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    Epifanie nella storia

    Mt 2, 1-12

     

    Il tema della liturgia odierna è la rivelazione (epifania) di Dio attraverso Gesù.
    Il Vangelo narra uno degli episodi epifanici che la liturgia oggi ricorda. La prima lettura, dal libro di Isaia, capitolo 60, presenta uno scenario di universalità nella chiamata e nella risposta dei popoli. La seconda lettura, quella di Paolo, dalla lettera agli Efesini, enuncia il grande principio della chiamata dei pagani: non solo quindi i figli del popolo ebraico, ma tutti venivano chiamati alla salvezza offerta da Gesù. Nei vespri, nelle diverse antifone di questa solennità, vengono richiamati anche altri episodi rivelativi, come il battesimo, che ricorderemo la prossima domenica e le nozze di Cana, che ogni tre anni viene ripreso come Vangelo di questo periodo.
    La rivelazione contiene necessariamente ambiguità. Questo è il primo dato su cui vorrei richiamare l'attenzione. Noi saremmo portati a pensare che la rivelazione di Dio è tale da non consentire incertezze. E invece l'azione di Dio non può apparire senza incertezze, perché non può esprimersi divinamente, ma solo in forma creata. Se resta divina l'azione di Dio non appare alle creature, perché il divino non è alla loro portata. Noi non possiamo percepire le onde luminose della divinità, il nostro ambito di percezione è molto, molto ristretto. Come tutti i nostri sensi, anche il nostro intelletto è molto limitato, per cui un grande spazio del reale sfugge alla nostra percezione immediata. Noi abbiamo altri strumenti conoscitivi, che ci consentono di rompere la gabbia in cui siamo necessariamente prigionieri e di andare oltre; ma sempre attraverso segni ambigui, che hanno molte interpretazioni possibili e che richiedono il coinvolgimento personale per essere riconosciuti.
    Questo è un aspetto fondamentale per capire il processo di fede che siamo chiamati a vivere o che stiamo vivendo: i segni come tali contengono ambiguità.
    Nell'episodio dei Magi l'ambiguità dei segni è chiarissima. La stella: tanti hanno visto le stelle, o anche quella stella che aveva particolare luminosità, ma ciascuno l'interpretava a modo proprio, dandole un valore diverso.
    Lo stesso evento di Gesù ha avuto interpretazioni varie. Quando Gesù ha iniziato la sua attività pubblica i suoi segni potevano essere interpretati come segno della sua relazione con Dio, ma anche come espressione del suo rapporto col demonio, come dicevano: «In nome di Beelzebul opera guarigioni». E altri potevano dire: «È un visionario». I segni umani contengono sempre ambiguità, perché sono segni creati. Non sono mai il divino che irrompe come tale, perché il divino non è alla nostra portata.
    Il secondo aspetto da tenere presente è che ogni segno coinvolge la persona, sollecita la sua libertà e la sua fede. Implica cioè la dedizione nell'incertezza, il partire senza sapere, vale a dire senza avere già in mano i risultati. Perché i risultati sono il traguardo a cui pervenire. Se i Magi avessero voluto già sapere dove dovevano andare, non sarebbero mai partiti. Come Abramo, che partì "senza sapere". È solo nell'avventura del coinvolgimento che scopriranno passo dopo passo il significato del segno a cui si sono affidati.
    La vita in tutte le sue strade segue questa legge, necessariamente, perché noi nasciamo incompiuti, imperfetti, inadeguati. Non abbiamo tutti gli elementi per vivere, né sappiamo tutte le cose necessarie per vivere: dobbiamo apprenderle vivendo. Ma per vivere dobbiamo fidarci, questa è la nostra condizione. Altrimenti saremmo già nel possesso, saremmo già figli di Dio, mentre dobbiamo diventare figli solo lungo il cammino e dopo avere percorso tutto il tempo che ci è dato.
    Questo spiega perché nella storia Gesù non è stato accolto allo stesso modo. Anche nelle prime comunità cristiane. Spesso noi pensiamo che inizialmente le prime comunità cristiane abbiano avuto un'esistenza perfetta, che abbiano realizzato compiutamente l'ideale evangelico. Come spesso accade, noi attribuiamo agli inizi una condizione perfettissima: è avvenuto con Adamo e Eva, con la storia dell'umanità, e accade con le origini del cristianesimo. In realtà c'erano tutte le difficoltà che ci sono nelle nostre comunità e per alcuni aspetti anche maggiori.
    Un recente studio sul Satyricon di Petronio Arbitro, il discepolo di Seneca, compagno di Nerone, lo interpreta come un'autodifesa di fronte al decreto di morte emesso da Nerone (che da amico era diventato acerrimo nemico) e pensa che nel Satyricon nascostamente si narri l'adesione al cristianesimo di Seneca e l'apostasia di Nerone e di Petronio stesso, che, dopo un primo contatto favorevole, avrebbero abbandonato e avversato il cristianesimo.
    Episodi di questo tipo certamente ne sono avvenuti molti e ne accadono anche oggi: persone che iniziano il cammino cristiano ma poi abbandonano, credendo di sapere ciò che rifiutano, di essere già pervenuti alla conoscenza profonda del Vangelo o al suo significato salvifico. Quanti adolescenti, per esempio, credono di rinunciare al cammino di fede come se avessero già conosciuto che cos'è la fede, quando invece sono ancora appena agli inizi di una pratica religiosa che dovrebbe condurli, un giorno, alla scoperta di Dio e all'inizio della vita di fede.
    D'altra parte questo non può essere evitato. Gli uomini vanno alla ricerca di eventi straordinari, a volte immaginari, a volte anche reali, ma sempre limitati. Tutte le esperienze a cui possiamo pervenire sono sempre esperienze ambigue in se stesse, contengono cioè un limite: possono entusiasmare all'inizio - e debbono farlo, perché debbono dare una spinta, un'indicazione - ma non possono esaurire, perché conducono avanti. Ciò che riempie la giornata in una determinata fase della vita, nella fase successiva non basta più e appare in tutta la sua insufficienza.
    Questo vale per tutti gli aspetti: per il lavoro, per il matrimonio, per le esperienze sessuali, per le gioie del cibo... Vale per tutta la realtà della nostra vita: ogni esperienza buona, positiva, dà l'indicazione di un cammino, è una rivelazione, cioè svela un aspetto della realtà, ma nello stesso tempo ne contiene il limite e lo indica. Il limite apparirà successivamente, ma dobbiamo già esserne consapevoli, altrimenti cadiamo nell'illusione. In fondo tutte le illusioni della nostra vita - e quindi sul piano intellettuale tutte le ideologie, cioè l'assolutizzazione di un determinato punto di vista - sono l'espressione di questo meccanismo che ci è necessario. Una volta conosciuto, siamo in grado di vivere armoniosamente la nostra condizione.
    Questo è il traguardo a cui dobbiamo pervenire: vivere in pace, in armonia, la nostra condizione di squilibrio continuo. Pregare, mettersi cioè di fronte a Dio, nella condizione di chi invoca la luce, non significa pretendere di avere le indicazioni definitive del nostro cammino; significa riconoscere che la Luce è, e che possiamo, giorno dopo giorno, trovarla. Ammettendo però le pause, i momenti di incertezza, le oscurità. I giorni in cui i Magi non videro più la stella, andarono a consultarsi, chiesero informazioni: erano giorni di ricerca. Quanti giorni della nostra vita sono giorni di ricerca?
    L'errore sarebbe rinunciare a cercare, cioè perdere la fiducia che la Luce sia. Questo è l'errore fondamentale che possiamo commettere.
    L'altro errore, opposto, sarebbe quello di pretendere che la luce sia sempre presente; anzi, che si amplifichi giorno dopo giorno, man mano che noi cresciamo nella nostra capacità di conoscenza e di valutazione delle cose. Il cammino invece è molto più modesto, ed è il cammino delle creature, che devono abbandonarsi fiduciosamente all'azione di Dio, consapevoli che la Sua presenza è sufficiente per vivere da figli: non per sapere come stanno le cose, ma per continuare il cammino, anche quando all'orizzonte la luce scompare.
    Chiediamo al Signore di essere in grado di vivere serenamente questa nostra condizione. Solo allora si sperimenta la gioia della scoperta. E chiediamo anche al Signore di essere in grado di aiutarci reciprocamente, secondo le nostre piccole possibilità, in questa ricerca. I Magi andarono a informarsi. È interessante che chi diede loro l'informazione non la sapeva valutare e non la sapeva neppure utilizzare. Ma era in grado di indicare ai Magi il cammino.
    Chiediamo al Signore questa capacità di aiuto reciproco, per il cammino. Un giorno spetterà ad uno, un giorno spetterà a un altro, ma tutti possiamo esserci di aiuto reciproco per il cammino che la vita ci sollecita a compiere, per giungere un giorno anche noi a incontrare il Signore.
    E questo il traguardo a cui tutti siamo chiamati. Nella morte l'incontro avrà un carattere tutto particolare; ma nelle fasi precedenti, nelle tappe della nostra esistenza, ci sono di questi incontri, in cui sotto il volto di un piccolo, o di un povero, o di un amico, o di una persona sconosciuta, una rivelazione si compie e un cammino si apre.



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