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    La scelta messianica

    di Gesù

    Mt 17, 1-9

    Per approfondire il messaggio della trasfigurazione è necessario richiamarne il contesto.
    Era un momento di incomprensione: tra Gesù e gli apostoli, tra Gesù e la gente, tra Gesù e i capi del popolo. Ormai, dopo il primo entusiasmo della predicazione e dell'attività di Gesù in Galilea, era scoppiata la crisi. Il conflitto riguardava la scelta messianica che Gesù stava maturando nella preghiera e nella riflessione. La gente si attendeva un altro messia. Anche gli apostoli seguivano Gesù pensando forse ad un messia regale o militare o sacerdotale. Erano attese completamente diverse dalle scelte che Gesù andava maturando e che stava facendo.
    Come reagisce Gesù a questa situazione? Intensifica la sua preghiera. Proprio qualche giorno prima, mentre era in un luogo solitario a pregare, aveva posto la domanda: «Chi dice la gente che io sia? E voi chi dite che io sia?». «Tu sei il Cristo di Dio», aveva risposto Pietro. Ma la prospettiva di Pietro non era quella di Gesù, tanto è vero che subito dopo, quando Gesù cominciò a delineare la scelta che compiva sulla scorta del Servo presentato nel libro di Isaia, gli apostoli reagirono e Pietro prese in disparte Gesù per rimproverarlo.
    Gesù quindi si rese conto che la distanza diventava sempre più profonda e scelse di fare un'esperienza di preghiera assieme a tre degli apostoli. Scelse quelli che erano più resistenti, almeno stando al Vangelo, perché Pietro l'aveva già rimproverato, Giacomo e Giovanni manifesteranno poco più avanti le loro intenzioni, quando chiederanno a Gesù di sedere a destra e a sinistra nel suo regno. Avevano quindi altre attese. Gesù parlava di esercitare amore dove c'era odio, di portare il peccato del mondo, di offe ire perdono, di essere in grado di subire la violenza per mettere in moto dinamiche di partecipazione: e loro pensavano al potere. A Pietro Gesù aveva detto chiaramente: «I tuoi giudizi non corrispondono ai giudizi di Dio».
    Gesù prese allora con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, per salire sul monte a pregare, convinto che attraverso la preghiera avrebbe fatto fare un passo avanti agli apostoli. Gesù non riuscì a cambiare la loro mentalità e anche questa esperienza, benché sia stata certamente importante per la loro vita, non fu ancora definitiva. Fu necessaria l'esperienza della croce, della resurrezione e poi della Pentecoste perché finalmente gli occhi si aprissero.
    Possiamo considerare brevemente l'esperienza di Gesù, il coinvolgimento degli apostoli e aggiungere una riflessione sull'esperienza che anche noi oggi siamo chiamati a compiere.

    L'esperienza vissuta da Gesù

    È difficile per noi entrare dentro l'esperienza di Gesù, però credo sia utile cercare di ricostruire il suo cammino interiore. In quella situazione cosa poteva fare? C'erano tante vie alternative: tornare indietro? attendere il momento più opportuno?
    Gesù non era certo disposto ad accettare la proposta della gente e degli apostoli, perché il suo progetto era ben chiaro e deciso. Ma come attuarlo? Doveva discernere bene, in quella situazione inedita e forse inimmaginabile nei mesi precedenti, cosa fare. Avverte il bisogno di riflettere, di pregare: si ritira in disparte, voleva avere una conferma delle sue decisioni. La via che stava intraprendendo era una via giusta? Questa è la ragione per cui intensifica la sua preghiera.
    Nella voce che risuona nel cuore e nel confronto con la tradizione, trova la conferma alle sue decisioni. Mosè ed Elia sono due figure simboliche, che rappresentano la Legge e i Profeti. Elia era il rappresentante della profezia anche se non aveva scritto, perché il profeta era colui che annunciava in nome di Dio la via da seguire. Mosè era il rappresentante della Legge. "Legge e Profeti" è una formula per indicare tutta la tradizione. Non solo, ma Mosè ed Elia erano i due che sul monte Sinai, in tempi diversi, avevano avuto un'esperienza analoga di rivelazione ed erano rimasti illuminati: di Mosè (come di Gesù qui) si dice che aveva il volto splendente.
    Gesù lungo il cammino che stava percorrendo ritrovava le voci dei profeti, le indicazioni contenute nel passato: era una scelta giusta. Gesù uscì confermato nelle sue scelte, da quella esperienza di preghiera.
    Nei dialoghi che Gesù ebbe con gli apostoli (dato che certamente si confrontò con loro), si richiamò alle Scritture e, come poi lungo la via di Emmaus con i due discepoli, avrà spiegato loro i contenuti della Legge e dei Profeti in ordine alle sue scelte. «Parlavano della sua dipartita», cioè delle scelte che egli stava compiendo.
    Alla fine del capitolo 9 di Luca, che è corrispondente a questo capitolo 17 di Matteo, c'è la ferma decisione di Gesù «di salire a Gerusalemme», di lanciare l'ultima sfida, di confrontarsi con i capi del popolo, a qualsiasi costo. Avvertiva la necessità di andare fino in fondo, altrimenti la sua proposta sarebbe fallita, cioè non avrebbe avuto significato, sarebbe rimasta chiusa nel tempo che la conteneva e la sua morte avrebbe segnato la fine di tutta l'avventura. Per questo Gesù decise di salire a Gerusalemme. Era una necessità storica che Gesù avvertiva come assoluta. Il Vangelo usa più volte il verbo "dei" (è necessario).
    Sarebbe interessante che oggi per esempio, in qualche momento di silenzio e di preghiera, riuscissimo a ricostruire l'interiorità di Gesù: l'ascolto della Parola del Padre, il confronto con la tradizione e la maturazione della sua decisione. L'incarnazione non è un istante, è un lungo processo, che comprende tutta la vita di Gesù. La sua natura umana non poteva accogliere la Parola eterna, il disegno di Dio, la sua forza di vita in una sola situazione, in un solo giorno, in un solo istante: ha avuto bisogno di tutta la successione del tempo. Gesù ogni giorno accoglieva la Parola che in lui prendeva carne, cioè diventava pensiero, decisione, gesto di solidarietà, di perdono, di misericordia.
    Se potessimo oggi, in un momento di raccoglimento e di silenzio rivivere (alla lontana, certo) quella esperienza di Gesù, entrando in sintonia con le sue incertezze, coi suoi dubbi, col suo silenzio interiore, col suo ascolto, con la sua determinazione di portare fino in fondo il suo progetto, per educarci, come dice la Lettera agli Ebrei, a "tener fisso lo sguardo su di Lui", cioè a entrare in sintonia coi suoi stati d'animo! Altrimenti viviamo in superficie il Vangelo, non ne comprendiamo le esigenze e le dinamiche.

    L'esperienza vissuta dagli apostoli

    Per gli apostoli certamente l'esperienza compiuta - il dialogo con Gesù, il confronto con la tradizione, l'ascolto delle letture (avranno certamente ripercorso i carmi del Servo) - segnò un passo avanti importante. Gesù voleva condurre i suoi ad accogliere la sua prospettiva: non ci riuscì completamente, però certamente quel giorno stimolò un passo avanti degli apostoli nel cammino verso la testimonianza della morte, quella che poi diedero nel loro martirio.
    Quel giorno certamente fu un momento di svolta. Nella seconda lettera di Pietro (2Pt 1,16-18) c'è una risonanza della conferma che trovarono sul "monte santo". Il monte santo di per sé è il Sinai. L'esperienza compiuta ha una forte analogia con la rivelazione del Sinai; ci sono tutti gli elementi: Mosè, la voce, la nube. Sono elementi simbolici, ma che indicano chiaramente il significato rivelativo di quella esperienza.
    Gli apostoli capirono qualcosa di più. Non ancora tutto, continuarono ancora le resistenze, però avvertirono che, anche se non capivano la scelta di Gesù, dovevano seguirlo. Capirono che c'era qualcosa di importante in quello che accadeva. Matteo ricorda, nei versetti successivi, che scendendo discussero con Gesù e dissero: «Ma Elia non doveva venire prima del messia?». Lo aveva detto Malachia, che Elia sarebbe venuto prima del messia. E Gesù risponde: «Elia è già venuto» e capirono che si riferiva a Giovanni il Battezzatore. È chiaro quindi che il tema della discussione di quei giorni era proprio questo: la scelta che Gesù doveva compiere.
    Gli apostoli seguirono Gesù fino a Gerusalemme. Più o meno convinti, in attesa di quello che sarebbe accaduto. Non lo capivano, però seguirono Gesù fino a Gerusalemme, non tornarono indietro. A parte Giuda, che maturò proprio in quel periodo la sua decisione, perché si sentiva tradito dalle scelte che Gesù compiva.

    L'esperienza che anche noi siamo chiamati a compiere

    Veniamo a noi. Anche nella nostra vita ci sono momenti di incomprensione, di oscurità, nei quali è necessario decidere una fedeltà di cui non vediamo l'esito, ma che avvertiamo essere necessaria. Come Gesù, anche noi a volte avvertiamo che è necessaria una fedeltà, pur non vedendo dove ci conduce e quale via dobbiamo scegliere.
    Ci è difficile vedere bene cosa scegliere, non perché siamo peccatori (certamente anche questo incide), ma soprattutto perché tutti noi come creature siamo inadeguati rispetto alle esigenze della vita, ai problemi che ci pone, alle domande che ci presenta. Siamo sempre più piccoli della vita, per cui non possiamo pretendere di rispondere adeguatamente, di vedere bene le cose, di sapere cosa fare. Anche persone che vogliono ugualmente il bene, che hanno gli stessi ideali, si possono trovare in posizioni divergenti rispetto alle scelte da compiere. Questo non ci deve meravigliare, perché siamo piccoli e la Parola che ci chiama è molto più grande e in noi non riesce a tradursi compiutamente, diventa frammento, a volta oscuro, con indicazioni ambigue. Poi c'è tutto il groviglio dei nostri impulsi interiori, del nostro passato, che non abbiamo ancora assunto e chiarificato. Non siamo diventati ancora trasparenti.
    Dobbiamo dare per scontato che ci sono situazioni nelle quali siamo avvolti da una nube, che spesso è oscura e non sempre la voce risuona con chiarezza: «Questi è il mio figlio, ascoltatelo». O anche quando risuona (e dentro spesso nella preghiera avvertiamo questa indicazione) resta nella sua ambiguità storica, perché le scelte che dobbiamo compiere debbono maturare dalla nostra riflessione e dalla nostra decisione. L'azione di Dio non supplisce mai la nostra azione; essa diventa nostro pensiero, nostra decisione. Tuttavia diventando nostro pensiero e nostra decisione, essa subisce un processo di svuotamento e di impoverimento, per cui quando emerge in noi non ha quella perfezione e compiutezza che noi ci attenderemmo.
    Allora la prima condizione fondamentale per percorrere questo cammino è accettare l'ambiguità. È un'indicazione analoga a quella emergente dall'esperienza dei Magi: la stella scompare, gli interrogativi non hanno risposte, o hanno risposte inadeguate.
    La seconda condizione è l'impegno a creare nelle nostre giornate dei momenti di silenzio, a ritirarci in disparte e a salire sul monte. Questo è fondamentale, perché se ci affidiamo semplicemente a quello che già sappiamo, se ci fidiamo semplicemente dei nostri istinti e dei nostri meccanismi, noi viviamo solo il passato e non siamo in grado di partire per le nuove strade, di fare i nuovi passi, di avventurarci nel futuro: di entrare nel regno, come diceva Gesù. Il regno è la nuova stagione della salvezza, è la nuova fase della nostra vita, è quella ricchezza che deve emergere nei rapporti, ma che faticosamente si struttura, giorno dopo giorno, nella nostra piccola storia.
    Se non abbiamo momenti di ascolto, di silenzio, di confronto, necessariamente noi ripetiamo solo il nostro passato, illudendoci di sapere già vivere, come si illudevano gli apostoli, di conoscere già la volontà di Dio e il suo progetto.
    Quante volte anche nelle nostre giornate risuona certamente la parola di Gesù: «I tuoi giudizi non corrispondono ai giudizi di Dio». Ma quali luoghi abbiamo, nelle nostre giornate, per ascoltare e far risuonare in noi i giudizi di Dio, pur nel limite e nell'insufficienza della nostra condizione? Presi da tanti impegni, da molte attività, quando ci raccogliamo, abbiamo un momento, all'inizio o lungo la nostra giornata, per liberarci da tutto e metterci in ascolto, per salire sul monte, in disparte, e pregare?
    Chiediamo oggi di riuscire a ripercorrere in embrione il cammino di Gesù, di entrare in sintonia con la sua preghiera, col suo silenzio, col suo ascolto, perché anche per noi valga quella parola gioiosa che risuona alla conclusione del Vangelo: «Questo è il figlio mio diletto, in lui mi sono compiaciuto». Anche per noi può risuonare questa parola, perché anche noi in Gesù siamo chiamati a diventare figli.



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