Considerazioni generali circa 

    Eurispes - Rapporto Italia 2019

    Riscoprire la qualità

    Gian Maria Fara


    Noi dobbiamo costruire una specie di Stati Uniti d’Europa.

    W. Churchill

    LA REPUBBLICA DEL “NI”

    Il tratto distintivo dell’Italia di questo 2019 sembra consistere nella difficoltà di affermare la propria identità, di sapere scegliere i percorsi ai quali affidare il proprio cammino, di dimostrare la capacità di decidere e di operare per poter stare ai tempi della complessità e della globalizzazione. Quel che appare, anche ad una osservazione benevola, è un Paese eternamente in conflitto con se stesso e con l’idea stessa di futuro, incapace di darsi un progetto condiviso, di mettere a frutto possibilità ed esperienza che, comunque, abbondano in tutti i settori, di esprimere al meglio le proprie potenzialità e, soprattutto, di farsi valere ed apprezzare nel contesto internazionale. Tentando di rappresentarlo in estrema sintesi, il nostro si potrebbe definire “Paese del Ni”, che non riesce mai – su nessun argomento di interesse generale e su alcuna prospettiva di lungo periodo – ad esprimersi in maniera definitiva con un “No” o con un “Si”. Indecisione, nella quale le scelte non sono mai chiare, soggette a cambiamenti o capovolgimenti o, nel migliore dei casi, come nella processione di primavera di Echternach, descritta da T.W. Adorno nel suo Minima Moralia, a procedere facendo due passi avanti e uno indietro. Basti ricordare i casi delle Olimpiadi a Roma e di quelle invernali rimpallate tra Torino, Milano e Cortina; la questione della Tav e quella della Tap, la costruzione dello stadio a Roma, il problema delle trivelle in Adriatico e il risanamento dell’Ilva. Ed altro ancora. Senza contare le infinite discussioni ed i ritardi sulla gestione del post-terremoto nell’Italia Centrale o a Ischia. Sul piano istituzionale, mai, nella storia recente, si erano potute osservare una tale “capacità di indecisione”, una così grande confusione di ruoli e di responsabilità, una così netta separazione tra dichiarazioni, annunci e fatti. Una così grande distanza dal sano buon senso. Si tratta di un fenomeno che riguarda tutti. Di una vera e propria patologia che non risparmia nessuno degli attori pubblici in campo e che segna, in forme diverse, maggioranza di Governo, opposizione e le stesse Istituzioni. Basti osservare, per essere equanimi, i comportamenti della principale forza di opposizione che, a distanza di quasi un anno dalla dura sconfitta elettorale, non riesce ancora ad elaborare il lutto, a riorganizzare le proprie fila e persino a darsi un leader. Costretta a sopportare, dopo aver perso l’autorità che aveva prima, anche lo scherno dei vili, gli stessi “operatori del turibolo” che ne incensavano le gesta nei tempi migliori. O quelli delle due forze di Governo che, dopo essersi accanitamente combattute in campagna elettorale, hanno firmato un “contratto”, con relative penali, e ondeggiano tra una scelta e il suo contrario, tra annunci roboanti e precipitose ritirate, tra il proposito di abolire la povertà e colpire, nel concreto, tassando chi i poveri li aiuta quotidianamente. O i litigi e i ricorsi tra alti esponenti della Pubblica amministrazione per un incarico o una presidenza negati o concessi. E mentre tutto ciò accade, diverse nostre città, fortunatamente non tutte, vengono sommerse dai rifiuti, l’economia non dà segni di ripresa, le aziende chiudono o licenziano, il territorio continua a soffrire di un atavico abbandono e i nostri giovani continuano ad emigrare.

    UNA NUOVA PATOLOGIA: LA “QUALIPATIA”

    La separazione tra Sistema e Paese, che abbiamo descritto nel Rapporto Italia 2018, non sembra affatto superata e il Paese resta in attesa di capire che cosa intende fare il Sistema per sanare la frattura. Sul piano più generale, il Paese risente di una atmosfera complessiva di incertezza, combattuto tra le ambizioni che produce l’essere considerato tra i grandi dell’economia mondiale e il timore di mettere a rischio le conquiste raggiunte nel corso degli ultimi decenni. Ondeggianti tra i richiami del sovranismo e la necessità di confrontarsi con una mondializzazione inarrestabile, gli italiani hanno timore di dover rinunciare alle tradizionali certezze in cambio di una sfida alla quale non si sentono del tutto preparati. Un atteggiamento, questo, che fa venire in mente quello del marinaio che, timoroso del mare aperto, preferisce navigare sottocosta, sentendosi confortato dalla vicinanza della terraferma con i suoi punti di riferimento: i profili del territorio, i porti o gli attracchi a breve distanza. Si dimentica però che, in caso di maltempo, i veri marinai preferiscono la navigazione in mare aperto perché essa offre quelle possibilità di manovra che invece sarebbero a rischio in prossimità della costa. Fuori di metafora, l’Italia avrebbe tutte le capacità e le potenzialità per potersi proiettare nel mondo e nella complessità. Difetta il coraggio necessario, ma soprattutto mancano un progetto e un’idea condivisa di Paese. E, forse, anche i piloti all’altezza del compito. D’altra parte, tutti i principali analisti segnalano da anni la assenza di una classe dirigente in grado di guidare i destini del Paese. Le élites, o quel poco che ne resta, sembrano più interessate a salvaguardare ruoli e rendite piuttosto che a dedicarsi all’interesse generale. Manca una carta nautica aggiornata e il navigante è costretto a tracciare la rotta giorno per giorno. La metafora vale tanto per i cittadini e le imprese quanto per la classe dirigente nel complesso: «Domani è un altro giorno, si vedrà», recitava una canzone di Ornella Vanoni degli anni Settanta, mutuando la frase di Rossella O’Hara in Via col vento. La proiezione massima sul fronte economico e finanziario non supera i tre anni e per le società quotate in Borsa i programmi e i risultati si verificano a tre mesi.
    È caduta la cultura della programmazione, così come si è persa quella della analisi preventiva dei costi e dei benefici che dovrebbero accompagnare le decisioni pubbliche. Le grandi questioni che attraversano la vita del Paese sono affrontate con la superficialità e con l’improvvisazione dettate dai tempi della comunicazione. Ogni argomento, anche se di grande rilevanza, viene affidato ad uno spot, uno slogan, un tweet. Il confronto tra idee e posizioni diverse è considerato una perdita di tempo. E anche i luoghi istituzionalmente a ciò deputati sono quotidianamente delegittimati dalla pretesa di trasferire al popolo il potere di decidere. I corpi intermedi, che hanno dato un sostanziale contributo alla crescita culturale ed economica del Paese, sono considerati alla stregua di anticaglie da mercatino dell’usato. Il dibattito pubblico risulta immiserito a causa del declino della cultura dell’ascolto, del rispetto dell’altro da sé e dalla mancanza di una idea di comunità e di un senso stesso dello Stato. Senza inoltrarci nelle riflessioni sul linguaggio che hanno animato la filosofia del Novecento, possiamo ben dire che, oggigiorno, a un linguaggio che è meno che basico e fin troppo semplificato, maggiormente in uso nel Web, ma anche più in generale, nel dibattito pubblico e nella politica, corrisponde un pensiero che non può che essere fragile e improduttivo. Non ci interessa appellarci al purismo e alla Accademia della Crusca, e non criminalizziamo l’errato uso dei congiuntivi, ma certo l’appiattimento del livello dello scambio politico a quello di eloquio da bar, per quanto lo si voglia corroborare con etichette di democraticità e vicinanza al cittadino comune, questo appiattimento e, di più, l’imbarbarimento producono solo volgarità fine a se stesse. Si sta affermando nella società italiana una nuova patologia, la “qualipatia”, intesa nella accezione negativa, ovvero l’avversione ed il rifiuto per tutto ciò che richiama la qualità. Una patologia che archivia l’essere e santifica l’apparire, che esalta il contenitore a discapito del contenuto, che premia l’appartenenza e mortifica la competenza. Si dirà che questo non è un problema di oggi ma un fenomeno che arriva da lontano. E, tuttavia, anche se al fenomeno possono essere attribuite origini più o meno antiche, esso ha subìto negli ultimi anni una progressiva, consistente accelerazione e da sintomo del decadimento del sistema si è trasformato in una vera e propria deriva strutturale. Beninteso, il fenomeno è assolutamente trasversale e condiviso e interessa in maniera più o meno paritaria la politica, le Istituzioni, il mondo dell’informazione, il sistema accademico, il fronte economico. Insomma, la classe dirigente nelle sue diverse articolazioni ed il suo specchio, la cosiddetta società civile. La “qualipatia” si esprime in forme diverse, ma ugualmente pericolose: dall’invidia per il successo dell’altro, anche se dovuto alla capacità e alla competenza, sino alla aspirazione ad una società di “uguali” dove uno vale l’altro indipendentemente dall’esperienza e dai titoli posseduti. Il rifiuto, appunto, del concetto di qualità come metodo di selezione nella attribuzione di responsabilità pubbliche che premia, spesso, anche chi non ha un trascorso professionale di buon livello. Tutto ciò all’interno di un contesto generale la cui complessità richiederebbe impegno di analisi e di elaborazione, conoscenza dei dossier nazionali e internazionali, senso della realtà e della misura, pazienza e capacità di tessere alleanze in difesa degli interessi del Paese. Si dirà che questi problemi sono la risultante del passaggio dal vecchio al nuovo e, quindi, il prezzo da pagare all’abbandono di antiche e consolidate abitudini. Ed è vero anche che, come diceva John Locke, «le nuove opinioni sono sempre sospette, e di solito, incontrano opposizioni, per nessun altro motivo se non perché non sono ancora comuni». Tuttavia, i portatori di nuove idee e di nuove opinioni devono saper tenere in conto, nella loro ansia di cambiamento e di rinnovamento, che, volenti o nolenti, anch’essi sono il frutto del passato ove si consideri il fatto che non possiamo essere tutti orfani. Talvolta, sembra che, pure senza esserlo, siano in parecchi ad aspirare ad essere “orfani”. Ma, come diceva Le Goff, se si è orfani del passato, non si capisce il presente e non si progetta il futuro. Questa fiera contrapposizione a quello che è stato, questa tabula rasa sub specie rottamazione o cambiamento epocale, è in realtà un segnale di insicurezza, che si cerca di negare indossando le armature del “nuovo”. E, ancora, come ci ricorda Machiavelli: «Una Repubblica senza cittadini riputati non può stare, né può governarsi in alcun modo bene; dall’altro canto, la riputazione dei cittadini è cagione della tirannide delle Repubbliche». La democrazia è tale, solo se è rappresentata da persone reputate. La storia passata e quella recente – e tanto più le complessità dell’oggi – ci dicono che quell’“onore” del quale parla la Costituzione, a proposito degli eletti dal popolo, coniugato ad una adeguata preparazione, sono essenziali per la gestione della cosa pubblica.

    L’EUROPA CHE C’È E L’EUROPA CHE NON C’È

    Se Atene piange, Sparta non ride. Anche se l’Italia è costretta a misurarsi con enormi difficoltà e ritardi (ai quali è, peraltro, storicamente abituata), l’Europa nel suo complesso, ed alcuni tra i suoi principali paesi in particolare, non sembrano essere in così buona salute quanto hanno sempre voluto far apparire. Non di rado, il nostro Paese viene bistrattato – qualche volta a ragione – dai nostri partner europei. Riaffiora, attraverso gli atteggiamenti nei nostri confronti, il vecchio pregiudizio esaltato dalle teorie di Montesquieu sul fatto che la democrazia fosse più adatta ai popoli riflessivi dei paesi freddi che non a quelli dei paesi caldi del Sud Europa, indisciplinati e con scarso senso dello Stato. È stata esercitata nei nostri confronti una sorta di superiorità che, ad una attenta analisi, potrebbe risultare quantomeno superficiale ed ingenerosa. Spesso trattati come il parente povero al quale, se necessario, concedere qualcosa, dimenticando che, piaccia o meno, l’Italia risulta essere tra i paesi fondatori dell’Unione e che contribuisce, in maniera sostanziale, al mantenimento della stessa. Certo, talvolta ci siamo presentati alle cerimonie ufficiali con atteggiamenti e abbigliamento poco consoni e, tuttavia, non sarebbe male ricordare ogni tanto W. Shakespeare quando fa dire a Lear che, attraverso le vesti stracciate, si mostrano i vizi minori, gli abiti da cerimonia e le pellicce li nascondono tutti. E, potremmo aggiungere, soprattutto quelli più grandi. Che la costruzione europea mostri più di qualche crepa è di fronte agli occhi di tutti, continua nei fatti quella “crisi esistenziale” della quale aveva parlato il Presidente della Commissione J.C. Juncker, lo stesso che poi, dopo aver “spezzato le reni alla Grecia”, ha ammesso candidamente che la politica di austerity con la quale la Commissione Ue ha agito, sposando la linea del Fondo Monetario Internazionale, è stata un grande errore. Così come è evidente che la stessa sopravvivenza dell’Europa sia strettamente legata alla sua capacità di ritornare allo spirito e ai valori indicati dai padri fondatori e a prendere atto dei cambiamenti epocali che sono intervenuti dopo Maastricht. Nel corso degli anni, attraverso il Rapporto Italia e tante altre ricerche, abbiamo segnalato il progressivo abbandono della idea stessa di comunità e del proposito di giungere nel tempo agli Stati Uniti d’Europa. Il sogno sembra essersi interrotto a metà e, in attesa, ci è stata propinata una Europa della burocrazia, delle lobbies, delle banche, della finanza e una moneta senza Stato, incoerente e troppo debole nella costruzione di quel modello di “economia sociale di mercato” – sottolineiamo la parola sociale – che avrebbe dovuto qualificare quello europeo rispetto ai principali modelli di sviluppo esistenti nel mondo. Gli egoismi nazionali, lungi dall’essere sopiti, sono richiamati a nuova vita, la solidarietà è diventata merce di scambio e ognuno si rinserra nel proprio castello sollevando il ponte levatoio e rinforzando le mura. Dopo la gravissima decisione politica della Brexit, proprio in questo inizio del 2019, per la prima volta l’estrema destra tedesca (AfD) ha cominciato a far circolare la proposta di una Dexit (Deutschland Exit) cioè di una uscita della Germania dalla zona Euro insieme all’abbandono di ogni impegno per difesa e sicurezza, dato il parallelo impegno degli Stati nel sistema Nato, e alla proposta di abolizione del Parlamento Europeo, indicato come un Ente inutile. Alla vigilia delle elezioni europee, tra gli argomenti che si registrano dall’uno o dall’altro estremo, ve ne è uno che non è emerso con sufficiente chiarezza: il sovranismo è innato nell’Unione ed è uno degli aspetti più rilevanti della debolezza dei Trattati e del conseguente rafforzamento del neo-sovranismo nelle diverse forme nelle quali si presenta ai giorni nostri. Quando a Maastricht fu deciso che la sovranità di regolare il mercato e quella monetaria fossero delegate a Istituzioni europee, venne anche deciso che la sovranità fiscale sopravvivesse a livello nazionale. Questo è il peggior sovranismo che affligge l’Unione europea e che ha dato campo libero alla concorrenza fiscale tra Stati e consentito la sopravvivenza della vergognosa prassi dei paradisi fiscali. Era chiaro fin da allora che la politica fiscale non poteva restare disgiunta dalla politica monetaria e dalla regolazione della concorrenza, mantenendo in vita profonde diversità tributarie. Si posero, nello stesso tempo, dei vincoli nella forma di una percentuale massima del 3% alla possibilità di superare il disavanzo di bilancio pubblico degli Stati membri. E, anche quello di operare per raggiungere un rapporto tra debito pubblico/Pil che convergesse verso il 60% qualora i paesi firmatari si trovassero in eccesso. Quando ci si è resi conto che questi vincoli non consentivano una buona performance della politica monetaria, si decise di restringerli. In particolare, venne varato il regolamento noto come fiscal compact che prevedeva l’azzeramento del deficit di bilancio pubblico strutturale, ossia tale da neutralizzare la possibilità di esercitare una politica fiscale di deficit spending ove necessario a livello nazionale per i divari di disoccupazione o per l’esistenza di risparmio in eccesso, come il caso dell’Italia negli ultimi anni. Giacciono incompiute, o operano sotto diverso nome, altre norme che negano la possibilità di un sovranismo fiscale a livello nazionale, allo stesso tempo, quindi, riconosciuto e negato. È evidente che il potere di scelta fiscale, disgiunto dalle altre componenti della sovranità, non può funzionare e, quindi, si rendono necessarie correzioni. Chi osa affermarlo viene tacciato, nel migliore dei casi, di eurocriticismo e, nel peggiore, di euroscetticismo, anticamera del sovranismo. Senza addentrarsi nell’esame tecnico del problema della incompatibilità tra sovranità monetaria disgiunta dalla sovranità fiscale – per il quale si rimanda all’ottimo saggio di Jan Kergel, Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa, allegato al documento del Governo – conviene soffermarsi su un aspetto del problema che era chiaro fin dall’inizio: il trasferimento della sovranità monetaria avrebbe dovuto anticipare, propiziandolo, il raggiungimento dell’unificazione politica. Un insegnamento che autorevoli protagonisti dell’economia, come Paolo Savona, vanno diffondendo da tempo. Il mancato raggiungimento dell’unificazione politica avrebbe richiesto che le sovranità nazionali delegate dovessero tornare agli Stati deleganti. La stessa Costituzione italiana lo impone, dato che all’art. 11 «consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». I vantaggi della delega si sono manifestati, ma sono emersi anche i vincoli degli assetti istituzionali nei momenti più difficili attraversati dai singoli paesi membri, come quello drammatico vissuto dopo la crisi finanziaria internazionale iniziata nel 2008. Invece di prendere atto della necessità di una correzione strutturale di quegli assetti, si è provveduto in modo contingente con la classica “pezza a colore”. Perciò, riemergono la preminenza del nostro dettato costituzionale e il dovere di chiedere le correzioni necessarie senza che ciò implichi la negazione dell’utilità di un mercato comune con una moneta unica (peraltro, valida solo per 19 paesi su 27, altra incongruenza). La cessione di sovranità decisa e i vincoli posti all’esercizio di quella fiscale rispondono al principio di sussidiarietà stabilito nell’art. 5 del TUE che, correttamente interpretato, significa che l’Unione esercita funzioni che non possono essere svolte a livello nazionale o, con una lettura di segno opposto, che possono essere attuate solo a livello centralizzato. Da questo principio statuito negli accordi, deriva che la regolamentazione di un mercato comune non può avvenire se non sotto una comune autorità per impedire aggiramenti o vere e proprie violazioni del principio di libera concorrenza. La cessione delle due sovranità delegate ha, quindi, solide radici logiche ma, se questa solidità non “assicura pace e giustizia”, non trova la legittimazione costituzionale indispensabile, almeno per l’Italia. D’altronde, la Germania ha sempre confrontato le decisioni prese a livello comunitario con la propria Costituzione; una tale verifica da noi non è mai stata fatta. Secondo la stessa logica, lasciare la sovranità tributaria agli Stati membri, parte rilevante della politica fiscale, contrasta con i princìpi fissati dai Trattati in materia di competizione e di aiuti di Stato. Come pure contrasta il calare una politica monetaria unica, senza adeguata politica fiscale compensativa, in un’area monetaria caratterizzata da diversità strutturali profonde (dualismi). Il futuro dell’Unione si gioca sul raggiungimento di un equilibrio tra il completamento fiscale del binomio sovranità di mercato e sovranità monetaria, da attuarsi secondo il principio di sussidiarietà statuito nei Trattati europei. Perciò, il Governo italiano ha curato un documento che si incentra sulle riforme da apportare all’architettura istituzionale europea e alle politiche seguite per rimettere sul binario giusto la corsa del treno dell’Unione ed impedirne il deragliamento. Non resta che sperare nell’apertura di una franca discussione, o, meglio ancora, di una vera e propria trattativa in materia. Se non accadesse, la decisione passerà nelle mani degli elettori che voteranno sulla base di emozioni e non di quella coscienza che nascerebbe dai risultati del Gruppo di lavoro, ad alto livello, proposto dall’Italia. Non si può perdere tempo. L’edificio europeo mostra, ogni giorno che passa, la fragilità della sua costruzione. La lunga crisi e le misure che sono state adottate in campo per contrastarla hanno messo a dura prova la resistenza dei cittadini europei e anche i paesi che si erano sinora considerati al riparo sono costretti a fare i conti con i risultati di scelte profondamente sbagliate.

    “ELOGIO” DEL SOMMERSO

    Le politiche economiche concentrate sulla austerità hanno prodotto impoverimento diffuso, concentrazione della ricchezza, indebolimento dei sistemi di Welfare, abbassamento della qualità dei servizi, disoccupazione, aumento delle disuguaglianze, contrazione della crescita, riduzione del potere d’acquisto e un profondo, generalizzato senso di disagio e di incertezza. La logica dell’austerità ha compiuto il “capolavoro” di cancellare le conquiste sociali del passato e di provocare il conseguente imbarbarimento della vita civile. A pagare il prezzo di tali scelte sono stati principalmente i ceti medi, già colpiti dal blocco della mobilità sociale ed esposti ad un processo di progressivo impoverimento. Sulle difficoltà dei ceti medi il nostro Istituto ha, in numerose occasioni, richiamato l’attenzione del sistema politico e dei mezzi di comunicazione denunciando i pericoli per la tenuta stessa del sistema. Queste difficoltà hanno prodotto esiti diversi nei diversi paesi europei, ma quello che sta accadendo negli ultimi mesi in Francia, con la protesta dei “gilet gialli”, è la dimostrazione di quali e quanti guasti abbiano provocato le scelte e le decisioni di politica economica imposte dalla Ue. Comunque, attenzione! Negli ultimi due secoli abbondanti, quando è la Francia a muoversi, raramente si è trattato solo di “ammuina”. La protesta ha accomunato trasversalmente tutte le espressioni dei ceti medi, ha catalizzato un sostanziale consenso dell’opinione pubblica francese e ha messo in gravi difficoltà, insieme al Governo, lo stesso Presidente della Repubblica, Macron. È ancora presto per capire quali ulteriori derive potrebbe assumere la protesta, ma appare sufficientemente chiaro come influirà sulla prossima tornata elettorale europea. Paradossalmente, in Italia la lunga crisi ha avuto esiti diversi a causa della saldatura tra due fenomeni, uno di carattere contingente ed uno di carattere strutturale, si potrebbe anche dire storico. Nel primo caso, il disagio e la protesta hanno trovato sbocchi istituzionali che si sono evoluti dalla presenza in Parlamento sino al Governo del Paese, anche se resta ancora da capire quali possano essere i risultati che il cosiddetto “popolo al Governo” potrà conseguire. Il secondo fenomeno, quello di carattere strutturale, è il “sommerso” che ha svolto, negli anni più duri della crisi, la funzione di un vero e proprio ammortizzatore sociale. Quando, negli anni passati, segnalando la particolarità del nostro Paese, affermavamo che in Italia convivevano due economie complementari, una ufficiale e l’altra ufficiosa, alle quali ne andava aggiunta una terza, quella propriamente criminale, fummo contestati da Istituzioni e studiosi con i paraocchi. I nostri calcoli, in sintesi, erano questi: un Pil che viaggiava intorno ai 1.600 Mld di euro; un sommerso equivalente a circa 1/3 del Pil ovvero circa 530 Mld e un fatturato criminale che superava abbondantemente i 250 Mld di euro. La storia e l’esperienza quotidiana ci hanno dato ragione perché non si spiegherebbe altrimenti come, di fronte alla profondità della crisi, il Paese avrebbe potuto cavarsela. E come non vi sia stato, soprattutto negli anni più bui, l’assalto al “forno delle grucce” di manzoniana memoria, metafora quanto mai calzante con quanto accade in Francia con una moltitudine, così come descritto dal Manzoni, formata da due anime: una costituita dagli estremisti violenti, l’altra dai più moderati. Se non sembrasse una provocazione, si potrebbe dire che ai francesi, popolo disciplinato, rispettoso delle regole e con forte senso dello Stato, sia mancato il sommerso, ovvero, quella capacità di arrangiarsi e di trasgredire alle leggi che è connaturata alla tradizione e alle sub-culture degli italiani. Potrà anche non piacere, ma è così. Anche la odierna stentorea crescita del Pil o, peggio, la stagnazione annunciata dal Ministro Tria e segnalata con preoccupazione, non corrisponde alla realtà, ma segnala, a nostro parere, come pezzi sempre più consistenti dell’economia formale stiano progressivamente occultandosi alimentando il sommerso e dando l’idea, almeno in termini statistici ufficiali, di una crescita minore di quanto auspicato. Un fenomeno, questo, che potrà essere frenato solo attraverso un sostanzioso abbassamento della pressione fiscale, la semplificazione dei processi amministrativi, la modernizzazione del nostro obsoleto apparato burocratico, anche attraverso un veloce ricambio generazionale e, finalmente, la digitalizzazione del Paese. Passaggi, questi, indispensabili per cominciare a sanare la frattura creatasi negli anni nel rapporto tra Stato e cittadini. I cittadini italiani sono patrimonialmente tra i più ricchi al mondo, e, se si sommano valori mobiliari e immobiliari, si superano abbondantemente gli 8.000 Mld di euro, circa 4 volte l’ammontare del debito pubblico. Ma, questa ricchezza – e tanto più la sua quota-parte detenuta dai ceti una volta imprenditoriali – non viene movimentata per costruire futuro, e neanche per manutenere il nostro Paese. Così, inevitabilmente, uno Stato “povero” e indebitato è chiamato a farsi carico dei problemi di tutti e della riorganizzazione del Paese. È un paradosso, ma così va il (nostro) mondo. Ma se questa è la nostra non esaltante condizione, ci permettiamo di suggerire che ogni pur limitata risorsa della finanza pubblica, venga impegnata, in questa fase, nell’adeguamento e nell’infrastrutturazione del Paese.
    In questo periodo, segnato da una persistente disoccupazione, forse è utile ricordare il richiamo che John Maynard Keynes fece al Presidente degli Stati Uniti, Franklin D. Roosevelt, nel 1933, durante la “grande crisi”: «Prendetevi cura della disoccupazione e il bilancio pubblico si prenderà cura di se stesso». Accondiscendere al legittimo desiderio di andare in pensione con le regole di un decennio fa e, ancor di più, occuparsi per la prima volta in modo consistente delle fasce marginali e in povertà, sono “cose giuste”, ma non in grado di “cambiare “il mondo, la quotidianità in cui sono inseriti i pensionandi, i poveri ma anche i benestanti. L’idea che in una situazione asfittica, in cui il “mercato” non crea sviluppo, ma predilige nicchie di rendita, lo Stato debba destinare le scarse risorse di cui dispone, magari in deficit, ai consumi privati, anche negli ultimi anni si è dimostrata fallace. Lo stimolo del consumo privato è efficace quando “la ruota gira”, quando le attese dei consumatori sono già in forte crescita. Negli ultimi anni la limitatissima crescita dei consumi privati non ha garantito di innestare la marcia di un nuovo sviluppo. Quello che serve è un piano straordinario di investimenti pubblici, finalizzato al riassetto del Paese. Un piano che acquisti evidenza per ampie fasce di cittadini, che sia da loro compreso e condiviso e, conseguentemente, li induca a collaborare anche con il risparmio privato. Un piano serio e realistico, che, proprio per questo, possa essere con maggiore credibilità trasferito a Bruxelles, e compreso dai mercati, facendo capire a questi che puntare contro l’Italia, speculare nel breve e nel medio periodo, sono azioni che possono ritorcersi contro.

    UNO STATO SENZA “SENSO”

    Ma, accanto a tutto ciò, occorre che lo Stato ritorni ad essere protagonista e guida del futuro degli italiani. Occorrerebbe riscoprire il senso di comunità e di appartenenza che aveva animato la rinascita del Paese nel Secondo Dopoguerra, riscoprendo il sano buon senso che abbiamo gradualmente dismesso. Nel corso degli anni, asserviti alla ideologia liberista della supremazia del mercato e confidando nella sua capacità autoregolativa, abbiamo progressivamente demonizzato il ruolo e le funzioni dello Stato, considerandolo come il nemico da abbattere perché pensato causa di tutti i mali e ostacolo al progresso. Il paradosso è che, in Italia, a intervenire più duramente sulla riduzione del ruolo dello Stato, sono state le forze di sinistra, quasi che dovessero pagare un pegno al liberismo per ottenere la patente di liberali. Ma liberalismo e liberismo sono due cose non sempre coincidenti. Si guardi a quello che ha fatto Obama nell’America della crisi, ispirandosi a quella di Roosevelt degli anni Trenta. O, per restare più vicini a noi, si pensi alle politiche protezionistiche dei governi francesi, o alle “riserve indiane” nelle quali “l’economia sociale di mercato”, teorizzata e realizzata dai tedeschi, ha piazzato il sistema bancario dei länder, ben al riparo dalle indicazioni e dalle verifiche della Ue. È un processo, questo, che parte da lontano, dall’inizio degli anni Settanta, quando demmo vita alle Regioni, che avrebbero dovuto essere gli avamposti della modernità e di una nuova qualità di partecipazione dei cittadini alla gestione della Cosa Pubblica. Che cosa siano diventate le nostre Regioni è davanti agli occhi di tutti. Salvo alcune lodevoli eccezioni, esse sono spesso centri incontrollabili di spesa, fabbriche di nuove burocrazie, ricovero per politici di scarsa qualità, moltiplicatori di consigli di amministrazione, rallentatori di percorsi amministrativi e decisionali. Lo Stato si è via via privato di una serie di poteri e di competenze senza che ciò producesse una maggiore efficienza della macchina amministrativa e un miglioramento della qualità della vita dei cittadini. Sappiamo perfettamente che tali giudizi potranno sollevare i rilievi e le obiezioni di quanti, nel tempo, hanno ritenuto che il trasferimento di poteri sul territorio potesse imprimere nuova vitalità e smalto al Paese, ma così non è stato. Basti pensare alla coincidenza evidente tra la nascita delle Regioni e l’inesorabile aumento, nel corso degli anni, del debito pubblico. Se non ad una vera e propria fiera delle vanità, molte Amministrazioni regionali hanno fatto a gara per primeggiare in un campionato in cui vince chi più e meglio sfrutta il Sistema sanitario che, nazionale, è rimasto purtroppo solo nel nome, ma che, malgrado la regionalizzazione e la cattiva stampa di cui gode, è ancora uno dei fiori all’occhiello del Paese. Forse, la soluzione del deficit di qualità potrebbe essere quella di affidare loro la responsabilità di una vera e propria autonomia, riconoscendo a tutte uno Statuto speciale. Danni altrettanto importanti li ha provocati la teoria del “privato è bello, il pubblico è brutto” che ci ha portato a smantellare la presenza dello Stato sul fronte economico e produttivo. Ci siamo privati degli asset strategici attraverso i quali l’Italia fu trasformata da paese agricolo e arretrato in una potenza economica ed industriale. Le vittime si chiamavano Iri, Stet, Efim, Sme, Telecom, Italstat, e tante altre ancora, sacrificate sull’altare del libero mercato e a vantaggio soprattutto dei competitor di altri paesi europei e non solo. Gli stessi paesi che, mentre noi smantellavamo i simboli stessi della nostra crescita, blindavano sotto il controllo dello Stato quelli che venivano considerati asset strategici intoccabili. Il paradosso è che, mentre altri Stati europei glissano sulle regole comuni o, comunque, operano attraverso moral suasions che divengono, però, indicazioni molto pratiche e “materiali”, quando si tratta di garantire una cornice di controllo ed intervento pubblico nei settori strategici dell’economia, da noi questo non usa. Nello stesso tempo, abbiamo aperto sul fronte privato, senza precauzione alcuna, la nostra casa al saccheggio dei nostri concorrenti che hanno fatto incetta dei nostri marchi storici per poi delocalizzarne la produzione o, nel migliore dei casi, per utilizzarli come contenitori di produzioni altrui, specialmente nel settore agroalimentare e in quello manifatturiero. Insomma, siamo stati bravissimi a farci del male da soli. Basti pensare alla situazione del settore delle grandi costruzioni, dove il nostro Paese primeggiava nel mondo e che dava un notevole contributo alla formazione dello stesso Pil. Aziende come Astaldi (11.500 dipendenti), Condotte (5.000 dipendenti), Grandi Lavori Fincosit (500 dipendenti), Gruppo Trevi (6.000 dipendenti), Cmc (6.600 dipendenti), senza considerare l’indotto, sono ormai in regimi di concordato o prefallimentare.
    Si imporrebbe, dunque, un nuovo approccio con una regia del sistema pubblico che favorisca una potenziale aggregazione dei diversi attori che possa competere sui mercati internazionali. E ciò riporta alla necessità di potersi confrontare, ad armi pari, con la concorrenza, considerando che le nostre performance internazionali sono state il prodotto della capacità di intraprendere di singole aziende o di imprenditori, che non hanno mai potuto contare sul sostegno del Sistema, cosa che, invece, puntualmente avviene per le imprese di altri paesi a noi vicini. Gli insediamenti di Saint Nazaire: il gruppo italiano sembrava aver vinto, con le sole armi del know how cantieristico di cui è leader mondiale. Nelle ultime settimane, però, le resistenze francesi hanno rialzato la testa, chiamando in soccorso le normative antitrust europee. Basterebbe un bravo studente liceale a spiegare che questo riscorso è del tutto pretestuoso, ma, è proprio il caso di dirlo, trattandosi di un’espressione francese: noblesse oblige. Non si tratta quindi di rispolverare vecchie concezioni nazionalistiche, ma almeno di aspirare ad una omogeneità di comportamenti tra gli appartenenti alla stessa Unione europea. E, in questo contesto, si inserisce la necessità, già segnalata, di un regime fiscale comune per evitare il dumping tra Stati membri, così come la protezione dei brand e delle produzioni, problema che provoca enormi danni alla nostra economia attraverso l’Italian Sounding.

    IN CONCLUSIONE: UN’IDEA E UN APPELLO

    In conclusione, vorremmo farci portatori di una proposta e un appello che, a nostro giudizio, possono aiutare un Paese che merita di ritornare su una strada di reale sviluppo, e ad un clima di maggiore serenità. L’idea dell’Eurispes è quella di mettere insieme, intorno ad un tavolo, l’imprenditoria pubblica e quella privata, con il compito di elaborare un progetto strategico che metta, una dietro l’altra, le vere priorità del Paese. Le eccellenze certo non mancano, e l’Eurispes ha avuto e ha una consuetudine a incontrarle, anche attraverso il lavoro dei diversi Osservatori costituiti negli ultimi anni. Mettere insieme priorità e possibilità, opportunità e capacità, significa offrire un quadro di riferimento realistico e al contempo ambizioso. Non si tratta di scavalcare la politica, ma di assisterla, con un’impostazione bipartisan che superi il conflitto politico quotidiano. Dopo l’idea, passiamo all’appello. Quando si parla dei problemi del globo – dal clima alla prospettica penuria di risorse – si ricorda che dobbiamo amare e preservare la Terra, perché è l’unica che abbiamo. Lo stesso andrebbe detto per il nostro Paese: è l’unico che abbiamo, anche se vorremmo vederlo sempre più efficacemente tutelato e protetto dalle sue fragilità. Dobbiamo, dunque, amarlo e proteggerlo, e non considerarlo il palcoscenico di contrasti e di reciproche aggressività con le quali, secondo l’adagio, mors tua vita mea, stiamo sempre più caratterizzando i nostri giorni. L’appello, dunque, è alla politica, ma anche alle forze intellettuali fin troppo scettiche e disimpegnate. Amare il Paese significa considerarlo non un territorio proprio, ma la casa di tutti. Significa tifare, ma non come una curva da stadio, per i suoi successi, e collaborare per ottenerli, anche nella sacrosanta divisione dei ruoli delle aree culturali e politiche. Sbaglia quasi sempre, un Governo che si ritiene “il primo” di una nuova èra. Ciò può essere valido solo per alcune reali svolte: il gabinetto Cavour, insediatosi il 23 marzo 1861, il primo del neonato Regno d’Italia, e il Governo De Gasperi del 13 luglio 1946, il primo dell’Italia Repubblicana. Nessuno, tra i governi passati e quelli attuali, è stato l’ultimo o il primo. I governi passano, il Paese resta, e la politica dovrebbe avere il compito di manutenerlo oltre l’orizzonte della successiva elezione. Non si può ottenere rispetto per sé, se non si mostra rispetto per gli altri. Gli anni del Secondo Dopoguerra, pur burrascosi e assai duri, questa lezione ce l’hanno data. Sarebbe utile ripassarla per bene. Ogni anno, attraverso il Rapporto Italia, misuriamo il grado di fiducia dei cittadini nei confronti delle Istituzioni. Quest’anno il Rapporto segnala una non scontata, consistente ripresa di tale fiducia. A goderne sono tutte le Istituzioni, dal Presidente della Repubblica al Governo, al Parlamento, alla Magistratura, alle Forze dell’ordine e alle Forze Armate. Un segnale positivo ed estremamente interessante. Un vero e proprio piccolo patrimonio da coltivare che consegniamo alla cura di quanti – e sono numerosi – hanno ancora a cuore le sorti del Paese.