Un posto è pronto
e un nome è scritto
Gv 14, 1-12
La metafora utilizzata da Gesù è chiara: «vado a prepararvi un posto, voi conoscete la via». Non è un luogo da raggiungere, bensì uno stato di vita, l'identità personale. Il traguardo è diventare figli di Dio. Occorre una preparazione, però. La condizione di figli non è un fatto giuridico e non deriva da un diritto di nascita, né da meriti di casta. No, si tratta di diventare: è richiesta una preparazione non per raggiungere un luogo, ma per acquisire un'identità.
uno sviluppo che si realizza nel tempo. Gesù dice che deve tornare perché il presente non è sufficiente, c'è ancora un tempo da vivere.
Il risultato Gesù lo indica con chiarezza nella pace e nella gioia: «Non sia turbato il vostro cuore»; «Questo vi dico perché la mia gioia sia in voi».
La situazione di incompiutezza è ragione di turbamento e causa di sofferenza, di dissidio interiore, di percezione di vuoto, di insensatezza. Per un certo verso la nostra condizione è insensata, perché è incompiuta e noi non siamo ancora noi stessi. Non possiamo evitare perciò l'esperienza di incompiutezza e di insensatezza.
A questa condizione, che produce ansia e dissidio interiore, reagiamo con la fuga o con l'idolatria. La fuga dalla vita si realizza col ripiegamento su se stessi o col rifiuto di vivere. Più avanza l'età, più la fuga, il rifiuto, lo sconforto diventano facili. Invece l'idolatria è la via più facile all'inizio: si pensa che ci siano persone, situazioni, cose, che danno pienezza e conferiscono l'identità; e invece è un'illusione, perché l'identità fiorisce, sì, attraverso i rapporti, ma dentro le persone.
Sarebbe insufficiente interpretare queste formule semplicemente a livello individuale. Anzi, l'aspetto comunitario è prioritario, perché tutti noi veniamo al mondo inseriti in una trama di rapporti, in una comunità che ci alimenta e che rende possibile il nostro cammino personale. C'è un'identità che trascende la singola persona: l'identità delle co
munità, dei popoli. Ogni generazione deve acquisire una sua identità, perché l'umanità è inserita in un processo ancora in corso.
Il punto fondamentale su cui Gesù insiste riguarda le condizioni necessarie per crescere come figli di Dio. Nell'ambito fisico il processo è automatico, perché, passando il tempo, noi cresciamo e apprendiamo le condizioni minime per vivere e per crescere. Ma Gesù si riferisce a quella dimensione profonda della persona attraverso la quale si esprime l'azione di Dio in noi, per cui cresciamo come figli, o costituiamo comunità di figli di Dio. Questo processo non avviene in modo automatico, ma richiede almeno due condizioni: la consapevolezza del Mistero e l'accoglienza del Dono.
Consapevolezza del Mistero
La prima condizione fondamentale è prendere coscienza che in gioco nella nostra vita c'è un Mistero più grande, cioè che noi siamo piccole espressioni di una perfezione molto più ricca, più profonda, più potente. Noi siamo piccoli eventi di una Storia immensa. Dico "noi" non solo a livello personale, ma anche come umanità: ci sono ricchezze della realtà umana che non sono ancora emerse. Se non acquisiamo questa consapevolezza, viviamo identificandoci con le situazioni immediate, con le cose e con le persone, e dimentichiamo la Realtà fondamentale, quella per cui possiamo acquisire l'identità definitiva e possiamo assumere il nome scritto nei cieli, che ancora non conosciamo, ma di cui conosciamo la via. La prima condizione è proprio la consapevolezza che la realtà che ci alimenta, l'energia che ci attraversa, è molto più ricca della nostra persona.
Questa condizione Gesù la esprime con l'idea di presenza: «Il Padre è in me e io sono nel Padre». Gesù non si riferisce allo spazio, ma ad un rapporto per cui egli era in grado di dire parole divine, di pensare pensieri divini.
Anche noi siamo chiamati a realizzare un rapporto con Dio presente in noi. Gesù lo dice con chiarezza. Anzi dice: «Farete cose più grandi di quelle che io ho fatto». E questo avviene nella storia, perché i mezzi che abbiamo a disposizione sono molto più efficaci, le offerte di vita che riceviamo sono molto più profonde.
Un'idea analoga è stata espressa da san Pietro nella lettera che abbiamo ascoltato come seconda lettura. Ci è stato rivolto l'invito a costituire un popolo santo. Altrove Pietro utilizza la metafora del tempio: ciascuno di noi, dice, è pietra del tempio di Dio. San Paolo afferma che ciascuno di noi è tempio di Dio.
Quando noi cominciamo il cammino spirituale, il primo dato che acquisiamo è la consapevolezza di una Presenza che ci alimenta; per cui non siamo noi a vivere, ma la Vita in noi cerca di tradursi; non siamo noi a scoprire la verità, ma la Verità a fatica cerca di farsi strada nei nostri piccoli pensieri; non siamo noi a realizzare la giustizia, e così via: tutto, tutto è sempre espressione di una energia più ricca della nostra piccola realtà.
Questa consapevolezza spesso svanisce, perché viviamo distratti e le idolatrie si rinnovano continuamente: ci aggrappiamo alle cose, alle esperienze che stiamo compiendo, alle persone che incontriamo... Ci disperdiamo, mentre i rapporti dovrebbero diventare alimento della consapevolezza. Ogni persona che incontriamo ci porta una Presenza, rende possibile un modo nuovo di incontrare il Mistero, di accogliere l'azione di Dio che si presenta a noi in modo frammentario.
Accoglienza del Dono
La seconda condizione, conseguente, è appunto l'attenzione accogliente. Se noi restiamo in superficie non accogliamo il dono di fondo, cioè quella spinta di vita, quel piccolo frammento di Realtà eterna che ci viene consegnato. Non lo accogliamo, perché siamo attenti ad altre cose: all'opinione degli altri, alla volontà di emergere, ai guadagni che possiamo realizzare, al successo che possiamo ottenere... A tante cose che, pur essendo buone, sono però nel tempo e si perdono col tempo che le contiene. Mentre dovremmo essere attenti alla dimensione eterna.
Quando ne prendiamo coscienza, subito si sviluppa in noi un atteggiamento di attenzione, di cura, direi quasi di tenerezza, per l'istante che ci è dato vivere. Qualsiasi situazione, anche quelle che portano sofferenza, che sono contraddittorie, anche le situazioni violente, frutto dell'incomprensione o del peccato, contengono al fondo un dono, perché nessuna forza creata è tale da annullare la potenza della Vita che soggiace, la presenza di Dio. Come diceva Paolo, «nessuno ci può separare dall'amore di Dio» (Rm 8,35).
Non sono atteggiamenti difficili, ma noi siamo così distratti, che riusciamo a viverli solo in certe circostanze. Raramente diventano un orizzonte costante; mentre sarebbe la condizione per avere gioia e pace: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede».
Avere fede vuol dire consapevolezza e accoglienza: consapevolezza del Mistero più grande che si gioca nella nostra vita e accoglienza di ciò che ci viene offerto. Non sappiamo nominare il Dono, ma sappiamo che vivendo in sintonia con l'azione di Dio, nella consapevolezza della Sua presenza e nell'accoglienza del Suo Dono, cresciamo nella dimensione eterna, diventiamo figli, acquisiamo il nome. Allora tutto diventa significativo, anche le situazioni insensate. Ci sono molte cose insensate nella nostra vita, espressione dell'incompiutezza della realtà. Alcune poi sono radicalmente insensate, quelle che accadono per l'aggressività degli uomini, che sono frutto dell'egoismo... Ma quando cominciamo a vivere con la consapevolezza e la sintonia con l'azione profonda, per cui possiamo dire, come Gesù, «le parole che io vi dico non sono mie», i pensieri che io penso non sono miei, gli stati d'animo che io ho mi sono donati... allora siamo in grado di dare senso e di vivere positivamente tutte le situazioni e scopriamo la gioia. La mancanza di gioia deriva dalla scoperta dell'assurdità e della incompiutezza della vita. Quando invece giungiamo a vivere sensatamente, fluisce la gioia. «Non sia turbato il vostro cuore». «Queste cose io vi dico perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena».
Se avessimo la certezza della possibilità di vivere in questo modo e giungessimo a percepire la ricchezza di vita che induce, credo che non la dimenticheremmo mai più e resterebbe la nostalgia di ogni nostro giorno, l'anelito di ogni nostra azione.
Che anche noi possiamo un giorno sperimentare che cosa prometteva Gesù quando parlava della sua gioia.















































