dobbiamo tenere sempre presente la parola del Maestro: “Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica” (Gv 13,17).
Seconda catechesi
Radicati in Cristo
1. Il mio ufficio pastorale di vescovo di Mazara del Vallo mi ha messo in condizione di conoscere un poco il mondo musulmano, sia attraverso gli immigrati maghrebini presenti nella mia città, sia attraverso contatti avuti con diversi paesi arabi (Tunisia, Algeria, Siria, Turchia) e soprattutto con molti vescovi di Chiese delle sponde del Mediterraneo. Ho potuto anche osservare come, in via ordinaria, da parte dei musulmani ci sia una atteggiamento attento e benevolo nei confronti dei cristiani. La conoscenza di queste persone, mediata dalla guida saggia dei confratelli vescovi, mi ha dato una chiave di lettura delle difficoltà che stanno alla base del dialogo tra cristiani e musulmani.
Sulla base della mia esperienza personale, uno degli elementi di maggiore criticità nei rapporti tra cristiani e musulmani sta nel problema delle identità. Mi spiego meglio. Il contesto culturale del mondo arabo si regge sulla intrinseca connessione tra religione e stato, mantenendo quella configurazione confessionale che l’occidente ha ormai abbandonato da secoli. Di conseguenza, l’elemento religioso fa parte integrante non solo dell’impianto culturale arabo, ma concorre a costruire l’identità del singolo componente. Tanto questa osservazione è valida, che noi occidentali siamo convinti che tutti i musulmani siano fedeli osservanti e praticanti della loro religione, confondendo identità e pratica religiosa. Di passaggio, giova considerare che quanto a pratica religiosa i musulmani oscillano interno al 15%, più o meno come i praticanti italiani.
Sulla base di questa osservazione di fondo, se guardiamo al mondo occidentale dobbiamo prendere atto che la nostra identità soffre molto di una debole caratterizzazione sotto il profilo religioso, dovuta sicuramente alla secolarizzazione e alla scristianizzazione dei nostri paesi, e consequenzialmente registra una ignoranza religiosa crescente che si traduce, tra l’altro, nel tentativo di emarginazione della religione, ridotta a fatto meramente privato senza alcuna rilevanza pubblica. Questa identità debole a me pare un fattore di difficoltà nel dialogo interreligioso, proprio perché si ha timore,di confrontarsi con uno che si considera più forte.
In questo quadro di riferimento, la situazione dei cattolici italiani appare essa pure alquanto problematica e confusa. La cultura religiosa del cristiano medio si esaurisce nell’itinerario catechetico propedeutico ai sacramenti dell’iniziazione cristiana. Mancano itinerari di formazione permanente organici e sistematici, con la sola eccezione delle aggregazioni e dei movimenti ecclesiali che curano ancora percorsi formativi miranti a creare cristiani maturi, portatori di una fede adulta. Eppure negli ultimi quarant’anni l’episcopato italiano ha investito molto sul rinnovamento della catechesi attraverso la pubblicazione di appositi catechismi per le diverse fasce di età e dando priorità alla evangelizzazione e alla comunicazione della fede nell’attuale contesto storico, culturale e sociale dell’Italia.
L’esperienza mi dice che se non prendiamo sul serio quella che comincia ad assumere le connotazioni di una emergenza educativa, accogliendo in tal senso quanto proposto negli orientamenti pastorale della CEI per il decennio Educare alla vita buona del Vangelo, non riusciremo ad arginare il carattere estremamente volatile dell’appartenenza ecclesiale dei nostri cristiani. Al n. 40 il testo rileva che occorre condurre i cristiani verso “una progressiva consapevolezza della fede, mediante itinerari differenziati di catechesi e di esperienza di vita cristiana. […] In un ambiente spesso indifferente se non addirittura ostile al messaggio del Vangelo, la Chiesa riscopre il linguaggio originario dell’annuncio, […] proponendo relazioni capaci di coinvolgere le famiglie e integrate nell’esperienza dell’anno liturgico. Il primo annuncio è rivolto in modo privilegiato agli adulti e ai giovani, soprattutto in particolari momenti di vita come la preparazione al matrimonio, l’attesa dei figli, il catecumenato per gli adulti”. Per raggiungere questo obiettivo, gli orientamenti pastorali propongono percorsi di vita buona, articolati e modellati sui cinque ambiti individuati nel 4° Convegno ecclesiale di Verona e che riassumono in qualche modo l’esistenza umana: vita affettiva, lavoro e festa, fragilità, tradizione e cittadinanza (cfr Educare alla vita buona del Vangelo, n. 54 b).
Vi ho proposto queste considerazioni per contestualizzare il secondo tema del percorso catechetico che caratterizza queste giornate madrilene.
2. Il titolo di questo secondo incontro (“Radicati in Cristo”) può prendere ispirazione da una breve citazione del Messaggio di Benedetto XVI: “Mediante la fede, noi siamo fondati in Cristo (cfr Col 2,7), come una casa è costruita sulle fondamenta. […] Essere fondati in Cristo significa rispondere concretamente alla chiamata di Dio, fidandosi di Lui e mettendo in pratica la sua Parola. Gesù stesso ammonisce i suoi discepoli: «Perché mi invocate: ‘Signore, Signore!’ e non fate quello che dico?» (Lc 6,46). E, ricorrendo all’immagine della costruzione della casa, aggiunge: «Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica… è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene» (Lc 6,47-48)” (n. 2).
Le parole del Papa ci invitano a riflettere che guardare a Cristo significa entrare in relazione con Lui, fondamento della nostra vita, e misurasi con la sua parola, assunta come regola e modello di vita.
Per facilitare questo confronto con Cristo, vi propongo l’icone biblica della samaritana (Gv 4,1-42), emblematica, a mio avviso, di un percorso relazionale tipico.
3. Nel racconto del quarto vangelo tutto appare logico ma nello stesso tempo può sembrare frutto del caso. Gesù e il gruppo dei discepoli è in viaggio dalla Giudea verso la Galilea, seguendo l’itinerario più lungo e più a rischio. Sulla strada, a mezzogiorno, comprensibilmente egli - e i suoi discepoli con lui - avverte stanchezza e bisogno di cibo e di riposo. Il posto prescelto risulta il più adatto, anzi sembra quasi cercato appositamente per ospitare un incontro decisivo desiderato e preparato, pur se con tutte le connotazioni di un evento fortuito e inimmaginabile. Il pozzo è il luogo tipico dell’incontro e, più precisamente, dell’incontro che cambia la vita e l’avvia all’esperienza sponsale: Abramo incontra Rebecca al pozzo (cfr Gn 24); presso un pozzo Giacobbe conosce Rachele (cfr Gn 29); al pozzo Mosè incontra e aiuta Zippora (cfr Es 29). Al negativo, in una cisterna - che non è pozzo - viene calato Giuseppe, votato alla morte dai fratelli e salvato in extremis da Ruben, pur se venduto schiavo a dei mercanti egiziani (cfr Gn 37,18-30).
4. Al pozzo di Giacobbe si prepara, perciò, un incontro che darà inizio a una relazione interpersonale, ma che prende avvio nel peggiore dei modi con una chiusura pregiudiziale e con la pretesa rancorosa di rivalsa per torti subiti. È mancato solo il voltarsi le spalle per riprendere ciascuno la propria strada, mandando l’altro a quel paese, ovviamente solo per parte della samaritana. In ogni caso, Gesù su quell’incontro sembra proprio fare molto affidamento, come se aspettasse lì proprio quella persona per consegnarle un messaggio importantissimo e misterioso, lontano da sguardi indiscreti e intriganti. Potrebbe essere questa la ragione per la quale Gesù prende l’iniziativa di rivolgersi alla donna, esponendosi nella condizione fragile di uomo giudeo che, per bisogno, si affida alla benevolenza di una sconosciuta donna di Samaria. Ad essa che chiede, giustamente, conto di tanta insolita degnazione, Gesù non solo non dà alcuna giustificazione, ma appare come uno che non solo non vuole confessare il proprio disagio ma che addirittura passa, quasi con supponenza arrogante, al contrattacco: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere!», tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva” (v. 10). Queste prime battute, piuttosto dure, hanno, al contrario, il tono di un corteggiamento indubbiamente difficile, nel quale nessuno dei due vuole capitolare per primo per non dare a vedere all’altro/a che ha assoluto bisogno di lei/lui; ma in effetti è così.
La distanza tra i due interlocutori si riduce man mano che il cuore comincia a prevalere sulla logica della contrapposizione o della convenienza, cioè non appena si delinea la dinamica del dono nella quale chi sembra il manchevole in effetti è colui che è in grado di dare, mentre chi ritiene di essere bastevole a sé e agli altri in realtà è il vero indigente, non di qualcosa di materiale che non ha, ma di verità e di amore. L’aspetto più fascinoso sta, tuttavia, nel fatto che attraverso questo itinerario così delicato e gratuito la donna scopre la verità del suo essere e la sua sete di amore, mai alleviata, nonostante le molteplici risorse dalle quali sperava di essere dissetata. Commenta sant’Agostino: “Colui però che domandava da bere, aveva sete della fede della samaritana. […] Domanda da bere e promette di dissetare. È bisognoso come uno che aspetta di ricevere, e abbonda come chi è in grado di saziare” (dai Trattati su Giovanni). Dunque, la sete vera è quella della donna perché è una sete profonda, una sete di vita, una sete di vita piena d’amore, una sete di vita accolta come dono e offerta come dono nella gratuità più totale.
5. In questo racconto non è solo la donna ad aver sete, anche i discepoli ne hanno e tanta; sete di leggere nella mente e nel cuore del Maestro per capire cosa sta succedendo. Essi, infatti, non comprendono le scelte di Gesù e rimangono fortemente delusi dalla sua apparente indifferenza verso le loro premure, che abbracciano la custodia del suo buon nome (un rabbì galileo che parla da solo con una donna samaritana) e il suo bisogno di nutrimento. E la fatica di far capire ai discepoli la bellezza liberante del dono per Gesù non è inferiore a quella sopportata per far breccia nel cuore della donna. “Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l'un l'altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato a compiere la sua opera»" (vv. 31-34).
Da questo complesso di dinamiche relazionali, tutte necessitanti di una reale trasfigurazione per poter giungere allo spessore di rapporti umanizzanti, abbiamo una ulteriore conferma della grande pazienza che Dio ha verso tutti noi, così incapaci di allargare l’orizzonte del nostro sguardo oltre il limitato raggio di azione del nostro interesse personale. Per di più, nella nostra pochezza, abbiamo la pretesa di insegnare a Dio come stanno le cose, suggerendogli cosa e come scegliere. Buon per noi che egli, pur compassionevole e condiscendente, non ci dà retta e non si arrende di fronte alla nostra mediocrità.
6. Ma arriva il momento in cui il dono ricevuto esplica tutte le sue potenzialità e diventa diffusivo di se stesso. La donna di Samaria non si lascia condizionare dalla sua solitudine affettiva e cerca nella comunione con gli altri il canale della comunicazione, incurante della sua anfora vuota. Dando slancio allo stupore che l’aveva sconvolta sentendosi conosciuta nelle profondità del suo essere, sente che deve farne partecipi i suoi concittadini perché vedano colui che conosce tutta la verità di ogni uomo e di ogni donna e che proprio per questo potrebbe essere l’Unto di Dio. La sua testimonianza è efficace perché nasce dalla verità della vita che le è stata rivelata, come riconoscono senza reticenza gli stessi destinatari del suo primo annuncio.
7. L’epilogo del racconto mostra che il bene e il bello dei quali si è fatta esperienza si vorrebbe che fossero per sempre, come chiese Pietro sul monte della trasfigurazione (cfr Lc 9,33). Per una volta Gesù esaudisce, anche se solo in parte, questa domanda di definitività e si ferma con i samaritani di Sicar per due giorni prima di riprendere il cammino verso la Galilea, dando così opportunità ad altri ancora di credere in lui non per la testimonianza della donna del pozzo, ma piuttosto per aver udito personalmente la parola del Maestro. L’epilogo è a lieto fine, ma con forte valenza didattica: quante meraviglie ciascuno non ha potuto ammirare nella sua vita?
8. A questo punto, alcuni interrogativi possono aiutare il prosieguo della vostra riflessione.
* C’è un luogo, un tempo, una situazione della vostra vita che ha avuto, e può avere ancora, la funzione del pozzo di Giacobbe perché decisivo riguardo al vostro orientamento esistenziale e vocazionale?
* La relazione interpersonale è a rischio, oggi più che in altri tempi, perché falsata da tanti condizionamenti, appesantita da dinamiche alienanti, strumentalizzata da possibili secondi fini. Come recuperare nella vostra attuale situazione di vita (particolarmente in famiglia e in parrocchia) la verità della relazione liberante perché impostata sulla verità?
* In un tempo in cui l’interesse prevale sulla gratuità, nel pubblico e nel privato, annunciare e testimoniare una relazionalità interpersonale come dono può avvalorare gli insegnamenti che ciascuno offre nelle espressioni più comuni e ordinarie della vita quotidiana.
* La ricchezza umana, spirituale, morale, culturale di cui ognuno è portatore perché sia vera e duratura deve essere condivisa perché ciascuno di noi possiede veramente solo ciò che dona.
* La donna nel quarto vangelo ha una collocazione e una missione singolari, collegate con il tema dell’ora di Cristo e con la percezione di un bisogno che chiede pienezza: Maria, la donna di Cana e la mancanza di vino; Maria, la donna ai piedi della croce privata del figlio; la donna di Sicar e la sua sete di verità e di amore. La condizione della donna può, perciò, essere intesa come metafora di una umanità che scopre le proprie lacune e vive in attesa dell’ora di Dio nella quale si compirà ogni desiderio di bene.
* Da ultimo, lasciamoci provocare dalle parole di Benedetto XVI in altra parte del suo Messaggio: “Anche a noi è possibile avere un contatto sensibile con Gesù, mettere, per così dire, la mano sui segni della sua Passione, i segni del suo amore: nei Sacramenti Egli si fa particolarmente vicino a noi, si dona a noi. Cari giovani, imparate a «vedere», a «incontrare» Gesù nell’Eucaristia, dove è presente e vicino fino a farsi cibo per il nostro cammino; nel Sacramento della Penitenza, in cui il Signore manifesta la sua misericordia nell’offrirci sempre il suo perdono. Riconoscete e servite Gesù anche nei poveri, nei malati, nei fratelli che sono in difficoltà e hanno bisogno di aiuto. Aprite e coltivate un dialogo personale con Gesù Cristo, nella fede. Conoscetelo mediante la lettura dei Vangeli e del Catechismo della Chiesa Cattolica; entrate in colloquio con Lui nella preghiera, dategli la vostra fiducia: non la tradirà mai!” (n. 4).
Terza catechesi
Testimoni di Cristo nel mondo
1. La nota pastorale dei vescovi italiani che raccoglie e rilancia le conclusioni del 4° Convegno ecclesiale di Verona così delinea il profilo dei cristiani, uomini e donne di speranza,: “Partecipe dell’umanità, di cui condivide «gioie e speranze, tristezze e angosce» (GS 1), intensamente solidale con tutti, il cristiano orienta il cammino della società verso quella pienezza che Dio ha iscritto nel cuore di ogni persona, mettendosi al suo fianco nel percorrere i sentieri del tempo. La speranza del cristiano è dono di Dio, dinamico e creativo, e si traduce in progetti che anticipano nella storia il senso della nuova umanità portata dalla risurrezione. Sono germi di ‘vita risorta’ capaci di cambiare il presente, secondo la stupefacente abbondanza di ministeri e di carismi di cui il Signore arricchisce la Chiesa” (“Rigenerati per una speranza viva” (1Pt 1,3): testimoni del “sì” di Dio all’uomo [29 giugno 2007] n. 7).
Questo senso della vita che il cristiano dà alla propria esistenza costituisce un vero e proprio modo di essere. Egli vive, perciò come testimone, cioè, come uomo e donna “dallo sguardo attento e profondo” (Rigenerati per una speranza viva…, n. 29) che guarda avanti e lontano e che dà alla propria vita un orientamento in forza del quale essa diventa convergenza di vita spirituale, di missione pastorale e di dimensione cultuale.
Una simile connotazione ci fa immediatamente comprendere che la vita cristiana non può essere concepita come luogo di tranquillo godimento di una verità contemplata e di una spiritualità disincarnata. Ci dice ancora che il campo di azione del cristiano non è il recinto sicuro delle nostre chiese e dei locali di ministero pastorale, ma piuttosto il terreno più a rischio delle nostre città, della scuola, dell’ambiente di lavoro, delle dimore familiari, del tempo libero, della sofferenza, della politica. È vero che un simile itinerario rende il vivere cristiano una sfida ardita e, a volte, temeraria; nondimeno, tale indirizzo non è facoltativo, ma assolutamente obbligatorio e vincolante. Non dimentichiamo che il termine italiano testimonianza traduce il termine greco martyrìa. Essere testimoni, allora, significa essere votati al martirio, in forza di una forma data alla propria vita che deve assumere la connotazione di “testimonianza umile e appassionata, radicata in una spiritualità profonda e culturalmente attrezzata, specchio dell’unità inscindibile tra una fede amica dell’intelligenza e un amore che si fa servizio generoso e gratuito” (Rigenerati per una speranza viva…, n. 11).
In proposito mi piace leggervi una pagina dei Promessi sposi nella quale viene descritto il confronto aspro tra un prete pavido e arrendevole, don Abbondio, e un vescovo intrepido e con la schiena diritta, il cardinale Federigo Borromeo. A quest’ultimo, che lo incalzava esigendo spiegazioni circa il suo rifiuto di benedire le nozze di Renzo e Lucia, don Abbondio rispondeva: “Il coraggio, uno non se lo può dare” (Promessi sposi, cap. XXV). Questa tremenda considerazione del Manzoni, tolta dal contesto preciso in cui è collocata, mi pare tratteggi bene lo stato d’animo di tanta gente di ogni tempo. A proposito delle riserve di tanti cristiani pavidi farebbe molto bene allo spirito la rilettura del lungo colloquio tra i due, particolarmente nel confronto tra l’ardire del cardinale e la codardia di don Abbondio, descritto come un pulcino tra gli artigli di un falco. Basta riportare qui solo alcune considerazioni efficacissime e tutt’altro che finzione letteraria, applicabili non solo ai preti, ma a ciascun cristiano con i dovuti adattamenti: “E quando vi siete presentato alla Chiesa […] per addossarvi codesto ministero, v'ha essa fatto sicurtà della vita? V'ha detto che i doveri annessi al ministero fossero liberi da ogni ostacolo, immuni da ogni pericolo? O v'ha detto forse che dove cominciasse il pericolo, ivi cesserebbe il dovere? […] Non v'ha avvertito che vi mandava come un agnello tra i lupi? […] Quello da Cui abbiamo la dottrina e l'esempio, a imitazione di Cui ci lasciamo nominare e ci nominiamo pastori, venendo in terra a esercitarne l'ufficio, mise forse per condizione d'aver salva la vita? E per salvarla, per conservarla, dico, qualche giorno di più sulla terra, a spese della carità e del dovere, c'era bisogno dell'unzione santa, dell'imposizione delle mani, della grazia del sacerdozio?”. Ciascuno legga in rapporto alla propria situazione le stimolanti parole di un vescovo che mai piegò se stesso alle pretese dei potenti del suo tempo.
2. Se l’identità del cristiano è essere testimone, il suo campo di azione è la vita quotidiana, che il documento frutto del Convegno di Verona definisce “alfabeto per comunicare il Vangelo”. Tale scelta di campo guarda alla vita attraverso i cinque ambiti (vita affettiva, lavoro e festa, fragilità, tradizione e cittadinanza) e la valorizza come “luogo di ascolto, di condivisione, di annuncio, di carità e di servizio”, lanciando “un segnale incisivo in una stagione attratta dalle esperienze virtuali e propensa a privilegiare le emozioni sui legami interpersonali stabili” (Rigenerati per una speranza viva…, n. 12).
Nella seconda metà dello scorso secolo la comunità ecclesiale visse un tempo di fervida missionarietà finalizzata a portare il Vangelo nella vita quotidiana, esprimendo tale dinamismo con formule alquanto suggestive (“uscire dalle mura del tempio”, “Chiesa estroversa”) che volevano significare la fine di un intimismo ecclesiologico che aveva a cuore prioritariamente la sorte di coloro che erano all’interno dell’ovile. Ma il pensare del Signore Gesù non era esattamente in quella direzione, come felicemente mostra la parabola della pecorella smarrita: “Chi di voi, se possiede cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto per andare a cercare quella che si è smarrita, finché non la ritrova? […] Così, vi dico, ci sarà gioia nel cielo più per un peccatore che si converte, che non per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,4.7).
Oggi, sembra che le nostre comunità conoscano un tempo di ripiegamento su stesse, che vivano una stagione di riflusso, che soffrano una strana sensazione di disaffezione rispetto al mondo che le circonda. Eppure il mondo è il luogo della missione e della testimonianza.
3. Mi sembra opportuno, a questo riguardo, individuare qualche pista di sperimentazione e qualche criterio operativo.
Un primo tratto che deve caratterizzare l’esistenza redenta è l’inquietudine della ricerca, che deve segnare profondamente ogni discepolo del Signore. Io ho una certa titubanza di fronte ai cristiani che ostentano certezze granitiche e che non sono mai sfiorati dal dubbio come se avessero raggiunto la quiete della verità posseduta e si guardano bene dal lasciarsi attraversare dal tormento del dubbio per aspirare, in tal modo, a un approdo ulteriore.
Un secondo punto riguarda il senso da dare alla propria diversificata attività, caratterizzata da attenzione al vissuto quotidiano e da una aderenza esemplare alle domande di senso che le persone e gli eventi pongono. Il cristiano deve essere un uomo che guarda sempre avanti e lontano e che si adopera per scrutare orizzonti appena delineati, ma anticipatori di scenari nuovi, rischiando anche di non essere ben compreso dai propri contemporanei.
Un terzo elemento che ritengo di grande attualità è la capacità del cristiano di incanalare la propria esperienza di fede sul binario della religione del cuore e della spiritualità delle opere. Il grande dilemma: la fede, o le opere è, in effetti, un falso problema. Infatti, se la fede è un’astrazione intellettuale non giova a dare corpo a un rapporto vero e personale con Dio. Avverte la lettera di Giacomo: “la fede, se non ha le opere, di per se stessa è senza vita” (2,17). Ma le opere, a loro volta, se sono azioni solo esteriori senz’anima non giovano a nulla, come denuncia Gesù nel vangelo di Marco: “Bene di voi, ipocriti, ha profetato Isaia, secondo quanto sta scritto: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me” (7,6). Ecco, in che senso occorre coniugare una religione del cuore, capace di far trasparire attraverso le opere la scelta fondamentale per Dio che nasce, appunto, dal cuore, e la spiritualità delle opere che non devono essere espressione di una esteriorità ipocrita, intesa come formalismo religioso, bensì la perfetta e coerente manifestazione di ciò che il cuore coltiva.
4. Se vogliamo cercare delle piste esemplificative sulle quali costruire una progettualità cristiana che impegni i giovani nell’evangelizzazione dei propri coetanei, mi permetto di proporre alcune indicazioni che nascono dall’esperienza che cerca di vivere la Chiesa della quale sono pastore.
Ritengo prioritaria l’opzione preferenziale per la persona e per la relazione interpersonale, dando una traduzione nuova e attuale al comandamento dell’amore. Infatti, la conversione pastorale del dopo Verona deve trovare compimento nel comandamento dell’amore, ridando senso alla categoria di prossimo. Questo termine, infatti, contiene una dinamica antropologica, all’interno della quale prossimo è il fratello, l’amico, lo straniero, il passante, il cliente; ma implica, altresì, una dinamica temporale per la quale prossimo dice futuro, domani, prospettiva, rinvio, ma anche passato, rammarico. Prossimo è, perciò, una parola aperta verso una relazionalità affascinante e piena di senso, perché dice amore, alterità, dono, vissuti in situazioni esistenziali. Così l’altro è amato con la sua fragilità; con i condizionamenti del suo lavoro e nelle espressioni gratuite con cui vive la festa; nel contesto delle tradizioni che caratterizzano la collocazione in un determinato ambiente; con il travaglio determinato dal contesto socio-politico in cui vive e opera. In questo contesto trova una rinnovata attualità quella “civiltà dell’amore”, tanto cara a Paolo VI, che dice attenzione alla qualità della vita, “alla vita buona del Vangelo”, come recita il titolo degli orientamenti pastorali decennali della CEI.
In relazione a quanto appena detto, la civiltà dell’amore si costruisce efficacemente con gesti di dialogo, con gesti di ospitalità, con gesti di solidarietà, con gesti di legalità; in una parola sola, con gesti propri di una cultura, la nostra, permeata di cristianesimo. In altri termini, dobbiamo imparare a porre dei gesti capaci di immettere nella nostra terra, come radici, la vita buona del Vangelo per diventare costruttori di pace.
In questo contesto, un valore pedagogico forte e significativo è costituito dal valore spirituale e dal senso liturgico della bellezza. I colori, gli odori, i suoni di ciascun territorio devono fondersi con i colori, gli odori e i suoni delle nostre liturgie perché possiamo percepire il senso del mistero e sperimentare stupore, gratitudine, trascendenza, preghiera, contemplazione. A questo ci eleva l’icone del Cristo risorto che aiuta a riconoscere attraverso i tratti del suo volto luminoso la sua vera identità, che si manifesta nelle note della quotidianità.
5. Volendo dare un’attualizzazione ecclesiale, storicamente fondata, la testimonianza che viene chiesta oggi alle Chiese che sono in Italia deve far propria la sfida educativa, obiettivo pastorale del decennio.
“L’educatore è un testimone della verità, della bellezza e del bene, cosciente che la propria umanità è insieme ricchezza e limite. Ciò lo rende umile e in continua ricerca” (Educare alla vita buona del Vangelo [4 ottobre 2010], n. 29). È una affermazione veramente piena di senso e di prospettive che apre gli orizzonti di tanti operatori pastorali, in senso proprio e in senso lato, verso prospettive non limitate alla sola utilità operativa dei catechisti, ad esempio. Essere testimoni abbiamo visto quale spessore di senso contiene. Se, poi, questa nota qualificante viene avvicinata alla verità, alla bellezza e al bene a mala pena si riesce a sostenere il peso entusiasmante di tale confronto. Se a tutto questo si aggiunge il riferimento fortemente espressivo alla ricchezza e al limite dell’umano, allora, il discorso si sposta sul piano di quell’umanesimo integrale ispirato ai valori cristiani che costituisce la sfida decisiva di questi anni.
6. Volendo individuare dei territori di intervento e degli atteggiamenti capaci di dare risposte adeguate alle istanze che tali territori pongono, desidero sottolineare il fenomeno delle migrazioni, considerate nella fase emergenziale che ha contrassegnato questi mesi del 2011, ma soprattutto le problematiche connesse con l’integrazione delle diverse tipologie di immigrati. L’accoglienza e il dialogo sono le due opzioni che consentono di affrontare la questione correttamente e non sotto la pressione di implicanze emotive, che facilmente fanno perdere l’esatta dimensione della problematica. In questo senso, credo che come cristiani non possiamo assolutamente accettare una scelta discriminatoria quale quella dei respingimenti perché contraria in modo netto e inequivocabile al messaggio evangelico
Un altro settore di attenzione e di intervento è quello relativo al rapporto con il creato e alle problematiche connesse con l’ambiente, sulle quali mi permetto alcune rapide pennellate sufficienti a dare un contesto che consenta di interpretarle nell’ottica cristiana. La questione ambientale e quella ecologica toccano prima che le cose il cuore stesso dell’uomo. Pertanto, per impostarle correttamente occorre liberarsi da qualsiasi pregiudiziale ideologica e superare la dicotomia persona – creato, riscoprendo un’alleanza relazionale tra la persona e la creazione. La questione ambientale chiede di risolvere il problema della destinazione e dell’uso dei beni della terra, con particolare attenzione al rispetto delle risorse naturali e all’accesso ad esse. Infatti, l’uomo non è il padrone assoluto della creazione che può disporne a suo piacimento, ma egli è solo amministratore e custode della realtà che lo circonda. La custodia responsabile del creato è premessa per consegnare a coloro che verranno dopo il giardino di Dio, vivibile e coltivabile, e non una pattumiera desolata e maleodorante. Perciò, la conversione ecologica rappresenta l’opzione metodologica prioritaria che coinvolge tutti perché si fonda sull’adozione di stili di vita sobri che, salvaguardando le risorse essenziali della terra attraverso un uso saggio e oculato di esse, possono garantire le condizioni minime per una qualità della vita degna dell’uomo, figlio di Dio. Solo in questo quadro di riferimento possiamo attendere, secondo la promessa, “cieli nuovi e una terra nuova, nei quali soggiorni la giustizia” (2Pt 3,13).
Un ultimo punto che mi piace toccare è quello relativo alle sfide culturali che il nostro tempo pone alla comunità ecclesiale e che hanno determinato i vescovi italiani a pensare a un progetto culturale ispirato in senso cristiano. Esso deve essere inteso non come un nuovo impegno da realizzare, ma piuttosto come un modo di essere della Chiesa in Italia in questo nostro tempo, con riferimento alla crisi indotta anche nel nostro Paese dalla frattura tra fede e cultura. In questo contesto l’inculturazione della fede e l’evangelizzazione delle culture restano due opzioni di fondo che i progetti pastorali delle Chiese particolari dovranno tradurre e attualizzare. In altri termini, il Progetto rappresenta “un modo per portare la questione antropologica nel vivo delle nostre comunità, accogliendo l’invito dei Vescovi a «mettere la persona al centro». Si tratta di un approccio radicato in una profonda visione teologica e particolarmente fecondo sia per il compito formativo sia per «attrezzare culturalmente» la testimonianza dei singoli e delle comunità” (Servizio nazionale per il Progetto culturale della CEI, Fare Progetto culturale. Temi e percorsi sulla questione dell’uomo e della verità, Edizioni San Paolo, 2008, p. 10).
7. E concludo con alcune parole impegnative che il Papa vi ha rivolto nel Messaggio per questa GMG: “Quanti cristiani sono stati e sono una testimonianza vivente della forza della fede che si esprime nella carità: sono stati artigiani di pace, promotori di giustizia, animatori di un mondo più umano, un mondo secondo Dio; si sono impegnati nei vari ambiti della vita sociale, con competenza e professionalità, contribuendo efficacemente al bene di tutti. La carità che scaturisce dalla fede li ha condotti a una testimonianza molto concreta, negli atti e nelle parole: Cristo non è un bene solo per noi stessi, è il bene più prezioso che abbiamo da condividere con gli altri. Nell’era della globalizzazione, siate testimoni della speranza cristiana nel mondo intero: sono molti coloro che desiderano ricevere questa speranza! […] Anche voi, se crederete, se saprete vivere e testimoniare la vostra fede ogni giorno, diventerete strumento per far ritrovare ad altri giovani come voi il senso e la gioia della vita, che nasce dall’incontro con Cristo!” (n. 5).















































