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    Se non si santifica il tempio

    allora santifichiamo il tempo

    Grazia Papola


    Il cap. 3 del Libro di Daniele racconta di tre giudei che, avendo rifiutato di adorare la grande statua d’oro eretta dal re Nabucodonosor, furono gettati in una fornace ardente; il fuoco non li divorò, al contrario essi passeggiavano in mezzo alle fiamme, accarezzati da una brezza.

    Secondo la finzione narrativa, la vicenda è ambientata a Babilonia, durante l’esilio del popolo di Gerusalemme; in realtà il libro è stato scritto in epoca molto più recente (circa II secolo a. C.): l’esilio babilonese divenne il paradigma di altre situazioni drammatiche attraversate dal popolo di Israele, un modo per rileggere la propria storia e cercarne il significato.
    In mezzo al fuoco, Azaria pronunciò una lunga preghiera e al v. 38 dice: “Ora non abbiamo più né principe né profeta né capo né olocausto né sacrificio né oblazione né incenso né luogo per presentarti le primizie e trovare misericordia”; Israele non ha più i riferimenti decisivi: un re e un tempio dove vivere la sua liturgia fatta di sacrifici e offerte.
    Magari in questi giorni in cui non ci è possibile celebrare, queste parole acquistano anche per noi un significato nuovo, forse intuiamo quale perdita abbiano vissuto i deportati a Babilonia e quali domande un evento simile abbia suscitato in loro.
    Tuttavia, non sempre ricordiamo che cosa di straordinario questa mancanza – che resta drammatica – ha determinato. È questo infatti il tempo in cui Israele ha cominciato a dare forma alla sua identità, a organizzare il patrimonio di tradizioni, di racconti, di leggi attraverso cui dare significato alla propria storia, al proprio essere popolo, alla relazione con il Signore. Il Tempio non c’è più (sarà ricostruito, ma sarà anche nuovamente e definitivamente distrutto), i sacrifici non possono essere compiuti, ma è possibile riconoscersi popolo del Signore.
    Mi pare che Israele lo ha fatto lungo alcune direttrici importanti. Ne indico solo tre.

    Ripensa allo spazio

    L’assenza del Tempio non coincide con l’assenza del Signore: nel racconto fondatore dell’Esodo, Egli abita in mezzo al suo popolo, vi prende dimora riempiendo lo spazio di una tenda (cf Es 35-40), perché sceglie di camminare con un popolo nomade, esposto alla fragilità e ai pericoli dell’attraversamento del deserto. È lì che Israele lo incontra. Le leggi parleranno del tempio unico da costruire all’unico Dio, ma nella memoria originaria è custodita questa intuizione che fonda la possibilità stessa del Tempio. Un altro segno diventa simbolo dello spazio: è l’insegnamento di Mosè, messo per iscritto, è la Parola del Signore che, nella forma del Libro, entrerà nella terra promessa superando il limite del deserto. Israele si riconosce popolo alla scuola della Parola; è in questo ascolto che si riconosce, che trova le sue radici, che interpreta il presente e guarda al futuro.

    Ripensa il tempo

    Se Dio non può santificare il tempio – perché non c’è – allora santifica il tempo. È probabilmente questa l’epoca in cui si delinea e si configura l’importanza del sabato come giorno in cui fare memoria, in cui riconoscersi più che persone votate al fare, in cui promuovere relazioni di libertà. Tutto questo non senza riti, che sono indispensabili, e che è stato necessario riformulare per non perdere la dimensione simbolica dell’esistenza.

    Ripensa alla figura di popolo

    L’esilio è stato il tempo in cui proprio la mancanza di strutture e istituzioni ha portato a immaginare chi voler essere come popolo. Nelle leggi di Dt 12-26, Israele si è rappresentato come una comunità di fratelli, legati da vincoli di solidarietà soprattutto nei confronti delle fasce più deboli della società; e questa figura ha plasmato anche la modalità di celebrare (cf Dt 16; 26).
    Un’ultima nota. I testi ci raccontano che in questa situazione Israele elabora diverse risposte, non tutte coerenti fra loro (alcune più innovative, altre più concilianti, altre più rigoriste), chi ha raccolto tutto questo lavorio ha scelto di restituirci la complessità della ricerca, come se solo nella pluralità delle voci, che non si isolano, ma si riconoscono nella stessa origine, fosse possibile rintracciare la via per il futuro.

    (Veronafedele - 26/03/2020)



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