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    Quando la preghiera

    diventa grido

    Francesco Cosentino

    La speranza cristiana sta nel sapersi accompagnati da un Dio compassionevole, vicino alle nostre ferite, che non fa vacillare il nostro piede, osserva la miseria del suo popolo e scende a liberarlo
    Perché è capitato a noi? Perché Dio non interviene a salvarci? L’antico grido, che da sempre abita il cuore dell’uomo dinanzi al mistero della sofferenza, è oggi l’unica preghiera possibile. Siamo come Giobbe, che maledice il giorno della sua nascita mentre le piaghe gli lacerano la carne; siamo come gli apostoli che, sballottati da una tempesta di vento e di onde, urlano la loro protesta a un Gesù che dorme tranquillo: possibile che non ti accorgi di noi? Svegliati, perché dormi?
    È in questi momenti che raggiungiamo l’essenza profonda della nostra fede, quando siamo chiamati a lodare e servire Dio non dentro le consolazioni di una vita tutto sommato agiata e nella cornice di una tranquilla e pacifica religione borghese, ma quando siamo gettati nell’arsura del deserto e nella notte oscura dell’angoscia, della paura, del dolore e della non comprensione. Proprio in questi momenti, quando riusciamo a vedere semi di grano che crescono laddove tutto parla di rami secchi, a cogliere piccole luci nella notte, a vedere come Geremia il piccolo ramo di mandorlo nel cuore dell’inverno, sperimentiamo ciò che propriamente si chiama “fede”. A patto però che la forma di questa speranza non abbia nulla a che fare con l’ingenuità di una religiosità puerile, con l’atteggiamento miracolistico di chi, in preda alla fatica di reggere l’impatto del dolore, si aggrappa a eventi straordinari o, ancora, con il sentimento della fuga per non affrontare l’aspro duello con il male. La speranza cristiana, invece, sta nel sapersi e sentirsi accompagnati, dal di dentro del dolore, da un Dio umano e compassionevole, che si fa vicino alle nostre ferite, non lascia vacillare il nostro piede e rimane anche oggi il Dio che osserva la miseria del suo popolo e scende per liberarlo ( Es3,7– 8).
    Dinanzi al non senso, la preghiera può farsi grido, che inquieta l’infinito silenzio del cielo. Una preghiera di Giobbe, che abbraccia il dolore di tutti i crocifissi della storia e assume la postura pienamente umana di Gesù, il quale non “salta” l’ora della prova, ma vi entra dentro con angoscia e paura, percorrendo la drammatica domanda che raccoglie, in questo momento, anche tutte le nostre: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai dimenticato?» (Gv 20,17). Mentre il nemico invisibile moltiplica i contagiati, mentre medici e infermieri sono allo stremo e mentre a Bergamo sfila una drammatica marcia di militari che accompagnano le salme, la preghiera deve farsi domanda: è possibile parlare di Dio in un reparto di terapia intensiva per coronavirus? Quale Dio nominare in questa Auschwitz di oggi? Quale Dio pregare quando ho perduto un genitore al quale non ho potuto dare una carezza finale?
    Sperimentiamo qui l’assenza di Dio. Giorni di deserto e di spoliazione, notte oscura della fede simile a quella notte in cui la sposa del Cantico esce per cercare l’amato e non lo trova: «Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amato del mio cuore; l’ho cercato ma non l’ho trovato» (Ct 3,1). Ed è in questa esperienza che scopriamo una paradossale vicinanza con l’ateo: «C’è in noi un ateo potenziale – scriveva il cardinal Martini – che grida e sussurra ogni giorno le sue difficoltà a credere».
    Quando nel maggio del 2006 papa Benedetto si recò ad Auschwitz fece risuonare il dramma di questa preghiera nella notte: «Prendere la parola in questo luogo di orrore, di accumulo di crimini contro Dio e contro l’uomo che non ha confronti nella storia, è quasi impossibile – ed è particolarmente difficile e opprimente per un cristiano, per un Papa che proviene dalla Germania. In un luogo come questo vengono meno le parole, in fondo può restare soltanto uno sbigottito silenzio – un silenzio che è un interiore grido verso Dio: Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo?».
    Eppure, questa preghiera concepita nel dolore non rimane inascoltata. Mentre esprime il grido della nostra paura, anzitutto essa ci purifica dall’immagine di un Dio che ci risponde a comando, che ci evita le lacrime, che interviene dall’alto per risolvere i nostri problemi. Così, usciamo dall’interpretazione superstiziosa e magica della religione e impariamo – come affermava il teologo tedesco Metz – che Dio non è il tappabuchi delle nostre delusioni, ma la ragione del nostro sperare.
    Questa preghiera concepita nel dolore ci fa anche diventare più umani e, quindi, più compassionevoli e solidali verso gli altri. Il dolore ci scava dentro. Nella difficoltà e nelle oscurità facciamo l’esperienza della nostra fragilità, cosicché abbandoniamo le maschere fabbricate ad arte per nasconderla e o i surrogati della nostra società del consumo per esorcizzarla. Siamo fragili e impariamo a benedire ciò che siamo, svestendo i panni dell’onnipotenza: abbiamo bisogno dell’altro, da soli non possiamo farcela e il suo dolore è anche e sempre il mio. Ma la preghiera nel dolore ci avvicina soprattutto in modo unico all’esperienza di Gesù e alla sua preghiera: «La mia anima è triste fino alla morte» ( Mc 14,34). Si avvicina per lui l’ora della notte.
    Ma la notte del Cristo è a suo modo unico: in quel Getsemani sono raccolte anche tutte le nostre notti, le oscurità della storia, le ingiustizie del mondo, le ferite dei poveri, le paure che spesso ci abitano. È in quella notte che noi possiamo vedere Dio proprio quando pensavamo di averlo perduto; entrando nella notte, infatti, Gesù ci rivela chi è Dio: non uno che fa teorie sul dolore o ne stabilisce le colpe, ma il Dio che entra nella notte, la soffre con te, accompagna la tua paura, si lascia toccare e ferire. E si lascia inchiodare sulla Croce perché quella notte si apra alla luce di una nuova vita.
    Questa luce arriva inattesa, come l’alba del mattino di Pasqua. Può significare la fine di quella sofferenza o semplicemente l’aver ricevuto la grazia di guardare alla vita in modo nuovo. Certo è, che un miracolo succede e ha bisogno di occhi di fede. Forse sta già avvenendo, se in mezzo all’indescrivibile sofferenza per tanti nostri fratelli ammalati o già morti, sta cambiano il nostro sguardo sulle persone care e sulle cose, sugli abbracci mancati e sul delirio di onnipotenza di questo nostro Occidente arrivato ormai al capolinea.
    «Comprendete l’ora della tempesta e del naufragio – afferma il teologo protestante Bonhoeffer – è l’ora della inaudita prossimità di Dio, non della sua lontananza. Là dove tutte le altre sicurezze si infrangono e crollano e tutti i puntelli che reggevano la nostra esistenza sono rovinati uno dopo altro, là dove abbiamo dovuto imparare a rinunciare, proprio là si realizza questa prossimità di Dio, perché Dio sta per intervenire, vuol essere per noi sostegno e certezza…Questo ci vuole mostrare: quando tu lasci andare tutto, quando perdi e abbandoni ogni tua sicurezza, ecco, allora sei libero per Dio e totalmente sicuro in Lui».
    Nell’ora della notte e della prova, allora, pur dentro una preghiera sofferta, cerchiamolo ancora. «Alziamoci, facciamo il giro della città, andiamo per le strade e per le piazze a cercare l’amato del nostro cuore» ( Ct 3,1–2). E leviamo il capo, perché la nostra liberazione è vicina.

    (Avvenire martedì 31 marzo 2020)



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