Chiesa e covid, tre voci
a cura di Riccardo Maccioni e Enrico Lenzi
De Rita: la Chiesa ha smarrito il gregge durante la pandemia
L’immagine usata è quella del gregge smarrito. Richiamo evidente alla parabola evangelica, con la differenza che qui a essersi persa non è un’unica pecora che il buon pastore ora cerca lasciando sul monte le altre novantanove. Si tratta invece di rispondere a un disagio più diffuso, al malessere di quella parte di mondo cattolico per niente soddisfatto dalla posizione assunta nell’anno della pandemia dalla Chiesa italiana, di cui sottolinea l’irrilevanza, l’eccessiva sottomissione, l’autoreferenzialità.
Una "denuncia" fotografata e interpretata dall’associazione "Essere qui", nata da un gruppo di amici guidati dal sociologo Giuseppe De Rita con Liliana Cavani vicepresidente e, tra i soci, Gennaro Acquaviva, Ferruccio De Bortoli, Mario Marazziti, Romano Prodi e Andrea Riccardi.
Il risultato è una ricerca confluita nel volume appena pubblicato da Rubettino: "Il gregge smarrito". Chiesa e società nell’anno della pandemia (164 pagine, 15 euro, ebook 8,99). Non un semplice atto d’accusa, spiegano gli autori, semmai uno stress test o, per dirla in termini più consueti, un esame di coscienza, un "discernimento" sia interno alla Chiesa istituzione sia dal punto di vista dei fedeli, necessario per poi poter ripartire con maggiore vigore e consapevolezza del tanto che i cattolici possono offrire nella costruzione del bene comune.
In proposito, secondo la ricerca, la crisi legata al Covid ha fatto emergere alcune criticità latenti nella Chiesa da tempo, come «lo scollamento con la società reale, la distanza tra fedeli e pastori, l’irrilevanza nel pensiero socio-politico».
È risultato evidente, spiega il professor De Rita, «il distacco crescente, forte, che già c’era, tra evangelizzazione e promozione umana. Una separazione che riconduce alla lezione ruiniana, a suo tempo fatta propria da tutta la comunità ecclesiale italiana, secondo cui la Chiesa c’è per evangelizzare, per praticare il Vangelo e non per trasformare la società. Una condizione che durante la pandemia si è rivelata ancora più controproducente, nel senso che il sociale nella realtà ecclesiale non esisteva e quindi non poteva reagire. Si doveva fatalmente ritornare soltanto all’evangelizzazione, per la quale però non c’era più energia pastorale».
Quindi evangelizzazione e promozione umana devono procedere insieme.
Traggono forza l’una dall’altra. Se ne privilegi solo una uno salta tutto. Con la pandemia ce ne siamo accorti. In campo sociale la Chiesa ha manifestato la sua irrilevanza, l’incapacità di discutere con il potere mentre l’evangelizzazione, con le chiese vuote e senza Sacramenti, non è riuscita ad affermarsi.
In qualche modo secondo voi si è creato un fossato tra Chiesa e società.
Durante la discussione del Comitato preparatorio sul titolo da dare al Convegno ecclesiale nazionale del 1976, il segretario generale della Cei, monsignor Enrico Bartoletti impose quello che lui chiamava "l’et et", nel senso che la Chiesa non vive di contrapposizioni, di "aut aut". Non l’una o l’altra ma insieme, "et et" appunto. Una cultura ecclesiale, quella di Bartoletti, che abbiamo dimenticato.
Tra i dati evidenziati dalla vostra ricerca uno colpisce in particolare: per il 39% degli italiani e per il 50% dei praticanti, durante la pandemia la Chiesa ha accettato troppo acriticamente le decisioni del governo.
A molti cattolici è sembrato quasi stravagante che la Chiesa accettasse ogni cosa, non discutesse su nulla, che il Papa chiedesse di obbedire all’ordine delle autorità. Che può anche essere giusto nel rapporto con lo Stato ma non dal punto di vista della dimensione partecipante della Chiesa, che anziché esplodere in campo pubblico si è rannicchiata nel privato. C’è tanta gente che in pieno lockdown ha continuato ad andare a Messa magari in chiese periferiche, da amici preti, e molti fedeli erano arrabbiati perché non si celebravano funerali. Ma questa rabbia, questo disagio, li abbiamo tenuti dentro perché in fondo pensavamo che anche se ci fossimo esposti pubblicamente nessuno ci avrebbe dato retta.
E questo vale per la Chiesa a tutti i livelli?
Anche noi laici non siamo stati capaci di uno scatto d’orgoglio, per dire ad esempio che non si può rinunciare all’Eucaristia. Siamo stati irrilevanti non in termini di potere ma di cultura del sociale, del significato sociale di essere cattolici, di essere Chiesa..
Da questa situazione come si esce, quali soluzioni possono essere praticate?
Il nostro gruppo non avanza proposte, non vuole fare politica ecclesiale, non intende mettersi dentro discussioni e assumersi responsabilità che sono della gerarchia. Noi facciamo delle riflessioni a latere, diciamo quello che vediamo, ci limitiamo a fornire un input, perché dare un output sulla base di poche conoscenze e verifiche sarebbe un’avventura idiota.
Un’indicazione però la date, quella di "cercare la Chiesa fuori dalla Chiesa".
Oggi è il problema più importante. Le faccio l’esempio di due amici morti in casa e che non potendosi celebrare i funerali sono stati messi su un furgone per essere portati al luogo dove sarebbero stati cremati. Il parroco però ha voluto che passassero davanti alla parrocchia ed è uscito per un segno di benedizione. Ma quanti hanno fatto come lui? Credo pochissimi. La pandemia ha dimostrato che gli uomini di Chiesa non hanno saputo fare un passo oltre la soglia.
Vogliamo spiegare cos’è l’associazione "Essere qui" che ha realizzato la ricerca?
Nasce da un mio testo furibondo scritto durante la pandemia, quando ci è stato comunicato l’interdetto ad andare in chiesa, Una dozzina di pagine che mandai ad alcuni amici suscitando reazioni diverse. Qualcuno ha detto "lasciamo perdere", "stiamo buoni", altri invece hanno pensato che fosse bene andare avanti, realizzare un documento più lungo ed articolato. Ne è venuto fuori un secondo testo, meno fiammeggiante, dopodiché si è pensato di fare un passo ulteriore. E abbiamo realizzato una ricerca basata su mille interviste tra i fedeli italiani, poi accompagnata da un testo di commento. Anche la formazione del gruppo è avvenuta progressivamente, alcuni di quelli che all’inizio erano più arrabbiati li abbiamo persi, mentre è arrivato chi era interessato a un’attività quasi scientifica di analisi e di ricerca demoscopica. Devo dire che ripensandoci mi sorprendo di come tutto sia stato all’insegna della spontaneità totale. È la prima volta che nella Chiesa italiana si forma un gruppo organizzato senza assistenza ecclesiastica, senza timbri, senza decreto del parroco o del vescovo.
(Avvenire, sabato 14 agosto 2021)
Castellucci: prioritario non perdere il buono nato con l'emergenza
Le basi evangeliche dell’ascolto, dell’incontro, della semplicità come motore per uscire migliorati dalla crisi. Il rischio che, dopo lo spirito di squadra iniziale, la voglia di riconquistare la normalità si traduca nella chiusura in se stessi, in un eccessivo ripiegamento nei propri particolarismi. Il dovere di ripartire dagli ultimi, da chi è stato lasciato ai margini, lontano dai riflettori. Monsignor Erio Castellucci guarda con grande attenzione ai dati emersi dalla ricerca dell’associazione "Essere qui" sulla Chiesa italiana nell’anno della pandemia.
L’emergenza Covid, osserva, è stata una tragica sorpresa per tutti ma la reazione della comunità ecclesiale per quanto complicata e difficile, c’è stata, ed è stata pronta. Sul fronte dell’impegno nel sociale si è tradotta, ad esempio, nei 200 milioni di euro stanziati nella primavera del 2020 per sostenere in modo capillare la ripresa.
Sul terreno dell’annuncio, si tratta di non sprecare ciò che il periodo più duro della crisi ci ha insegnato. Innanzitutto la bellezza dell’incontro - spiega il vice presidente della Cei, arcivescovo di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi -; forse mai, come in questo tempo di distanziamento fisico, i cristiani avvertono l’importanza del vedersi di persona, stare insieme "a tutto tondo" e non solo attraverso uno schermo. Un tempo si usava chiedere "quante anime conta la parrocchia". Ora ci siamo resi conto, invece, di quanto contano i corpi e di come abbia ragione Paolo a definire la Chiesa "corpo" di Cristo. Abbiamo sete di relazioni dirette. La pandemia ci ha poi insegnato molto altro: che nella comunità alcune cose sono essenziali e altre secondarie e quindi, ad esempio, si potrebbero snellire le riunioni organizzative per fare più spazio alla formazione; che esistono tante persone fragili, spesso rintanate nelle case, verso le quali occorrono un’attenzione e una ministerialità più intense; che Marta deve dipendere da Maria, cioè il servizio, per non essere affannato, deve innestarsi nell’ascolto del Signore e dei fratelli.
L’indagine parla di irrilevanza della Chiesa, per il 39% degli italiani e il 50% dei praticanti la Chiesa avrebbe accettato troppo acriticamente le decisioni del governo.
La Chiesa italiana, come tutti, è stata colta di sorpresa dalla pandemia; ma subito diocesi e parrocchie si sono date da fare con catechesi, contatti, celebrazioni, forme di assistenza spontanee e organizzate. Il periodo del lockdown è stato creativo per la vita ecclesiale. Conosco bene tuttavia le critiche, perché nella primavera dello scorso anno la mia casella e-mail, come quella di ogni vescovo, è stata invasa da proteste: devo dire però che vi è stato non solo chi ha rilevato un’acquiescenza acritica alle disposizioni governative, ma anche chi, con pari energia, ha contestato la dissonanza espressa dalla Cei rispetto alle esitazioni del governo. Secondo me si è svelata, più che una remissività della Chiesa italiana (poteva fare altro, se voleva assumere un atteggiamento responsabile?), una divisione forte, motivata più da appartenenze politiche differenti che da convinzioni di fede. E questo ci deve far riflettere: se ha maggior peso il partito rispetto alla comunità di fede, quale profondità ha raggiunto il Vangelo nell’animo dei cattolici?
Sotto il profilo della presenza nel sociale, che anno è stato? Non c’è il rischio che si finisca per considerare la Chiesa alla stregua di una Ong? Come evitare questo pericolo?
Meglio rischiare di essere scambiati per una Ong che tirare i remi in barca. E le nostre comunità hanno remato in genere con vigore. Il raddoppio straordinario della somma dell’8xmille, deciso dalla Cei, ha permesso a tutte le nostre diocesi di impiegare denaro - ben prima del Recovery Fund - non solo per gli interventi di immediato soccorso, come alimenti, medicinali e bollette, ma anche per iniziative di tipo educativo e formativo, attraverso parrocchie, associazioni e istituzioni, in primis la Caritas. Mi stupisce, nelle indagini sociologiche, che il riconoscimento verso le associazioni di volontariato sia altissimo, mentre quello verso "la Chiesa" sia piuttosto basso: segno che non si è colto - forse anche per colpa nostra - che "la Chiesa" in campo non era altra cosa rispetto alla Caritas e alle associazioni di ispirazione cristiana che erano state in prima linea.
Da più parti si segnala, e non solo in Italia, un calo della partecipazione. Da cosa partire per provare a invertire la rotta? L’associazione "Essere qui" indica la necessità di "uscire", cioè per così dire di cercare la Chiesa fuori dalla Chiesa.
Sì, a patto che non venga intesa come "passeggiare" ma come "pellegrinare". Una Chiesa in uscita non rinuncia all’annuncio, alla liturgia e alla fraternità, ma cerca di portarli anche fuori della canonica; entra nelle case - il "sacerdozio battesimale" lo si può valorizzare meglio anche dentro la "Chiesa domestica" - e ascolta l’umano. Gesù è uscito di casa verso i 30 anni: prima che cos’ha fatto? Ha ascoltato l’umano, si è immerso nella vita quotidiana, ha vissuto le relazioni, ha lavorato. Anche per questo ha saputo, da adulto, intercettare con grande profondità il deposito del cuore umano. La Chiesa "esce" davvero quando ascolta le domande prima di dare le risposte; o meglio, quando si lascia provocare dalle domande per cercare, insieme a chi domanda, le risposte nel Vangelo di Gesù.
Papa Francesco ha detto più volte che peggio di questa crisi c’è solo il rischio di sprecarla. Secondo lei stiamo correndo questo pericolo?
Sì. Ci sono alcuni segnali che denotano un’eccessiva fretta di riprendere tutto come prima. E se già prima, come sappiamo, tante cose non funzionavano, volerle riproporre tali e quali dopo la pandemia significherebbe votarsi alla desertificazione pastorale. O abbiamo il coraggio di ripartire sulle basi evangeliche già accennate - ascolto, incontro, semplicità - oppure rischiamo di trascinarci una carovana ormai senza ruote.
Che Italia è quella che sta affrontando questa stagione così tragica? Più solidale, più attenta agli altri o più chiusa in se stessa e nei suoi particolarismi?
L’una e l’altra. Soprattutto all’inizio è emersa una grande generosità, uno "spirito di squadra", che ha portato a gesti di dono, cura e perfino eroismo. I frutti dello Spirito si sono visti anche in tante persone che non frequentano le nostre comunità. Ma con la seconda e terza ondata non solo gli entusiasmi si sono raffreddati, ma si sono resi più evidenti anche i segnali di chiusura e di ripiegamento. C’è però una grande "messe" da valorizzare, ad opera dei cristiani: la sofferenza vissuta da tutti, sotto forma di paura o di malattia, di lutto o di impoverimento. La Chiesa, per statuto del suo fondatore, deve ricominciare da chi è fuori dai riflettori ed è lasciato, ferito, al bordo della strada.
(Avvenire, sabato 14 agosto 2021)
Pagnoncelli: ora i credenti possono fare la differenza nella società
«Quello che stiamo vivendo è un tempo propizio per la Chiesa e i credenti, perché hanno molto da dire sui grandi temi che dobbiamo affrontare per uscire dalla pandemia causata dal Covid-19». È ottimista Nando Pagnoncelli, amministratore delegato di Ipsos Italia e grande investigatore dell’opinione pubblica (non solo) nel nostro Paese. Pagnoncelli è anche un attento osservatore delle realtà cattoliche italiane, che indaga e osserva sistematicamente nel proprio lavoro.
Dottor Pagnoncelli partiamo dall’accusa di "irrilevanza" che viene mossa ai credenti all’interno dell’attuale società. Davvero i cattolici sono poco incisivi?
La risposta è piuttosto complessa. Anche se rispetto al passato un calo c’è stato, bisogna anche dire che a volte influisce più che il sentire esterno, quello interno del cattolico stesso, che a volte non percepisce le potenzialità che potrebbe esprimere anche in questa società.
Cioè molti non credono in se stessi?
Siamo davanti a una frammentazione identitaria, cioè non si avverte che la fede debba restare in collegamento con quanto si fa nella quotidianità. E questo riduce la fede a un frammento della propria identità che non dialoga con gli altri. Siamo davanti più a una irrilevanza vissuta soggettivamente piuttosto che al mancato riconoscimento da parte degli altri. Insomma sui temi all’ordine del giorno spesso si rinuncia a esternare il punto di vista sui propri valori.
Qualche esempio di frammentazione?
Pensi al tema dei migranti. Quando papa Francesco come primo viaggio si recò a Lampedusa tra i credenti la percentuale dei pareri positivi era molto alta. Una settimana dopo allo stesso campione di cattolici richiesto di esprimersi sui respingimenti in mare, registrava una elevata percentuale favorevole. Ecco un esempio di scollamento tra i diversi frammenti dell’identità, che sembrano essere vasi non comunicanti tra loro.
Eppure la percentuale di credenti, di cattolici che si impegnano nel sociale e nel mondo del volontariato risulta, anche dalle sue indagini, elevato.
È vero, c’è una notevole partecipazione dei cattolici al mondo del volontariato. C’è nei credenti una forte attitudine, più degli altri, a darsi, a fare nel "sociale". Ma anche qui il rischio è di trovarsi davanti a un altro frammento identitario, lasciando forse ai margini la consapevolezza da parte di non pochi credenti di cosa voglia dire oggi essere credenti nella vita quotidiana.
Ci si impegna, dunque, per "tradizione"?
No, per volontà. Ma il tutto viene percepito - soprattutto dagli altri - come un atto dovuto, scontato, è quasi naturale che la Chiesa faccia così. Ma dare per scontato qualcosa comporta spesso la perdita del valore che c’è dietro a questo impegno. Come dire che la Chiesa o il credente "devono" fare così, non che "vogliono" farlo.
Tanto impegno nel sociale dovrebbe portare anche a un impegno politico, che invece sembra difficile da compiere.
E pensare che proprio in questo momento storico, i credenti e la Chiesa avrebbero davvero molto da dire, a iniziare dal concetto di Bene comune, che nasce proprio in campo cristiano. Siamo davanti a un bivio: uscire dalla crisi costruendo progetti per il Paese di domani; o limitarsi ad azioni per uscire dalla crisi senza pensare al futuro.
Quali temi vede prioritari per l’impegno socio-politico dei credenti?
Metterei al primo posto la sostenibilità, che significa immaginare un mondo futuro abbandonando gli aspetti critici del passato. E questo tema porta con sé scelte attente e coerenti con il bene comune. Come spendere i soldi che vengono stanziati: per tutti o secondo le necessità vere? Mettere in campo politiche che affrontino davvero l’attuale divisione tra "garantiti" e "non garantiti". L’uso responsabile delle risorse. La lotta all’evasione fiscale. O le politiche per la natalità con il sostegno ai giovani perché trovino lavoro, casa e possano mettere su famiglia. Senza dimenticare il tema dell’educazione e della formazione che passa, per esempio, attraverso l’attività degli Oratori, realtà aperta a tutti dove inclusione e accoglienza trovano letteralmente cittadinanza. O il ricorso ai vaccini legato al concetto del senso civico, e il green pass come atto di responsabilità e di solidarietà. Certo, per molti di questi temi, servono atti di governo, ma il singolo credente è chiamato a riflettere sul proprio comportamento su alcuni aspetti che hanno il Bene comune come finalità. E riflettendo scoprirà di avere molto da offrire.
Riflessione da estendere alla comunità?
Certamente, recuperando però il concetto di comunità non come il guscio che mi protegge rispetto all’esterno, ma come luogo di diritti e doveri nel quale esiste uno scambio tra i componenti. Ecco la vera comunità che dobbiamo recuperare, in cui la nostra identità non va perduta, ma è capace di confrontarsi con gli altri.
Parole che richiamano gli inviti che papa Francesco rivolge spesso alla Chiesa e che la Cei e diversi vescovi italiani hanno in più occasioni ripreso e modulato.
Richiami chiari e forti, soprattutto che invitano tutti i credenti - e anche i non credenti - a riscoprire il proprio senso di responsabilità rispetto al Bene comune, alla vita della comunità, partendo dal senso di essere cristiani e dall’idea di futuro che si vuole proporre per il bene di tutti.
Per la Chiesa una responsabilità grande.
La Chiesa ha tutte le potenzialità per essere ancora più significativa nella società di oggi. E i cattolici devono crederci per primi.
(Avvenire, sabato 14 agosto 2021)















































