Entrare
per la porta giusta
Gv 10, 1-10
Nel capitolo 10 dei. Vangelo di Giovanni c'è un intreccio di metafore. In questa prima parte la metafora principale, il simbolo più rilevante, è la porta, con cui Gesù si identifica: «Io sono la porta». Poi ci sarà il passaggio alla metafora del pastore. 11 pastore nella terminologia biblica è Dio, ma per partecipazione viene detto pastore anche il Suo rappresentante. Può darsi che l'autore del quarto Vangelo, quando ha scritto queste riflessioni, si riferisse alla sua funzione di pastore o ai responsabili della sua comunità. La comunità del quarto evangelista era composita e un po' turbolenta. Ad un certo momento, verso la fine del primo secolo, sorse una divisione al suo interno sulla dottrina cristologica: tutti erano d'accordo sul considerare Gesù messia, ma in quel periodo andò sviluppandosi una cristologia più elevata, diversa da quella dei sinottici e non condivisa da tutti. A questo momento certamente alcuni si staccarono dalla comunità. Nella sua prima lettera Giovanni ha delle parole molto dure contro costoro. Anche in questo capitolo ci sono accenti che risalgono probabilmente a questa esperienza: «Sono ladri e briganti».
Veniamo ora al messaggio connesso al simbolo della porta: cosa significa affermare che Gesù è la porta? Che cosa implica l'immagine della porta, in ordine al cammino di fede?
Dove conduce la porta?
La metafora parla di "pascoli di vita eterna". Come sappiamo, la formula "vita eterna" nel quarto Vangelo non significa il dopo morte, cioè la vita gloriosa, ma indica una partecipazione alla vita di Gesù risorto. Consiste nel vivere pienamente: «Sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in pienezza» (Gv 10,10).
Vivere pienamente, vivere in abbondanza, vuol dire accogliere tutto il tempo che ci è affidato: riempire di vita ogni istante. L'istante è lo spazio della nostra esistenza. L'istante umano è uno spazio limitato, non è l'istante eterno di Dio, che è la pienezza della totalità. L'istante che noi viviamo ha una durata limitata, contiene solo un po' di vita. Eppure spesso noi non riempiamo il nostro istante. Molti meccanismi (proiettivi, di nostalgia, di fuga...) che mettiamo in moto istintivamente fin dall'inizio della nostra esistenza, ci impediscono di vivere pienamente il presente. Non siamo pieni perché pensiamo ad altro, i ricordi ci tormentano, le paure, le ansie per il futuro ci angustiano e ci rendono difficile vivere. Vivere pienamente significa riempire il tempo che abbiamo a disposizione.
La prima condizione per essere pieni è avere l'orizzonte ampio, cioè giungere all'estremo orizzonte della nostra esistenza. Spesso abbiamo un orizzonte molto limitato: ci sembra di riempirlo, ma in realtà molto spazio rimane vuoto. Uscendo dalla metafora, voglio dire: noi possiamo pensare di vivere pienamente perché riempiamo l'istante di piacere, di successi, di sogni, di beni, di soldi, di pensieri, di parole. È un'illusione, perché le cose non riempiono il tempo, non entrano dentro la nostra interiorità. E allora sperimentiamo l'insufficienza, il vuoto, l'inadeguatezza delle cose, non troviamo un senso al nostro cammino, ci sembra di essere inutili al mondo...
Realmente tutto quello che possiamo pensare, fare, dire, è provvisorio, è inadeguato e a un certo momento diventa anche inutile. Anzi, in sé ha sempre una componente di inutilità, perché le cose, i beni, i pensieri, le parole... tutto serve per un'altra realtà, cioè perché la vita fluisca in noi, perché noi cresciamo nella dimensione di figli, perché la vita eterna si instauri nella nostra persona.
Per questo quando le cose, le persone, le situazioni, non sono ordinate alla crescita interiore, alla irruzione di eternità nel nostro tempo, l'istante vissuto resta vuoto. Anche se abbiamo l'illusione che sia pieno, perché sommerso nelle cose, nelle emozioni, negli stati d'animo, nelle parole, in realtà è vuoto, c'è solo il coperchio, che non serve. Per essere piena la vita deve fiorire da una Presenza di eternità. Essa fa emergere un'energia creatrice che pian piano riempie la nostra vita rendendoci figli. Questo è il traguardo, secondo le formule del Nuovo Testamento: diventare figli. Il pastore, che è Dio, cioè la fonte della vita, ci chiama e ci spinge perché giungiamo a vivere come figli. Non è difficile, implica solo un allenamento. Dobbiamo essere convinti di questo: ciò che la vita ci chiede ce lo offre. È possibile perciò pervenire a vivere da figli.
E quando perveniamo a questo modo di vivere, la gioia fluisce. Gesù l'ha sottolineato: «Queste cose io vi dico perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena».
Il significato della metafora della porta
Chiarito il traguardo del cammino, ci resta da vedere cosa significa la porta in ordine al nostro ingresso nei "pascoli di vita eterna".
L'immagine indica il riferimento, l'orientamento del cammino: per entrare dobbiamo rivolgerci dove la porta è aperta. Se Gesù è la porta, riferirsi a Gesù vuol dire assumere il Vangelo come criterio di vita, considerare i suoi principi espressi nel Vangelo come norma, come orientamento del nostro cammino.
«Entrare per la porta» non è la semplice osservanza delle leggi, tantomeno è l'assunzione di dottrine relative al dopo morte o alla realtà di Gesù o alla natura di Dio. Queste sono sempre provvisorie. Sono necessarie, perché l'uomo ha bisogno di riflettere su ciò che vive. Il nostro cammino di fede sarà sempre accompagnato da dottrine, che però non sono il criterio di vita piena. Si possono avere dottrine perfette e non camminare nella fede, o non essere orientati bene. D'altra parte, si possono avere dottrine imperfette, perché si hanno modelli culturali inadeguati o non corrispondenti ai modelli della cultura attuale, e vivere la fede intensamente, in pienezza la vita. Il criterio non è neppure la legge, perché uno si può comportare bene secondo la legge e non abbandonarsi fiduciosamente a Dio e non vivere quindi pienamente.
Occorre individuare qual è il nostro reale orientamento di vita. Quali sono le ragioni delle nostre scelte? Quali sono gli ideali che noi perseguiamo nei nostri desideri, nelle nostre azioni? Quali criteri seguiamo? Sono i criteri del Vangelo? Consideriamo leggi di salvezza quelle che Gesù ha annunciato e ha vissuto: dove c'è odio esprimi amore, dove c'è peccato esercita misericordia, dove c'è violenza assumi un atteggiamento di mansuetudine? O la legge dell'incarnazione: l'azione di Dio non è efficace nella storia umana se non diventa gesto di uomini? Realmente siamo convinti che dove c'è chi soffre, perché l'amore di Dio pervenga è necessario che uno si faccia prossimo e diventi strumento dell'azione misericordiosa di Dio? Siamo veramente convinti e viviamo secondo questo criterio?
Sono criteri semplici a formularsi, ma molto esigenti. Questo significa «entrare per la porta». Se noi invece pensiamo di entrare "dalla finestra o da qualche altra parte", in realtà restiamo fuori. Possono essere anche elementi nobili, la legge, per esempio, le tradizioni... ma non sono sufficienti per entrare nella vita. Questo è stato uno dei punti su cui Paolo ha dovuto battersi con insistenza e calore, ed è stato anche ragione di incomprensione all'inizio della storia cristiana.
Non basta che tu ti regoli secondo ciò che è detto, perché l'atteggiamento interiore necessario perché la vita fluisca, cioè perché sia pieno l'istante che stai vivendo, richiede qualcosa di più: un abbandono fiducioso in Dio, uno sguardo rivolto a Lui, un'accettazione della Sua presenza.
Questo "di più" possiamo chiamarlo "vita teologale". «Entrare per la porta» significa assumere questo atteggiamento. Non è sufficiente la decisione di un momento, perché il cammino è lungo, l'allenamento richiesto è diuturno. Non possiamo pensare: «L'ho deciso e tutto avviene». No, è un cammino, un pellegrinaggio.
Lungo il cammino nuove porte ogni tanto si ripropongono. Si presentano soglie da attraversare, passi ulteriori da compiere. Man mano che la vita si sviluppa, ci sono momenti in cui la bontà del giorno prima non è più sufficiente, il grado spirituale che abbiamo raggiunto nella stagione precedente non basta più. Allora è necessario un passo ulteriore. Spesso invece gli ideali che perseguiamo, i beni che cerchiamo di accumulare, il lavoro... tutto ci porta fuori, ci disorienta. E ci troviamo di fronte a porte illusorie, che di fatto non conducono da nessuna parte. Come gli scenari dei teatri, che servono solo per dare l'impressione dello spazio immaginario dove si svolge l'azione. Ma la vita non si svolge in spazi immaginari, ma in un unico spazio reale, quello fissato dalla presenza di Dio e dalla Sua azione.
La porta, che è Gesù, indica questo cammino.
Chiediamo al Signore di essere attenti, perché è facile ingannarsi. Essere attenti significa considerare bene le dinamiche della nostra interiorità, individuare quali sono gli ideali che realmente ci guidano. Per orientarci nella direzione giusta.















































